mercoledì 14 gennaio 2009

La fiducia che crolla


Secondo quanto reso noto da Isae, l’Istituto di studi e analisi economica (www.isae.it), la fiducia  è crollata ai minimi storici in Europa sia tra i consumatori che tra le imprese. E' quanto emerge dalla rilevazione relativa al mese di dicembre, nella quale si  sottolinea che l'indice di fiducia dei consumatori è sceso da -25 a -30 che è il minimo storico dal 1985, anno di inizio della serie storica di riferimento.

In particolare peggiorano le previsioni sulla situazione economica generale e aumentano fortemente le preoccupazioni sull'occupazione. "L'indice continua a calare in Germania, Francia e Spagna" mentre al di fuori dell'area euro "la fiducia si deteriora anche nel Regno Unito", si legge nel comunicato stampa diffuso da Isae. 

La fiducia delle imprese manifatturiere nell'area euro si attesta a -33 da -25 del mese precedente, segnando anche in questo caso un record negativo dal 1985. "Il peggioramento è diffuso ovunque- sostiene Isae- pur essendo particolarmente sensibile in Germania, Spagna e Francia; al di fuori dell'area euro la fiducia migliora, seppur leggermente, nel Regno Unito".
 
Anche negli Usa, gli indici della fiducia sembrano migliorare leggermente. Per quanto riguarda la fiducia nei consumatori, Isae rileva che l’indice elaborato dal Conference Board subisce un nuovo sensibile calo e si riporta al minimo storico registrato ad ottobre (a 38 da 44,7); peggiorano sia il sottoindice relativo alla situazione corrente (a 29,4 da42,3) sia quello relativo alle aspettative ( a 43,8 da 46,2)
 
Di segno opposto, appare l’indicatore elaborato dall’Università del Michigan, che invece risale a 60,1 (da 55,3); contemporaneamente migliora il sottoindice che raccoglie i giudizi sulla situazione presente (a 69,5 da 57,5), mentre è quasi stabile quello relativo alla situazione futura (a 54 da 53,9).
 
Poiché la politica e le politiche anticrisi giocano un ruolo determinante sull’andamento degli indicatori della fiducia, è evidente il ruolo positivo giocato da Gordon Brown in Uk e, per quanto riguarda gli Usa, il prossimo atteso insediamento dalla  Casa Bianca di Barak Obama.
 
Della situazione italiana, Isae si era occupato il 30 dicembre scorso, rilevando il preoccupante crollo  del clima di fiducia tra le imprese italiane. Dalle costruzioni, al commercio ai servizi di mercato l'indice di fiducia registrato dall'Isae a dicembre risulta  in calo, e in alcuni casi scende ai minimi da dieci anni. 
L'Istituto di Studi e Analisi Economica aveva diffusi tre diverse inchieste dalle quali emergeva lo stesso dato: le imprese continuano a vedere nero. In particolare, per le costruzioni a novembre l'indice di fiducia delle imprese diminuisce per il terzo mese consecutivo e "si posiziona sul livello più basso registrato da dicembre 1998". 

"In forte caduta", secondo l'Isae anche la fiducia dei commercianti (in questo caso il dato è di dicembre e non sembrano aver avuto effetto positivo i tradizionali acquisti di Natale): l'indice, considerato al netto della componete stagionale, continua a scendere e, portandosi da 96,9 a 88,8, raggiunge il valore minimo dall'ottobre del 2001". 

Male anche il clima di fiducia nei servizi di mercato: a dicembre l'indice è sceso a -26 da -23 dello scorso mese "a causa del marcato peggioramento - spiega l'Istituto - dei giudizi sugli ordini".
 
Su base territoriale, l’indice èsceso da 67,6 a 63,8 nel Nord Ovest, da 71,4 a 63,1 nel Nord Est e da 80,0 a 75,8 nel Centro; una sostanziale stabilità si registra invece nelle regioni meridionali, dove l’indice passa da 75,9 a 75,5.

Peggiorate anche le previsioni sull’andamento degli ordini, dei livelli di produzione e della liquidità, contemporaneamente si segnala  un forte peggioramento, nei giudizi e le previsioni sull’andamento del fatturato all’esportazione.

Le imprese hanno confermato le difficoltà di accesso al credito emerse già nell’indagine dello scorso mese di novembre: circa il 13% di quelle che hanno avuto recenti contatti con le banche non hanno ottenuto il finanziamento sperato (era poco più del 14% a novembre). Nella maggior parte dei casi, il mancato finanziamento è stato dovuto a un esplicito rifiuto da parte degli operatori finanziari.

Le banche italiane hanno, dunque, una precisa responsabilità nell’aggravarsi del quadro economico del paese. Nonostante gli fossero stati garantiti aiuti statali in caso di difficoltà, le banche italiane fanno quello che da sempre gli riesce meglio: agiscono sulla leva del credito secondo logiche interne, poco compatibili col sistema delle piccole e medie imprese. Alla faccia di quelli che sostengono che il nostro sistema bancario è sano, è più che chiaro che il sistema bancario è sfacciatamente egoista: sa solo prendere, non intende rischiare. Come si fa ad avere fiducia delle banche se le banche non hanno fiducia nelle famiglie e nelle piccole e medie imprese?

La politica ha una responsabilità precisa e non più rinviabile. Governo e opposizione si rincorrono su una agenda che non ha all’ordine del giorno la reale condizione dell’economia del paese. Che senso hanno polemiche su Giustizia e Federalismo, quando il paese versa in gravi condizioni sociali ed economiche? Il Governo pensa davvero di essersela  già cavata col pacchetto delle misure anticrisi? L’opposizione pensa davvero a qualcuno importi un fico delle beghe sulla questione morale? Le priorità sono i redditi, il precariato, i consumi, il credito alle piccole imprese, mentre l’agenda della politica italiana è ferma a quindici anni fa. Come si fa ad avere fiducia nella politica se la politica non si accorge del crollo di tutti gli indicatori sulla fiducia?

L’informazione ha la sua parte di responsabilità. I giornali appaiono frustrati dalla invadenza dell’informazione-spettacolo fornita dalle tv (tranne rare quanto vituperate eccezioni). I giornali perdono copie, raccolta pubblicitaria e progressivamente autorevolezza. Per questo l’opinione pubblica italiana è frastornata. Non riesce a trovare la consapevolezza di una forte pressione sulla politica perché adotti subito le misure necessarie a non fare del 2009 un anno orribilis.  Gli italiani stanno per pagare il prezzo salato della mancanza di una informazione pluralistica, svincolata dalle alchimie politiche. Come si fa ad avere fiducia nella informazione se l’informazione non ha fiducia nella sue capacità di dire con chiarezza come stanno davvero le cose?

La pubblicità italiana  vive uno dei momenti peggiori dal dopoguerra. In ritardo su tutti i livelli del’innovazione degli strumenti e dei linguaggi, la pubblicità italiana, abbarbicata al totem della tv come veicolo principe della comunicazione commerciale ha finito per delegittimare se stessa, agli occhi delle imprese e a quelli dei consumatori. Quando i consumi crollano, nonostante la forte pressione televisiva, vuol dire che messaggi e veicoli pubblicitari sono nettamente inadeguati alla domanda che proviene dal mercato della comunicazione. Come si fa ad avere fiducia nella pubblicità se la pubblicità rinuncia a costruire fiducia nelle marche da parte dei consumatori?

Il fondamentalismo neoliberista, che crede il mercato sia il demiurgo del benessere nazionale e globale  mostra tutta la sua inconsistenza proprio di fronte alla peggiore crisi dal ’29.

Ha scritto recentemente Zygmunt Bauman:” Molto prima che l’ultima bolla del mercato esplodesse, c’erano già numerosi segnali dai quali si evinceva che la fiducia reciproca - il fatto di credere nella serietà, nell’affidabilità e nella buona volontà altrui - non era poi così grande come avrebbe potuto essere in una società meno liquida e instabile e dunque più prevedibile e affidabile della nostra”. (“Così cambia il nostro stile di vita”, Repubblica 10 gennaio).

Quando crolla la fiducia nelle banche, nella politica, nell’informazione e nella pubblicità crolla la fiducia stessa in questo nostro modello di sviluppo. Allora diventa urgente cambiare le regole, non solo del gioco, ma anche dei giocatori in campo. Beh, buona giornata.
di Marco Ferri - Megachip

La schedatura dei “pericolosi” bersagli



L’incitazione è esplicita: uccidere un gruppo di persone, con nome e cognome, abitudini e idee, appartenenze politiche e immagini facilmente identificabili. Chiedono la collaborazione di delatori per completare le liste con gli indirizzi. La schedatura è esplicitamente rivolta ai militari, quelli israeliani, se non ci pensano altri killer, per facilitarli nell’eliminazione fisica di “pericolosi” bersagli: i nemici da colpire sono gli attivisti occidentali – infermieri e altri volontari - che lavorano e sono testimoni di quanto succede nei Territori occupati.
Tutto questo lo potete leggere in un sito web, gestito da un gruppo di estremisti, una sorta di Ku Klux Klan ebraico americano: Stop the ISM. Può essere di interesse far notare che fra i bersagli c’è anche un cittadino italiano, Vittorio Arrigoni, di cui abbiamo letto i toccanti reportage da Gaza. Il tenutario del sito è Lee Kaplan. È uno dei tanti agitatori fascisteggianti della pancia reazionaria americana, un coagulo che ultimamente ha preso piede sia nell’ambito dei movimenti cristianisti, sia nelle frange del fondamentalismo ebraico, ora uniti in un inedito oltranzismo anti-islamico. In USA la saldatura fra questi ambienti si è rafforzata, tanto che Kaplan talora ascende anche al salotto buono, si fa per dire, dei talk show con la bava alla bocca, su Fox News. Ma si rafforza soprattutto in Terrasanta. I fondamentalisti ebrei controllano gli insediamenti coloniali più estremisti dei territori (come già si leggeva in un libro di Israel Shahak e Norton Mezvinsky, Jewish fundamentalism in Israel, London, Pluto Press, 1999). I fondamentalisti cristiani li appoggiano per accelerare l’avvento dell’Armageddon, la lotta finale fra il Bene e il Male, che proprio da quelle parti dovrà svolgersi. Forse per portarsi un po’ di lavoro avanti, il signor Kaplan lascia briglia sciolta al sito per sollecitare l’eliminazione di Arrigoni e altri. Non senza profetizzare che il governo italiano non si preoccuperà più di tanto se qualcuno provvederà all’auspicata «rimozione permanente» del nostro connazionale. Lo ripetiamo: questi auspici criminali non appaiono in un forum semiclandestino, ma in un sito accessibile gestito da un noto personaggio pubblico.
Ora, dal momento che anche le forze armate israeliane non vogliono testimoni nello scempio di Gaza, e il nostro mainstream si è subito docilmente accodato rispettando il divieto, siccome l’unica voce ci giunge da Arrigoni, in tal caso facciamo due più due e fiutiamo un grosso pericolo. Abbiamo visto che lì non si va per il sottile, se già vengono bombardati ospedali, ambulanze, scuole, e se si prende di mira qualunque soccorso.
Mentre la conta dei morti ammazzati a Gaza si avvicina a quota mille, accade una cosa singolare. Il cumulo di cadaveri non si può più nascondere sotto un editoriale di Bernard-Henry Lévy, l’uso di armi orrende – che un domani vedrete proibire - nemmeno. I giornali nostrani cominciano timidamente a parlarne. Ma non in prima pagina e in apertura, come abbiamo fatto già diversi giorni fa su questi schermi, ma a pagina dieci e in taglio basso. Nascondere non si può. Ma diluire, questo sì. E questo i nostri grandi organi di informazione lo fanno benissimo. In attesa di chissà cosa, un successo politico militare, una chimera, la fine di Hamas. A che prezzo? È in atto la censura più sottile, ma questa sottigliezza non la salva dall’essere accostata alla censura più violenta e più minacciosa, quella che vuole colpire chi vuole salvare il popolo palestinese dalla sua distruzione.
Tanti intellettuali italiani indicano inorriditi il dito insanguinato del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas), ma non vedono la luna desolata degli altri fondamentalismi che egemonizzano sempre di più la classe dirigente israeliana. L’idea che le forze armate israeliane difendano i Lumi contro la barbarie è un ideologismo foriero di tragedie, dal quale è bene liberarsi con un’operazione onesta di ricognizione storica e politica della memoria mediorientale. Il racconto di quel che accade ora è un passo fondamentale, con tutti i testimoni da rispettare.
di Pino Cabras - Megachip

La lotta ai pirati somali capeggiata dagli Stati Uniti

Una forza navale multinazionale sotto comando degli Stati Uniti d’America è pronta ad operare nelle acque della Somalia nella lotta contro la pirateria. Lo ha reso noto il Comando della 5^ Flotta della US Navy ospitato in Bahrain, che ha pure aggiunto che il contributo USA sarà rappresentato dalla nave anfibia “San Antonio”, capace di trasportare centinaia di marines, e da fregate e cacciatorpediniere dotate di sofisticati sistemi missilistici e di elicotteri multiruolo SH-60 “Lamps”. 
La flotta prevede la partecipazione di “più di 20 nazioni, molte delle quali provenienti dalla regione”, e sarà diretta dal contrammiraglio Terence McKnight.
Secondo quanto dichiarato all’agenzia Associated Press dal portavoce del Pentagono, colonnello Patrick Ryder, l’invio di questa task force navale nel Golfo di Aden “è un primo passo per creare una struttura internazionale specifica che combini forza militare, condividi intelligence e coordini il pattugliamento per combattere la pirateria in un paese senza legge come la Somalia ”. “Gli attacchi pirati – ha aggiunto il portavoce USA – richiedono un impegno prioritario in cui le missioni antiterrorismo nella regione si combinino con la protezione delle navi mercantili”.
L’istituzione della flotta multinazionale è l’ultimo atto dell’escalation militare in Corno d’Africa e lascia presagire che il conflitto contro la “pirateria” sarà presto esteso dalle acque limitrofe sin dentro il territorio nazionale somalo. Il 16 dicembre 2008, il nopiratesConsiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione (la n. 1851) che autorizza le forze militari dei paesi membri a “prendere tutte le misure necessarie a contrastare la pirateria all’interno del territorio della Somalia”. La risoluzione, presentata in prima persona dalla Segretaria di Stato uscente Condoleezza Rice, è stata approvata in tempi record anche grazie al sostegno degli ambasciatori ONU di Belgio, Francia, Grecia e Liberia. Per la cronaca, si è trattato della quarta risoluzione anti-pirati sottoscritta nel 2008 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Nelle acque del Corno d’Africa sono già presenti sei navi da guerra degli Stati Uniti, più un imprecisato numero di fregate britanniche, canadesi, russe, indiane, malesi, tedesche, pachistane, keniane, turche e di alcuni emirati arabi. A fine dicembre la marina militare cinese ha inviato in Somalia una nave appoggio e due cacciatorpediniere armate con missili ed elicotteri pesanti, mentre l’Unione Europea ha attivato una speciale task force (nome in codice, “Eunavfor – Task Force 465” ), con 6 unità navali, 3 aeri-spia e 1.000 marines di nove paesi membri. La fotta UE ha sostituito il “Gruppo Permanente Marittimo 2 (Snmg2) della NATO con comando italiano, che aveva raggiunto le acque somale nel mese di ottobre dopo la risoluzione ONU che aveva “invitato” i paesi membri a schierare unità militari a protezione delle navi cargo del Fondo Mondiale per l'Alimentazione (World Food Program).
Il Comando della 5^ Flotta dell’US Navy ha mantenuto il più stretto riserbo sui paesi che parteciperanno direttamente alle operazioni anti-pirati, ma è assai improbabile che potenze in competizione economica e militare con gli Stati Uniti, come Cina e Russia, possano accettare la leadership USA della flotta multinazionale. Senza dimenticare che le acque somale sono pure pattugliate da unità dell’Iran, “stato canaglia” per l’establishment statunitense, elemento di aperto conflitto che impedisce qualsivoglia ipotesi di collaborazione operativa tra la costituenda forza navale e la marina militare dello stato mediorientale.
Congiuntamente all’attivazione della task force anti-pirateria gli Stati Uniti hanno stanziato 5 milioni di dollari per avviare la costituzione di una non meglio specificata “forza di sicurezza” in Somalia. Il finanziamento è stato autorizzato dall’amministrazione Bush il 29 dicembre scorso, esattamente lo stesso giorno in cui il presidente somalo Abdullahi Yusuf ha annunciato le sue dimissioni, sancendo il fallimento del “processo di pace” avviato con l’insediamento del parlamento di Baidoa nel 2004. “Gli Stati Uniti sostengono e rispettano la decisione di Yusuf dopo quattro anni alla presidenza del Governo Federale di Transizione”, si legge nella nota emessa dal Dipartimento di Stato USA. “Gli Stato Uniti condividono l’invito di Yusuf a continuare a sostenere il processo di pace avviato a Gibuti nel giugno 2008, quando i membri del Governo di Transizione e l’Alleanza per la Liberazione della Somalia si sono accordati per ridurre le ostilità e stabilire incluso una forza di sicurezza comune. Esortiamo il presidente del Parlamento Madoobe, il primo ministro Nur Adde ed i leader dell’Alleanza per la Liberazione della Somalia ad intensificare gli sforzi per un governo di unità nazionale ed accrescere la sicurezza attraverso la formazione di una forza di sicurezza comune”.
Oltre a definire le finalità e i mezzi del “processo di riconciliazione” nel martoriato paese africano - da cui sono debitamente escluse le organizzazioni islamiche fondamentaliste, maggioritarie - Washington auspica infine la “rapida autorizzazione e dislocazione in Somalia di una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite”.
Nel solo triennio 2006-08, gli Stati Uniti hanno stanziato più di 230 milioni di dollari a favore di programmi di “assistenza umanitaria” in Somalia. Ad essi si aggiungono 11,2 milioni di dollari per l’acquisto e la distribuzione di alimenti alla popolazione, amministrati direttamente da USAID, l’Agenzia per gli aiuti allo sviluppo USA.

di Antonio Mazzeo

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