mercoledì 28 gennaio 2009

Italiani brava gente?


Fino ad oggi, la Resistenza è considerata a ragione un punto cruciale della storia italiana. Il consenso politico alla base della fondazione della prima Repubblica parte dalla convinzione che la gran massa degli italiani abbia contribuito con le proprie forze, armi alla mano, ad abbattere la dittatura fascista e a liberare l’Italia dal dominio di terrore instaurato nell’intero continente dalla Germania nazista. A fondamento di questo consenso politico, troviamo l’assunto secondo cui gli italiani tutti si sarebbero distinti come valorosi combattenti per la libertà. Queste premesse – ecco la mia tesi centrale – hanno sortito vari effetti, sia positivi che negativi, sulla storia d’Italia successiva alla fine della seconda guerra mondiale. L’identità antifascista degli italiani ha indubbiamente favorito lo sviluppo di una cultura democratica, ma nel medesimo tempo, ha anche rappresentato un fattore di rimozione in rapporto ai trascorsi fascisti del paese. Benché la dittatura mussoliniana sia durata il doppio del terzo Reich, gli italiani non si sono mai confrontati seriamente con il loro passato interrogandosi a fondo su quali fossero gli uomini che per vent’anni e più avevano mantenuto il duce al potere sostenendone, entusiasticamente, la politica antidemocratica e aggressiva durante tutti gli anni trenta. Finita la guerra, praticamente nessuno ebbe apertamente a riconoscere il proprio passato. Non molto tempo fa Nuto Revelli, nel suo - Le due guerre - Guerra fascista e guerra partigiana, osservava in modo critico, che: “Nel Ventennio c’erano i fascisti; ed erano tanti... c’erano davvero anche se dopo il 25 aprile 1945 trovare qualcuno che avesse il coraggio di ammetterlo era difficilissimo.”

In realtà, la gran maggioranza degli italiani si considera fino ad oggi esclusivamente vittima, e non mai responsabile o complice, del fascismo. Le peggiori azioni compiute contro gli italiani dalle truppe d’occupazione tedesca – e pensiamo soltanto a Cefalonia o a Marzabotto – ebbero luogo dopo il 1943, con un effetto comprensibilmente negativo sulla memoria collettiva di un intero paese. “Nel dopoguerra l’esperienza dell’Italia come paese aggressore” scrive lo storico fiorentino Enzo Collotti “ è stata cancellata nella maniera più totale. Il cambiamento di status dell’Italia dopo l’8 settembre del 1943 e la cobelligeranza a fianco degli alleati hanno consentito da una parte di conservare la continuità militare per quanto riguarda l’esercito, la marina e l’aeronautica, e nello stesso tempo la formazione di un grosso alibi contro l’apertura dei processi per fatti compiuti in territori occupati.” Vittorio Foa, figura carismatica della Resistenza, ha anch’egli affermato, nel 1996: “Nel caso di vittime di azioni fasciste il ricordo di quello che è successo dopo, ad opera dei nazisti, oscura la memoria precedente. I tedeschi sono così diventati una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza. Ma è necessario ricordare il male della nostra parte se non vogliamo abbandonare al caso il nostro domani.”

Foa ha ragione. Proprio per rispetto dei valori morali e politici della Resistenza desidero ricordare oggi uno di questi buchi neri nella memoria collettiva degli italiani: il dominio coloniale in Libia e il genocidio compiuto in questo territorio africano. È questa una lunga storia di violenze di massa iniziatasi ben prima della Marcia su Roma, ai tempi del governo Giolitti, ma che solo nel Ventennio nero è culminata in un vero e proprio genocidio. La cosiddetta “Riconquista della Libia” ha fin dagli inizi rappresentato un obiettivo principe dell’Italia fascista. Per il regime possedere delle colonie appariva cosa tanto necessaria quanto legittima. Una nazione che, secondo i gerarchi del PNF, era sovrappopolata possedevaun diritto naturale a procacciarsi compensazioni oltremare. La “Riconquista fascista della Libia” incominciò nel 1923 durando quasi dieci anni. Contro la resistenza anticoloniale, l’Italia fascista utilizzò armi moderne e sofisticate tecniche di controguerriglia. Obiettivo delle operazioni non fu solo la “pacificazione del paese”, cioè la definitiva sottomissione delle tribù locali. Si voleva altresì scacciare le popolazioni dalle zone costiere onde fare spazio ad insediamenti di coloni italiani. Nel corso degli anni Venti gli italiani inglobarono territori sempre più vasti e fu così che molti fascisti, come Giuseppe Volpi che dal 1921 al 1925 fu governatore della Tripolitania, divennero grandi latifondisti. Molti indigeni dovettero fuggire in zone desertiche o accettare paghe da fame lavorando le terre dei coloni, ovvero costruendo strade e palazzi di rappresentanza per la potenza coloniale. Come già aveva fatto la Spagna nel suo protettorato in Marocco, anche l’aeronautica italiana impiegò gas a scopo bellico. Ciò accadde per la prima volta il 6 gennaio del 1928 a Gifa. Nel febbraio dello stesso anno si ebbe, per tre giorni, un bombardamento di fosgene contro la tribù ribelle di Mogarba. Il 31 luglio del 1930 i gas vennero lanciati contro l’oasi di Tazerbo dove si sospettava un nascondiglio dei “ribelli”. Durante l’attacco, la regia aeronautica militare sganciò 24 bombe all’iprite, ognuna pari a un peso di 21 chili: il gas procurò morte terribile ai nomadi che vivevano nell’oasi. Inutile dire che questi attacchi rendevano carta straccia il Protocollo Ginevrino del 1925 nel quale si sanciva il divieto “di usare gas soffocanti o velenosi”. A Mussolini e ai suoi generali questo non importava. La repressione fu particolarmente spietata nel Djebel al Akhdar, un altopiano della Cirenaica nel sud del paese, che si immette nel deserto libico. Qui il movimento dei Senussi aveva organizzato una forte resistenza.
Tattica esasperante
I Senussi erano una confraternita musulmana fondata nel 1833 alla Mecca da Ibn Alì al Senussi che si prefiggeva il rinnovamento dell’Islam e la liberazione dei paesi arabi da qualsiasi influenza europea. Dopo la fuga del suo leader Mohammed Idris (che doveva diventare in seguito il primo re di Libia), il movimento passò sotto la guida dello sceicco Omar al Mukthar, figura ancor oggi onorata come un eroe nella Libia di Gheddafi. I “guerrieri di Dio” guidati da Omar al Mukthar si scontrarono per anni con le truppe italiane e compirono numerosi sabotaggi. Dopo una lunga serie di fallimenti militari, il duce pretese che il conflitto libico fosse condotto a conclusione. Nel dicembre del 1928 nominò governatore della Libia il maresciallo Pietro Badoglio ordinandogli di farla finita con le bande di Omar al Mukthar. Dopo 15 mesi di campagne militari badogliane, il duce constatando l’assenza di progressi, affiancò al governatore il generale Rodolfo Graziani, in qualità di vicegovernatore della Cirenaica. Questi era un ufficiale coloniale di grande esperienza che già anni prima aveva “pacificato” la Tripolitania conquistandone larghe fette di territorio: individuo senza scrupoli che non esitava a camminare sui cadaveri. Graziani viene ancor oggi ricordato in Libia come “macellaio di arabi”. Come primo atto Graziani ordinò il disarmo di tutti i seminomandi nonché l’uccisione di tutti coloro che fossero sospettati di collaborazione con le fila della resistenza. Frattanto il maresciallo Badoglio era giunto alla conclusione che i metodi tradizionali di antiguerriglia non sortivano l’effetto di sconfiggere la resistenza libica. Risolse di essere disposto praticamente a tutto pur di ottenere la vittoria. Ordinò ai suoi migliori ufficiali di far terra bruciata attorno ai “ribelli”. I guerrieri del deserto sarebbero stati sconfitti deportando la popolazione civile. “Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa”, scrisse Badoglio il 21 giugno 1930 al generale Graziani. “Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica”.
Campi di concentramento
L’esodo forzato della Cirenaica cominciò nell’estate del 1930. Centomila seminomadi, sorvegliati dagli ascari, furono costretti a marce di settimane insieme al loro bestiame. La potenza coloniale diede le loro proprietà ai contadini italiani. Sotto il terribile sole africano il dieci per cento dei deportati non sopravvisse alla fatica. Dopo centinaia di chilometri i sopravvissuti furono internati in 15 campi di concentramento realizzati in zone desertiche. Migliaia di prigionieri morirono di fame, a causa delle malattie o per sfinimento. Le guardie punivano i tentativi di fuga con esecuzioni sommarie a cui dovevano assistere tutti gli altri prigionieri. Nel settembre 1933, quando i campi nel deserto furono smantellati, solo la metà dei deportati era sopravvissuta. All’insaputa dell’opinione pubblica mondiale, nell’inferno dei lager libici fu compiuto un vero e proprio genocidio. Non soddisfatto di ciò Graziani, per impedire che i rivoltosi po­tes­sero ottenere rifornimenti di armi e munizioni, nel 1931 fece co­struire lungo il confine con l’Egitto una rete di recinzione fatta di filo spinato, lunga 270 chilometri e larga quattro metri, sorvegliata da posti di guardia. Questo limes fascista, controllato quotidianamente da pattuglie motorizzate, andava dalla costa fin dentro il de­serto libico.
Impediva anche il commercio transfrontaliero esasperando la popolazione che era rimasta in Cirenaica. Le difficoltà aumentarono con il macello a bella posta di pecore, cammelli, cavalli e asini. Il bestiame rappresentava infatti l’unica ricchezza per le tribù di queste terre. La resistenza fu finalmente piegata nel settembre del 1931. Durante uno scontro l’ultrasettantenne Omar al Mukthar fu disarcionato da cavallo. Una unità italiana riuscì a farlo prigioniero. Il vecchio fu messo in catene e trasportato a Ben­gasi. Lì, dopo un processo farsa, fu condannato a morte per impiccagione da un tribunale militare. Omar al Mukthar verrà ucciso il16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluq davanti alla sua gente. Nel gennaio del 1932 il maresciallo Badoglio comunicò a Roma, non senza orgoglio, che dopo oltre vent’anni la colonia era finalmente pacificata. L’occupazione italiana dell’Africa del nord durò ancora dieci anni. Nel maggio del 1943, dopo la resa del corpo italo-tedesco allora sotto il comando di Jürgen von Armin (il feldmaresciallo Rommel era rientrato in Europa in marzo), la Libia fu posta sotto l’amministrazione militare anglo-francese prima di diventare, nel 1951, il primo stato sahariano indipendente.
Il regno del terrore
Non sono solo gli studiosi libici a ritenere che sotto il maresciallo Badoglio sia stato commesso a sangue freddo un genocidio pianificato. Secondo lo storico Angelo del Boca, durante la conquista della Libia, almeno centomila persone, fra partigiani e civili, furono uccise in maniera violenta. Si trattava di circa un ottavo dell’intera popolazione. L’Italia fu il primo regime fascista a deportare interi gruppi etnici per farli morire in campi di concentramento. L’Italia fu anche uno dei primi stati a utilizzare metodi di controguerriglia che, oltre a combattere la resistenza armata, miravano anche a decimare la popolazione. Il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski ha recentemente af­fer­mato che le potenze coloniali in Africa avevano cominciato a fare ciò che la Wehrmacht e le SS tedesche realizzeranno in Europa in maniera sistematica e tecnicamente perfezionata: un regno del ter­rore di cui alla fine la stessa Italia doveva restare vittima.

All rights reserved
Mantovaninelmondo© 1999-2004
liberatiarts©
Mantova Italy

di professor Aram Mattioli (Università di Lucerna)

Un’altra guerra, un’altra sconfitta



di John J. Mearsheimer*


Indubbiamente, gli Israeliani ed i loro sostenitori americani affermeranno che Israele ha imparato la lezione dopo la sua disastrosa guerra in Libano del luglio 2006 e che ha seguito una strategia vincente nella sua presente guerra contro Hamas. Naturalmente, quando arriverà un cessate il fuoco, Israele proclamerà la sua vittoria. Non credete ad una parola : Israele si è lanciato follemente in una nuova guerra che non è sul punto di vincere!

Si dice che la campagna di Gaza avrebbe due scopi : ) mettere fine ai tiri di razzi e di mortai dei Palestinesi contro Israele che continuano dal ritiro israeliano da Gaza dell’agosto 2005 ; 2) ristabilire la forza dissuasiva di Israele che, si dice, sarebbe stata intaccata dal fiasco israeliano in Libano, dal ritiro israeliano da Gaza e dall’incapacità israeliana di far mettere fine al programma nucleare dell’Iran.

Ma questi non sono i reali obiettivi dell’Operazione Piombo Fuso. In realtà, il fine è legato alla visione israeliana a lungo termine del modo in cui Israele intende vivere avendo in seno milioni di Palestinesi. Questo si integra in un più ampio obiettivo strategico : la creazione di un « Grande Israele ». Più specificamente, i dirigenti di Israele sono sempre determinati a controllare la totalità di ciò che si conviene designare con l’espressione : « Palestina mandataria », la quale include Gaza e la Cisgiordania. I Palestinesi avrebbero una limitata autonomia in un pugno di enclavi separate ed economicamente indigenti, una delle quali è precisamente la striscia di Gaza. Israele controllerebbe tutte le frontiere circostanti di questi Bantustan-francobolli, tutti i movimenti tra di essi, l’aria al di sopra e l’acqua al di sotto.

La chiave per la realizzazione di questo obiettivo consiste nell’infliggere ai Palestinesi un tale orrore di massa in modo che essi arrivino ad ammettere il fatto di essere un popolo sconfitto e che Israele sia in grandissima parte responsabile del controllo del loro futuro. Questa strategia, enunciata chiaramente per la prima volta da Ze’ev Jabotinsky negli anni 1920 e che ha fortemente influenzato la politica di Israele fin dalla sua creazione nel 1948, è definita in modo pratico dall’espressione « Muro di Ferro ».

Quello che sta accadendo a Gaza è totalmente inscritto in questa strategia. Vi si incastra perfettamente…

Tanto per cominciare, consideriamo la decisione presa nel 2005 da Israele di ritirarsi dalla striscia di Gaza. È opinione comune che Israele sia serio nella sua volontà di fare la pace con i Palestinesi e che i suoi dirigenti sperino che un ritiro da Gaza rappresenti un grande passo realizzato sulla via della creazione di uno Stato palestinese vivibile.

Secondo Thomas L. Friedman, del New York Times, Israele ha dato ai Palestinesi un’opportunità di « costruire un mini-Stato decente, laggiù (a Gaza) – un Dubai sul Mediterraneo » e se i Palestinesi partecipano al gioco, questo « darà una svolta del tutto diversa al dibattito interno ad Israele sulla questione di sapere se gli Israeliani possano o meno affidare ai Palestinesi la maggior parte della Cisgiordania ».

È uno specchietto per le allodole : ancor prima che Hamas arrivi al potere, gli Israeliani hanno già l’intenzione di creare a Gaza una prigione a cielo aperto per i Palestinesi e di infliggere il massimo di sofferenza finché essi non si piegheranno ai loro desideri. Dov Weisglass, in quel momento principale consigliere di Sharon, dichiara con totale candore che il disimpegno da Gaza mira a bloccare il processo di pace, certo non ad incoraggiarlo. Egli definisce il disimpegno israeliano« formula di cui noi abbiamo bisogno affinché non ci sia un processo politico con i Palestinesi. » Meglio : egli sottolinea che il ritiro israeliano « pone i Palestinesi sotto una terribile pressione. Questo li costringerà in un angolo in cui hanno orrore di ritrovarsi… »

Arnon Soffer, un eminente demografo israeliano, anche lui consigliere di Sharon, precisa a che cosa verosimilmente somiglierà questa pressione. « Quando due milioni e mezzo di persone vivranno in una striscia di Gaza ermeticamente chiusa, sarà una catastrofe umana. Quelle persone diventeranno ancora più animali di quanto non lo siano oggi, con l’aiuto dell’insano fondamentalismo islamista. La pressione, alla frontiera, diverrà insostenibile. Ci sarà una guerra terrificante. Così, se vogliamo restare in vita, saremo condotti ad uccidere, ad uccidere, ad uccidere. Tutti i giorni. Ogni giorno che il buon Dio farà. »

Nel gennaio 2006, cinque mesi dopo che gli Israeliani hanno tolto i loro coloni dalla striscia di Gaza, Hamas riporta una vittoria decisiva su el Fatah alle elezioni legislative palestinesi. Questo rappresenta un grande disturbo alla strategia israeliana, perché Hamas è stato eletto democraticamente, perché è ben organizzato ed integrato, contrariamente all’iper-corrotto el Fatah e, soprattutto, perché non è sul punto di «riconoscere l’esistenza di Israele ». Israele replica rafforzando la pressione economica sui Palestinesi, ma questo non funziona. Infatti la situazione prende un’altra svolta in senso negativo quando, nel marzo 2007, el Fatah e Hamas si mettono d’accordo sulla costituzione di un governo di unione nazionale. Lo statuto e la forza politica di Hamas si rafforzano e la strategia del « divide et impera » di Israele non va in porto.

Come se si ingegnasse a far peggiorare le cose (per Israele), il governo palestinese di unione nazionale comincia a proporre un cessate il fuoco a lungo termine. I Palestinesi mettono fine a tutti gli attacchi missilistici contro Israele a condizione che gli Israeliani cessino di arrestare ed assassinare dei Palestinesi ed allentino la loro garrotta economica aprendo i punti di passaggio verso la striscia di Gaza.

Gli Israeliani respingono quest’offerta e, con il tradizionale sostegno americano, si danno da fare per fomentare una guerra civile tra el Fatah e Hamas, al fine di distruggere il governo di unione nazionale e di portare al potere il solo el Fatah. Il piano diventa un boomerang quando Hamas caccia [i collaborazionisti di] el Fatah da Gaza. Dunque, Hamas si ritrova al potere a Gaza, mentre el Fatah, molto più « morbido » [di fronte ai sionisti] conserva il suo controllo sulla sola Cisgiordania. Israele decide allora di rinserrare il blocco della striscia di Gaza, causando ancora più sofferenze e difficoltà nei Palestinesi che vivono in quel territorio.

Hamas risponde proseguendo i suoi tiri di razzi e di granate da mortaio sul territorio israeliano, sottolineando di continuare a ricercare un cessate il fuoco a lungo termine, forse per una durata di dieci anni, anzi ancora di più. Questo non è un nobile gesto da parte della gente di Hamas : no, essi cercano un cessate il fuoco perché l’equilibrio delle forze è totalmente dalla parte israeliana. Gli Israeliani non hanno alcun interesse ad un cessate il fuoco e si accontentano di intensificare la pressione economica contro Gaza. Ma, alla fine della primavera 2008, le pressioni giunte dagli Israeliani che vivono sotto il fuoco degli attacchi con i razzi inducono il governo israeliano a convenire un cessate il fuoco di una durata di sei mesi a partire dal 19 giugno. L’accordo, che termina formalmente il 19 dicembre 2008, precede immediatamente l’attuale guerra la quale inizia il 27 dello stesso mese.

La posizione ufficiale israeliana accusa Hamas di aver fatto fallire il cessate il fuoco. Quest’interpretazione è stata ampiamente adottata negli Stati Uniti, ma è ingannevole. I dirigenti israeliani aborrivano fin dall’inizio il cessate il fuoco e il ministro della Difesa Ehud Barak aveva dato all’esercito israeliano l’istruzione di cominciare a prepararsi per la guerra alla quale oggi assistiamo nel momento stesso in cui il cessate il fuoco era in fase di negoziazione, ossia nel giugno 2008. In più, Dan Gillerman, ex ambasciatore d’Israele all’ONU, fa sapere che Gerusalemme ha iniziato a preparare la campagna di propaganda al fine di vendere l’attuale guerra mesi prima che essa scoppiasse. Da parte sua, Hamas durante i primi cinque mesi di cessate il fuoco riduce drasticamente il numero dei suoi attacchi missilistici. In totale, nei mesi di settembre e ottobre, su Israele vengono tirati due razzi, nessuno dei quali da Hamas. Nello stesso periodo, come si è comportato Israele ? Ha continuata ad arrestare e ad assassinare dei Palestinesi in Cisgiordania e ha proseguito il suo blocco mortale che strangola lentamente Gaza… Poi, il 4 novembre, lo stesso giorno in cui gli Americani eleggono il loro nuovo presidente, Israele distrugge un tunnel che va dall’Egitto alla striscia di Gaza, uccidendo sei Palestinesi : è la prima grande violazione del cessate il fuoco e i Palestinesi – che « erano stati attenti a mantenere il cessate il fuoco », secondo l’Intelligence and Terrorism Information Center di Israele – replicano riprendendo a lanciare razzi. È la fine della calma che aveva prevalso dal mese di giugno e Israele inasprisce ulteriormente il blocco ed i suoi attacchi all’interno della striscia dio Gaza, mentre i Palestinesi controbilanciano con maggiori razzi su Israele. È il caso di far notare che, tra il 4 novembre e il 27 dicembre (giorno in cui Israele scatena la guerra), nessun Israeliano è stato ucciso da missili palestinesi.

Mentre monta la violenza, Hamas fa sapere chiaramente di non avere intenzione di prolungare il cessate il fuoco al di là del 19 dicembre, il che non ha niente di sorprendente, dato che esso non ha funzionato come previsto. Comunque, a metà dicembre, Hamas informa Israele di essere ancora disposto a negoziare un cessate il fuoco a lungo termine, purché comporti la fine degli arresti e degli omicidi, nonché del blocco. Ma gli Israeliani, avendo messo a profitto il cessate il fuoco per preparare la guerra contro Hamas, respingono quest’apertura. Otto giorni dopo la fine formale del fallito cessate il fuoco, inizia il bombardamento di Gaza.

Se Israele avesse veramente voluto fermare gli attacchi missilistici da Gaza, avrebbe potuto farlo combinando con Hamas un cessate il fuoco a lungo termine. E se Israele fosse stato autenticamente interessato alla creazione di uno Stato palestinese vitale, avrebbe potuto lavorare con il governo [palestinese] di unione nazionale al fine di mettere all’opera un significativo cessate il fuoco e cambiando il modo di pensare di Hamas in materia di « soluzione a due Stati ». Ma Israele ha un tutt’altro progetto : è determinato ad utilizzare la strategia del Muro di Ferro per indurre i Palestinesi di Gaza ad accettare la loro sorte di soggetti impotenti di un Grande Israele.

Questa brutale politica è chiaramente riflessa nel modo in cui Israele conduce la sua guerra a Gaza. Israele e i suoi devoti proclamano che « Tsahal » fa del suo meglio per evitare vittime civili, in alcuni casi prendendo enormi rischi di mettere in pericolo dei soldati israeliani. Che sciocchezza ! Una ragione per dubitare di queste dichiarazioni è il fatto che Israele rifiuti l’ingresso di giornalisti nella zona di guerra : non voglia che il mondo veda quello che i suoi soldati e le sue bombe stanno facendo nella striscia di Gaza. Nello steso momento, Israele lancia una massiccia campagna di lavaggio dei cervelli, nella speranza di coprire con delle frottole « positive » i racconti dell’orrore che comincia a filtrare.

Comunque, la miglior prova che Israele cerca deliberatamente di punire l’insieme della popolazione civile di Gaza è la morte e la distruzione che « Tsahal » infligge a questo piccolo pezzo di terra densamente urbanizzata. Israele ha ucciso più di mille Palestinesi, ne ha feriti oltre quattromila. Più della metà degli uccisi sono civili e molti di loro sono bambini. Il 27 dicembre, la prima salva israeliana viene sparata esattamente all’ora in cui i bambini escono da scuola e quel giorno uno dei primi bersagli di Israele è un importante gruppo di cadetti tutti usciti freschi freschi dalla scuola di polizia, i quali difficilmente possono essere definiti terroristi. In quella che Ehud Barak ha definito «guerra totale contro Hamas», Israele prende di mira un’università, scuole, moschee, case, edifici abitativi, uffici governativi e anche ambulanze. Un ex ufficiale israeliano, che vuole mantenere l’anonimato, spiega la logica che sta alla base della volontà israeliana di prendere di mira tutta la popolazione : « Hamas ha molteplici manifestazioni e noi ci sforziamo di colpirne tutto il ventaglio, perché tutto si regge assieme ed ogni sfaccettatura di Hamas sostiene il terrorismo contro Israele. »

In altre parole : tutti sono terroristi e tutto è un bersaglio legittimo.

Gli Israeliani hanno la tendenza ad essere brutali e, all’occasione, dicono quello che veramente stanno facendo. Dopo che il 6 gennaio « Tsahal » ha assassinato quaranta profughi civili palestinesi in una scuola dell’ONU, il quotidiano israeliano Ha’aretz scrive che « alcuni ufficiali superiori hanno riconosciuto che l’esercito ha utilizzato un’enorme potenza di fuoco ». Un ufficiale spiega che : « per noi, essere prudente significa essere aggressivo. Dal momento in cui siamo entrati a Gaza, ci siamo comportati come se fossimo in guerra. Questo sul campo crea enormi danni… Spero vivamente che quelli che sono fuggiti dalla zona della Città di Gaza in cui noi stiamo operando DESCRIVANO BENE L’ORRORE » [sottolineatura del traduttore].

Certo, si può accettare che Israele stia conducendo una « guerra crudele e totale contro un milione e mezzo di civili palestinesi », come ha scritto Ha’aretz in uno dei suoi editoriali, ma dire che questo, in fin dei conti, gli permetterà di raggiungere i suoi obiettivi di guerra e che il resto del mondo si affretterà a dimenticare gli orrori inflitti alla popolazione di Gaza è frutto della più pure auto-intossicazione. Primo, Israele non riuscirà a fermare molto a lungo i lanci di razzi finché non accetterà di aprire le frontiere della striscia di Gaza e finché non smetterà di arrestare ed uccidere dei Palestinesi. Gli Israeliani parlano molto di fermare le forniture di razzi e granate da mortaio alla striscia di Gaza, ma le armi continueranno ad arrivarci per tunnel segreti e con piccoli battelli in grado di infiltrarsi attraverso il blocco navale israeliano. Del resto, sarà impossibile controllare tutte le merci che saranno inviate a Gaza per i canali di rifornimento legittimi.

Israele potrebbe [anche] tentare di conquistare tutta la striscia di Gaza e controllarla totalmente. Se Israele vi schierasse uomini e materiali sufficienti, probabilmente questo fermerebbe gli attacchi missilistici. Ma, in questo caso, l’esercito israeliano sarebbe invischiato in una costosa occupazione diretta contro una popolazione profondamente ostile. Alla fine, gli Israeliani sarebbero costretti a partire e i lanci di razzi riprenderebbero più di prima. E se, verosimilmente, Israele fallisse nel porre fine ai tiri dei razzi e nell’impedirne la ripresa, la sua capacità di discussione sarebbe diminuita, non aumentata.

Ma, soprattutto, vi sono ben poche ragioni per pensare che gli Israeliani possano indurre Hamas ad un ripensamento ed ottengano che i Palestinesi accettino di vivere tranquillamente in un pugno di bantustan all’interno del Grande Israele. Israele umilia, tortura ed assassina dei Palestinesi nei territori occupati senza discontinuità dal 1967 e non è alla vigilia di domarli. Infatti, la reazione di Hamas alla brutalità israeliana sembra dare conferma all’osservazione di Nietzsche, secondo la quale quello che non vi uccide vi rende più forte.

Ma, pur immaginando che si verifichi l’inatteso e che i Palestinesi cedano, Israele sarebbe ugualmente perdente, perché diverrebbe molto rapidamente un paese di apartheid. Come ha detto di recente il primo ministro israeliano Ehud Olmert, se i Palestinesi non otterranno un loro Stato vitale, Israele si troverà di fronte ad un « conflitto di tipo sudafricano ». « Se avvenisse questo », ha affermato, « lo Stato di Israele sarebbe condannato». Eppure, Olmert non ha fatto proprio niente per fermare l’espansione delle colonie e per creare uno Stato palestinese in grado di svilupparsi. Al contrario, nei confronti dei Palestinesi si è sempre basato sulla strategia del Muro di Ferro.

Vi sono ben poche possibilità che le persone che nel mondo intero seguono gli sviluppo del conflitto israelo-palestinese dimentichino tanto presto l’orribile punizione che Israele sta perpetrando a Gaza. La distruzione è semplicemente troppo schiacciante perché non la si veda e troppo numerosi sono coloro – in particolare nel mondo arabo e nel mondo musulmano – che si preoccupano della sorte dei Palestinesi. In più, il discorso su questo conflitto di vecchia data, in questi ultimi anni, ha conosciuto in Occidente un cambiamento copernicano e numerosi sono coloro, tra di noi, che erano in totale simpatia con Israele e che oggi capiscono che gli Israeliani sono i boia e i Palestinesi le vittime. Quello che sta accadendo a Gaza non farà che accelerare questo cambiamento della percezione del conflitto e lascerà una macchia indelebile sulla reputazione di Israele.

Alla fine, quale che sia l’esito sul campo di battaglia, Israele non potrà vincere la sua guerra a Gaza. In realtà, Israele sta continuando una strategia – con un enorme aiuto dei suoi presunti amici della Diapora – che a lungo andare mette gravemente in pericolo il suo futuro.

Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFFpVFkypbXvnXpLF.shtml

[* John J. Mearsheimer è professore di scienze politiche all’Università di Chicago. È coautore del libro : Le Lobby pro-israélien et la politique étrangère américaine (publié aux Editions de la Découverte)
http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index.php?ean13=9782707152619%5D
Dalla versione francese curata da Marcel Charbonnier, traduzione italiana eseguita da Belgicus.
Giustifica
Fonte:
http://www.amconmag.com/print.html?Id=AmConservative-2009jan26-00006

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori