domenica 25 gennaio 2009

Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak:“Cosa accadrebbe se per anni venissero lanciati razzi dal Messico contro gli Stati Uniti?”


Molti paragoni sono stati fatti, in queste settimane, per spiegare al mondo le motivazioni dell’attacco militare israeliano a Gaza. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak fece questo esempio: “Cosa accadrebbe se per anni venissero lanciati razzi dal Messico contro gli Stati Uniti?”. Il professore americano Randall Kuhn, nell’articolo seguente, accetta di partire da questo paragone e lo sviluppa coerentemente fino alle sue ultime conseguenze.


A seguito dell’invasione israeliana di Gaza, il ministro della difesa Ehud Barak fece questa analogia: “Pensate a ciò che accadrebbe se per sette anni fossero stati lanciati razzi da Tijuana, in Messico, contro San Diego, in California”.

In poche ore, decine di esperti e politici americani avevano ripetuto il paragone di Barak quasi alla lettera. Su questo stesso giornale, il 9 gennaio, Steny Hoyer, leader della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, ed Eric Cantor, capogruppo della minoranza, avevano concluso un articolo di opinione affermando che “l’America non rimarrebbe certamente oziosa, se dei terroristi lanciassero missili oltre il nostro confine in direzione del Texas o del Montana”. Ma vediamo se la nostra classe politica ed i nostri esperti riusciranno a ripetere a pappagallo anche la seguente analogia.

Pensate a cosa accadrebbe se San Diego espellesse gran parte della sua popolazione ispanica, afroamericana, asiatico-americana, e nativa americana, circa il 48% del totale, e la trasferisse con la forza a Tijuana. Non solo gli immigrati, ma anche coloro che vivono in questo paese da molte generazioni. Non solo i disoccupati, i criminali, o coloro che odiano l’America, ma anche professori di scuola, proprietari di piccole imprese, soldati, e perfino i giocatori di baseball.

E cosa accadrebbe se creassimo degli enti governativi basati sulla fede religiosa per contribuire a trasferire dei bianchi nelle case di coloro che abbiamo cacciato? E se radessimo al suolo centinaia delle loro case nelle aree rurali e, con l’aiuto di donazioni caritatevoli provenienti da persone negli Stati Uniti e all’estero, piantassimo foreste là dove in precedenza sorgevano i loro villaggi, creando riserve naturali per il piacere dei bianchi? Sembra abbastanza orribile, non è vero? Potrei essere definito antisemita per il fatto di dire queste verità. Ebbene, io sono ebreo, e lo scenario appena descritto è ciò che molti importanti studiosi israeliani dicono che è realmente accaduto quando Israele espulse i palestinesi dal sud del futuro stato ebraico, spingendoli a forza dentro Gaza. Ma questa analogia è appena all’inizio.

Cosa accadrebbe se le Nazioni Unite tenessero le minoranze scacciate da San Diego in affollati e malsani campi profughi per 19 anni? E se poi gli Stati Uniti invadessero il Messico, occupassero Tijuana e cominciassero a costruire vasti complessi edilizi a Tijuana, nei quali potrebbero vivere solo i bianchi?

E cosa accadrebbe se gli Stati Uniti costruissero una rete di superstrade per collegare i cittadini americani di Tijuana agli Stati Uniti? E se costruissero dei posti di blocco, non solo fra il Messico e gli Stati Uniti, ma anche attorno ad ogni quartiere di Tijuana? Cosa accadrebbe se chiedessimo ad ogni residente di Tijuana, profugo o nativo, di mostrare una carta di identità ai militari americani a discrezione di questi ultimi? Cosa accadrebbe se migliaia di residenti di Tijuana perdessero le loro case, il loro posto di lavoro, i loro affari, i loro figli, la loro dignità a causa di questa occupazione? Sareste sorpresi di venire a sapere dell’esistenza di un movimento di protesta a Tijuana, che a volte diventa violento e carico d’odio? Okay, ora andiamo alla parte incredibile.

Pensate a cosa accadrebbe se, dopo aver espulso tutte le minoranze da San Diego a Tijuana, e dopo averle assoggettate a 40 anni di brutale occupazione militare, semplicemente lasciassimo Tijuana, rimuovendo tutti i coloni bianchi e tutti i soldati; ma, invece di dar loro la libertà, costruissimo un muro elettrificato alto sei metri intorno a Tijuana. Non soltanto sui lati che confinano con San Diego, ma anche attorno a tutti i valichi con il Messico. Cosa accadrebbe se costruissimo delle torri di guardia alte 15 metri, dotate di mitragliatrici, e dicessimo loro che spareremo loro a vista se dovessero avvicinarsi a meno di 100 metri da questo muro? E se quattro giorni su cinque tenessimo chiuso ciascuno di questi valichi di confine, impedendo che arrivino perfino il cibo, i vestiti e le medicine? E se pattugliassimo il loro spazio aereo con i nostri modernissimi caccia, e non permettessimo loro neanche di avere un aereo per spruzzare dall’alto i pesticidi? E se controllassimo le loro acque territoriali con sottomarini e cacciatorpediniere, e non permettessimo loro neanche di pescare?

Sareste del tutto sorpresi di venire a sapere che questi gruppi di resistenza a Tijuana, anche dopo essere stati “liberati” dalla loro occupazione, ma lasciati mezzo morti di fame, continuano a lanciare razzi contro gli Stati Uniti? Probabilmente no. Ma potreste rimanere sorpresi venendo a sapere che la maggioranza della popolazione a Tijuana non ha mai preso in mano un razzo, o un’arma di nessun tipo.

La maggioranza ha invece appoggiato, contro ogni speranza, dei negoziati per una soluzione pacifica che garantirebbe sicurezza, libertà, ed uguali diritti ad entrambi i popoli, in due stati indipendenti che vivrebbero fianco a fianco come vicini. Questa è un’analogia accurata dell’aggressione militare israeliana a Gaza di questi giorni. Forse, molto presto, il buon senso prevarrà, e nessun “corpus” di analogie fuorvianti su Tijuana, o su qualcos’altro, sarà in grado di oscurare la verità. Se quel momento arriverà, può darsi che, in un paese la cui popolazione ha gridato “We Shall Overcome” (canzone simbolo del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti (N.d.T.) ), “Ich bin ein Berliner”, “fermiamo l’apartheid”, “Tibet libero”, “salviamo il Darfur”, ci uniremo e grideremo “Gaza libera. Palestina libera”. E siccome siamo americani, il mondo prenderà nota ed i palestinesi saranno liberi, e forse la pace prevarrà per tutti i residenti della Terra Santa.

di Randall Kuhn

Randall Kuhn è direttore del Global Health Affairs Program presso la Josef Korbel School of International Studies dell’Università di Denver; ha scritto questo articolo il 14/01/2009, di ritorno da un viaggio in Israele ed in Cisgiordania

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/01/25/quando-israele-espulse-i-palestinesi/

Titolo originale:

When Israel expelled Palestinians

Mondo arabo, la riforma dell'istruzione è la chiave di volta


Una riforma dell’istruzione e dei metodi di insegnamento è la chiave di volta per affrontare con successo le numerose crisi in cui si dibatte il mondo arabo-islamico, attraverso la creazione di una società della conoscenza e l’armonizzazione fra le istituzioni preposte all’istruzione e le esigenze del mercato del lavoro – afferma il direttore generale dell’ISESCO Abdulaziz Othman al-Twaijri

Nei mesi scorsi si sono tenute tre conferenze: la IV Conferenza Islamica dei ministri dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica a Baku, la XVI Conferenza Generale dell’ Arab League Educational, Cultural and Scientific Organization (ALECSO) a Tunisi, e la XX Conferenza Generale dei ministri dell’istruzione dei paesi membri dell’ Arab Bureau of Education for the Gulf States (ABEGS).

Si tratta di un fatto molto importante, che esprime la grande attenzione di cui gode in questo momento il settore dell’istruzione e dell’insegnamento nel mondo arabo-islamico. L’argomento più importante, che ha occupato il primo posto nell’agenda dei lavori dei ministri arabi e musulmani alle tre conferenze, è quello della riforma del sistema dell’istruzione sotto un profilo complessivo, attraverso un metodo consolidato, ed in base ad una visione che guardi al futuro.

Le numerose crisi politiche, economiche e finanziarie in cui si dibatte il mondo di oggi, e la crescente ondata di odio e di paura che si sta manifestando in Occidente nei confronti dell’Islam, lasciano presagire effetti negativi sul futuro delle società umane, soprattutto su quelle dei paesi in via di sviluppo, dei quali il mondo arabo-islamico fa parte. Questo ci spinge a compiere il massimo degli sforzi per promuovere l’istruzione, e per sviluppare ed ammodernare i metodi di insegnamento, con l’intento di diffondere la vera immagine della cultura arabo-islamica, di rafforzare il dialogo con gli altri, e di sostenere la ricerca scientifica allo scopo di costruire una società della conoscenza. Questa è una sfida di civiltà che dobbiamo affrontare nella cornice di una forte cooperazione arabo-islamica, e rafforzando il lavoro arabo-islamico comune nei campi dell’istruzione, delle scienze e della cultura.

Quella del rinnovamento del lavoro arabo-islamico comune è una priorità importante per tutti gli stati membri. Incrementare il supporto, il controllo, e la valutazione di questo lavoro è un’esigenza urgente, che sarà utile a definire gli orientamenti ed il cammino di questa azione comune verso gli obiettivi che i paesi membri si sono posti, allo scopo di dare un contributo effettivo allo sviluppo complessivo delle società arabo-islamiche.

Le tre conferenze che abbiamo appena citato avevano obiettivi comuni che fanno sì che le loro rispettive missioni siano complementari, e che i metodi di azione per portarle a termine siano fra loro simili. Questo ci permette di dire che le preoccupazioni principali di queste tre conferenze ruotano attorno a tre elementi fondamentali: lo sviluppo del sistema dell’educazione e dell’insegnamento, l’ammodernamento dei metodi, dei programmi e delle strutture amministrative, e lo sviluppo della società attraverso un’armonizzazione fra l’insegnamento e le esigenze del mercato del lavoro, allo scopo di pervenire ad un insegnamento utile e produttivo che contribuisca a promuovere uno sviluppo complessivo e sostenibile, e che realizzi gliObiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG) fissati al vertice mondiale tenutosi presso la sede delle Nazioni Unite, accogliendo allo stesso tempo gli obiettivi definiti dal vertice islamico straordinario tenutosi alla Mecca, e dai vertici arabi di Riyadh e di Damasco.

A prescindere dalla natura delle conferenze a cui hanno preso parte i ministri responsabili dell’istruzione e dell’insegnamento superiore dei paesi arabo-islamici, l’obiettivo principale che esse intendono realizzare è lo sviluppo dell’insegnamento e l’ammodernamento dei suoi metodi al fine di garantire un livello di eccellenza in tutte le sue fasi, affinché si giunga ad una forma di istruzione aperta all’epoca moderna e dedita alla costruzione di una società della conoscenza, le cui caratteristiche sono state definite dal Vertice Mondiale sulla Società dell’Informazione (WSIS) tenutosi a Ginevra e a Tunisi. E’ questo il settore vitale a cui lavorano i partecipanti delle tre conferenze al fine di realizzare uno sviluppo che contribuisca in maniera determinante al progresso ed alla prosperità delle nostre società.

Lo sviluppo dell’insegnamento attraverso la visione arabo-islamica, e la definizione dei metodi e dei programmi, è la via attraverso cui raggiungere dei punti di forza e di efficienza, e promuovere uno sviluppo sostenibile che schiuda ai paesi arabo-islamici gli orizzonti del futuro. Un insegnamento avanzato e produttivo è la chiave d’accesso al progresso, allo sviluppo ed alla prosperità a cui aspiriamo tutti. Non vi è altra strada che questa per superare gli ostacoli allo sviluppo rappresentati dalla povertà, dalle malattie, dall’analfabetismo e dalla disoccupazione. Questo discorso si applica a tutte le regioni del mondo arabo-islamico, poiché il problema è un problema quasi egualmente condiviso, seppur con differenze secondarie fra paese e paese. E’ per questa ragione che la soluzione è unica – cioè quella che consiste nella promozione dell’istruzione e nello sviluppo dei metodi dell’insegnamento, attraverso una visione aperta alla modernità.

Rinnovare i metodi dell’insegnamento sulla base dei più moderni sistemi adottati dai paesi economicamente, tecnologicamente, e scientificamente progrediti è la sfida più grande che il mondo arabo islamico si trova a dover affrontare per uscire dalla spirale di uno sviluppo incerto ed eccessivamente lento, ed entrare invece in una fase di sviluppo integrato, equilibrato e sostenibile. Per rispondere a questa sfida è necessario unire gli sforzi nell’ambito dell’unica famiglia rappresentata dalla Lega Araba e dall’Organizzazione della Conferenza Islamica. Non è infatti possibile per un singolo paese assumersi questa pesante responsabilità in assenza degli altri.

Il lavoro comune e collettivo è invece il metodo migliore per raggiungere obiettivi che sono comuni. L’insegnamento è la chiave per promuovere le riforme in molti settori che ne hanno urgente bisogno, soprattutto nel campo dell’economia, la quale necessita di un solido approccio scientifico per porre rimedio alle crisi di cui soffrono i paesi della regione in conseguenza della crisi finanziaria mondiale.

Già in passato, dalle pagine di questo giornale, avevo invitato a convocare un vertice arabo ed un vertice islamico per trattare la questione dell’istruzione e dell’insegnamento come temi centrali, non affiancati ad altre questioni. I temi dell’istruzione e dell’insegnamento nel mondo arabo-islamico rappresentano infatti la chiave di volta di tutte le altre questioni. Se avessimo promosso già in passato un approccio scientifico e obiettivo a questi temi, non ci troveremmo oggi nello stato in cui siamo.

Ritengo che un vertice arabo ed un vertice islamico per affrontare le questioni dell’insegnamento e dell’istruzione nel mondo arabo-islamico sarebbero destinati a produrre risultati importanti, ed a fornire i mezzi per portare avanti le riforme necessarie.

di Abdulaziz Othman al-Twaijri

Abdulaziz Othman al-Twaijri è direttore generale dell’Islamic Educational, Scientific and Cultural Organization (ISESCO); è di nazionalità saudita

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/01/24/il-rinnovamento-del-sistema-arabo-dell’istruzione/

Titolo originale:

تجديد المنظومة التعليمية العربية

Sri Lanka, la Gaza del sud-est asiatico


L'offensiva dell'esercito governativo singalese contro l'ultima roccaforte della guerriglia separatista tamil, a Mullaitivu, si sta trasformando in una carneficina di civili, non diversa da quella provocata dall'operazione israeliana 'Piombo Fuso' a Gaza.

Almeno 89 civili uccisi in sei giorni.Nonostante i comandi militari di Colombo avessero garantito di non bombardare la zona tra Dharmapuram e Mullaitivu, dove sono concentrati oltre 250 mila sfollati tamil volontariamente rifugiatisi nell'ultimo lembo di territorio ancora in mano alle Tigri tamil (Ltte), l'artiglieria sta martellando da giorni proprio quest'area, colpendo villaggi, campi profughi e perfino l'unico ospedale del distretto, quello di Vallipunam, ospitato nei locali di un ex scuola-orfanotrofio femminile che era già stata bombardata nell'agosto del 2006 (allora morirono 53 bambine). I razzi caduti mercoledì notte e giovedì mattina su questo ospedale hanno ucciso almeno cinque civili, tra medici e pazienti, ferendone altri quindici.

Le altre località colpite dall'artiglieria governativa negli ultimi giorni sono Visuvamadu, Thearaavil, Theavipuram, Udaiyaarkaddu, Chuthanthirapuram e Maanikkapuram.
Il bilancio provvisorio delle vittime civili degli ultimi sei giorni di bombardamenti, secondo le fonti mediche locali, è di almeno 89 morti, tra cui donne e bambini.

La Chiesa locale all'Onu: "Fermate i bombardamenti". Il disperato appello lanciato la scorsa settimana della Chiesa cattolica locale è rimasto completamente inascoltato. 
Nella loro lettera aperta al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, "i scaerdoti e i religiosi cattolici che servono la gente della regione di Wanni" (il nord dello Sri Lanka, ndr) chiedono di fermare "gli indiscriminati bombardamenti aerei e d'artiglieria su insediamenti civili" che "uccidono e mutilano ogni giorno bambini, madri e ragazzini", e che "non risparmiano nemmeno scuole, ospedali, luoghi di culto e altri obiettivi civili protetti dalla Convenzione di Ginevra", e denunciando "la grande tragedia umana" causata dallo "spietato embargo economico imposto sulla regione di Wanni" e dalla "cacciata delle Ong" che vi operavano. Il clero cattolico di Wanni chiede all'Onu di fermare questa guerra, nata dalla "strutturale ingiustizia perpetrata per decenni dai governi della maggioranza singalese: la veemente negazione dell'uguale dignità della popolazione tamil dello Sri Lanka".

di Enrico Piovesana

“La critica della religione è il prerequisito di qualsiasi critica"

La critica della religione è il prerequisito di qualsiasi critica."
Karl Marx (Introduzione ad "Un Contributo alla Critica della Filosofia del Diritto di Hegel").

Con tutto il dovuto rispetto per cani e gatti, non mi aspetto che essi possano essere mai in grado di capire le leggi che governano il movimento planetario. E’ questa una testimonianza dell’esistenza di Dio? Certo che no! Che domanda stupida! Ma, se sostituiamo cani e gatti con gli uomini ed il problema del movimento planetario con la questione sulle origini della vita o dell’universo o con la domanda perché numerose costanti fisiche assumono certi valori ben precisi, allora il “si” come risposta riassume l’intero contenuto del cosiddetto movimento del disegno intelligente [Intelligent Design, abbreviato in ID nel seguito, N.d.r.]. 

Perché dedicare un intero libro all’argomento, come hanno fatto John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York nel recente Critica del Disegno Intelligente (Monthly Review, 2008)? Bene, una ragione è che la questione è purtroppo estremamente popolare, soprattutto negli Stati Uniti. Inoltre, non parla soltanto di questo ma rivede anche in modo estremamente brillante l’eterna battaglia tra materialismo e spiritualismo o idealismo, passando per le opere di Epicuro, Lucrezio, Hume, Feuerbach, Marx, Darwin, Freud, Lewontin e Gould e dei loro avversari. Il materialismo può essere definito come un tentativo di spiegare il mondo in termini di “sé”, un’idea che risale ai Greci. Tuttavia, al fine di evitare eventuali tautologie, è necessario sapere cosa significa “io”. Per i credenti Dio è parte del mondo, il che spiega quindi il mondo in termini di Dio quale parte della spiegazione del mondo in termini di sé. 

Qui è dove entra in gioco la scienza moderna e l’empirismo britannico (che può essere caratterizzato come la filosofia basilare di gran parte degli scienziati). La scienza spiega il mondo visibile, la struttura della materia facendo appello al mondo visibile, le proprietà degli atomi. Quindi, perché la scienza non può postulare un ID invisibile per ricostruire le origini dell’Universo o le sue inspiegabili proprietà? La differenza è che non si utilizza meramente il termine “atomo” nelle nostre spiegazioni, ma anche le tantissime e sperimentabili proprietà. D’altro canto, il "Disegno" del movimento del Disegno Intelligente, è soltanto una parola. Nessuno ha mai proposto il suo possedere determinate caratteristiche e anche se tali proprietà fossero state proposte, in che modo sarebbe possibile provarle? Il postulato Disegno ha tutte le proprietà necessarie a ché il mondo sia così com’è e non altro. Ma allora perché l’ID non è abbastanza intelligente da creare un mondo senza sbagli genetici, tsunami o imperialismo americano? L’unica cosa che i sostenitori dell’ID possono stabilire è che ci sono cose certe che non sappiamo e sulle quali – certamente – tutti gli scienziati concordano. 
A causa della specificità e testabilità delle sue spiegazioni, la scienza moderna ha introdotto un nuovo fattore nel dibattito sul materialismo/spiritualismo, assente tra il filosofi classici del materialismo. Questi ultimi avevano i cuori al posto giusto ma, in virtù della mancanza di esperimenti, la loro fisica era fantasiosa e aperta ma non più credibile rispetto alle teorie religiose. Da allora, la scienza moderna si è decisamente dichiarata a favore del materialismo. 

Ancora, questo Disegno postulato non ha nulla a che vedere con gli Dei delle religioni. I teologi provano costantemente a presentare “argomenti” simili all'ID a favore delle divinità come se questi sostenessero i loro sistemi di credo preferiti. Ma tali sistemi di credo si basano su certi tipi di rivelazioni e “sacre” scritture. Anche se le argomentazioni dell’ID fossero valide, non rivelerebbero nulla di particolare. Il Dio dell’ID è un Dio dei filosofi come quello la cui esistenza fu presumibilmente provata sia da Tommaso D’Aquino o Cartesio. Ma il Dio delle religioni tradizionali è completamente diverso. Si tratta di un’entità che definisce cosa è buono e cosa è cattivo e ci punisce in un’altra vita. Questi sistemi di credo sono persino più vulnerabili dell’ID rispetto alla scienza. Infatti, laddove si guardi ai fatti come non dogmatici, le Sacre Scritture si rivelerano essenzialmente sbagliate. Non vi è prova indipendente per gli eventi narrati dai Vangeli. La Bibbia è mitologica e persino il popolo ebraico è, come dice Shlomo Sand, una “invenzione”*.

Pertanto, ci sono due strade aperte per il credente. Quella di Sarah Palin, che si aggrappa letteralmente al suo sistema di credo, a discapito di qualsiasi prova del contrario. Tale scuola di Cristiani entra in conflitto diretto con la scienza. Oppure si può scegliere la strada metaforica, seguita dalla maggior parte dei Cristiani Europei (che comprende anche il Papa) secondo cui, se le Scritture entrano in conflitto con la scienza, devono essere interpretate in modo “non letterale”. Il che porta alla totale sconfitta del credo religioso perché, se le parti delle Scritture che possono essere riviste con i fatti non vengono prese sul serio, perché allora prestare qualsiasi attenzione alle parti che non possono essere riviste (in particolare quelle riguardanti il Paradiso e l’Inferno o Dio stesso)? L’insieme del Cristianesimo liberale è il risultato di un duplice standard: seguire le Scritture se di stampo “metafisico” o etico e impossibili da controllare, e scartarle quando invece è possibile farlo. Quindi, visto che Dio non è così buono da dirci cosa realmente intende dire nelle sue “rivelazioni”, quali sono le parti da prendere sul serio e quali no, noi siamo lasciati ad un totale libero arbitrio. 

Coloro che si definiscono agnostici sono spesso confusi su queste due nozioni di Dio. Quello su cui si dichiarano agnostici è il Dio dei filosofi e non – dicono – gli Dei di Omero. A riguardo di questi ultimi si diichiarano atei proprio come tutti i religiosi sono atei rispetto a tutti gli dei tranne il proprio. 

Ed è anche un peccato che alcuni sinistrorsi, come Stephen Jay Gould, sostengano il cristianesimo liberale con l’idea del “non-overlapping magisteria” (NOMA) ["insegnamenti non sovrapponibili" N.d.r.] : la scienza ha a che fare con i fatti, la religione con i valori. Ma se davvero si vogliono rimuovere tutte le affermazioni di fatto dalla religione, comprese quelle sull’esistenza di Dio o del Paradiso e Inferno, perché bisognerebbe allora curarsi di quello che dice la religione sui valori? (Ecco perché le argomentazioni NOMA confondono ulteriormente le idee, anche se raramente accettate dalla religione in generale).

John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York devono essere lodati per aver scritto questo libro malgrado la visione sinistrorsa della questione perché la sinistra, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche oramai in Europa, rifugge spesso da qualsiasi critica sulla religione, o perché sarebbe troppo impopolare o a causa degli aspetti presumibilmente progressisti della religione. E’ facile lamentarsi del fatto che le critiche sulla religione oggigiorno sono fatte soprattutto da liberali apolitici come Dawkins o Dennett oppure da neoconservatori come Hitchens. Ma se la sinistra abbandona le critiche, perché lamentarsi se altri le riprendono?

La sinistra non dovrebbe puntare a qualche sorta di ateismo ufficiale ma dovrebbe piuttosto richiedere che la religione resti una questione privata e al di fuori della vita pubblica, in particolare del discorso politico. Infatti, pur ipotizzando che Dio esiste, non abbiamo nessuna possibilità di sapere quale sia il suo pensiero circa il da farsi in merito al surriscaldamento globale o alla crisi finanziaria. 

Questa forma di secolarismo è ben lungi dall’essere realtà negli Stati Uniti. E’ esistita in Francia prima di Sarkozy, il più americano dei presidenti francesi, che parla di Dio il più possibile. Se il più antico tra i paesi occidentali, la Francia, è rimasto vittima dell’"Americanizzazione", vale a dire di una forma di “religionizzazione” del discorso politico, bene! Allora il secolarismo moderno è morto e sepolto

Quanto all’aspetto progressista della religione, è vero che ci sono dei bravi preti, credenti innocui e qualche teologo liberale. Ma, cosa ne è del quadro mondiale? Non sono queste persone più o meno progressiste di gran lunga superate in numero dalle varie Sarah Palins di questo mondo (comprese, certo, le sue versioni cattolica, induista, musulmana o ebraica)? Per loro, è piuttosto difficile mantenere la religione al di fuori della politica vista l’importanza che le conferiscono. Dopo tutto, se si crede che Dio definisca cosa è giusto e cosa sbagliato e ci punisce in un’altra vita per quello che facciamo, perché allora dovremmo sulla terra lasciare fuori questo Dio dagli affari della vita sociale? E’ vero che i Cristiani liberali sono più inclini ad accettare un secolarismo genuino, ma non bisogna dimenticare che il cristianesimo liberale nel XVII sec. non esisteva. Si tratta interamente di come segmenti dellaChiesa hanno reagito ai progressi di scienza e materialismo nel XIX e XX secolo. Perciò è difficile vedere come, senza una critica scientifica della religione, potremmo anche solo avere la moderata forma di secolarismo che esiste oggi negli Stati Uniti. 

Talvolta le persone difendono la religione perchè essa aiuta ad agire in base a dei principi morali o anche progressisti. Quello che sostengono i cristiani progressisti è che Gesù li aiuta a scegliere “sempre la migliore possibilità per i poveri”. Tuttavia, la logica dell’argomento è molto stramba. Supponiamo che qualcuno appoggi la riforma agraria, per aiutare i poveri. Se questo qualcuno è un cristiano, egli deve dimostrare che Dio esiste, che Gesù è suo figlio e che il Vangelo rispecchia in modo appropriato il Verbo ed, infine, che una adeguata interpretazione di tali parole contribuisce a sostenere la riforma agraria. Niente nel Vangelo vi dirà come distribuire la terra, se ricompensare i proprietari o meno, quale superficie scegliere, ecc. Tutte queste faccende devono essere affrontate senza l’aiuto di Dio. E, dopo tutto, nemmeno gli economisti neoliberali si dicono contro i poveri e infatti, solitamente, affermano che le loro politiche sono di aiuto maggiore rispetto a qualsiasi altro contributo. Pertanto, le questioni più essenziali devono essere risolte senza l’aiuto della religione e quest’ultima fornisce soltanto una “motivazione”. Ma, mi sembra che una deviazione attraverso Dio e Gesù sia così lunga e senza fondamenta che, se coloro che sostengono di trovare lì le loro motivazioni, non le avesse già in ogni caso mai trovate, essi non le potrebbero acquisire in virtù di tale deviazione. 

Viene spesso rimarcato che gli attacchi su Sarah Palin hanno un carattere classista piuttosto spiacevole. Il che è forse vero. Ma il nocciolo della questione è: perche le “masse” dovrebbero essere così religiose? In Europa, infatti non lo sono (a parte gli immigrati recenti). E la ragione è probabilmente che, in Europa, specialmente in Francia e diversamente dagli USA, c’è stata, in seno ai movimenti repubblicano, socialista e comunista, una battaglia di secoli contro la religione stessa e contro il suo intromettersi nelle questioni politiche. Il problema per la sinistra americana è che, se nessuno fa niente per combattere le idee religiose, tra un secolo, ogni sinistra concepibile resterà bloccata con dozzine di milioni di “fondamentalisti” cristiani che voteranno “con la propria fede” contro ogni politica razionale o progressista e persino contro i loro interessi economici. E’ vero anche che si tratta di una battaglia impopolare – ma così fu anche nella Francia del XVIII secolo. E’ vero anche che gli effetti saranno soltanto avvertiti a lungo termine, ma se nessuno mai inizia a fare qualcosa, nulla potrà mai cambiare. L’impatto catastrofico dei fondamentalisti cristiani (senza di loro il mondo probabilmente non avrebbe avuto nessun Reagan o Bush) è in gran parte il risultato della passata indifferenza dei progressisti americani nei confronti della religione. 

Il motivo insito per cui i progressisti dovrebbero opporsi alla religione è che essa è irrazionale e arbitraria. Un mondo migliore è necessariamente un mondo più razionale, un mondo in cui le persone cercano soluzioni concrete ai problemi dell’umanità sulla base di fatti e con l’aiuto della ragione. LaCritica del Disegno Intelligente ci offre quindi una introduzione piacevole e illuminante alle fondamenta filosofiche di un simile atteggiamento. 

*Shlomo Sand, "When and How was the Jewish People Invented?" [Come e quando fu inventato il popolo ebraico?"], Tel Aviv, Resling, 2008 (in ebraico).
di JEAN BRICMONT
Counterpunch
Jean Bricmont insegna fisica in Belgio ed è un membro del Tribunale Brussels. Il suo ultimo libro Humanitarian  Imperialism, è edito da Monthly Review Press.Può essere contattata all'indirizzo bricmont@fyma.ucl.ac.be.

Titolo originale: "Cats, Dogs and Creationism "

Fonte: http://www.counterpunch.org/
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA POMPEI

Gaza, uomini talpa per i tunnel della vita


Un attimo dopo lo scoccare della tregua, i palestinesi hanno iniziato a costruire nuovi cunicoli e ripristinare quelli danneggiati dai bombardamenti. Gruppi di sei operai lavorano in turni da 12 ore al giorno: sono già 200 le gallerie funzionanti. «Le armi dei miliziani passano altrove, qui transitano le merci che ci permettono di sopravvivere». L'affitto agli sfollati? Lo paga Hamas «Eravamo un popolo di essere umani ma per colpa degli israeliani siamo diventati topi: passiamo più tempo sotto terra che alla luce del sole». Alza gli occhi al cielo Abu Alaa Kishta, poi abbassa lo sguardo. Piccolo di statura, addome prominente, sorridente, Abu Alaa è una sorta di capomastro per gli uomini-talpa che scavano i tunnel che da Rafah sbucano in territorio egiziano. Rispettato e ascoltato. Dopo una vita spesa a sgobbare per pochi dollari al giorno nei cantieri in Israele, ora inaccessibili per i palestinesi di Gaza, negli ultimi anni non ha fatto altro che seguire gli scavi e cercare di renderli sicuri. Ora per conto della sua hammule, la famiglia allargata Kishta, dirige i lavori di riparazione dei tunnel bombardati a tappeto dall'aviazione israeliana durante le tre settimane dell'offensiva «Piombo fuso». Tra le voragini aperte dai missili israeliani, con alle spalle le macerie di decine di abitazioni distrutte dalla violenza delle esplosioni, e a poche decine di metri dalla frontiera con l'Egitto, l'esperto muratore osserva i giovani che scendono per metri nelle viscere della terra per riaprire le vie dei traffici con l'Egitto. «Hanno colpito i tunnel, vogliono chiuderli, ma noi continueremo a scavare sempre più in profondità, con maggior determinazione - avverte Abu Alaa tra i cenni di approvazione dei suoi operai - perché per Gaza questi cunicoli rappresentano la vita. Non per Hamas, come dicono loro (gli israeliani), ma per tutti i palestinesi della Striscia». TELONI PER COPRIRE GLI SCAVI Israele non ascolta e indica nella fine completa del contrabbando tra Gaza e l'Egitto una delle condizioni fondamentali per revocare l'assedio, assieme alla liberazione del caporale Ghilad Shalit, catturato due anni e mezzo fa a Kerem Shalom da un commando palestinese e da allora prigioniero a Gaza. «Per quanto riguarda le gallerie - ha detto il ministro degli esteri Tzipi Livni - niente sarà più come prima, le cose devono essere chiare: Israele si riserva il diritto di agire militarmente contro i tunnel, punto e basta. Se occorre agire, lo faremo, eserciteremo il nostro diritto alla legittima difesa e non affideremo la nostra sorte né agli egiziani, né agli europei, né agli americani».  Giovedì sera il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato le nuove misure contro le gallerie tra Gaza e l'Egitto, decise al Cairo da Amos Ghilad, inviato del premier Olmert, e da Omar Suleiman, il capo dell'intelligence egiziana. Il Cairo dovrebbe impedire all'interno del suo territorio le attività di contrabbando, attuando controlli particolarmente severi nel Sinai, e controllare le imbarcazioni che arrivano a Port Said. Ieri la polizia egiziana ha dato inizio alla caccia ai tunnel distruggendone due e durante il blitz uno dei cunicoli è crollato ferendo un uomo che si trovava all'interno. Ma il pugno di ferro che, almeno in apparenza, hanno deciso le autorità egiziane, non ferma i lavori di riparazione avviati a Rafah subito dopo l'inizio del cessate il fuoco. Sarebbero già utilizzabili 200 dei 1200 (forse più) tunnel esistenti prima dei raid israeliani su Gaza.  Tende e teloni sono tornati a coprire le gallerie che scendono profonde nella terra e sotto macerie di Rafah. La città è stata gravemente colpita dalla furia dei raid aerei israeliani. Il comune ha riferito che il 40% delle case ha subito danni, e fra queste 250 sono state distrutte completamente, una cinquantina di abitanti sono rimasti uccisi (39 dei quali civili). Nelle ultime ore di offensiva israeliana prima dell'inizio del cessate il fuoco, la zona di Rafah lungo il confine è stata colpita da un missile o una bomba ogni cinque minuti. Un martellamento incessante e devastante che ha messo in fuga centinaia di famiglie esposte all'offensiva aerea.  «Centinaia di tunnel sono stati distrutti o danneggiati ma nel giro di qualche settimana molti saranno nuovamente aperti - spiega il proprietario di un altro cunicolo, chiedendoci di non rivelare il suo nome -. Gli israeliani non possono toglierci il pane, Gaza è chiusa da tutti i lati e senza i nostri tunnel non può andare avanti». Mentre parla osserva gli operai che si alternano nel tunnel caricandosi sulle spalle pesanti sacchi di terra che portano in superfice. Le squadre di lavoro sono formate da 6 uomini-talpa che lavorano fino a 12 ore al giorno. Poi, sfiniti, passano pala e sacchi ai compagni del turno successivo. È massacrante, va avanti così per giorni e giorni, per settimane, fino a quando il tunnel, lungo tra 400 metri e un chilometro e mezzo, non sbuca in territorio egiziano. Ma si viene pagati bene: fino a 2mila dollari al mese. Un cifra molto alta per Gaza, dove gran parte della popolazione, sotto assedio da mesi, già prima dell'offensiva militare israeliana, sopravviveva grazie agli aiuti alimentari delle agenzie umanitarie. «Siamo quattro soci e abbiamo speso 140mila dollari per completare questo tunnel, hamdullillah, grazie a Dio, gli israeliani non lo hanno distrutto», dice il proprietario della galleria, perfettamente illuminata grazie ad un generatore autonomo. «Noi non abbiamo mai fatto passare armi, ma solo cibo, medicine a materiale sanitario. Quello che gli israeliani non sanno è che i tunnel per le armi in realtà vengono nascosti, nessuno può avvicinarvisi. I nostri invece sono tunnel per i civili, aiutano solo la popolazione ad avere merci (altrimenti introvabili) e danno lavoro a centinaia di muratori», dice l'uomo mostrandoci latte in polvere e altri generi alimentari. Quando il contrabbando riprenderà - spiega - i profitti generati dal tunnel saranno dieci volte superiori ai costi, grazie soprattutto al traffico di carburante. «I nostri ragazzi - aggiunge - sono protetti perché Hamas ha imposto a ogni proprietario (di una galleria) di pagare 20mila dollari alla famiglia di un operaio morto sotto terra e 5mila a quelli rimasti feriti». UNO SCOOTER FIAMMANTE Si avvicina un ragazzino. Avrà non più di 15 anni ed è in sella ad uno scooter, nuovo fiammante, giallo e nero. «Sono riuscito a farlo passare attraverso un tunnel, smontato in più pezzi», dice ridendo soddisfatto. Un uomo invece ci racconta che la figlia, affetta da una grave insufficienza renale, si è potuta curare in Egitto e far ritorno a casa solo grazie ai passaggi sotterranei. «Per settimane avevamo chiesto agli egiziani di poter attraversare il valico di Rafah - racconta - ci aspettavano in ospedale del Cairo eppure non riuscivamo a lasciare Gaza. Alla fine abbiamo scelto i tunnel. Per mia figlia è stato faticoso percorrere nelle sue condizioni di salute centinaia di metri in un spazio largo poco più di un metro, ma è andato tutto bene».  I presenti non smentiscono che Hamas abbia usato diverse gallerie per procurarsi razzi e munizioni, ma insistono nel sottolineare che «sono anche gli israeliani a vendere armi ai palestinesi». Proprio ieri il quotidiano egiziano al Ahram ha riferito che il Cairo ha le prove documentate dell'esistenza di un traffico di armi da Israele verso i territori palestinesi. «Abbiamo le prove, i documenti e le confessioni che testimoniano come le armi arrivino ai palestinesi grazie a persone che hanno la cittadinanza israeliana - ha denunciato l'ambasciatore egiziano Mukhlis Qutub - e che le attività di compravendita e di contrabbando avvengono anche all'interno d'Israele. Sappiamo di armi provenienti dai depositi dell'esercito israeliano vendute ai palestinesi da parte di alcuni soldati».  «VOGLIAMO SOLO VIVERE» È grigio il cielo sopra Rafah, coperto dalle nuvole dalle quali, fino a qualche giorno fa sbucavano i caccia F-16 israeliani per sganciare i loro missili. Oggi sarà comunque un bel giorno per i bambini e ragazzi della città e del resto di Gaza. Riaprono le scuole e 200mila studenti potranno tornare in classe. Non tutti, perché diverse scuole sono state danneggiate, come tante case di Rafah sventrate dalla potenza delle esplosioni delle bombe israeliane. Abu Ahmad ha perduto la casa come altre centinaia di famiglie di Rafah. Ora vive in un'altra zona della città, in un appartamento messo a disposizione dal governo di Hamas. «Il movimento islamico paga l'affitto (100 dollari, ndr) e ci permette di vivere in un'altra abitazione sino a quando non verrà ricostruita la nostra», racconta Abu Ahmad affacciandosi da ciò che rimane del balcone della casa semidistrutta di suo cugino.  Domani, nei municipi delle città di Gaza, Hamas consegnerà 4mila euro a coloro che hanno perduto la casa e mille euro alle famiglie delle vittime dei bombardamenti israeliani. «Cosa penso del governo di Abu Mazen a Ramallah? Non lo so, anche loro sono palestinesi come noi, ma loro sono tanto lontani, non ci aiutano, ci lasciano soli mentre qui abbiamo un governo che si dice pronto ad darci una mano subito», commenta Hussein, infermiere dell'ospedale Nasser nella vicina Khan Yunis, le notizie di un possibile ritorno a Gaza delle forze del presidente dell'Anp Abu Mazen. Poi aggiunge: «Noi un governo l'abbiamo già: ora vogliamo vivere». 
di Michele Giorgio - INVIATO A RAFAH
Fonte: il manifesto

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