sabato 17 gennaio 2009

Barack Obama di fronte alla "questione iraniana"


La questione iraniana è uno degli appuntamenti più importanti che attendono il presidente americano Barack Obama. L’apertura di un dialogo con Teheran potrebbe riportare in superficie le divisioni che in realtà esistono all’interno dell’Iran, favorendo quella trasformazione politica che la strategia della contrapposizione dura non è riuscita ad ottenere – sostiene l’analista Karim Sajadpour.

Sin dalla rivoluzione islamica del 1979, la leadership radicale iraniana ha sempre raffigurato gli Stati Uniti come una potenza razzista, assetata di sangue, decisa ad opprimere i musulmani ovunque essi fossero. Nulla smentisce questa concezione meglio dell’elezione di un afro-americano, Barack Obama, un sostenitore del dialogo con l’Iran il cui secondo nome – Hussein – ricorda una figura di rilievo dell’Islam sciita. Se la politica dell’amministrazione Bush spesso contribuiva a unificare lo sfaccettato panorama politico iraniano di fronte alla minaccia comune, la presidenza di Obama potrebbe accentuare le profonde divisioni interne del Paese. 

Sebbene i conservatori intolleranti controllino strettamente il governo iraniano, i membri moderati e riformisti dell’élite politica – dormienti ma non defunti – potrebbero essere resuscitati dalla vittoria di Obama. Essi sono stati allontanati dal potere ad opera dei radicali, che hanno utilizzato l’acuito sentimento di insicurezza del Paese – accentuato dalla presenza di decine di migliaia di militari americani negli Stati confinanti – come pretesto per manipolare le elezioni, censurare gli oppositori, e sopprimere le libertà politiche e sociali. Ma con tutta probabilità i riformisti metteranno in difficoltà il presidente Mahmoud Ahmadinejad in occasione delle prossime elezioni nel giugno 2009.
 
Analogamente, per la popolazione iraniana più giovane – la meno anti-americana nel Medio Oriente – ci sono ora nuove speranze per una riconciliazione con gli Stati Uniti, cosa che sembrava impossibile durante gli anni dell’amministrazione Bush. Mentre lo scetticismo generale nei confronti delle politiche americane rimane una drammatica realtà, vi è la diffusa consapevolezza, fra gli iraniani, del fatto che il loro Paese non potrà uscire dall’isolamento né sfruttare il suo enorme potenziale fintantoché i suoi rapporti con gli Stati Uniti rimarranno antagonistici. Il popolo iraniano, emarginato e disilluso negli ultimi anni, aspira a riemergere sulla scena politica.

Tuttavia, mentre la maggioranza della popolazione iraniana, e un settore considerevole della sua élite politica, riconoscono che l’approccio “morte all’America!” lanciato nel 1979 è oggi obsoleto, alcune fazioni relativamente piccole ma influenti – sia in Iran che fra gli alleati arabi del paese – hanno un radicato  interesse economico e politico ad impedire un ravvicinamento con gli Stati Uniti.

A livello nazionale, i radicali iraniani si rendono conto che un più stretto legame con gli Stati Uniti potrebbe catalizzare le riforme politiche ed economiche che metterebbero fine al regime di semi-monopolio di cui essi godono fin tanto che il Paese rimane isolato. 

Per gli alleati arabi, quali Hezbollah ed Hamas, la prospettiva di un accordo diplomatico fra Stati Uniti e Iran – attraverso il quale Washington cambi il proprio approccio verso l’Iran, e quest’ultimo trasformi il proprio approccio verso Israele – potrebbe significare la fine del loro principale sponsor ideologico nonché della loro principale fonte di finanziamento.

Per questa ragione, quando e se un dialogo serio verrà avviato, alcuni probabilmente cercheranno di sabotarlo attraverso una retorica guerrafondaia, prendendo di mira i soldati e gli interessi statunitensi in Iraq o in Afghanistan, o ad esempio facendo in modo che un trasporto di armi proveniente dall’Iran sia “scoperto” mentre viaggia verso il Sud del Libano o verso Gaza.

La natura delle relazioni irano-americane dipenderà in buona misura dal supremo leader iraniano, l’ayatollah 69enne Ali Khamenei. Egli è più potente che mai, poiché le istituzioni più importanti del Paese – la Guardia Rivoluzionaria, il Consiglio dei Guardiani, la presidenza e il parlamento – sono attualmente dirette da persone che egli stesso ha nominato, oppure che gli sono incrollabilmente fedeli.

Se la storia può servire da guida, un cambiamento radicale nelle prassi di politica interna ed estera dell’Iran appare improbabile fintantoché Khamenei rimarrà al potere. I suoi 20 anni di attività dimostrano che si tratta di un leader che non ama il rischio, e non persegue né lo scontro né l’accordo. Khamenei non si fida assolutamente delle intenzioni americane, in quanto è convinto che lo scopo ultimo degli Stati Uniti – a prescindere dal loro presidente – non sia il cambiamento di linea politica bensì il mutamento di regime in Iran.

Una missione importante che l’amministrazione Obama dovrà affrontare sarà quella di scoprire il reale orientamento di Khamenei. Malgrado le sue dichiarazioni pubbliche, egli aspira segretamente ad una rapporto più amichevole con gli Stati Uniti? Oppure crede che l’inimicizia con gli USA sia necessaria per portare avanti gli ideali della rivoluzione e la legittimazione della Repubblica Islamica? Un approcio più moderato del governo Obama potrebbe suscitare una risposta più conciliante da parte di Khamenei? L’unico modo per testare queste ipotesi è il dialogo diretto USA- Iran.

In fin dei conti, le nostre aspettative circa la capacità di Obama di influire sui rapporti irano-americani dovrebbero essere realistiche. Gli Stati Uniti possono e dovrebbero dire chiaramente all’Iran che sono disposti a mettere da parte 30 anni di sfiducia reciproca e ostilità, e stabilire una nuova tendenza e un nuovo contesto per le loro relazioni. Ciò richiederà uno sforzo sostenuto ed enorme pazienza, ma potrebbe essere estremamente positivo per gli interessi strategici statunitensi.

Anche qualora l’Iran non fosse pronto a cambiare i suoi rapporti con gli USA, un tentativo di iniziare un dialogo, per quanto fallimentare, da parte di quest’ultimi, avrebbe il suo significato. Se e quando diventerà evidente che i radicali iraniani – non quelli americani – sono l’ostacolo principale per migliorare le relazioni, l’élite interna e l’opposizione popolare potrebbero rafforzarsi, e spaccature impreviste potrebbero emergere nel sistema politico iraniano.

di Karim Sajadpour

Karim Sajadpour è membro associato presso il Carnegie Endowment for International Peace

Titolo originale:

Iran Encounters Obama

Treduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/01/16/se-l’iran-incontra-obama/

WHAT YOU DON'T KNOW ABOUT GAZA

Nearly everything you've been led to believe about Gaza is wrong. Below are a few essential points that seem to be missing from the conversation, much of which has taken place in the press, about Israel's attack on the Gaza Strip.
THE GAZANS Most of the people living in Gaza are not there by choice. The majority of the 1.5 million people crammed into the roughly 140 square miles of the Gaza Strip belong to families that came from towns and villages outside Gaza like Ashkelon and Beersheba. They were driven to Gaza by the Israeli Army in 1948.
THE OCCUPATION The Gazans have lived under Israeli occupation since the Six-Day War in 1967. Israel is still widely considered to be an occupying power, even though it removed its troops and settlers from the strip in 2005.
Israel still controls access to the area, imports and exports, and the movement of people in and out. Israel has control over Gaza's air space and sea coast, and its forces enter the area at will.
As the occupying power, Israel has the responsibility under the Fourth Geneva Convention to see to the welfare of the civilian population of the Gaza Strip.
THE BLOCKADE Israel's blockade of the Gaza Strip, with the support of the United States and the European Union, has grown increasingly stringent since Hamas won the Palestinian Legislative Council elections in January 2006.
Fuel, electricity, imports, exports and the movement of people in and out of the Strip have been slowly choked off, leading to life-threatening problems of sanitation, health, water supply and transportation.
The blockade has subjected many to unemployment, penury and malnutrition. This amounts to the collective punishment - with the tacit support of the United States - of a civilian population for exercising its democratic rights.
THE CEASE-FIRE Lifting the blockade, along with a cessation of rocket fire, was one of the key terms of the June cease-fire between Israel and Hamas. This accord led to a reduction in rockets fired from Gaza from hundreds in May and June to a total of less than 20 in the subsequent four months (according to Israeli government figures).
The cease-fire broke down when Israeli forces launched major air and ground attacks in early November; six Hamas operatives were reported killed.
WAR CRIMES The targeting of civilians, whether by Hamas or by Israel, is potentially a war crime. Every human life is precious. But the numbers speak for themselves: Nearly 700 Palestinians, most of them civilians, have been killed since the conflict broke out at the end of last year. In contrast, there have been around a dozen Israelis killed, many of them soldiers.
Negotiation is a much more effective way to deal with rockets and other forms of violence. This might have been able to happen had Israel fulfilled the terms of the June cease-fire and lifted its blockade of the Gaza Strip.
This war on the people of Gaza isn't really about rockets. Nor is it about "restoring Israel's deterrence," as the Israeli press might have you believe.
Far more revealing are the words of Moshe Yaalon, then the Israeli Defense Forces chief of staff, in 2002: "The Palestinians must be made to understand in the deepest recesses of their consciousness that they are a defeated people."
Rashid Khalidi, a professor of Arab studies at Columbia, is the author of the forthcoming "Sowing Crisis: The Cold War and American Dominance in the Middle East.

By Rashid Khalidi

Herald Tribune International
Published: January 8, 2009

(a cura di Alberto Terenzi)

Link: http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=255&tema=Documenti

VERSIONE ITALIANA

Contro il pericoloso silenzio che sta calando su Gaza, ecco tutto quello che non sappiamo

COSA NON SAPPIAMO SU GAZA

Quasi tutto quello che siete stati portati a credere su Gaza è sbagliato. Qui di seguito pochi punti essenziali che sembrano essere stati dimenticati nella discussione, gran parte della quale si è svolta sulla stampa, a proposito dell’attacco di Israele contro la Striscia di Gaza.
La gente di Gaza. La maggior parte della gente che abita a Gaza non è lì per propria scelta. La maggioranza del milione e mezzo di abitanti stipati nei 340 kmq della Striscia di Gaza appartengono alle famiglie provenienti da città e villaggi fuori della striscia come Ashkelon e Bersheba. Sono stati cacciati via a Gaza dall’esercito israeliano nel 1948.
L’Occupazione. Gli abitanti di Gaza hanno vissuto sotto occupazione israeliana dalla Guerra dei Sei giorni nel 1967. Israele è ancora largamente considerata una potenza occupante, anche quando lo Stato ebraico ha tolto le proprie truppe ed i propri coloni nel 2005 (vedi approfondimento).
Israele controlla ancora gli accessi a quest’area, le importazioni e le esportazioni, i movimenti delle persone dentro e fuori. Israele mantiene il controllo sullo spazio aereo e costiero di Gaza e le sue forze militari entrano in quest’area a loro piacimento.
Come potenza occupante, Israele ha la responsabilità, in base alla IV Convenzione di Ginevra, di occuparsi del benessere della popolazione civile della Striscia di Gaza.
Il blocco. Il blocco israeliano alla Striscia di Gaza, con l’appoggio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, è diventato via via più serrato dal momento in cui Hamas ha vinto le elezioni legislative al Parlamento palestinese nel gennaio 2006.
Carburanti, elettricità, importazioni ed esportazioni e i movimenti della gente dentro e fuori la Striscia sono stati poco a poco completamente bloccati, fino a determinare seri problemi per la situazione sanitaria, i rifornimenti di acqua e per i trasporti.
Il blocco ha costretto molti alla disoccupazione, alla carestia ed alla malnutrizione. Questo comporta una punizione collettiva (con il tacito appoggio degli Stati Uniti) di una popolazione civile, cui si impedisce di esercitare i propri diritti democratici.
Il cessate il fuoco. L’eliminazione del blocco, insieme con la cessazione del lancio dei razzi, è stata una delle condizioni chiave del cessate il fuoco tra Israele e Hamas in giugno 2008. Questo accordo a portato a una riduzione dei razzi lanciati da Gaza da alcune centinaia in maggio e giugno a meno di venti nei mesi successivi (sulla base di dati del governo israeliano).
Questo cessate il fuoco è stato rotto quando Israele ha lanciato intensi attacchi aero-terrestri ai primi di novembre, provocando l’uccisione di sei militanti di Hamas.
Crimini di guerra. L’uccisione di civili, sia da parte di Hamas che da parte di Israele, è potenzialmente un crimine di guerra. Qualunque vita umana è preziosa. Ma i numeri parlano da soli: quasi 700 palestinesi (ora sono oltre 1000, n.d.t.), in gran parte civili, sono stati uccisi dall’inizio del conflitto il 27 dicembre scorso. Di contro, circa dodici israeliani, per lo più soldati, sono stati uccisi.
Il negoziato è la via migliore per risolvere il problema dei razzi e le altre manifestazioni di violenza. Questo sarebbe stato possibile se Israele avesse rispettato i termini del cessate il fuoco di giugno e rimosso il blocco alla Striscia di Gaza.
Questa guerra contro la gente di Gaza non ha nulla a che vedere con i razzi. Né riguarda la questione di “ristabilire la capacità di deterrenza di Israele”, come la stampa di Israele vuole farvi credere.
Sono molto più rivelatrici le parole pronunciata nel 2002 da Moshe Yaalon, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano (IDF): “Bisogna far capire ai Palestinesi nel più profondo della loro coscienza che sono un popolo sconfitto”.

di Rashid Khalidi
Herald Tribune International, 8 gennaio 2009, cui sono riservati tutti i diritti.

Rashid Khalidi, insegna cultura araba all’università della Columbia ed è autore del volume 
Seminare crisi: la guerra fredda ed il dominio americano nel Medio Oriente, di prossima pubblicazione.

a cura di Alberto Terenzi


La "verità" made in Il Giornale

Il Giornale, come tutti i quotidiani, ha una linea editoriale. Ha anche una posizione politica, che serve per interpretare e offrire ai propri lettori una chiave di lettura della realtà. Ma Il Giornale non si ferma qui: se la realtà non offre notizie abbastanza vicine alle sue idee... se le inventa.
E’ accaduto in due occasioni a proposito dei recenti attacchi israeliani ai territori palestinesi.

Il 31 dicembre 2008, in una doppia pagina nella sezione “Il Fatto”, 4 articoli raccontano e analizzano i recenti sviluppi della guerra. Insieme ad un paio di testine e ad altre tre piccole foto campeggia, al centro della pagina, a tutta altezza, l’immagine di un palazzo sventrato che si staglia sul cielo blu. Un elicottero sorvole minaccioso, mentre un razzo s’impenna lasciando una scia di fumo. Ai piedi dell’edificio, accanto alle macerie, tre uomini con gilet e giacche arancioni fluorescenti passeggiano.
Accanto all’immagine, in un box di testo indicato da una freccia, si ripercorrono alcuni dei fatti del giorno prima, accennando a case distrutte, lanci di missili e altro ancora. Nient’altro, nella stessa pagina, fa da didascalia.

didascalia: Bersagli. Per il quarto giorno consecutivo ieri gli aerei israeliani hanno bombardato le installazioni di Hamas nella Striscia di Gaza, distruggendo
un complesso di edifici governativi e la casa di un comandante del gruppo, mentre i carri armati israeliani, ammassati alla frontiera, sono in attesa di un segnale per l’attacco via terra, che per ora sembra escluso. Intanto sono ripresi anche i lanci di razzi dalla Striscia verso Israele. Uno ieri è caduto a Beersheva in un campo di giochi per bambini senza provocare feriti. Molte persone che si trovavano nei dintorni dell’esplosione sono però rimaste sotto choc. Beersheva è la città principale del distretto di Neghev, nel sud di Israele, ed è la settima città dello Stato ebraico.
firma: fotografia/e non firmata/e



Pochi giorni più tardi, all’indomani dell’inizio delle manovre di terra, ancora una doppia pagina con quattro articoli sulla guerra a Gaza. Anche qui due testine, un disegno che schematizza l’avanzamento delle truppo, due altre piccole foto e una grande immagine al centro: un soldato in tenuta da combattimento carponi a terra, con il fucile spianato e lo sguardo che si perde lontano. Dietro di lui il cielo azzurro, un elicottero in volo e un razzo apena lanciato che si dirige verso l’angolo dell’inquadratura. Dal lato opposto, invece, seminascosto dallo zaino del soldato, un carroarmato parzialmente avvolto da una nuvola di fuoco (come se avesse appena sparato) e una foto (chiaramente ritagliata e posizionata dietro il profilo dei piedi del soldato, con due uomini che sorreggono un bambino ferito.
La didascalia, dal titolo “I militari entrano in città”, dà qualche dettaglio sull’operazione e aggiunge altri fatti relativi alla giornata appena trascorsa. Nemmeno qui alcun credito. 

fonte: Il Giornale, 5 gennaio 2009, pagine 2 e 3
didascalia: I militari entrano in città. Nel secondo giorno delle operazioni di terra nella Striscia, l'esercito israeliano è entrato nella città di Gaza attaccando con i carriarmati supportati dall’aviazione (nella foto a sinistra). Intensi i bombardamenti e gli attacchi di terra nel nord, dove le truppe hanno occupato ampie porzioni di territorio, considerato base di lancio privilegiata dei razzi Qassam. Lo scopo dichiarato da Gerusalemme è quello di cancellare le basi di Hamas. Violenti combattimenti tra imilitari di Tsahal e militanti islamici sono andati avanti fino a tarda serata dentro la città e in periferia. Nel mirino è finita anche un'area commerciale molto frequentata nel centro cittadino.
firma: fotografia/e non firmata/e



Peccato però che, probabilmente insospettito dall’incongruenza di parti dell’immagine, qualcuno abbia trovato le foto nel servizio di news di Yahoo (esattamente qui e qui). 
Notando che alle immagini originali erano stati tolti degli elementi e ne erano stati aggiunti degli altri lo ha segnalato ai Fotoreporter Professionisti Associati che a loro volta hanno pubblicato la notizia nelle pagine del loro sito

Ecco la prima delle foto:

fonte: Yahoo! News Photo
didascalia: Palestinian rescue men walk next to a destroyed Hamas government buildings following an Israeli air strike in Gaza City, Tuesday, Dec. 30, 2008. Early Tuesday, Israeli aircraft dropped at least 16 bombs on five Hamas government buildings in a Gaza City complex, destroying them, setting fires and sending rubble flying for hundreds of yards, witnesses said. Rescue workers said 40 people were injured.
firma: AP Photo/Khalil Hamra



Ed ecco quella apparsa alcuni giorni dopo:

fonte: Yahoo! News Photo
didascalia: Israeli infantry soldiers take position on the border before entering the Gaza Strip from Israel, Sunday, Jan. 4, 2009. Israeli ground troops and tanks cut swaths through the Gaza Strip early Sunday, bisecting the coastal territory and surrounding its biggest city as the new phase of a devastating offensive against Hamas gained momentum.
firma: AP Photo/Sebastian Scheiner



Facilitati dal fatto che Yahoo pubblica le immagini corredate dalla didascalia originale (confrontabile con i metadati IPTC contenuti nel file) è immediato rendersi conto che Il Giornale ha omesso di citare fonte e autore, ha ignorato la didascalia delle immagini ma, soprattutto, ha “arricchito” arbitrariamente le fotografie eliminando gli elementi che riteneva “di disturbo” e aggiungendo elementi estranei alla situazione reale, facendo un’opera di fotomontaggio che attiene all’illustrazione e non alla cronaca.
Tutto ciò senza avere il pudore di dichiararlo e tentando di cammuffarlo con didascalie descrittive ma fuorvianti (abitudine sulla quale abbiamo già scritto in un recente speciale). 



Associated Press (che detiene i diritti delle due foto principali) e LaPresse (che distribuisce in esclusiva per l’Italia il materiale di AP) dichiarano di aver chiesto chiarimenti in merito e specificano: "il contratto che i giornali firmano prevede l'immodificabilità delle immagini, a garanzia del codice etico che l'agenzia si è dato e che si impegna a rispettare".



Per quale motivo Il Giornale ha sentito la necessità di proporre ai suoi lettori una versione alterata dei fatti? Perché invece di fotografie di reportage vengono pubblicati fotomontaggi che ricordano i cartelloni delle fiction di Bollywood? 
Crediamo che la motivazione principale sia determinata dall’intento di sostenere e giustificare una delle parti in causa (Israele), necessità che prevale sulla correttezza del racconto dei fatti. Se un redattore si può permettere di manipolare così immagini realizzate da terzi, cosa potrà mai fare chi riporta la realtà solo con le sue parole?
Inoltre, secondo noi, la diffusa brutta abitudine dei giornali italiani di non citare fonti, crediti, autori e di alterare o ignorare le didascalie facilita la considerazione che si tratti di operazioni in qualche modo lecite.

Ci auguriamo che l’attenzione dei lettori italiani sia sempre più pronta ad accorgersi di queste storture e che la sensibilità e la correttezza degli operatori della comunicazione migliori e diventi garanzia di onestà. Nel frattempo speriamo che siano presi provvedimenti per impedire al Giornale di continuare a fare giornalismo in questo modo. 

di MARCO BERGANTINI
Fotografia e Informazione
Fonte: http://www.fotoinfo.net/
Link: http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=743
gennaio 2008

Visto su http://kelebek.splinder.com

(Vedi anche La verità manipolata dal "Giornale" di Silvio)

Delineando il nuovo volto del mercato del gas


Il protrarsi per inerzia del blocco delle forniture di gas sta delineando la vera natura di questa "crisi del transito". Tra strumentalizzazioni politiche e speculazioni nel mercato parallelo, la guerra del gas sta diventando una vera e propria manovra per destabilizzare il ruolo dell’Ucraina nella rete degli approvvigionamenti e dare un nuovo volto al mercato del gas. Le forze in campo sono molte ed ognuna fa un doppio gioco per essere contemporaneamente partner e leader. L’Europa cerca di sdoganare il suo ruolo di mero consumatore, per spezzare la catena degli intermediari ed ovviare al fallimento della strategia di diversificazione con una strategia di partecipazione alla rete energetica russo-europea. Allo stesso tempo però ammette la sua dipendenza nei confronti del gas russo, e si cala completamente nelle vesti dell’utente che ha subito ingenti danni, minacciando azioni legali per ottenere il risarcimento del pregiudizio subito. Inoltre, mentre molti Stati sono rimasti completamente senza gas, chi gode di riserve strategiche rilancia le proprie risorse sul mercato ad un prezzo maggiorato che tenga conto del "sacrificio" delle scorte, e della necessità di chi non ha altra scelta. In particolare, il gruppo tedesco E. ON Ruhrgas, ha iniziato giovedì le consegne di gas ad effetto compensativo per la Slovenia, e per i Paesi che non hanno riserve strategiche, tra cui Croazia, Bosnia, Ungheria e Serbia, attraverso delle filiali di compensazione per i paesi dell'Europa centrale e sud-orientale. Tuttavia, secondo quanto riferito dagli Stati dei Balcani beneficiari, il prezzo pagato ai partner tedeschi si aggira tra i 500 dollari per mille metri cubi di fornitura, ossia circa 50 a 70 dollari in più rispetto alla regolare fornitura di gas russo (attraverso l'Ucraina). Una condizione così stabilita in quanto "non vi è nessuna ragione politica o assistenzialista che possa renderlo uguale o inferiore a quello di mercato".
L’Ucraina, da parte sua, vuole fare un salto di qualità, smettere di essere un semplice "Stato di transito" per sottostare alle condizioni dettate quasi sempre unilateralmente da Gazprom, e rivendicare sia presso l’Unione Europea che presso il Cremlino una posizione di maggior prestigio. Il suo doppio gioco funziona ovviamente con l’Europa, ma non certo con Mosca, la quale conosce e monitora da tempo le tattiche di Kiev. Infine la Russia è il giocatore che maschera meglio la sua strategia, da grande regista triplogiochista. Bisogna ammettere che in questa situazione è Gazprom ad avere il coltello dalla parte del manico, avendo il controllo delle risorse energetiche e, in un certo senso, anche della rete distributiva; se lo volesse, potrebbe in qualsiasi momento fermare questa farsa, ma dovrebbe pagare il caro prezzo di sottostare al lunatico comportamento di Kiev e alle pressioni dell’ Unione Europea: una debolezza che in questo momento non può permettersi, con una crisi economica in corso e l’instabilità del mercato energetico travolto dal crollo del petrolio. Per tale motivo ha deciso di tagliare le forniture, magari di offrire la riattivazione solo a proprie condizioni - ben sapendo che l’Ucraina non avrebbe mai accettato - e infine di chiedere l’intervento diretto dell’Europa.

L’ultima mossa è quella più vicina alla risoluzione del suo rebus, in quanto potrebbe consentire di mettere parzialmente fuori gioco l’Ucraina, e di avere un partner nei cui confronti ha sicuramente un maggiore potere contrattuale. Così, dopo l’ennesimo fallimento di un tentativo di riconciliazione (a dire il vero molto timido) con la proposta di fornire una quantità "tecnica" di gas per riattivare la funzionalità delle conduttura, Mosca propone all'Europa di condividere i rischi del transito e di creare un consorzio per l'acquisto di combustibile direttamente da Gazprom. Una proposta che giunge dallo stesso Vladimir Putin durante la riunione con i Presidenti di Gazprom ed ENIAlexei Miller Paolo Scaroni. "L’Ucraina ha bisogno del gas necessario per mettere in funzione le stazioni di pompaggio, ossia 1560 miliardi di metri cubi nel primo trimestre 2009 e 1,7 miliardi in totale. L'Ucraina ha fatto la strana proposta di cedere questa quantità in proprietà e di non vendere - ha dichiarato il Primo Ministro russo, aggiungendo - proponiamo pertanto ai nostri partner europei di condividere i rischi di transito e di creare un consorzio internazionale che potrebbe acquisire la quantità necessaria di gas da Gazprom, e di inviarla immediatamente all'Ucraina al fine di garantire il transito in Europa ", ha detto Putin. Da parte sua Scaroni ha accolto con favore la proposta russa, ritenendola "una proposta costruttiva". È chiaro che la Russia vuole interrompere il rapporto di fornitura-transito con l’Ucraina per proporre all’Europa di divenire grossista, per poi gestire anche le fasi di transito e di fornitura. Una manovra, tuttavia, che andrebbe a coprire Gazprom da ogni rischio connesso al rapporto di transito con l’Ucraina, e allungherebbe ancora di più la filiera distributiva del gas, attualmente già molto complessa, con costi aggiuntivi per i consumatori europei.
Occorre considerare che Gazprom, sino ad oggi, ha costruito una rete di intermediari che controlla al 50% con i Paesi partner, tale che ogni grossista distributore è costituito da una joint venture co-partecipata al Paese beneficiario e il Paese fornitore: una strategia che ha consentito al gigante russo di recuperare parte del valore aggiunto sul prezzo del gas, rincarato ad ogni passaggio della filiera. Ad esempio, la compagnia energetica bulgara Bulgargaz non ha alcun contratto diretto con il gigante russo, in quanto riceve gas russo attraverso tre filiali di Gazprom, Overgas Inc. , Wintershau eGazprovexport, i quali acquistano gas per la Bulgaria. Secondo il regime di consegne nel 2008, il gigante del gas russo Gazprom vende il proprio gas a RosUkrEnergo, una società di proprietà al 50% di Gazprom e domiciliata in Svizzera, che ha ceduto al gruppo pubblico ucraino Naftogaz parte della società Gazpromsbyt Ukraine, controllata al 100% da Gazprom, che a sua volta ha fornito le imprese industriali dell'Ucraina. Il gruppo è stato creato nel luglio 2004, e definito come unico fornitore di gas per l'Ucraina, nonché grossiste per le sue esportazioni di gas verso l'Europa. Tale schema ha consentito a RosUkrEnergo di fornire gas a Naftogaz ad un costo di 179,5 dollari per mille metri cubi, e quindi il gruppo ha venduto all'ucraina ad un presso molto più alto, senza considerare che parte di queste entrate ritornavano a Gazprom. Inoltre, lo scorso 3 gennaio, RosUkrEnergo ha presentato presso la Corte di Arbitrato internazionale di Stoccolma, una denuncia contro Naftogaz chiedendo il pagamento di 614 milioni di dollari in titoli di debito e la ripresa delle forniture di gas russo verso l'Europa, tagliato a causa di una controversia del gas russo-ucraina. Il forte potere contrattuale della RosUkrEnergo è stata, inoltre, una delle cause del mancato rinnovo del contratto a partire dal 1 gennaio 2009, dopo la richiesta del Primo ministro ucraino Yulia Tymoshenko di escludere l'operatore svizzero dal regime delle forniture di gas russo in Ucraina.


Per cui, la creazione di un consorzio partecipato dall’Europa avrebbe senz’altro un diverso peso politico nei confronti dell’Ucraina, che al momento rappresenta lo Stato di transito meno controllabile da Mosca e da Bruxelles, visti i suoi legami indiretti con le forze anglo-americane. Un peso politico che si non tradurrebbe certo in vantaggio per i cittadini europei che dovrebbero farsi carico del "rischio di transito" e del costo della filiera di distributiva. D’altro canto, può essere definita una proposta costruttiva, in considerazione del fatto che contribuisce a dare un nuovo volto al mercato del gas, e crea per l’Europa un canale per poter avere un maggior controllo dei rifornimenti, non solo come mero consumatore ma come partner strategico.
Tale obiettivo appare nelle stesse parole del capo della diplomazia russa Sergei Lavrov, chiedendo che sia l'UE a fare le dovute pressioni nei confronti dell'Ucraina a rispettare i suoi impegni in materia di transito del gas russo. "Questo è proprio il momento in cui l'Unione europea deve dimostrare la sua famosa solidarietà e spiegare ai colleghi ucraini che è inaccettabile non rispettare l'accordo sul transito del gas russo verso l'Europa, un contratto in vigore fino al 2010 ", afferma Lavrov in una conferenza stampa a Mosca, ammettendo inoltre che la Russia non si è mai posta il problema della diversificazione delle sue fonti di approvvigionamento. "Se qualcuno inizia a cercare altre fonti di approvvigionamento energetico, questo non ci preoccupa. Inoltre maggiori sono le fonti di approvvigionamento, maggiore è la sicurezza. Questo è sempre stata la nostra preoccupazione, noi stessi stiamo cercando di aumentare le rotte di esportazione verso l'Europa - dichiara, concludendo - l'Unione europea è libera di scegliere i propri fornitori di petrolio, e ventisette Paesi sono ben consapevoli che la Russia è stato un partner affidabile per decenni". E' chiaro che l'Europa non ha molta scelta, e questa rappresenta una ghiotta occasione - creata volontariamente da tutti gli attori in gioco - per prendere una posizione più chiara, e decidere se essere partner o leader.

di Fulvia Novellino

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