martedì 20 gennaio 2009

Somalia, l'ONU quindici anni dopo "Restore Hope"?


Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, rinnovando il suo sostegno alla missione di pace dell'Unione Africana in Somalia (AMISOM), ha manifestato l'intenzione di inviare nel paese un nuovo contingente di caschi blu, quindici anni dopo il fallimento dell'operazione "Restore Hope".
I quindici membri del Consiglio hanno chiesto al Segretario Generale Ban Ki-moon di istituire un fondo fiduciario a favore dell'AMISOM, al fine di facilitare il supporto logistico, l'addestramento e l'equipaggiamento delle truppe, in attesa di un loro eventuale assorbimento in una nuova missione ONU. Inoltre la risoluzione, approvata all'unanimità, esorta le nazioni africane ad inviare altri soldati in Somalia, per passare dagli attuali 2.600 agli 8.000 previsti in origine.
Sempre secondo il Consiglio, un nuovo contingente delle Nazioni Unite nel paese del Corno d'Africa dovrebbe servire ad assistere il flusso di aiuti umanitari, monitorare la tregua e collaborare all'addestramento di nuove forze di sicurezza somale. In ogni caso, per ora si tratta solo di un'ipotesi: una decisione definitiva verrà presa entro il prossimo giugno.
Intanto in Somalia continuano le violenze, nonostante l'accordo firmato sei mesi fa a Gibuti tra il Governo di Transizione e l'Alleanza per la Ri-Liberazione della Somalia, composta da rappresentanti moderati delle corti islamiche e membri dell'opposizione. Le due parti avevano autorizzato l'ONU all'invio di una forza internazionale di stabilizzazione e avevano concordato il progressivo ritiro delle truppe etiopi filo-governative, che è stato portato a termine con successo proprio negli ultimi giorni.
Sulla possibilità di una spedizione ONU nel paese, Ban Ki-moon ha dichiarato che non ci sono ancora le condizioni adatte per una operazione del genere, esprimendo la sua volontà di rafforzare il contingente dell'Unione Africana già presente in Somalia. Anche diversi membri del Consiglio di Sicurezza, evidenziando la situazione caotica nel paese africano, si sono opposti a un'autorizzazione troppo frettolosa di una nuova missione delle Nazioni Unite. Per ora sta alle diverse fazioni di questa infinita guerra civile mantenere gli accordi di pace e costituire delle forze di sicurezza nazionale che possano riportare la calma e l'ordine in Somalia.
di Marco Menchi

Israele verso il capolinea


Mentre Israele polverizza Gaza, dubbi e domande sulla politica israeliana stanno iniziando a dominare nei media statunitensi

"Livni contestata da giornalisti Usa. Il ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni, è rimasta sorpresa ieri notte da alcuni giornalisti che le hanno rivolto pesanti accuse e l'hanno bollata come "terrorista" per l'offensiva militare nella striscia di Gaza. Lo scrivono i quotidiani Haaretz e Yediot Ahronot." Repubblica.it,cronaca del 17 Gennaio

E' una osservazione comune, quasi un cliché, che i media statunitensi siano meno critici sulla politica di Israele rispetto ai media israeliani. Nelle descrizioni americane mainstream della miseria senza fine del Medioriente, l'onestà di Israele e la violenza araba sono comunemente enfatizzate. La realtà degli insediamenti israeliani e della sofferenza palestinese sono, nel migliore dei casi, una nota a margine.

I conservatori spesso si lamentano che le notizie non siano persino più orientate in favore dello Stato ebraico, o verso gli elementi più estremisti al suo interno, ma tali lamentele oscurano e rinforzano l'autentica distorsione nella copertura mediatica americana del Medioriente e funzionano da avvertimento preventivo per qualunque mezzo di informazione che voglia mostrare troppa simpatia per i palestinesi. (La crudezza dei più chiassosi detrattori di Israele nell'estrema sinistra non aiuta, dal momento che marginalizza ulteriormente la critica di Israele come riservata ai tipi che non trovano differenza tra Dachau e Jenin.)

Lentamente però qualcosa sta cambiando. Mentre Israele polverizza Gaza, domande e dubbi sulla politica israeliana stanno diventando più evidenti nei media americani. 

Il fallimento della guerra in Iraq e il concomitante discredito dei neoconservatori ha aperto un nuovo spazio nella conversazione americana. Mentre la destra americana è indebolita e demoralizzata, vi è meno pressione sulla stampa perché mostri quel genere di rozze posizioni a senso unico che i conservatori compiaciuti di se stessi amano definire "chiarezza morale". La sproporzionata rappresaglia israeliana contro Gaza viene sempre più riconosciuta come tanto brutale quanto, con tutta probabilità, estremamente futile. Nel distruggere Gaza, Israele sta anche distruggendo il tabù americano che ha assicurato al paese una copertura mediatica favorevole a tempo pieno. 

Il 31 dicembre la CNN ha affrontato la controversa domanda se sia stato Israele o Hamas a rompere il cessate il fuoco facendo precipitare la situazione verso gli attuali combattimenti. In primo luogo la rete televisiva ha trasmesso un filmato del parlamentare liberale palestineseMustafa Barghouti che affermava: " la comunità della stampa mondiale o dei media è soverchiata dalla narrazione israeliana che è sbagliata. I portavoce israeliani hanno diffuso bugie ovunque. La realtà e la verità è che la parte che ha rotto questa tregua e questo cessate il fuoco è stata Israele. Due mesi prima che la tregua finisse Israele iniziò ad attaccare Rafah, iniziò ad attaccare Hamas e non ha mai tolto l'embargo su Gaza". Ordinariamente i giornalisti televisivi farebbero seguire a tale filmato, se proprio lo avessero mandato come primo, un filmato in cui Israele porta le sue ragioni, e si sarebbero fermati su di esso lasciando un pubblico già predisposto contro i palestinesi a decidere la verità. Invece il conduttore Rick Sanchez ha fatto qualcosa che dovrebbe essere pratica comune ma tristemente non lo è: si è sforzato di scoprire chi avesse ragione. 

"E sapete cosa ho fatto? Ho controllato insieme ad alcune delle persone qui al nostro ufficio internazionale, e sono andato da loro e gli ho chiesto: 'di cosa sta parlando? Abbiamo qualche informazione in proposito?'" ha detto Sanchez. E ha riferito che le sue fonti confermavano che Barghouti aveva ragione [vedi filmato sotto, N.d.t.]. 

Da allora il mettere in discussione e il condannare apertamente le azioni di Israele è diventato sempre più comune nella stampa dell'establishment. L'otto gennaio la pagina degli editoriali 'op-ed' del New York Times riportava tre pezzi di opinione critici di Israele. "Quando viene bombardato dai suoi vicini Israele deve fare qualcosa", ha scritto l'editorialista Nick Kristof. "Ma il diritto di Israele di fare qualcosa non significa che abbia il diritto di fare qualunque cosa". La scorsa settimana è uscita una nuova edizione della rivista Time, la sua copertina mostrava una stella di Davide dietro a del filo spinato e il titolo "Perchè Israele non può vincere". La pagina degli editoriali del fortemente conservatore Wall Street Journal riportava un articolo di George Bisharat dal titolo " Israele sta commettendo crimini di guerra". "L'attuale assalto di Israele contro la striscia di Gaza non può essere giustificato dall'autodifesa", iniziava. "Piuttosto, esso implica serie violazioni della legge internazionale, compresi i crimini di guerra... anche i combattenti di Hamas hanno violato le leggi di guerra, ma i loro misfatti non giustificano le azioni di Israele". 


Link: http://it.youtube.com/watch?v=uDBiycEz12s
Non c'è alcun dubbio che alcuni dei più aggressivi sostenitori di Israele saranno allarmati da questo improvviso cambiamento nei discorsi americani. Essi sono soliti accantonare le critiche del mondo a Israele come borbottii di antisemiti e terzomondisti benpensanti. Gli USA sono stati un bozzolo che ha protetto Israele e i suoi sostenitori dal fronteggiare duri giudizi. Ma Israele ha ricevuto un cattivo servizio dall'indulgenza senza fine dell'America. Ciò che sta accadendo a Gaza mette in pericolo, in primo luogo e soprattutto, le sfortunate persone che vivono lì e che stanno morendo a centinaia. Mette in pericolo anche lo stesso Israele, spingendo le già elusive prospettive di pace sempre più fuori portata. Un mezzo d'informazione americano che chiuda un occhio di fronte all'espansionismo e agli abusi dei diritti umani da parte di Israele alla fine rende lo Stato ebraico meno, e non più, sicuro. Senza che gli Usa facciano pressioni su Israele perchè smantelli gli insediamenti e allenti l'embargo su Gaza, i leader israeliani non hanno né l'incentivo né la copertura politica necessaria a fare ciò. Ora che la stampa americana sta mostrando un briciolo di coraggio nel fronteggiare una catastrofe in corso che viene favorita dalla leadership americana, forse i nostri politici avranno spazio per fare lo stesso.

DI MICHELLE GOLDBERG
The Guardian
Titolo originale: "Israel's free ride ends"

Fonte: http://www.guardian.co.uk/
Link
13.01.2009

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

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