martedì 27 gennaio 2009

I PROBLEMI ECONOMICI DI BARACK


Sembra prendere forma in questi giorni un nuovo “Washington consensus”, secondo il quale la capacità di indebitamento dell’amministrazione Usa è limitata. Sostanzialmente, si pensa che un pieno utilizzo di ciò che resta dei fondi del piano Tarp varato dall’amministrazione Bush, circa 650 miliardi di dollari, più un pacchetto di provvedimenti da 850-1.000 miliardi di dollari per il biennio 2009-2010 sia il limite superiore oggi dell’intervento di politica fiscale negli Stati Uniti. È una visione che non può durare a lungo perché dovrebbe essere ormai chiaro che anche l’intero stanziamento del Tarp non è sufficiente per rivitalizzare il settore finanziario.

LA CONTABILITÀ PUBBLICA PRUDENTE DEGLI USA

Una delle ragioni per le quali i deficit Usa sembrano così grandi è che la contabilità pubblica degli Stati Uniti è spesso più predente di quella europea. L’elemento chiave da tenere a mente quando si leggono i rapporti sui deficit fiscali Usa è che l’autorità ufficiale , il Congressional Budget Office (Cbo) conteggia come “spesa” nell’anno fiscale 2009, che va da settembre 2008 settembre 2009, il salvataggio delle agenzie di finanziamento e garanzia dei mutui ipotecari, come Fannie Mae e Freddie Mac, per un ammontare di 240 miliardi di dollari. Inoltre, il Cbo calcola che l’elemento di sovvenzione nel Tarp sia di circa il 25 per cento, che implica un’ulteriore spesa nominale per l’anno fiscale 2009 di 180 miliardi di dollari. Le stime per il 2009 del Cbo destinano dunque 420 miliardi di dollari a capitoli che la contabilità nazionale non considererebbe “spese”. Il pacchetto di misure biennali preso in considerazione dalla nuova amministrazione dovrebbe ammontare a circa 800-900 miliardi di dollari, ovvero 400-450 miliardi l’anno. Ciò significa che riportato a dati confrontabili con quelli europei (più il pacchetto Obama, meno le spese per salvataggi sui mercati finanziari), è probabile che il deficit federale degli Stati Uniti sia vicino alla cifra prevista dal Cbo, ovvero l’8-9 per cento del Pil. (vedi tabella)

Fonte: Cbo

IL TARP È SUFFICIENTE?

Anche una ricognizione sommaria dimostra come il costo fiscale, definito come aumento del debito pubblico, di una crisi finanziaria così diffusa come l’attuale, debba essere molto alto.
Crisi di questa portata costano di solito molte decine di punti percentuali di Pil. Ma il totale dei fondi mesi a disposizione dal Tarp è di soli 700 miliardi di dollari, circa il 5 per cento del Pil. È troppo poco per far fronte alla più grave crisi degli ultimi cinquanta anni.
Una crisi che ha contagiato l’intero mercato dei mutui americani e si è estesa alla maggior parte delle altre forme di credito alle famiglie (auto, carte credito, prestiti personali e così via), non può essere risolta a buon mercato.
Il costo complessivo dove per forza essere molto superiore al 5 per cento del Pil, se solo si considera che il debito complessivo delle famiglie americane ammonta a circa 14mila miliardi di dollari, vale a dire il 100 per cento del Pil. Con i prezzi delle case che probabilmente scenderanno di un ulteriore 30 per cento (una stima ragionevole se si considera che il rapporto prezzi-affitti è ancora ben al di sopra dell’equilibrio a lungo termine) le perdite sui mutui si attesteranno probabilmente tra il 20 e il 30 per cento. Si deve poi tener presente che i mutui americani sono di fatto (e spesso di diritto) “non rinegoziabili”, il che significa che il debitore può limitarsi a mandare indietro le chiavi alla banca se il valore della casa scende al di sotto della somma che ancora deve restituire. Con un totale di mutui in sospeso di circa 10mila miliardi (70 per cento del Pil), perdite del 20-30 per cento implicherebbero perdite per il sistema finanziario di 3mila miliardi, vale a dire circa il 20 per cento del Pil. A questo si dovrebbero aggiungere le perdite di circa 4mila miliardi di credito al consumo alle famiglie e altri debiti in sospeso. Con una forte recessione in corso, l’insieme delle dei debiti per le famiglie può essere considerevole. Il totale delle perdite del solo sistema finanziario sui prestiti alle famiglie americane, deve essere perciò superiore ai 3mila miliardi. Se il sistema bancario americano e il sistema finanziario nel suo complesso vuole riprendersi, deve riuscire a ripulirsi da queste perdite. Altrimenti le banche non riprenderanno a erogare nuovamente credito. Qualsiasi operazione che vuole ripulire il settore finanziario deve perciò essere di almeno il 20-25 per cento del Pil. Questa è la dimensione della sfida che deve affrontare il neo presidente Barack Obama.

di Daniel Gros

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000897.html

QUESTO FEDERALISMO NON HA I NUMERI


Un Maestro e il suo discepolo traversano a dorso di cammello il deserto del Gobi. Il Maestro è immerso in profonde riflessioni, il discepolo gli lancia di tanto in tanto occhiate timorose. Alla fine, raccolto tutto il suo coraggio, gli rivolge una domanda.

D. Maestro, perché il grande sacerdote Tremontius non tira fuori un numero che sia uno sul federalismo fiscale? Possibile che non si possano stimare gli effetti finanziari di una legge dopo vent’anni che se ne discute?
M. Discipule, il federalismo fiscale nella legge delega è come l’elettrone, che è potenzialmente dappertutto e la cui funzione d’onda collassa determinandone la posizione solo nel momento in cui qualcuno si decide a osservarlo. Ci sono talmente tante possibili variazioni nella legge - tributi, funzioni, strumenti di perequazione, costi e fabbisogni standard e così via - che questa può implicare tutto e il contrario di tutto in termini di distribuzione delle risorse tra centro e autonomie e tra le diverse autonomie. La legge delega collasserà, determinando una posizione precisa, solo quando il governo si deciderà a osservarla, con i decreti attuativi, fornendo un’interpretazione univoca alle dozzine di variabili in gioco.

D. Maestro, ma allora perché Tremontius non lo fa subito e usciamo da quest’assurdità in cui tutti discutono di qualcosa che non si sa cos’è e il Parlamento perfino la vota?
M. Perché nel momento in cui il governo la osserva, e la legge delega collassa in un punto preciso, si determineranno vincitori e vinti, si capirà chi ci guadagna e chi ci perde, e la tenuta della maggioranza sarà a rischio. La cosa migliore per il governo sarebbe trovare una soluzione in cui, almeno all’inizio, tutti ci guadagnano e nessuno ci perde. Dati gli equilibri politici nella maggioranza, questo vorrebbe dire una soluzione in cui si riesce a lasciare un po’ più di soldi agli enti territoriali del Nord, senza toglierli a quelli del Sud. La manovra finanziaria per il 2009 e la revisione dei fondi strutturali europei anche a questo mirava. Ma la crisi economica ha tolto fiato alla strategia, si viaggia a vista, e dunque Tremontius prende tempo e rimanda.

D.Maestro, ma allora ha fatto male l’opposizione ad astenersi?
M.Discipule, le vie della politica italiana sono più difficili da interpretare di quelle delle stelle nel cielo. Non votando contro, l’opposizione ha ottenuto di rimanere in gioco in una riforma importante. E imponendo che il primo decreto attuativo sia presentato entro un anno dalla approvazione della legge, ha costretto il governo a non rinviare la questione sine die e a mostrare le carte prima del previsto, ponendolo in potenziale difficoltà.

D. Maestro, ma al comune cittadino che gliene importa in questo momento del federalismo fiscale? Non ha problemi più seri da risolvere, tipo mettere assieme il pranzo con la cena?
M.Il federalismo fiscale, nel senso di maggior autonomia in un quadro di accresciute responsabilità, fa sicuramente bene al paese e ancor più alle parti più deboli di questo, perché implica maggiore efficienza nella spesa locale, cioè nel 60 per cento della spesa pubblica, tolte pensioni e interessi. Ma implica scelte difficili, revisioni nella distribuzione delle risorse tra centro e periferia e tra le periferie, sanzioni serie nei confronti di un ceto politico locale spesso parassitario, la perdita di potere delle burocrazie nazionali. È complicato da introdurre, anche se la nostra stessa Costituzione ce lo impone.

D. Maestro, considerate tutte queste difficoltà, invece di imbarcarsi in una mega-riforma che nessuno sa dove porta, non sarebbe stato meglio agire in modo più puntuale? Per esempio, migliorare il finanziamento della sanità, rivedere il sistema tributario locale, razionalizzare i trasferimenti erariali, dare risorse e funzioni in più solo agli enti territoriali che hanno mostrato di meritarselo?
M. Qui sei ingenuo, discipule. Lo strumento della legge delega era necessario, perché l’obiettivo dichiarato è quello di riportare gli attuali sistemi di finanziamento e perequazione degli enti territoriali a quanto previsto nella Costituzione. E questo comporta comunque scelte tecniche, non riconducibili alla legislazione normale. Ma è vero che non c’era bisogno di rimettere in discussione tutto e subito. Fissato il quadro generale, si poteva procedere per gradi. Però, l’idea della “grande riforma”, il tutto e subito, risponde molto meglio alle esigenze di spettacolarizzazione della comunicazione politica.

di Massimo Bordignon
Link:
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000902.html

Il traffico di armi tra il Sigurimi e la Camorra

Con l'apertura dei dossier del regime comunista, vengono portati alla luce e pubblicati i documenti che dimostrano i rapporti ventennali tra la Camorra napoletana e il Sigurimi. Questi gestirono insieme il traffico degli armamenti militari, di armi contro mezzi blindati e di armi automatiche adatte alle guerriglie urbane. I rapporti con la Camorra ebbero un raggio d'azione molto ampio, in quanto riuscì occultare la vendita di armi in tutto il Mediterraneo con il traffico di sigarette e di esseri umani.

Con l’apertura dei dossier segreti del Comunismo, cominciano a venire alla luce i primi scioccanti retroscena dello sviluppo delle mafie all’interno del Mediterraneo, e dei loro legali con i servizi segreti degli Stati. I primi documenti segreti riguardano l’esistenza di forti legami tra le forze di sicurezza del regime comunista albanese e la mafia napoletana, che si sono protratti per più di 20 anni. I fascicoli svelano infatti come furono prodotti e trafficati mezzi anticarro e armi automatiche per la guerriglia urbana, ma soprattutto che fine ha fatto il bottino ottenuto dai traffici e come venivano organizzate le transazioni bancarie per il riciclaggio di denaro. Documenti autentici, dimostrano che la Camorra napoletana e la Sicurezza collaborarono per il traffico degli armamenti militari, di armi contro mezzi blindati (missili anticarro) e di armi automatiche adatte alle guerriglie urbane, ossia per la cosiddetta guerra popolare partigiana dei centri abitati. Il traffico di armi portò senz’altro ad una nuova escalation dei rapporti fra il Sigurimi e la Camorra, che ebbero inizio nella metà degli anni '60, e si interrompe dopo il suicidio misterioso del Primo Ministro Mehmet Shehu, per continuare fino all'autunno del 1991, due settimane prima dell'arrivo del contingente della missione “Pelikan” in Albania.

Alla fine del 1983, l`interruzione degli aiuti cinesi avvenuta cinque anni prima, stava causando seri problemi per le casse finanziarie della dittatura comunista, tale che per assicurare la stabilità della valuta albanese, la Sicurezza intraprende attività sempre più oscure, condannabili con il massimo della pena secondo le leggi internazionali. Si fece strada, così, il collegamento italiano con la mafia napoletana, costruito e gestito allo scopo di ottenere fondi sufficienti dal traffico di armi. Ogni operazione veniva coperta con frasi in codice di propaganda, come "La difesa della patria è un dovere sopra ogni dovere", "Combattere, pensare e lavorare come se fossimo accerchiati". Per i contatti diretti con la Camorra necessitavano dei veri e propri negoziatori, e per questo venne dato l'incarico ad uno dei rappresentanti della Sicurezza, l'ex autista dell’Ambasciata albanese nella Repubblica Araba Unita (U.A.R), inviato all' estero su ordine dell`ufficiale superiore del partito B.Angjeli, e con l’autorizzazione dell`organizzazione del PPSH (Partito del Lavoro dell` Albania). A rappresentare la "Camorra" era Michele Zaza, vecchio interlocutore della Sicurezza di Stato, conosciuto in tutto il bacino del Mediterraneo come il numero uno del contrabbando delle "bionde", come venivano chiamate a Napoli le sigarette di contrabbando. L`incontro avvenne in una piccola villa di Posillipo, del quale le autorità italiane ne vennero a conoscenza solo diversi anni più tardi, grazie alla dichiarazioni un po’ approssimate del pentito Pasquale Galasso, della zona del Vesuviano. Il capo degli investigatori della DIA ( Direzione Inchiesta Antimafia) di Salerno, Leonida Primicerio, definì questi contatti come molto problematici, tali da essere riportati ai servizi della intelligence italiana.

Secondo gli accordi, le operazioni di esportazione delle merci sarebbero state assicurate dalla parte italiana, mentre il trasporto sarebbe avvenuto sia attraverso mezzi italiani, che quelli albanesi, come ad esempio i mezzi di alto tonneggio della Flotta d’Esportazione, le navi della Flotta Commerciale e delle valigie diplomatiche. Uno dei boss della Camorra, con dimora provvisoria ad Herstal, Liege, Belgio, alla via “Rue Grand Puits 23”, assicurava la vendita di armi prodotte dall’Albania con una qualità tecnica quasi identica alle armi automatiche delle fabbriche belghe, nonché dei macchinari cechi, cinesi e svedesi (Bofors) . Dell’andamento delle negoziazioni, faceva rapporto ai capi della Sicurezza dello Stato, un agente dal nome di codice "Bibi", inviando un messaggio dalla sede della compagnia “Soko mar” in Svizzera, che fu poi ricevuto dalla compagnia "Albtrans", che copriva le operazioni del contrabbando internazionale organizzate dallo Stato. Per le comunicazioni vennero usate delle apparecchiature di interconnessione Telex, allora molto all’avanguardia. Tali strumenti di trasmissione, di produzione “Sagem”, vennero importante con valuta nazionale dalla Direzione Generale delle Ferrovie Albanesi, che fungeva da importatore legale.

Le negoziazioni dell`affare delle armi automatiche e dei missili anticarro, furono discusse segretamente dai più alti vertici della Sicurezza dello Stato e del Ministero della Difesa, informando Ramiz Alia, Prokop Murra e Hekuran Isai. Lo stesso Vice Ministro degli Affari Interni, Zylyftar Ramizi, nel marzo del 1984, emette un ordine, scritto a mano, sulle modalità e i prezzi per l’importazione delle armi automatiche e dei missili. Le direttive vennero trasmesse con telex in Italia, e i vertici della Camorra conclusero la transazione. Non sono state però trovate le prove che sia stato informato anche Enver Hoxha, il cui stato di salute si era molto aggravato, proprio nel periodo in cui venivano realizzate queste vendite. Le negoziazioni preliminari sono totalmente comprovate dalla documentazione e dalla corrispondenza del tempo, che mostra come venne organizzata sotto tutti gli aspetti - come il prezzo, le modalità di pagamento, il costo di trasporto, la quantità, l`imballaggio, e le misure di segretezza - dell`importazione di armi automatiche con calibro 9 mm e dei missili anticarro con raggio d’azione di 900 yard (800 metri) e una potenza perforante di 300 mm. I rappresentanti della "Camorra", dopo le ispezioni presso le fabbriche segrete militari a Cekin, Polican e la Fabbrica dell'Artiglieria, offrirono alla Sicurezza di Stato i loro quattro esperti, altamente qualificati, per monitorare la produzione in Albania delle armi. Le forze albanesi dovevano produrre fino a 200 mila pezzi in 3-4 anni, destinati sia all'esercito albanese che all'esportazione. A quel tempo, l'arsenale delle Forze Armate Albanesi erano di soli 250 mila AK-47 (kalashnikov) di produzione russa, cinese e albanese. I primi contingenti di armi automatiche e di vari tipi di missili pronti all'uso, dotati anche di mire ottiche, arrivarono in Albania dalla fabbrica produttrice in Belgio.

Così, più che servire alla difesa della patria socialista, le spedizioni di armi servirono all'arricchimento degli arsenali della "Camorra", per venderli al Paese vicino attraverso i canali del contrabbando degli scafi blu. Tale quantità di armamenti, poco dopo l`incidente con la famiglia Popa, giunsero a Napoli, e vennero stoccate in un edificio accanto al Campo Santo di Poggio Reale, in via “Santa Maria del Pianto”, per essere poi trasferiti nel deposito di un'officina metalmeccanica della zona di Afragola. È importante osservare che i profitti ottenuti dalla vendita delle armi, vennero usati per l`alta nomenclatura comunista e per il rafforzamento della dittatura del proletariato. Una parte della valuta forte fu usata per trasformare in blindata la "Mercedes" di Ramiz Alia e Adil Carcani, e per acquistare una “Range Rover”. La compagnia che si occupò del blindamento degli automezzi era tedesca, mentre i pagamenti avvennero attraverso una banca svizzera. Con la stessa quantità di valuta furono acquistati in Svezia degli apparecchi di rilevamento di radiazioni, definiti “dosimetri” o “Gayger counter”. Grazie all`intermediazione delle compagnie controllate dalla "Camorra", furono acquistate delle monete spagnole, night-sticks (manganelli di gomma), shock granades (granate che feriscono, ma non uccidono) ed agenti aggressivi chimici del tipo “incapacitating” (che tolgono la capacità di reagire). Questo arsenale venne dato in dotazione alla polizia e all'esercito albanese, con le relative istruzioni per il loro utilizzo contro le folle di dimostranti.

I missili vennero invece trafficati verso la Palestina, e in particolare venduti al Gruppo di George Habash, di una frazione libanese legata al leader locale Walid Jumblad. Al contrario, le mitragliatrici contraffatte dei Cekin di Gramsh (Albania) furono vendute ai terroristi dell’Irlanda del Nord, i corpi del reggimento per la difesa di Ulster, nella periferia dell`est della città di Londonderry. Il NCIS britannico (Servizio Nazionale di Investigazione Criminale) seguì le tracce delle armi fino a arrivare ad un camion ad alto tonneggio albanese, giunto in Inghilterra nel periodo in cui tra i due Paesi vi erano ancora dei rapporti, diplomatici per importare merci di comfort per conto di una compagnia statale albanese, con sede in via “4 Shkurti” a Tirana.
I rapporti con la Camorra ebbero, dunque, un raggio d'azione molto più ampio di una semplice operazione di "criminalità organizzata", in quanto venne studiata nei minimi dettagli e riuscì occultare la vendita di armi in tutto il Mediterraneo con il traffico di sigarette e di esseri umani. Ciò lascia sospettare che difficilmente la Camorra e il Sigurimi albanese abbiano agiti da soli, e che in realtà fossero parte di una rete criminale molto estesa, in cui hanno avuto un ruolo gli stessi servizi segreti deviati di molti Stati occidentali.

di Alketa Alibali

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=17778

La caduta di Mullaitivu


L'ultima roccaforte della guerriglia separatista tamil, la città costiera di Mullaitivu, è caduta questa mattina. Dopo settimane di assedio da parte della 59esima divisione dell'esercito singalese, la notte scorsa le truppe della 593esima brigata, comandata dal colonnello Jayantha Gunarathne, hanno lanciato un attacco a sorpresa attraverso la laguna di Nanthikandal, travolgendo le linee delle Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte). Dopo una breve ma inutile resistenza, le truppe governative sono sciamate in città e centinaia di guerriglieri sono fuggiti a nord, nella giungla.
Fonseka: "La vittoria è vicina". "L'Ltte è ora in controllo solo di una piccola striscia di terra (circa 300 chilometri quadrati, ndr) e sono completamente circondati", ha dichiarato questa mattina alla televisione il comandante delle forze armate, generale Sarath Fonseka, invitando la popolazione singalese a festeggiare "con dignità" esponendo la bandiera nazionale . "Abbiamo fatto il 95 percento del lavoro: la sconfitta definitiva del terrorismo è vicina!".
La città-guarnigione militare costiera di Mullaitivu era stata conquistata dall'Ltte nel 1996, diventando la principale base militare della guerriglia. Kilinochchi - riconquistata dall'esercito i primi di gennaio - era invece il centro politico e amministrativo dei separatisti.
I civili erano già fuggiti. L'Ltte per ora non ha commentato l'annuncio della caduta di Mullaitivu.
Poiché il governo vieta alla stampa internazionale l'accesso al fronte, non è possibile verificare le notizie ufficiali e la reale situazione sul campo. La popolazione civile della città era già stata evacuata per tempo, andando a ingrossare le fila dei 250 mila sfollati accampati nella cosiddetta 'zona di sicurezza', a nordovest della città. Un'area di 32 chilometri quadrati che, nonostante le garanzie del governo, è costantemente sotto il fuoco dell'artiglieria dell'esercito
Ancora bombe sugli sfollati. Questa mattina, stando a quanto riferisce il sito filo-separatista TamilNet, è stato nuovamente bombardato l'ospedale da campo di Udaiyaarkaddu, dove già sabato erano morti sotto le bombe 12 civili.
Sabato altri 22 civili sono rimasti uccisi dai colpi dell'artiglieria governativa, caduti sugli accampamenti degli sfollati (video) e anche sul centro di distribuzione degli aiuti alimentari dell'Onu di Chuthanthirapuram, l'unico della zona.
Negli ultimi dieci giorni i bombardamenti hanno ucciso almeno 123 civili, tra cui mote donne e bambini.

di Enrico Piovesana
Link:
http://it.peacereporter.net/articolo/13904/Caduta+Mullaitivu

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