domenica 18 gennaio 2009

Georgia, la "guerra tiepida" è qui


La crisi georgiana è al centro di una lotta d’influenza tra le potenze russa ed americana, i due vecchi nemici della guerra fredda. Ormai, ogni attore cerca di riposizionarsi sulla grande scacchiera eurasiatica in vista di controllare il cuore politico-economico del nuovo mondo e di stabilizzare una nuova forma di dominazione. La ‘’guerra tiepida’’, che da poco avevamo annunciato, è qui… Ma questa crisi è soprattutto un contraccolpo che si basa sul precedente del Kossovo. Il dubbio processo d’indipendenza del Kosovo – in violazione dei principi dell’ONU – può, in effetti, giustificare da solo l’autoproclamata indipendenza delle repubbliche di Ossezia del Sud e di Abkhazia. Con una certa legittimità - e nel quadro delle regole internazionali – la Russia ha approfittato dell’aggressione georgiana per rafforzare le sue posizioni, mostrare la sua capacità di difendere i suoi ‘’nazionali' (osseti e abkhazi) e, soprattutto, di impedire un genocidio programmato. Così, l’8/09/08, V. Putin ha confermato che nel corso di questa crisi la Russia ha avuto una condotta ‘’del tutto morale, nel quadro del diritto internazionale’’ . In altri tempi e in altri luoghi – in ex Jugoslavia, con l’intervento omicida della NATO nel 1999 – questo sarebbe stato definiti ‘’dovere d’ingerenza umanitaria’’. Si tratta dunque di evitare una lettura del diritto internazionale a geometria variabile, che presenta la Russia come aggressore e degno erede dell’asse (comunista) del male. Dopo la caduta del comunismo nel 1991 , la Georgia appariva come un doppio simbolo geopolitico : da una parte, quello dell’avanzata americana in zona post-sovietica, dall’altra parte, quello del declino della potenza russa nella sua storica zona di dominazione. Globalmente, la Georgia è il simbolo dell’estensione post-guerra fredda dello schema euro-atlantico, doppiamente incentrato sulla compressione della potenza russa e sul controllo delle risorse energetiche. A lungo termine, ciò s’inscrive nella strategia americana strutturalmente anti-russa e mirante a ridurre l’influenza eurasiana di Mosca attraverso l’integrazione delle ex repubbliche sovietiche. Questa strategia offensiva è stata teorizzata da Zbigniew Brzezinski : ‘’L’estensione dell’orbita euro-atlantica rende imperativa l’inclusione dei nuovi Stati indipendenti ex sovietici (…)’’ . A lungo emarginata e ferita, l’orgogliosa Russia è alla ricerca di un’identità perduta e, soprattutto, desiderosa di rivincita. La crisi georgiana, seguita al deliberato attacco dell’8 agosto 2008, ne è stata l’elemento catalizzatore.  Oggi, questo Stato post-sovietico si ritrova al centro di una lotta per il controllo dell’Eurasia, zona strategica per la dominazione del mondo. Ciò spiega la strumentalizzazione politica della NATO come vettore d’influenza sull’asse della linea Brzezinski concentrata contro gli interessi russi in Eurasia : ‘’il campo d’azione strategico dell’Alleanza atlantica è chiamato ad allargarsi al complesso eurasiano’’ . In particolare, su tale punto Z. Brzezinski precisa che ‘’la responsabilità della stabilizzazione del Caucaso’’ deve toccare ‘’per una parte determinante, alla NATO’’ ( !). Il famoso stratega non esita a caldeggiare un ‘’patto di stabilità per il Caucaso’’ – messo sotto chiave dalla NATO – sul ‘’modello del patto di stabilità nei Balcani’’ ( !). Ora, la storia recente mostra che tali “patti” servono da leva all’influenza politica americana. In questo schema, si può comprendere l’ingerenza americana in in Georgia, luogo strategico del Caucaso. La Georgia sembra veramente un perno geopolitico nella strategia americana del ‘’rôle back’’ (riflusso) della potenza russa, caldeggiata da Brzezinski . In altri termini, essa è un pezzo chiave della scacchiera eurasiana. L’obiettivo implicito di Washington è distaccare la zona post-sovietica (CSI ) dalla dominazione russa, in vista di instaurarci un “pluralismo” politicamente orientato. Ora, questo obiettivo è stato parzialmente realizzato attraverso il predominio di Washington sul Caucaso meridionale (principalmente sull’Azerbaigian e sulla Georgia) e sull’Ucraina, per mezzo di una triplice ingerenza politica, economica e militare. Presunte ‘’rivoluzioni colorate’’ (liberali) hanno precipitato questi spostamenti nel campo occidentale. Infatti, queste rivoluzioni politiche sono state ‘’incoraggiate’’ (e pianificate) dal virtuoso Stato americano, portatore della ‘’fiaccola della libertà’’ , in nome di una missione liberale affidata dalla storia e destinata ad estendere la ‘’pace democratica’’. Ormai, queste strategie politicamente insidiose, dalle mire manipolatrici, sono percepite dal discorso strategico russo come delle ‘’minacce principali’’. Questo è attestato dal generale di corpo d’armata Makhmut Gareev, presidente dell’Accademia delle scienze militari di Mosca, in occasione della sua presentazione delle grandi linee della nuova dottrina militare russa, il 20 gennaio 2007 : ‘’L’esperienza della disaggregazione dell’URSS, della Jugoslavia, delle ’’rivoluzioni colorate’’ in Georgia, in Ucraina, in Kirghizia e in altre regioni del mondo è qui per convincerci che le principali minacce sono messe in atto meno con mezzi militari che con mezzi dissimulati’’ . Ora, a termine, queste strategia d’ingerenza geopolitica hanno finito per esacerbare l’instabilità nazionalista delle zone caucasica e centro-asiatica. In qualche modo è una destabilizzazione programmata.  Oggi, le crisi nazionaliste nella zona post-sovietica tendono ad essere strumentalizzate dalle due superpotenze nella loro strategia d’influenza. In particolare, lo Stato americano le ha utilizzate per destabilizzare l’autorità russa nella regione e sostituirsi ad essa. Da parte sua, come reazione, la Russia non esita a cavalcare queste instabilità per accelerare il suo ritorno. Ma qui si tratta di una risposta legittima ad una politica americana aggressiva che minaccia i suoi interessi nazionali e le sue prerogative storiche, nell’ottica finale di erodere la sua potenza. Così, Igor Shuvalov, vice-primo ministro di Russia, ha riconosciuto che ‘’attualmente qualcuno tenta di frenare la nostra potenza’’. Per Mosca ci sono delle linee rosse da non superare. Perché la Georgia si trova nel cuore del baluardo di sicurezza – l’attuale CSI – che la Russia si è sforzata di costruire , nel corso di secoli, per fronteggiare le latenti minacce esterne.  La Georgia (con l’Ucraina e l’Azerbaigian) spera presto di integrarsi nel blocco occidentale tramite le istituzioni dell’UE e la NATO. Ed è soprattutto questa integrazione nella NATO ad essere tenuta da Mosca nella misura in cui essa allargherebbe la zona di potenziale intervento della NATO – braccio armato dell’America – alle porte della Russia. Questo è denunciato, senza mezzi termini, dall’ex primo ministro russo E. Primakov : ‘’L’estensione della NATO si accompagna ad una retorica anti-russa nonché ad una politica offensiva degli Stati Uniti nelle ex repubbliche sovietiche’’ . Si tratta, dunque, di un’autentica provocazione, nel cuore stesso di uno spazio post-comunista definito da Mosca come parte integrante dei suoi ‘’interessi vitali’’. Ciò spiega la ferma reazione del ministro degli Esteri russo, S. Lavrov : ‘’Noi faremo di tutto per impedire l’adesione dell’Ucraina e della Georgia alla NATO e per prevenire così un inevitabile degrado delle nostre relazioni con la Germania, con i suoi principali membri e con i nostri vicini’’ . Del resto, tale integrazione permetterebbe sia l’estensione delle basi militari americane che quella (eventuale) dello scudo antimissili ABM. In altre parole, questo renderebbe concreto l’accerchiamento strategico della potenza russa, inducendola a sentirsi un potenziale bersaglio. Un vero incubo per quest’ultima, tanto più che la Georgia è al centro dei corridoi energetici controllati dall’America in vista di circondare ed isolare Mosca.  Sostenendo l’indipendenza (riconosciuta il 28 agosto) delle repubbliche di Ossezia del sud e di Abkhazia, Mosca cerca di mantenere una presenza politico-militare dissuasiva in Georgia e di frenare la provocatoria espansione della NATO nel suo vicino Estero, percepita come un riflesso della guerra fredda – e come una violazione delle promesse occidentali. Tanto più che il vicino Estero (la CSI), è definito come la sua zona d’influenza politica esterna ed il vettore delle sue strategie di potenza. In questo modo, la Russia vuole far vedere all’Occidente ‘di non essere la Serbia’’ e di essere pronta a difendere i suoi interessi nazionali fino in fondo. Questo irrigidimento della politica russa è considerato da Washington un risorgere dell’imperialismo sovietico. ‘’Lo scopo della Russia è ritrovare l’influenza dei tempi dell’URSS’’ ha recentemente affermato il vice presidente americano Dick Cheney. Con una sicumera sconcertante, Z. Brzezinski ha confermato che la Russia non ha ‘’interamente rotto con le sue ambizioni imperiali’’. Sentendosi tradita dall’Occidente e ritenendo di essere troppo retrocessa dopo l’implosione dell’URSS, la Russia ha ritrovato le sue forze (economica e militare) e la sua fierezza nazionale. E vuole fare della Georgia una prova eclatante del suo ritorno sulla scena internazionale. La sottostante posta in gioco è ritrovare una certa credibilità geopolitica. In definitiva, è in gioco lo statuto post-imperiale della Russia. Dopo la fase post-comunista, la Russia da una parte cerca di inserirsi nel nuovo Ordine mondiale che spera ‘’più giusto’’ e dall’altra di ricostruire la sua identità internazionale. Ma di fronte all’ostilità americana, essa vuole mantenere un diritto di riguardo sul suo spazio periferico, potenziale fonte d’instabilità politica e di insicurezza. Ciò spiega e giustifica il suo accanimento nel difendere le cause osseta ed abkhaza, in nome di principi morali superiori, e questo ad ogni costo. Ne dipendono la sua sopravvivenza ed il suo
ritorno come grande potenza. 

di Jean Géronimo  *Dottore in Economia. Jean.Geronimo@upmf-grenoble.fr Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFkEAVEEkkJRxNiYD.shtml 

1 Secondo le fonti russe ed ossete, l’attacco avrebbe causato tra i 1500 e i 2000 morti (civili). 2 www.rian.fr.ru, ‘’Ossétie du Sud : la Russie était dans son bon droit’’, V. Poutine, 8/09/2008. 3 Brzezinski Z. (2004, pp. 141-142) : ''Le Vrai Choix'', éd. Odile Jacob. 4 Brzezinski Z. (2004, p. 296), op. cit. 5 Brzezinski Z. (2004, p.136), op. cit. 6 Brzezinski Z. (2004, p.136), op. cit 7 Brzezinski Z. (2000) : ‘’Le grand échiquier – L'Amérique et le reste du monde’’, éd. Hachette (1° éd. : Bayard, 1997). 8 CSI : Comunità degli Stati Indipendenti. 9Così l’esercito georgiano è stato formato ed equipaggiato da Washington, tramite l’aiuto di consiglieri militari. ‘’E’ indiscutibile che gli Americani abbiano armato le truppe georgiane: che istruttori americani abbiano addestrato tale esercito. Del resto, l’ha riconosciuto pubblicamente l’ex ministro georgiano degli Esteri Salomé Zourabichvili’’, ha dichiarato V. Poutine. Réf. : www.rian.fr.ru, ‘’Poutine : Washington a armé et épaulé les troupes géorgiennes’’, 13/09/2008. 10 Brzezinski Z. (2004, p. 61), op. cit. 111 http://www.voltairenet.org/article144842.html, ‘’Général Gareev : ‘’La Russie sera l’arbitre géopolitique des conflits à venir’’, 26/01/2007. 12 www.rian.fr.ru, ‘’Russie : ni tendances isolationnistes, ni ambitions impériales’’, I. Chouvalov, 5/09/2008. 13 http://www.voltairenet.org/article145230.html, ‘’Evgueni Primakov : la seconde phase du redressement russe a commencé’’, 9/02/2007. 14 www.rian.fr.ru, ‘’La Russie fera tout pour empêcher l’adhésion de l’Ukraine et de la Géorgie’’, S. Lavrov, 8/04/2008. 15 www.rian.ru.fr, ‘’La Russie veut retrouver l’influence de l’URSS’’, D. Cheney, 8/09/2008. 16 Brzezinski Z. (2004, p. 141), op. cit. 17 Il presidente V. Medvedev ha sottolineato che la recente evoluzione internazionale (crisis kosovara, irachena e georgiana) ha definitivamente infranto le illusioni post-comuniste della Russia ‘’ sulla credenza in un mondo equo, con un ottimale sistema di sicurezza a tutela dell’equilibrio, un mondo in cui anche i principali attori siano in equilibrio ’’. Réf. : www.rian.fr.ru, ‘’Crise caucasienne : fin des illusions sur un ordre mondial juste’’, V. Medvedev, 12/09/2008.

Israele è alla disperata ricerca di una exit strategy


Il quotidiano Haaretz ha riferito oggi che gli alti ufficiali della IDF “credono che Israele dovrebbe sforzarsi di raggiungere un immediato cessate il fuoco con Hamas e non estendere la propria offensiva contro i gruppi islamici palestinesi di Gaza”.  Ciò non dovrebbe essere per noi una grossa sorpresa. Per quanto Israele abbia dimostrato oltre ogni dubbio di essere capace di compiere un genocidio su larga scala, ha anche dimostrato che le sue forze militari non sono in grado di dare una risposta alla resistenza islamica. I capi militari israeliani hanno anche ammesso che “Israele ha già ottenuto diversi giorni fa tutto ciò che poteva ottenere a Gaza”. La IDF, a quanto sembra, ha esaurito il suo compito a Gaza. Ha trasformato i suoi quartieri in mucchi di macerie. Ha anche massacrato, senza sosta, la sua popolazione civile alla luce del sole per mezzo di attacchi aerei e dalle navi da guerra. Le immagini dei proiettili al fosforo bianco che cadono su scuole e ospedali fanno ora parte della nostra memoria collettiva. I carri armati che sparano contro scuole piene di rifugiati in fuga dal bombardamento delle loro case rappresentano adesso l’immagine associata al soldato israeliano; eppure, nonostante questo, Israele non è riuscito a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi. Devo ammettere che ci vuole un talento speciale per fare il generale israeliano. Per quanto bravi essi siano nel compiere crimini di guerra, in qualche modo riescono a fallire in ogni altra cosa.  All’inizio i politici israeliani avevano giurato di distruggere Hamas, ma poi avevano abbassato le aspettative, promettendo soltanto di distruggere la capacità di Hamas di lanciare razzi e rassicurando i loro eccitati elettori israeliani che questa volta lo Stato ebraico avrebbe combattuto fino alla fine. A quanto pare le loro promesse sono state ancora una volta tradite.  Hamas è ancora lì; il sostegno di cui gode nelle strade palestinesi è più forte che mai. E non solo nelle strade palestinesi. Il messaggio di sfida di Hamas si sta diffondendo in tutto il mondo musulmano e oltre. La scorsa settimana sono stato ad una manifestazione a Londra insieme ad altri 100.000 partecipanti. Il sostegno a favore di Hamas era dappertutto. Era su cartelli, bandiere, striscioni e altoparlanti. Non solo Hamas è ben lungi dall’essere sconfitta, ma la sua capacità di lanciare razzi appare immutata. Giorno dopo giorno i combattenti di Hamas riescono a ricordare agli israeliani di Ashdod, Ashkelon e Sderot che in questo momento stanno vivendo su terra palestinese trafugata. Date ad Hamas il tempo necessario e il suo messaggio balistico sarà portato in ogni angolo della Palestina rubata.  Israele è alla disperata ricerca di una exit strategy. Oggi ho saputo che il Ministro della Difesa Barak ha chiesto un cessate il fuoco di una settimana per ragioni umanitarie. Vi prego, non restate a bocca aperta, il noto sterminatore di massa non ha cambiato pelle tutto d’un tratto. Essendo un generale veterano, Barak capisce molto bene che i suoi soldati a terra hanno bisogno di una pausa e ne hanno bisogno adesso. Essendo radunati tutti insieme in poche zone devastate e senza riparo, sono adesso esposti ai cecchini e al fuoco dei mortai di Hamas. Negli ultimi giorni tra le forze israeliane si è registrato un numero crescente di perdite. Il tentativo di portare la battaglia nei quartieri di Gaza si è scontrato con una resistenza durissima. L’esercito israeliano si è impantanato ancora una volta.  Se questo non bastasse, tra pochi giorni Obama si insedierà alla Casa Bianca e gli israeliani non sono del tutto convinti che il nuovo presidente americano continuerà a sostenere ciecamente la loro strategia omicida. Il Ministro della Difesa Barak capisce che la sua finestra di opportunità potrebbe essere sul punto di chiudersi. Capisce che i soldati della IDF potrebbero doversi spingere dentro le periferie di Gaza senza raggiungere nessuno degli obiettivi militari della guerra. Barak ha bisogno di qualche giorno di cessate il fuoco per creare una nuova realtà sul terreno. Ovviamente preferisce nascondersi dietro il pretesto umanitario. E’ molto più semplice che ammettere che la IDF, ancora una volta, è stata colta impreparata. Gli aiutanti di Olmert, comunque, sono stati abbastanza stupidi da ammettere la menzogna. Pare che uno di loro stamattina abbia attaccato Barak dicendo che “Hamas osserva la scena e ascolta le voci, questi commenti sono un colpo in canna per Hamas e i suoi leader”.  Per come stanno le cose, i soldati della IDF sono ora allo sbando dentro Gaza. Non fraintendetemi, sono ancora in grado di spargere morte e compiere carneficine, ma non possono vincere questa guerra. Le Forze Aeree Israeliane hanno esaurito i bersagli “militari” una settimana fa e l’artiglieria si trova probabilmente di fronte alla stessa situazione. Dalle notizie che arrivano risulta evidente che non appena i soldati israeliani escono dai veicoli corazzati e dai carri armati Merkava si ritrovano alla mercè di Hamas. Ho letto oggi su Ynet che alcuni soldati della IDF hanno dichiarato: “Non riusciamo a vedere il nemico”, “veniamo colpiti senza sapere da chi e come”.  Per come stanno le cose, Hamas sta diventando un simbolo dell’ostinazione eroica. I suoi combattenti a terra lottano quasi a mani nude contro la più micidiale tecnologia americana. Allo stesso modo, la leadership politica di Hamas è riuscita a proporsi come chiave di ogni possibile soluzione dell’attuale conflitto. La speranza che Hamas sarebbe stato rovesciato o che ne sarebbe uscito screditato si è rivelata essere solo l’ennesimo sogno orgasmico degli ebrei. Hamas sta diventando ora un’entità politica largamente accettata dalla comunità internazionale. E’ visto come l’ingrediente primario di ogni possibile risoluzione. Israele, dall’altro lato, è ora visto per ciò che è realmente, uno Stato assassino e criminale dedito a crimini di genocidio della peggior specie.  Tuttavia c’è un’altra realtà che dobbiamo tenere in mente. La devastazione che Israele si sta lasciando dietro a Gaza è orribile. Ha raso al suolo interi quartieri, ha colpito col fosforo bianco zone densamente popolate. Come se non bastasse, le tonnellate di bombe bunker buster che Israele ha continuato a usare notte e giorno hanno danneggiato le fondamenta di ogni edificio di Gaza e viene da chiedersi se le case di Gaza rimaste in piedi saranno ancora sicure per viverci. I rappresentanti dell’Unione Europea hanno sollevato oggi la questione, chiedendosi chi pagherà per la ricostruzione delle città, dei campi e dei villaggi che sono andati distrutti.  In un mondo ispirato a principi etici ideali, Israele dovrebbe lasciare che gli abitanti di Gaza tornassero alla loro terra. Ma Israele e l’etica sono come rette parallele. In qualche modo non s’incontrano mai. Per quanto sia chiaro che i palestinesi torneranno alla loro terra, non sarà Israele a dare il benvenuto all’inevitabile ritorno dei palestinesi.  Qualcuno dovrà ricostruire Gaza e l’unico nome che viene in mente è quello di Hamas, partito democraticamente eletto. Un così grande progetto, se gestito da Hamas, sarà la giusta risposta alla guerra criminale di Israele e ai suoi obiettivi di sterminio.  
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Operazione Cast Lead, quali obiettivi ha raggiunto?

Operazione Cast Lead
Qualcuno dirà che denota senso di responsabilità la tregua unilaterale, dichiarata sabato sera dal premier israeliano Olmert. Una decisione che i "terroristi" di Hamas hanno già fatto sapere che non ricambieranno, continuando con il lancio di razzi verso il sud di Israele. "Perché ovviamente con Hamas non si può parlare", come commentava preventivamente il premier italiano Berlusconi, sabato pomeriggio, mentre decine di migliaia di persone marciavano a Roma, manifestando lo sdegno per i crimini contro l'umanità commessi da Israele. 
E' stato più volte dimostrato, Israele ha iniziato questa guerra, provocando la rottura della tregua dichiarata sei mesi prima da Hamas. Un aggressione che, per ammissione del ministro della Difesa israeliano Barak, è stata premeditata, e che ora, su raccomandazione dei generali di Tsahal, viene dichiarata conclusa. "Questa è stata una giustificata guerra di opportunità" ha dichiarato nella conferenza stampa di sabato notte lo stesso Barak.
Riporto alcuni lanci di agenzia tratti da Haaretz di sabato 17 gennaio.
Ore 14:20, Ufficiale israeliano: Crediamo che i nostri obiettivi a Gaza siano stati ottenuti (Reuters). 16:44, Barak: Israele è molto vicino al raggiungimento degli obiettivi dell'offensiva di Gaza (AFP). 20:08, Il capo dello Staff dell'Idf raccomanda la fine dell'operazione a Gaza.
Quali erano gli obiettivi della guerra? Il lancio di razzi è stato interrotto? No, è aumentato nonostante l'Idf controlli molte delle aree da cui venivano lanciati. La minaccia del terrorismo è meno pressante ora che milleduecento persone sono state uccise? Non occorre rispondere. Hamas è forse più debole? Nemmeno, visto che sfrutterà il ruolo di vittima per consolidare il sostegno dall'estero, e anche tra la popolazione civile palestinese ha guadagnato consensi. E infine, il caporale Gilad Shalit, catturato quando aveva 19 anni nel giugno 2006, è forse stato liberato? Non si sa nemmeno se sia ancora vivo.
L'unica via per far cessare il lancio di razzi, ha fatto sapere Hamas sabato pomeriggio, passa per il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. Cosa che Israele ha scelto di non fare, facendo deragliare il piano di pace egiziano con l'aiuto di Washington. La ministro degli Esteri israeliano Livni e la Segretario di Stato Usa Rice, ieri, hanno firmato un'intesa che sancisce il diritto di Israele di rimanere all'interno della Striscia, per il tempo che riterrà necessario, senza garantire la riapertura dei valichi. E impone al presidente egiziano Moubarak di accettare una presenza internazionale anche sul territorio del Cairo, per "contrastare il contrabbando di armi verso la Striscia". Cosa che Moubarak e il respondabile della mediazione, Ahmad Abul Gheit, non hanno gradito. Sabato mattina quest'ultimo ha dichiarato che "L'intransigenza israeliana è il principale ostacolo agli sforzi egizianì per giungere a una tregua a Gaza", mentre Moubarak ha ricordato che "Le truppe israeliane si devono ritirare dalla Striscia". 
Lo scorso 8 gennaio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato la risoluzione 1860, che chiedeva un cessate il fuoco immediato, ma non è stata rispettata. La successiva riunione del Consiglio è stata bollata come "superflua" dall'inviata israeliana a palazzo di Vetro Gabriela Shalev, perché era già in corso la trattativa egiziana. Il presidente francese Sarkozy e l'egiziano Moubarak si erano spesi in prima persona per allestire la mediazione, che però è servita soltanto a consentire lo sviluppo delle attività militari nella Striscia di Gaza nei tempi decisi dai generali israeliani. Terminati i quali Israele ha cambiato, non le carte in tavola, ma proprio il tavolo da gioco. Ha stabilito di termini del suo ritiro sia sul piano militare, che strategico, che semantico: tregua unilaterale. Un gesto di buona fede. 
L'unico obiettivo che Israele ha ottenuto sul campo è la rioccupazione della Striscia di Gaza, che era stata evacuata da Sharon nel 2005. Ma anche questo sembra non essere l'intenzione del governo Olmert. Nella serata di sabato una fonte del ministero della Difesa israeliano ha dichiarato che "le forze terrestri resteranno all'interno della Striscia per alcuni giorni, poi si ridispiegheranno e si ritireranno in buon ordine". Bisognerà allora attendere per capire quali saranno i tempi del ritiro e cosa si intenda con "ridispiegamento". Oltre a ciò, il fatto che non si parli più della riapertura dei valichi di confine tra Israele e la Striscia, equivale a delegare all'Egitto la responsabilità della popolazione civile di Gaza: un milione e mezzo di persone, meno milleduecentocinque vite spezzate, e cinquemila mutilate. 

Se l'obiettivo di Israele fosse stato proteggere la popolazione di di Sderot e Ashkelon, la campagna di Cast Lead dovrebbe dirsi fallita. La scelta militare, sarebbe chiaro, era quella sbagliata. "Israele è ebbra di potenza e di violenza" ha detto oggi il ministro degli Esteri egiziano Ahmad Abul Gheit, e le prime vittime di questa ebbrezza sono proprio i cittadini del sud di Israele, che il loro governo non ha saputo proteggere. Israele ha sfruttato la minaccia dei razzi per giustificare l'invasione di un territorio che teneva sigillato dalla fine del 2005, compiendo eccidi di civili, che hanno spinto a parlare di crimini di guerra anche le Nazioni Unite. Tuttavia, cito sempre dagli strilli di Haaretz, 19:25 Israele respinge le accuse di aver commesso crimini di guerra (Reuters). 

Forse allora, la vera ragione per la mattanza cui ha assistito il mondo per ventitue giorni era ristabilire il buon nome dell'esercito israeliano, dopo la semi-sconfitta in Libano. I generali, si sa,  sono gente orgogliosa. E in certi campi la reputazione è tutto.
di Naoki Tomasini

Michele Zagaria, Ugo De Lucia, Giuseppe Setola, ovverro la Camorra che diventa Gomorra


Se un narratore avesse raccontato di un boss latitante che riceve nella sua villa imprenditori edili dell'alta velocità mentre carezza una tigre al guinzaglio; o se avesse scritto che i killer della faida di Scampia dopo le esecuzioni correvano a vedere come le televisioni trasmettevano la notizia e poi continuavano la partita alla Playstation, qualsiasi giornale o editore avrebbe respinto il suo articolo o il suo romanzo. Considerando inverosimile o esagerato lo scritto. E mitomane e infantilmente provocatore l'autore. E invece è la verità. Il primo episodio si riferisce al latitante Michele Zagaria, il secondo riguarda il gruppo di Ugo De Lucia killer di Scampia. 

Ascoltare i dialoghi tra assassini - come quelli pubblicati ieri da Repubblica - è un modo per comprendere come la normalità sia intessuta con la guerra. Sparare in faccia, girare con Ak47 e calibro 38, è parte naturale della vita d'ogni giorno. Uno scrittore dopo aver letto quei dialoghi non può più fidarsi della sua fantasia. Le parole usate dai killer hanno un sapore irriproducibile e superano ogni immaginazione. Sono colme di un'aberrazione che spaventa perché inserita nei tempi e nei gesti quotidiani. Si uccide tra un caffè e una guantiera di dolci, si parla di sparare in faccia come si commenta una partita. E si almanacca su come fregare un nemico attraverso i più strani stratagemmi.



Giuseppe Setola che propone di prendere un caffè subito dopo un omicidio è parso scandaloso. Ma è una delle classiche situazioni da guerra di camorra. Dopo un'esecuzione si fa festa. Vincenzo Gallo, dopo aver ucciso Modestino Bosco nel settembre 2006 a Secondigliano, pur non riuscendo a trovare compagni con cui festeggiare, si compra una guantiera di profiteroles. "Spesi una cifra. Mi feci tre bicchieri di vino rosso". Non riesce a prendere sonno e non capisce il motivo. In fondo non ha fatto qualcosa di inusuale. Racconta che la moglie gli disse: "Non so come ti vedo". Compra dello champagne e lo beve vedendosi "Miseria e nobiltà" e al telefono aggiunge: "Mi schiattai dalle risate". Ma il sonno non gli arriva, così mette un dvd con degli incontri di wrestling. Giunta l'alba capisce finalmente qual era la sua preoccupazione: la mattina legge il nome dell'uomo che ha ucciso sul giornale e pensa di aver sbagliato persona. Infatti conosceva la vittima solo col soprannome di Celeste. "Quando ho letto Modestino ho detto: mamma mia, vuoi vedere che ho sparato uno per un altro? Non sia mai Gesù Cristo".

Questa è la quotidianità in un territorio di guerra che si finge invece essere un luogo di pace. Gallo dopo l'esecuzione racconta "Mi lavai la faccia con la pisciazza, presi l'acqua fredda, mi sciacquai, mi passai la leocrema nelle mani e mi lavai un'altra volta con la varechina". L'urina è l'unico modo per togliersi dalla faccia tracce di sangue e polvere da sparo. Se ti fermano e ti fanno la prova stub (per identificare la polvere da sparo), ti salvi se ti lavi in questo modo. Gallo, pur lavandosi la faccia, non riuscì a salvare le scarpe appena comprate, ma troppo lerce di sangue: dovette buttarle.

Due sono i topoi classici del linguaggio gestuale dei killer. Mangiare dopo un'esecuzione e cambiarsi le scarpe. Lo stesso Setola e il suo gruppo usano la messa in scena della festa per fregare Granata, loro ex amico. Vanno sotto casa sua, citofonano e gli mostrano di essere arrivati con torta e champagne. Oggetti che rassicurerebbero persino un sospettoso camorrista. Quello si sporge dal balcone, e loro iniziano a sparare con i mitra.

Oggi la parte maggiore dei killer spara alla testa. Negli anni '80 si sparava al petto e al basso ventre. Molte sono le ragioni tecniche per questo cambiamento: moto più agili, pistole più potenti e quindi meno precise da lontano, la coca di cui si riempiono che non gli permette di vedere bene l'obiettivo. Ma è anche soprattutto una questione di moda. Nei film si spara con la pistola messa di piatto, e tenuta con le due mani. E i killer sparano come gli attori di Tarantino. Giovanni Letizia - secondo il pentito Oreste Spagnuolo - quando uccise l'imprenditore Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela, scarpe indossate anche da Paolo Di Lauro. Uccisero in un tempo di azione ed esecuzione di sette minuti. Nella fuga dopo si fermarono perché "avevano forato".

Gli venne fame e quindi andarono a mangiare con "Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue", ma "preferiva pulirle con la spugnetta invece di buttarle". Quando il suo capo, chiese perché invece di perdere tempo a lavarle rischiando di essere beccato per quel paio di scarpe, Giovanni Letizia gli rispose che "Orsi non valeva le sue scarpe".

Giuseppe Setola che viene descritto come un criminale di grosso calibro è invece un killer disperato che i capi casalesi, ancora latitanti, o ancora al comando dal 41 bis hanno usato e tollerato. Un capozona incline ad agguati fatti con l'inganno. Un uomo senza molto coraggio, che preferisce uccidere solo se è sicuro che le vittime sono disarmate e preferibilmente di spalle.
Setola è già stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Genovese Pagliuca, ucciso a Teverola nel 1995. Il ragazzo si era ribellato alle violenze subite dalla fidanzata per aver rifiutato una relazione lesbica con Angela Barra, amante di Francesco Bidognetti. Fu sequestrata e violentata per 13 giorni. Pagliuca, che stava cercando di trovare il nascondiglio dove veniva tenuta prigioniera, venne poi ammazzato per ordine del clan. Ci pensò proprio Setola. Ma le uccisioni e le violenze equivalgono a messaggi che si vuole dare, a un linguaggio mediatico chiaro. Uccido quindi sono. L'immaginario collettivo si figura che un killer vada a compiere un omicidio con aria tragica, pieno di angoscia. In realtà ascolta canzoni neomelodiche, magari le canta pure. Ferocia e sentimentalismo vanno assieme perché fanno entrambi parte della vita quotidiana. Per Ugo de Lucia, altro killer, ammazzare si dice "fare un pezzo". Il linguaggio è già di per se tecnico. Come assemblare un'auto, essere metalmeccanici, artigiani. "Io l'ammazzavo, mica gli sparavo in una gamba se ero io gli spappolavo le membrane lo sai!" Così commenta in una telefonata il lavoro fatto da un altro e eseguito male perché aveva solo ferito la vittima.

Il dialogo della società contemporanea ormai è scritto nelle intercettazioni. E il mondo criminale non è un mondo a parte, anzi è parte integrante, se non l'avanguardia del nostro tempo. Non esiste più confine tra fiction, immaginazione, rappresentazione scenica, leggenda metropolitana. Nelle parole raccolte dalle intercettazioni c'è una sedimentazione di tutto. A seconda degli obiettivi. Emulare battute da film, prendere l'accento e la ferocia del proprio paese per incutere spavento, cantare una canzone, fermarsi a bere un caffè. Non ci resta da capire che, tragicamente, la quotidianità del male non avviene affatto in un mondo diverso da quello di ognuno di noi.

di Roberto Saviano
Fonte: www.repubblica.it
Link: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/camorra-7/camorra-7/camorra-7.html
18.01.2009

© Roberto Saviano 2008. Published by arrangement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria

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