domenica 11 gennaio 2009

Gaza, quando la frattura tra i fatti e i resoconti diventa sempre più grande


La verità è sempre la prima vittima di ogni conflitto. È un luogo comune che è valso per tutto il '900 e trova conferma anche in questi anni di guerre futuristiche, in cui la propaganda e la censura giocano un ruolo sempre più importante. L'aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza, però, evidenzia come la frattura tra i fatti e i resoconti sia sempre più grande. La verità su quel che accade è in tutto e per tutto un terreno di scontro tra Israele e Hamas, ma anche il prezzo di questo conflitto parallelo viene pagato dalla popolazione civile della Striscia. "La verità è stata raggiunta da tre nuove vittime: la decenza, la compassione e la vergogna", commenta Dimitri Reider, un giornalista israeliano piuttosto atipico.
Tra le vittime della battaglia nella Striscia dei giorni scorsi si contano un giornalista algerino e un cameraman della televisione palestinese, Ihab al Wahidi, noto per essere stato il preferito di Arafat. Altri reporter sono stati arrestati, ma soprattutto molti, molti ancora, non hanno potuto fare il proprio lavoro perché Israele ha bloccato l'accesso alla Striscia. Sabato mattina l'ex ministro dell'Informazione di quello che era il governo palestinese di unità nazionale, Mustafa Barghouti, ha condannato l'attacco israeliano che ha distrutto le Jawwhara media towers, che ospitavano 20 redazioni di tv e canali satellitari. Barghouti sostiene che questi attacchi fossero voluti, per "distruggere gli aquipaggiamenti che consentono alle immagini dei crimini israeliani nella Striscia di Gaza di raggiungere il mondo". "Aprite Gaza ai giornalisti" è anche l'appello lanciato ieri da Reporter Sans Frontieres, che definiscono la chiusura del territorio "indifendibile e pericolosa", perché si tratta di "eventi che riguardano tutti". Di "severa violazione della libertà di stampa" ha invece parlato l'Associazione per la Stampa Estera in Israele, che contesta la mancata applicazione del verdetto della Corte Suprema di Gerusalemme, che aveva affermato il diritto dei suoi membri a recarsi a Gaza. Una decisione poi bloccata dal ministero della Difesa del governo Olmert.

"L'uso della vecchia scusa dell'Area Militare Chiusa per impedire la copertura mediatica dell'occupazione della terra palestinese è una pratica che va avanti da anni" ha commentato il celebre reporter di guerra, Robert Fisk. Sull'Independent, Fisk racconta come Israele usò lo stesso sistema anche durante l'offensiva a Jenin, nel 2000, con risultati disastrosi: "Impossibilitati a controllare la verità con i propri occhi, i reporter citarono i palestinesi che parlavano di un massacro israeliano, che Israele impiegò anni a negare. Quell'attacco fu davvero un massacro, ma non della scala che si era inizialmente creduto". La stessa dinamica si starebbe ripetendo in questi giorni a Gaza, con il risultato che sono le voci palestinesi a emergere. "Gli uomini e le donne che sono sotto attacco aereo e dell'artiglieria - continua Fisk - raccontano le loro storie come non erano mai stati in grado di fare prima, senza il 'bilanciamento artificiale' che il giornalismo televisivo impone sui resoconti. Forse questa diverrà una nuova forma di copertura mediatica, ma l'altra faccia della medaglia è che a Gaza non ci sono occidentali che possano controllare i recoconti di Hamas".

A compensare l'imprecisione delle informazioni dalla Striscia, ci pensa però la stampa israeliana e, in generale, il clima ostile verso la libera informazione che si respira in Israele. "Giornalisti stranieri sono stati arrestati e a diversi forum online è stato richiesto di rimuovere le conversazioni considerate 'pericolose per la sicurezza e il morale' dall'Idf (l'esercito israeliano, ndr.)" spiega ancora Dimitri Reider, il quale cita anche un parlamentare israeliano che aveva proposto di "chiudere al Jazeera e al Arabiya, per via dell'effetto demoralizzante che hanno sulla popolazione araba-israeliana". Reider sostiene che la stampa israeliana asseconda questo clima con "secchiate di autocensura", ad esempio la notte in cui Israele distrusse la scuola dell'Unrwa, uccidendo molti bambini: "i resoconti israeliani erano dominati dalla morte di un soldato israeliano. Sfogliando i siti si trovava tutto sui suoi amici, la sua famiglia, i suoi hobby e quanto gli piaceva stare nell'esercito. Solo scendendo a fondopagina si poteva constatare che 'I Palestinesi sostengono che molti bambini sono rimasti uccisi in una scuola', con il sommario che subito sparava: 'Idf: miliziani si nascondevano nell'edificio". Israele - conclude Reider - non è la Corea del Nord. Sull'altra sponda dell'incubo ci sono certi monumenti del giornalismo, come Gideon Levy e Amira Hass, e qua e là un po' di spazio viene concesso anche alle opinioni critiche, o persino antisioniste. Ma l'effetto sul pubblico medio è sconfortante: oltre il 93 percento degli israeliani ritiene che i media siano troppo liberali e dovrebbero invece essere più leali. Oltre due terzi sostengono completamente l'intera operazione, mentre i commenti sui forum abbondano di odio genocida".

Proprio Amira Hass, la giornalista israeliana di Haaretz che fino al 2005 è vissuta a Gaza, in questi giorni ha denunciato gli editori del suo giornale, accusandoli di avere cambiato il titolo di un suo articolo in modo da distorcere il resoconto e renderlo più sensazionale. L'articolo parlava dei collaborazionisti uccisi da Hamas durante le prime ore dell'offensiva di terra. Nel titolo dell'articolo modificato, apparso sull'edizione in ebraico del quotidiano, si parlava di "Hamas che approfitta della situazione a Gaza" e di "eliminazione di Fatah". Nella versione inglese si faceva riferimento a "dozzine di collaborazionisti uccisi da Hamas", mentre la Hass aveva verificato che solo alcune tra le 40 o 80 persone uccise dai miliziani erano sospetti collaborazionisti. "Modifiche irresponsabili e non professionali" ha dichiarato all'agenzia palestinese Maan la giornalista, che conclude: "E' una scelta deliberata, dei giornalisti israeliani, dei media israeliani, dei consumatori dei media. É la decisione di non sapere".

di Naoki Tomasini

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13613/Gaza:+meglio+non+sapere

JIMMY CARTER e la guerra che poteva essere evitata



Io so per il mio personale coinvolgimento negli eventi che la devastante invasione di Gaza da parte di Israele avrebbe potuto facilmente essere evitata.

Dopo aver visitato Sderot lo scorso aprile e aver visto i seri danni psicologici causati dai razzi che erano caduti su quell'area, mia moglia, Rosalynn, e io dichiarammo che non c'era scusa per il loro lancio da Gaza, e che si trattava di un atto di terrorismo. Sebbene le vittime fossero rare ( tre morti in sette anni), la città era traumatizzata da esplosioni imprevedibili. Circa 3.000 residenti si erano trasferiti in altre comunità, e le strade, i campi da gioco, e i quartieri commerciali erano quasi vuoti. Il Maggiore Eli Moyal riunì un gruppo di cittadini nel suo ufficio per incontrarci e si lamentò che il governo di Israele non fermasse i razzi, o con la diplomazia o con l'azione militare.

Sapendo che avremmo presto incontrato i leader di Hamas a Gaza e a Damasco, promettemmo di valutare possibilità per un cessate il fuoco. Dal capo dell'intelligence egiaziana Omar Suleiman, che stava negoziando tra Israele e Hamas, apprendemmo che c'era una differenza fondamentale tra i due lati. Hamas voleva una cessate il fuoco che coprisse sia Gaza che la West Bank, mentre gli Israeliani rifiutavano di discutere qualunque cosa che non fosse Gaza.

Sapevamo che il milione e mezzo di abitanti di Gaza erano alla fame, dato che il relatore speciale per le Nazioni Unite sul diritto al cibo aveva scoperto che la denutrizione a Gaza era altrettanto seria di quella delle nazioni più povere nel sud del Sahara, con più della metà delle famiglie palestinesi che mangiavano solo un pasto al giorno.

I leader palestinesi si dimostrarono refrattari su tutte le questioni, affermando che i razzi erano il solo mezzo per rispondere al loro imprigionamento e per rendere testimonianza alla loro grave situazione umanitaria. I più alti leader di Hamas a Damasco, comunque, erano d'accordo a considerare un cessate il fuoco solo per Gaza, a condizione che Israele non attaccasse Gaza e permettesse l'accesso ai rifornimenti umanitari per i cittadini palestinesi.

Dopo lunghe discussioni con quelli di Gaza, questi leader di Hamas furono d'accordo anche ad accettare un accordo di pace negoziato tra gli israeliani e il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, che guida anche l'OLP, a condizione che fosse approvato a maggioranza dai palestinesi in un referendum o da un governo di unità nazionale regolarmente eletto.

Dato che eravamo solo osservatori e non negoziatori, passammo queste informazioni agli egiziani, e loro andarono a fondo di questa proposta di pace. Dopo circa un mese, gli egiziani e Hamas ci informarono che tutta l'azione militare da entrambe le parti e il lancio dei razzi si sarebbero fermati il 19 giugno, per un periodo di sei mesi, e che gli aiuti umanitari sarebbero stati ripristinati al normale livello precedente al ritiro israeliano del 2005 (circa 700 camion al giorno).

Non eravamo in grado di confermare questo a Gerusalemme a causa dell'indisponibilità di Israele ad ammettere qualunque negoziato con Hamas, ma il lancio dei razzi fu subito interrotto e ci fu un aumento nelle forniture di cibo, acqua, medicinali e combustibile. Tuttavia l'aumento fu in media del 20% del livello normale. E questa fragile tregua fu parzialmente rotta il 4 novembre, quando Israele lanciò un attacco a Gaza per distruggere un tunnel difensivo che veniva scavato da Hamas all'interno del muro che rinchiude Gaza.

In un'altra visita in Siria a metà dicembre, cercai di ottenere che l'imminente scadenza della tregua di sei mesi fosse allungata. Era chiaro che la questione preminente era l'apertura dei valichi di frontiera per Gaza. Rappresentanti del Carter Center visitarono Gerusalemme, si incontrarono con funzionari israeliani e chiesero se era possibile ottenerla in cambio della cessazione del lancio di razzi. Il governo d'Israele fece sapere informalmente che il 15% delle forniture normali era possibile se Hamas fermava il lancio di razzi per 48 ore. Ciò era inaccettabile per Hamas, e le ostilità esplosero.

Dopo 12 giorni di "combattimento", le Forze di Difesa di Israele resero noto che 1000 obiettivi erano stati presi di mira e bombardati. Durante quel periodo, Israele respinse gli sforzi internazionale per ottenere un cessate il fuoco, con pieno appoggio di Washington. Diciassette moschee, la Scuola Internazionale Americana, molte case private e molta dell'infrastruttura di base della piccola ma densamente popolata area erano state distrutte. Ciò include i sistemi di fornitura di acqua potabile, elettricità, rete fognante. Volontari medici coraggiosi di molte nazioni hanno preso nota delle pesanti perdite civili, mentre i più fortunati operano sui feriti alla luce di generatori diesel.

Si spera che quando ulteriori ostilità non saranno più produttive, Israele, Hamas e gli Stati Uniti accettino il cessate il fuoco, allora il lancio dei razzi cesserà di nuovo e un adeguato livello di aiuti umanitari arriverà ai palestinesi sopravvissuti, in base a un accordo pubblico monitorato dalla comunità internazionale. Il prossimo possibile passo: una pace completa e permanente.

L'autore è stato presidente degli Stati Uniti dal 1977 al 1981. Nel 1982 fondò il Carter Center, un'organizzazione non governativa che promuove pace e salute in tutto il mondo.

di Jimmy Carter
The Washington Post
Link: http://achtungbanditen.splinder.com/post/19534023/Una+guerra+non+necessaria
Traduzione di Gianluca Bifolchi

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