lunedì 12 gennaio 2009

Il Regno Unito e le perquisizioni a distanza veicolate da trojan di stato

Monitoraggi a distanza agevolati da malware di stato, carotaggi nella vita online dei cittadini, sorveglianza che le forze dell'ordine possono mettere in campo senza l'autorizzazione preventiva di un magistrato. Il Regno Unito è pioniere nelle tendenze che si stanno propagando in Europa: le perquisizioni a distanza veicolate da trojan di stato e condotte con disinvoltura sono per certi versi legali già da anni.

rivelare il regime di sorveglianza pervasiva che attanaglia il Regno Unito è il Times: l'Home Office, sulla scia del pronunciamento del Consiglio dei Ministri europeo, starebbe insinuando nel quadro normativo la possibilità per le forze dell'ordine di scandagliare i computer dei cittadini e di monitorare le loro attività senza bisogno di alcun mandato. Così come proposto in Germania... (legge approvata), si tratterebbe di perquisizioni a distanza: basterebbero malware veicolato da una email o strumenti per penetrare nella rete WiFi del sospetto, basterebbe un "ragionevole sospetto" nei confronti del cittadino che potrebbe commettere un crimine punibile con almeno tre anni di carcere, basterebbe dichiarare che penetrare nel computer dell'individuo sia una misura proporzionata al crimine che si ritiene covi nella sua mente.

Email e tracciati delle navigazioni online, messaggi scambiati con altri netizen e contenuti archiviati sull'hard disk: il Timesconfigura un futuro di perquisizioni a distanza sempre più frequenti, di scambi di dati fra gli stati membri dell'Unione Europea.
 
L'utilizzo di strumenti informatici per penetrare nelle macchine dei cittadini, spiega l'autorevole quotidiano, sarebbe possibile per le forze dell'ordine britanniche fin dal 1994 e sarebbe già stato esercitato; aderendo alla proposta europea, il Regno Unito potrebbe impugnare questi poteri con sempre maggiore frequenza.
 
La mobilitazione delle associazioni che si battono per il rispetto dei diritti dei cittadini è stata immediataLiberty ha paragonato le perquisizioni remote all'irruzione delle forze dell'ordine nell'abitazione di un cittadino e del sequestro del suo computer e ha invocato un dibattito parlamentare che sappia ristabilire i diritti fondamentali dell'individuo. 
 
L'intervento dell'Home Office è stato invece tanto tempestivo quanto fumoso: sui media britannici si affollano le dichiarazioni dei portavoce del governo, che si affrettano a ribadire che nulla è cambiato, che l'accordo siglato con l'Unione Europeanon è vincolante né prevede una tabella di marcia che determini l'implementazione delle strategie di intercettazione, che le perquisizioni a distanza restano regolate dalle leggi che da anni delimitano i poteri investigativi delle forze di polizia.
 
Ma questa reazione non sembra riuscire a rassicurare cittadini la cui vita mediata dalla tecnologia rischia di convergere inarchivi sconfinati nelle mani di stato e mercato.

di Gaia Bottà

Gli ex coloni che si sentivano in missione per conto di Dio


Per trovarlo bisogna avere tanta voglia di vederlo. Il museo di Gush Katif, dal nome della principale colonia ebraica nella Striscia di Gaza, si trova in un vicoletto subito alle spalle di Jaffa Road, una delle arterie principali della caotica Gerusalemme. Una ragazza timida, occhi azzurri e foulard da colono sulla testa, all'ingresso accoglie come stupita i visitatori, che non saranno molti.
Il governo israeliano, dopo lo sgombero forzato degli insediamenti nella Striscia di Gaza, ordinato dall'allora primo ministro Ariel Sharon, ad agosto 2005, li ha dimenticati. Ottomila persone prese di peso e trascinate via, non senza combattere. La guerra di questi giorni, a Gaza, passa anche dalle loro vite, dopo i circa venti anni passati in quelle terre. Un piccolo appartamento, foto dello sgombero alle pareti e una sala proiezioni dove viene trasmesso un documentario girato all'epoca. Racconta la storia di una delle famiglia di coloni portate via, ne racconta il dolore, i ricordi legati a una terra che nessuno sottolinea essere stata rubata in passato ai palestinesi. Loro, però, si sentivano in missione per conto di Dio e politici cinici hanno sfruttato il loro fanatismo religioso per conquistare terre come ai tempi delle Crociate. Un dolore autentico, anche se non giustificabile, traspare da quelle immagini e dalle storie di queste persone. Un dolore che uno di loro, Dror Vanunu, ha deciso di eternare in questo museo. Che ha un gemello, ad Ashkelon, cittadina israeliana sulla costa a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza. Elemento che, da qualche tempo, vuol dire a tiro di razzo. Proprio ad Ashkelon vennero portate le migliaia di persone evacuate da Gaza, alcune in città altre in un insediamento chiamato Nizton, giusto per non perdere l'abitudine di prendere terre che le Nazioni Unite considerano palestinesi. L'idea era quella di sistemazioni temporanee, ma sono passati quasi quattro anni e i coloni sono ancora lì, vittime di una tragicomica legge del contrappasso rispetto ai milioni, interni ed esterni, di profughi palestinesi.
Ashkelon si apre sul mare con tutte le caratteristiche di un porto del Mediterraneo. La giornata è fredda, gelata da un maestrale che rende l'aria limpida. Non c'è molta gente in giro; nelle ultime ore sono stati lanciati almeno venti razzi dalla Striscia verso la stessa Ashkelon, verso Beer Sheba, verso Ashdod. All'apparenza, però, tutto sembra normale, fino a quando il suono di una sirena non sconvolge l'armonia mediterranea della città. Una nota stridula sale d'intensità, stonata con tutto il resto, riporta all'improvviso indietro l'orologio della storia, con un sapore di Seconda Guerra mondiale, oscuramenti e bombardamenti. Alcuni sembrano non farci neanche caso, altri fuggono via veloci verso i rifugi. Dov'è caduto il razzo? Si saprà tra pochi minuti, dalla radio militare israeliana. Quasi sempre cade in aperta campagna, a volte no. Lo sa bene il dottor Eli, del pronto soccorso di uno degli ospedali di Ashkelon. "Cosa è venuto a fare qui, giornalista?", chiede sprezzante, "vuole che le racconti come si fa a guardare negli occhi un bambino, quando si sveglia dall'anestesia, per dirgli che il razzo si è portato via la sua gamba? Che dovrà vivere per il resto dei suoi giorni con una protesi?". Un dolore che, rabbia a parte, non si può raccontare. Come quello delle ottocento vittime di Gaza. Ma l'argomento non fa breccia nel cuore di Eli: "Ne ho abbastanza di questa storia. Lanciano i razzi e hanno quello che si cercano", sibila furente il medico, in barba al giuramento di Ippocrate, aggiustandosi la kippah sulla testa. Quanti sono i feriti? "Non le posso dare un numero, perché questa storia va avanti da anni, non certo dal 27 dicembre", risponde Eli, "uno stillicidio continuo. A volte finiscono lontano, è vero, ma non sarebbe già grave se ci fosse anche un solo ferito? Anche perché morire per un Qassam è quasi impossibile, ma le mutilazioni permanenti non sono meno brutali. Quindi nessuna emergenza, non abbiamo fatto nulla di che, se non implementare i turni al pronto soccorso e attrezzarci con qualche unità mobile, in caso ci siano feriti che è meglio non trasportare".

Seguendo il filo rosso che collega Ashkelon a Gaza si arriva ai coloni. Molti di loro vivono nella zona del porto, uno dei più attivi del Mediterraneo. Come la famiglia di Tamir, di sua moglie e dei suoi cinque figli. Vivevano a pochi chilometri da Gush Katif, in mezzo a quelle serre che la loro ingegnosità aveva strappato al deserto. "Vivevamo in una villetta bellissima, su due piani", racconta Tamir, guardando il mare. Lo stesso che si vede da Gaza, anche se sembra lontano da qui. "L'ho distrutta io stesso, con un'ascia, assieme a mio figlio. Quando il governo, corrotto come Sharon, ci ha abbandonato non volevo lasciare nulla agli arabi". Quelle poche strutture che rimasero in piedi le distrussero i palestinesi, ubriachi di libertà, dopo anni di occupazione. Non sapevano, allora, che quella libertà si sarebbe trasformata prima in una prigione e poi in una tomba. "Adesso siamo ridotti a vivere qui, in questo schifo", commenta Tamir, indicando il palazzone grigio alle sue spalle. "I razzi? E cosa vuole che me ne importi dei razzi! Mi fanno ridere i cittadini di Sderot e di tutte le altre città sotto tiro: in quindici anni noi abbiamo subito quasi duemila attacchi! Sa che significa? Pietre, razzi, colpi di mortaio e bombe. Ogni giorno! E ci vengono a parlare dei razzi...". Inutile ricordare a Tamir che quella non era la loro terra e che i palestinesi li combattevano per riprendersela. "Non sanno fare niente, questa è la verità. E' scritto nei secoli, nelle Sacre Scritture che quelle terre sono Israele! Noi le avevamo rese fertili e guardi adesso come sono ridotte". Più di un anno di assedio non aiuta lo sviluppo dell'urbanistica e dell'economia. "Ecco, come tutti voi europei sapete solo guardare ai palestinesi come le povere vittime. Con loro non ci può essere pace, tutto qua. Sharon, dopo averci usato per anni per vincere le elezioni, ci ha abbandonato, convinto di fare bella figura con voi - strilla Tamir - non è affatto vero che la società israeliana si è stancata di noi e dei nostri privilegi fiscali. Non avevamo bisogno della protezione di nessuno, sappiamo badare a noi stessi. Lei cosa preferirebbe, pagare tutte le tasse del mondo o vivere in mezzo ad attacchi giornalieri? Ma Dio è anche in quelle terre, il nostro Dio, perché anche Gaza è Israele". Il Dio di Tamir non sarà lo stesso dei vertici militari e politici israeliani, perché nessuno verserebbe Piombo Fuso su un milione e mezzo di persone, che pregano un altro Dio, ma abitano la stessa terra.

di Christian Elia

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13625/Il+fantasma+di+Gaza

Qual'è la migliore strategia per far cessare la sempre più sanguinosa occupazione di Gaza?



Il modo migliore di far cessare la sanguinosa occupazione è di colpire Israele con lo stesso tipo di movimento che mise fine all’apartheid in Sudafrica

È giunto il momento. Era giunto già da un bel po’. La migliore strategia per far cessare la sempre più sanguinosa occupazione israeliana di Gaza è quella di rendere Israele il bersaglio di quel tipo di movimento mondiale che mise fine all’apartheid in Sudafrica. Già nel luglio del 2005 una larghissima alleanza di gruppi palestinesi ideò un piano in proposito, facendo appello alle «persone di coscienza di tutto il mondo affinché impongano un vasto boicottaggio e applichino iniziative di ritiro degli investimenti contro Israele, allo stesso modo di quelle inflitte al Sudafrica dell’era dell’apartheid». Nacque così la campagna «Boycott, Divestment and Sanctions» [Boicottaggio, Ritiro degli investimenti e Sanzioni, ndt].

Ogni giorno che passa i bombardamenti di Gaza convincono sempre più persone a dedicarsi alla causa del BDS, anche fra gli Ebrei israeliani. Tanto che, ad aggressione ormai iniziata, 500 Israeliani, tra i quali anche decine di noti artisti e studiosi, hanno mandato una lettera agli ambasciatori stranieri in Israele, nella quale invocano «l’adozione di immediate misure e sanzioni restrittive», richiamandosi esplicitamente alla lotta contro l’apartheid. «Il boicottaggio del Sudafrica riuscì, ma Israele oggi è trattato coi guanti bianchi. […] Questo sostegno internazionale a Israele deve cessare».

Tuttavia, anche di fronte a questo esplicito appello, molti di noi non riescono ancora a convincersi. Le ragioni sono complesse, emotive, comprensibili. Ma non sono abbastanza valide. Le sanzioni economiche sono lo strumento più efficace dell’arsenale non violento: rinunciarvi è quasi come rendersi complici. Espongo ora le quattro principali obiezioni alla strategia BDS, corredate di controargomentazioni.

Le misure punitive isoleranno Israele invece che persuaderlo 

Il mondo ha già usato ciò che si suole chiamare «impegno costruttivo». Che è miseramente fallito. Fin dal 2006 Israele ha costantemente inasprito le sue azioni criminali, allargando gli insediamenti coloniali, lanciando una scandalosa guerra contro il Libano, e imponendo una punizione collettiva a Gaza con un brutale embargo. Malgrado questo inasprimento, Israele non ha subìto alcuna misura punitiva, anzi è accaduto il contrario. Le armi e i tre miliardi di dollari di aiuti all’anno che gli Stati Uniti mandano a Israele sono soltanto la punta dell’iceberg. Durante questo periodo cruciale, Israele ha decisamente migliorato le proprie relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con parecchi altri alleati. Per esempio, nel 2007 Israele divenne il primo paese al di fuori dell’America Latina a stipulare accordi di libero scambio con il blocco del Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni verso il Canada sono aumentate del 45 percento. C’è poi un nuovo accordo con l’Ue finalizzato a raddoppiare le esportazioni israeliane di alimenti confezionati. E a dicembre i ministri europei hanno «aggiornato» l’accordo di associazione Ue-Israele, che Gerusalemme desiderava da tempo. 

È in questo contesto che i leader israeliani hanno dato inizio all’ultima guerra: sapevano di non dover sostenere alcun prezzo. È interessante infine notare come dopo più di sette giorni dall’inizio della guerra, il principale indice azionario della Borsa di Tel Aviv sia salito del 10,7 percento. Quando la carota non funziona, è il momento di usare il bastone. 

Israele non è il Sudafrica

Certo che no. Ma il modello sudafricano è rilevante perché prova che la tattica del BDS può dare risultati quando falliscono le misure più blande, come le proteste, le petizioni, le azioni di lobbying. E in più ci sono rimandi profondamente angoscianti all’apartheid nei territori occupati: le carte d’identità e permessi di viaggio classificati secondo il colore della pelle, le case spianate dalle ruspe e gli sgomberi forzati, le strade accessibili ai soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente politico sudafricano, disse che la segregazione che aveva visto in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza era «infinitamente peggiore dell’apartheid». Questo nel 2007, prima che Israele cominciasse la sua guerra totale contro quel carcere a cielo aperto che è Gaza. 

Perché isolare proprio Israele, quando gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno la stessa cosa in Iraq e Afghanistan?

Il boicottaggio non è un dogma: è una tattica. Il motivo per cui si dovrebbe provare questa strategia è pratico: con un paese così piccolo, che fa affidamento sul commercio, potrebbe funzionare davvero.

Il boicottaggio interrompe la comunicazione; e invece c’è bisogno di più e non di meno dialogo.

Risponderò con un episodio personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice di nome Babel. Ma quando pubblicai «Shock economy», volli rispettare il boicottaggio. Su consiglio di attivisti BDS, tra i quali l’eccezionale scrittore John Berger, contattai una piccola casa editrice di nome Andalus. La Andalus è una casa editrice militante, assai attiva nel movimento contro l’occupazione, ed è il solo editore israeliano che si dedica esclusivamente a tradurre testi arabi in ebraico. Buttammo giù la bozza di un contratto che garantisce che tutti i ricavi vadano alla Andalus e non a me. Io boicotto l’economia di Israele, non gli Israeliani.

Il nostro modesto progetto richiese decine e decine di telefonate, email e messaggi istantanei, fra Tel Aviv, Ramallah, Parigi, Toronto e Gaza. Quello che voglio dire è che, non appena si dà il via a una strategia di boicottaggio, il dialogo si intensifica enormemente. L’argomento secondo cui i boicottaggi ci separano l’uno dall’altro è particolarmente ingannevole visto l’assortimento di tecnologia informatica a basso costo che abbiamo a portata di mano. Siamo letteralmente sommersi di modi per inviare le nostre chiacchiere da uno stato a un altro. Non c’è boicottaggio che possa impedircelo.

E adesso molti fieri sionisti potrebbero ribattere: non è forse vero che molti di questi giocattoli tecnologici provengono dai laboratori di ricerca israeliani, leader mondiali nella tecnologia dell’informazione? Certamente, non tutti però. Alcuni giorni dopo che era cominciata l’aggressione di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore generale di un’azienda britannica di telecomunicazioni specializzata in servizi di voice-over-internet, ha inviato un’email alla MobileMax, ditta israeliana che opera nel campo della tecnologia, che diceva: «In seguito alla recente azione del governo israeliano, non desideriamo più porre in essere relazioni d’affari con Voi o con altre imprese israeliane».

Ramsey dice che la sua decisione non è politica: è solo che non voleva perdere clienti. «Non ci possiamo permettere di perdere nessuno dei nostri clienti», spiega, «si tratta soltanto di una difesa commerciale». Fu questo tipo di freddo calcolo affaristico che spinse molte aziende a ritirarsi dal Sudafrica vent’anni fa. Ed è questo tipo di calcolo che ci dà una plausibile speranza di rendere finalmente giustizia alla Palestina. 

d Naomi Klein - The Guardian - 
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/jan/10/naomi-klein-boycott-israel


Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da PAOLO YOGURT

Una diagnosi "sociopatica" per descrivere l'intera società israeliana?

Gli esorbitanti attacchi di Israele contro Gaza possono essere visti come l'azione di un sociopatico contro una vittima indifesa. Mentre la diagnosi di sociopatia è normalmente riservata agli individui, può essere usata per descrivere un'intera società in un modo che rende chiaro il comportamento di quella società verso un altro gruppo di persone. La sociopatia è per definizione un concetto sociale, e per questa ragione può essere espansa per descrivere la natura di una intera società.

La caratteristica dominante di un sociopatico è una completa mancanza di empatia verso l'Altro. Il sociopatico è incapace di provare sentimenti per altre persone. Gli israeliani hanno mantenuto la Striscia di Gaza sotto embargo, sigillata ermeticamente per un anno e mezzo, causando indicibili sofferenze alla popolazione di Gaza. La mancanza di empatia per così tanti esseri umani indifesi è sociopatica. Israele è da tempo uno stato sociopatico.

Al centro di una personalità sociopatica vi è una profonda rabbia che viene repressa e tagliata fuori dalla mente cosciente, ma che dirige le azioni del sociopatico. E' la rabbia che rende il sociopatico incapace di provare empatia verso l'Altro, e che alimenta la spietatezza con cui egli tratta gli altri. La rabbia è l'unica emozione valida che un sociopatico prova. Essa è la causa della sua irascibilità, delle sue costanti reazioni eccessive ai più piccoli ostacoli e della spietatezza con cui egli tratta gli altri quando essi non si piegano alla sua volontà. 

  
[Sinistra: ebrei ortodossi israeliani osservano i bombardamenti di Gaza. Destra: bambine israeliane scrivono sulle bombe destinate al Libano (estate 2006).]

L'embargo ha causato il lancio di razzi da parte di Hamas contro Israele come ultima risposta possibile [in realtà le ostilità sono riprese dopo che Israele ha violato il cessate il fuoco il quattro novembre uccidendo sei palestinesi di Gaza N.d.t.]. La reazione di Israele ai razzi di Hamas è stata veramente inaccettabile. Come risposta a pochi razzi, che sono tutto ciò di cui dispone Hamas, Israele ha martellato Gaza con un feroce attacco aereo e con l'assistenza di tutto il resto delle unità di elite dell'esercito israeliano. La soverchiante forza lanciata contro la piccola striscia di terra indifesa dice tutto ciò che c'è bisogno di sapere sullo Stato sociopatico di Israele. La rabbia è evidente, la mancanza di empatia è stata evidente per un anno e mezzo mentre era in vigore l'embargo, la mancanza di rimorso è sempre stata evidente quando persone malate venivano lasciate morire ai check point aspettando di raggiungere gli ospedali, lasciate aspettare per nessun'altra ragione che non fosse la crudeltà. 

Focalizzato solamente su se stesso e sui suoi bisogni, il sociopatico non ha alcun riguardo, e di fatto alcuna consapevolezza, dei bisogni e dei diritti delle altre persone. Gli "Altri" non sono altro che un ostacolo al raggiungimento da parte del sociopatico di ciò che egli desidera. Egli è spietato nello sfruttare o nel rimuovere gli altri dal suo cammino di uccidere spietatamente se ciò serve ai suoi scopi. 

  
["(I palestinesi) saranno schiacciati come cavallette... con le teste sfracellate contro i massi e le mura.” Yitzhak Shamir (foto a sinistra) a quel tempo Primo Ministro d’Israele in un discorso ai coloni ebrei, New York Times, 1 aprile 1988. "Se pensassimo che invece di 200 vittime palestinesi, 2.000 morti metterebbero fine agli scontri in un colpo, dovremmo usare più forza....”, l'allora Primo Ministro israeliano Ehud Barak e attuale ministro della difesa (foto a destra), citato dall’Associated Press, 16 novembre 2000.]

L'attuale assalto di Israele a Gaza, il più abominevole da anni, mostra l'assenza di qualunque pietà verso i palestinesi. L'embargo ha già messo in ginocchio Gaza, e adesso stanno bombardando la disgraziata terra quasi sino a cancellarla. Bambini e donne vengono uccisi assieme ai cosiddetti "obiettivi legittimi". Vorrei affermare che qualunque "obiettivo" è un essere umano, in particolare quando la battaglia è così iniqua e sleale. 

Il sociopatico è incapace di provare rimorso. Emozionalmente superficiale, egli abusa degli altri senza esitazioni. Egli non riesce a stringere amicizie, tantomeno a mantenerle. Egli è chiuso, paranoico e autoritario. Israele è paranoico? Soffre dell'illusione che tutti i suoi vicini arabi stanno aspettando di distruggerlo? Sicuramente. Esso minaccia attacchi senza alcuna ragione, ad esempio nel caso dell'Iran, ed ha attaccato in passato senza essere stato provocato, ad esempio Iraq e Libano. E addirittura adesso, con l'intollerabile trattamento che sta riservando a Gaza, ci sono state minacce di guerra da parte di altri paesi? Naturalmente no. Esso siede sul suo mare di armi nucleari e sfida chiunque ad attaccare mentre distrugge Gaza impunemente. 

 
["Il giorno in cui i soldati israeliani usarono un bambino di 13 anni come scudo umano", dal Daily Mail dell'Aprile 2004]


Il sociopatico mente in modo patologico e fa promesse che non mantiene, eppure si aspetta sempre di essere creduto e reagisce con indignazione se qualcuno si rifiuta di accettare come reali e le sue promesse. Allo stesso tempo egli pretende che quelli che lo circondano facciano e mantengano promesse anche sapendo che le sue non verranno mantenute. Quante volte Israele ha rotto la promessa di non aumentare le colonie in Cisgiordania? Si continua a costruire lì anche mentre Gaza viene distrutta. 

È Israele un sociopatico narcisista, con la sensazione di avere diritto alla terra palestinese sulla base dell'essere stato religiosamente "scelto" piuttosto che per la semplice verità di avere rubato? Israele sta costruendo velocemente in Cisgiordania. È plausibile che Israele alla fine spogli Gaza e la prenda un'altra volta? Per quale altro motivo dovrebbero affamarla e bombardarla durante la loro "guerra senza fine"?

  
["Questo paese esiste come il compimento della promessa fatta da Dio stesso. Sarebbe ridicolo chiedere conto della sua legittimità." Golda Meir (quarto premier di Israele, foto a sinistra), Le Monde, 15 ottobre 1971. "Tutti devono muoversi, correre e prendere quante più cime di colline (palestinesi) possibile in modo da allargare gli insediamenti (ebraici) perché tutto quello che prenderemo ora sarà nostro... Tutto quello che non prenderemo andrà a loro.” Ariel Sharon (foto a destra), Ministro degli esteri d’Israele, aprendo un incontro del partito Tsomet Party, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.]


Israele mostra tutti i sintomi del sociopatico, ancora di più adesso che fa guerra a Gaza. Nessuna empatia, totale spietatezza, paranoia, menzogna patologica, mancanza di rimorso, narcisismo e un comportamento mosso da un profondo senso di rabbia: tutte caratteristiche che definiscono un sociopatico.

Mary Sojourner è il nome d'arte di un essere senziente che ha combattuto contro i suoi stessi demoni e ora combatte per dare sollievo alla sofferenza degli altri nella ricerca di verità e giustizia.

di MARY SOJOURNER
Thomas Paine's Corner
Titolo originale: "Israel – The Sociopathic State"

Fonte: http://www.bestcyrano.org/
Link

Scelto e tradotto per www.comedonchis
ciotte.org da ALCENERO

TREGUA VIOLATA. La tesi ufficiale israeliana? E' la tesi stessa a essere falsa


La tesi ufficiale israeliana, secondo cui Israele si sarebbe dovuto difendere da un lancio continuo di razzi palestinesi, è passata pienamente nei media, dove la discussione è solo, se la giusta legittima reazione israeliana sia stata peròsproporzionata

Questa discussione fa sembrare che ci sia un "dibattito", con la prevedibile divisione tra destra ("puniteli fino in fondo!") e sinistra ("ma no, sono cattivi anche perché hanno sofferto, ci vuole più pietà").

Invece è la tesi stessa a essere falsa, e lo dimostra una fonte davvero insospettabile.

Su Huffingtonpost, infatti, Nancy Kanwisher, Johannes Haushofer e Anat Biletzki hanno preso i dati forniti dal consolato d'Israele a New York riguardante il numero di lanci di razzi e i colpi di mortaio provenienti da Gaza verso Israele.



Il risultato è questa tabella.

gaza-violence-who-started 

Come vedete, appena è stata stabilita la tregua, i colpi sparati cessano praticamente del tutto, con nessun lancio da parte di militanti di Hamas.

A novembre si vede un'improvvisa impennata. In realtà, il mese è iniziato tranquillamente.

Poi (ma questo il documento del consolato israeliano ovviamente non lo dice) il 4 novembre, gli israeliani hanno ucciso un palestinese.

C'è stata un'immediata risposta palestinese; e subito dopo, gli israeliani hanno ucciso sei palestinesi, innescando ulteriori attacchi israeliani e ulteriori risposte palestinesi, fino alla degenerazione completa della tregua. 

Curiosamente, lo stesso consolato israeliano segnala che tutte le azioni palestinesi successive - con l'eccezione di un lancio il 28 novembre rivendicato anche ma non solo da Hamas -  sono state rivendicate dal Jihad Islamico e dalla sinistra palestinese (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e Fronte Democratico).

Gli autori dell'articolo su Huffingtonpost scoprono che si tratta di un modello ricorrente

Usando questa volta dati di B'Tselem, analizzano tutto il periodo che va dal settembre del 2000 all'ottobre del 2008.

Solo dal giugno 2008, si può parlare di tregua; ma prima ci sono state molte "conflict pauses", definite come periodi di uno o più giorni in cui non veniva ucciso nessuno.

E qui i risultati sono inequivocabili:
"Nel 79% dei casi, le pause nel conflitto sono state interrotte quando Israele ha ucciso un palestinese, mentre solo nell'8% dei casi sono state interrotte da un attacco palestinese (nel rimanente 13% dei casi, l'interruzione è avvenuta da entrambe le parti nello stesso giorno [1]). Inoltre, abbiamo visto che questa tendenza - dove è probabile che Israele uccida per primo dopo una pausa nel conflitto - diventa più marcata dopo periodi di pausa più lunghi. Infatti, su 25 periodi di non violenza che sono durati più di una settimana, Israele ne ha interrotti 24 unilateralmente - pari al 96% - e ha interrotto unilateralmente il 100% dei 14 periodi di nonviolenza durati più di 9 giorni".
Il titolo a questo post lo abbiamo messo per semplificare: in realtà non è per motivi moralistici che ci chiediamo "chi ha cominciato", come si fa all'asilo. 

Ha cominciato Israele sessant'anni fa, e sono sessant'anni che ogni singolo palestinese subisce espropri, miseria, bombardamenti, perquisizioni, e che ogni singolo palestinese ha almeno un parente stretto morto assassinato, mutilato o torturato in carcere.

Sono sessant'anni che gli abitanti di Gaza sono chiusi dentro una bottiglia, e i massacri che hanno dovuto subire non risalgono certamente a oggi.

Quindi anche se fosse stato Hamas "a cominciare", avrebbe avuto tutto il diritto morale di farlo; e se fosse stato Israele, non avrebbe fatto nulla di diverso da ciò che ha sempre fatto.

Casomai è interessante cercare di capire perché il governo di Israele ha voluto cominciare e dove vuole arrivare devastando la già devastata Gaza; e soprattutto perché questo progetto è stato approvato da tutto il complesso che possiamo definire "occidentale", dagli Stati Uniti ai paesi della NATO. 

La cerchia piuttosto ristretta di persone che possono decidere su questioni come questa può certamente commettere anche grandi errori. Ma comunque decide sempre in base a ragionamenti e calcoli precisi.

Perché quindi Israele e tutto il complesso-Occidente hanno voluto l'attacco a Gaza?

E' una domanda a cui non ho una risposta precisa e sicura

Ma anche il capo del governo della Turchia ha dovuto apprendere dal telegiornale - o poco ci manca - che Israele aveva attaccato Gaza.

P.S. Aveva già trattato in dettaglio la questione di Gaza uno dei primi studiosi mondiali di scienze politiche, Fedro (ringrazio Santaruina dell'idea):
"Un lupo ed un agnello erano giunti al medesimo fiume spinti dalla sete ; più in alto stava il lupo e di gran lunga più in basso l'agnello.

Spinto dalla gola malvagia il lupo cercò un pretesto di lite.

"Perché" disse "mi hai reso torbida l'acqua che bevo?".

Il lanuto di rimando : "come posso , di grazia, fare ciò di cui ti lamenti , o' lupo? L'acqua scorre da te fino alla mia bocca".

Quello respinto dalle forze della verità disse: "sei mesi fa hai parlato male di me".

Disse quello:"Ma non ero ancora nato!".

" Tuo padre, per Ercole, ha parlato male di me" disse quello.

E così dopo averlo azzannato, lo sbrana con ingiusta uccisione."

Nota:

[1] Evidentemente un responsabile c'è sempre, ma l'azione e la rappresaglia hanno avuto luogo lo stesso giorno, mentre i dati sono solo suddivisi per giorno. 

di Miguel Martinez
Fonte: http://kelebek.splinder.com
Link: http://kelebek.splinder.com/post/19547833/Gaza%2C+chi+ha+violato+la+tregua

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