sabato 10 gennaio 2009

Gaza, un ordinario massacro da manuale in un mare di sangue innocente


Il riscatto di un esercito attraverso un mare di sangue innocente. 
La battaglia di Gaza, scritta da tempo con  analoghe dimostrazioni di inutile forza e ferocia, quando sarà terminata, i giornali guerrafondai la titoleranno come quella in cui l’esercito israeliano ha avuto il suo riscatto (dopo la mancata vittoria di due anni fa contro Hezbollah, in Libano).

Manovre da manuali di guerra urbana 
A Gaza, oggi si svolgono manovre da manuali di guerra urbana , già viste a Fallujha e affinate nella battaglia di annientamento che l’esercito libanese (appoggiato logisticamente da israeliani, americani, Germania e paesi arabi moderati) condusse contro alcune centinaia di miliziani di un gruppo armato arabo-palestinese Fatah al-islam, asserragliati l’estate del 2007 nel campo profughi palestinese di Nahr el bared.

Allora, i consiglieri americani reduci da Fallujha, furono determinanti nel condurre alla vittoria l’appena rinato LAF, l’esercito libanese, contro il piccolo e agguerrito gruppo guerrigliero che si era insediato nel campo profughi, sotto protezione ONU, alla periferia di Tripoli. 
Un'operazione che dopo un inutile assedio, durato alcuni mesi, nel giro di pochi giorni portò allo sterminio dell’intero gruppo guerrigliero e di parte delle loro famiglie, donne e bambini compresi. Di questi ultimi, solo una sessantina furono graziati da una tregua umanitaria prima dell’ultimo assalto contro gli irriducibili del gruppo.

Alla fine, dei circa 500 guerriglieri, la metà furono ammazzati, schiacciati direttamente sotto il cemento delle case e fortini dove resistevano,  e fatti saltare impietosamente dai soldati libanesi con l’artiglieria, gli attacchi aerei, navali o sotto i cingoli dei carri. Solo un piccolo gruppo riuscì a rompere l’accerchiamento ma inseguito da gruppi palestinesi concorrenti e milizie falangiste fu anch’esso sterminato (vedi http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/nahr-al-bared.htm) 
Sotto il silenzio assordante dell’ONU (che era di fatto il proprietario del campo profughi) e sotto la cui protezione erano i 30.000 abitanti, di esso alla fine della battaglia non c’era un edificio lasciato indenne e 30.000 disgraziati furono deportati presso gli altri campi profughi palestinesi, senza avere la possibilità di riprendere le loro cose. 
Anche in quel caso la divisione tra i palestinesi, l’ostilità dei paesi arabi contro i gruppi islamici radicali e la paura che nei loro paesi si diffonda il radicalismo, fece sì che nessuno muovesse un dito per fermare questo ennesimo crimine mascherato da grande vittoria contro il “terrorismo internazionale”

Guerra da manuale 
Nella battaglia di annientamento di Gaza nulla è stato lasciato al caso:

1) Fase informativa come ammesso dai vertici militari israeliani è durata mesi con l’utilizzo di mezzi altamente tecnologici appoggiati dalle informazioni di spie israeliane infiltrate  che vivono da anni sotto falsa identità e palestinesi ostili ad Hamas  e pronti a rendere la pariglia dopo la cocente sconfitta politica subita da Fatah

2) Fase addestrativa: utilizzando le tecniche moderne  di guerra urbana sono state riprodotti ambienti urbani simili a quelli di Gaza in località segrete e lì addestrati i commandos e le truppe che in queste ore si stanno facendo tanto “onore” (ricordiamo che anche l’esercito italiano da anni per le operazioni all’estero ha delle apposite aree addestrative in cui vengono riprodotti gli ambienti in cui i nostri militari inviati all’estero andranno ad operare ed ultimamente anche grazie a software particolari, l’addestramento per il combattimento urbano, per l’Esercito Italiano ha fatto passi da gigante).

3) Fase logistica: i mezzi per l’attacco sono stati scelti con cura, il meglio dei carri armati, blindati, cannoni, aerei, elicotteri e velivoli robot. Una fiera dell’orrore che alla fine di questo massacro produrrà  meglio di qualunque Army-Expo ricche commesse alle industrie armiere israeliane, americane ed occidentali.

4) Fase  aerea: anch’essa, secondo copione, ha selezionato all’inizio i bersagli grossi, infrastrutture civili e militari in maniera tale da gettare nel caos sia l’apparato militare di Hamas e degli altri gruppi di resistenza palestinese, dall’altro ha colpito la stessa popolazione civile che nel panico diminuisce le capacità di essere un valido sostegno logistico e psicologico alla resistenza armata. Nella seconda fase quella di terra, l’appoggio aereo è diretto a spianare ogni ostacolo all’avanzata dei tank

5) Guerra psicologica e guerra terroristica: l’attacco alle famiglie dei dirigenti politici e militari di Hamas e della resistenza palestinese e la produzione di un alto numero di feriti tra i civili è un moltiplicatore di forza il cui uso da parte degli israeliani è quasi d’obbligo. Anche in questo caso  portare al collasso le strutture mediche  del campo di battaglia è un mezzo illecito ma che i generali massacratori di tutto il mondo sanno quanto sia importante attuarlo.

6) Fase attacco di terra: dopo la sigillatura della sacca ogni battaglia di annientamento vuole che essa venga spezzettata in sacche più piccole ma che una volta divise non si ricompongano più E una fase necessaria per dividere il sistema logistico  e di comando e controllo dell’avversario: ridurre le sue capacità di riorganizzarsi, di rifornirsi dai nascondigli principali di armi e rifornimenti, creare quindi il panico.

7) Fase di logoramento. Questa fase sperimentata su Fallujia e su Nahr el Bared  vuole che si proceda molto lentamente nella distruzione dei capisaldi di resistenza. In questa fase i mezzi corazzati israeliani, quelli che in altre guerre sono stati capaci di fare centinaia di chilometri in poche ore e sbaragliare in sei giorni quattro eserciti arabi potentemente armati, invece si tramutano in lentissimi bulldozer che a colpi di artiglieria e di fosforo bianco e sotto la copertura dei bombardamenti aerei, spianano ogni edificio, ogni casamatta, ogni bunker. Ogni cunicolo sotterraneo va bonificato facendolo saltare in aria, seppellendo vivi civili o armati che vi abbiano  trovato rifugio.  
Ormai nel combattimento urbano questa è l’attuale “tendenza” ed è la soluzione preferita insegnata nelle alte scuole di alta strategia che si preparano per analoghi scenari di guerra urbana. Sarà la tecnica che verrà usata fra non molti decenni nelle sterminate periferie delle megalopoli  del post-crisi globale. Dal Cairo alle banlieu parigine, da Atene ai sobborghi di Napoli. 
Spianare… demolire…, non cascare nell’errore che fecero i russi a Grozny che si addentrarono tra le macerie di una città bombardata cadendo vittime della resistenza cecena. Non affrettarsi quindi e bonificare metro per metro  poi,  con apposite squadre di killer professionisti,  tutte le macerie, eliminando ogni miliziano rimasto isolato o ferito. Nessuna possibilità di attacchi alle spalle deve essere lasciata al caso! La guerra contro gli Hezbollah lo ha insegnato e l’esercito israeliano ne ha tratto una lezione duratura.

8) Fase SENZA PIETA’: ridotti in sacche sempre più piccole e costretti al convivere in mezzo a bambini e donne insanguinati e piangenti, il morale dei guerriglieri, salvo pochi casi, andrà in frantumi e la voglia di arrendersi in molti prevarrà. Per gli altri, salvo un miracoloso intervento diplomatico internazionale dell’ultima ora, non resterà altro che una difesa da suicidio di massa, lo stesso che abbiamo assistito a Nahr el Bared nel 2007.

Poche note invece si possono fare sulle capacità militari nel campo palestinese.

A) l’assoluta mancanza di capacità nel contrasto aereo anche a bassa quota, ovvero antiarea convenzionale o uso di missili spalleggiabili di nuova generazione capaci di non essere neutralizzati dalle contromisure ECM e infrarosso è uno dei motivi principali dello spadroneggiamento israeliano su Gaza.

B) L’uso “politico” di qualche missile buono solo per i fuochi d’artificio di fine d’anno rappresenta non un punto di forza bensì di estrema debolezza di Hamas. Grave  in particolare l’incapacità del gruppo islamico, nella fase “attacco di terra“, di decidere di cambiare bersaglio e di dirigere il lancio dei razzi contro le concentrazioni di truppe israeliani e contro i parchi di artiglieria e non contro obbiettivi civili come le colonie.

Questa ostinazione è, non solo suicidio politico, ma denota una totale ignoranza nell’uso della cosiddetta artiglieria missilistica. Questi ed altri errori di carattere politico e militare  saranno messi sul piatto della bilancia quando alla fine di questo massacro il movimento di Hamas dovrà render conto a tutto il popolo palestinese ed Israele alla coscienza del mondo intero.

di Antonio Camuso 
Osservatorio sui Balcani di Brindisi 
osservatoriobrindisi@libero.it 
www.pugliantagonista/osservatorio.htm 
Brindisi 6 gennaio 2009

Link: www.disinformazione.it

Lo stato arabo moderno, il grande perdente


Il bilancio dell’anno appena conclusosi è decisamente negativo per il mondo arabo, una regione sempre più emarginata, non ancora emancipatasi dall’eredità coloniale, ed al cui interno il grande perdente è lo stato arabo moderno. Le questioni che sono importanti per i popoli di questa regione lo sono sempre meno per gli altri paesi del mondo, come dimostra in maniera emblematica la tragica deriva del conflitto israelo-palestinese – sostiene il noto analista libanese Rami G. Khouri

Uno sguardo alle tendenze in atto nel mondo arabo nell’anno appena conclusosi rivela che c’è poco da essere ottimisti. La debolezza, le aberrazioni e le anomalie del mondo arabo sono sembrate peggiorare in quest’ultimo anno. Ecco le tendenze più importanti che credo definiscano la nostra regione al momento attuale, e che persisteranno negli anni a venire.

1) Una strana combinazione di volontà di autoaffermazione e di propensione a fare affidamento su attori stranieri è la principale caratteristica del mondo arabo, e riflette la forte polarizzazione delle nostre società in due campi contrapposti.

Da un lato, in molti nella nostra regione continuano a guardare all’estero per la propria protezione o per la propria salvezza – che si tratti di paesi, di gruppi etnici o di movimenti politici, i quali per la propria sopravvivenza contano sull’appoggio straniero più che sulla propria gente.

Continuiamo a rimanere profondamente intrappolati in una mentalità coloniale sotto molti aspetti. L’attenzione massicciamente rivolta all’attesa creatasi per le nuove politiche mediorientali dell’amministrazione Obama negli Stati Uniti è la manifestazione più drammatica di questa tendenza.

Dall’altro lato, l’unico cambiamento importante verificatosi nel mondo arabo negli ultimi due decenni è stato lo sforzo di diverse centinaia di milioni di persone  di sfuggire a questa mentalità da ‘vassalli dell’Occidente’, e affermare invece la propria identità e i propri interessi. I diversi movimenti islamici nella regione sono stati il principale strumento per questa autoaffermazione, ma questi movimenti non sono stati capaci di tradurre la loro sperimentata credibilità in una spinta coerente in direzione della costruzione di stati funzionanti.

I movimenti islamici rimangono innanzitutto movimenti difensivi e reazionari - efficacissimi nel contrapporsi alle potenze occidentali, ad Israele, e ad alcune forze interne, ma privi di qualsiasi comprovata capacità di dare una risposta ai bisogni delle masse in settori quali la creazione di posti di lavoro, la protezione dell’ambiente e la modernizzazione politica.

2) Società che erano in passato integrate e coese, in tutto il Medio Oriente, stanno in questi ultimi decenni continuando a frammentarsi secondo quattro componenti principali: burocrazie statali pesantemente connotate da un fattore securitario; un settore privato con la sua dimensione decisamente globalizzata e consumistica; forti identità tradizionali (soprattutto a livello islamico e tribale); infine, vari gruppi che vengono ricondotti all’area criminale, incluse bande giovanili, milizie, migranti clandestini, reti della droga, e reti del crimine organizzato che vivono delle risorse dello stato. Questi quattro diversi settori coesistono abbastanza facilmente l’uno con l’altro, ognuno occupando il proprio spazio nella società e contando sulle proprie risorse.

Il grande perdente in questo contesto è la coesione e l’integrità dello stato arabo moderno, che in gran parte non è riuscito a sviluppare un effettivo senso di cittadinanza tra i suoi abitanti.

3) La libertà politica e la democrazia, al momento, sono latenti. Rimangono sepolte sotto il peso stordente di stati arabi infestati dalla corruzione ed incentrati su un approccio securitario, di movimenti di massa guidati dall’emotività e dalla paura, e del debilitante impatto degli interventi israeliani, americani e di altri paesi stranieri.

Analogamente al nazionalismo, le idee politiche sincere e le pacifiche contestazioni elettorali nei confronti del potere all’interno del mondo arabo sono vittime dei nostri stessi eccessi. Mentre la tensione economica cresce in tutto il Medio Oriente a seguito dell’attuale recessione globale, le prospettive della democratizzazione politica arretreranno ulteriormente nella lista delle priorità regionali.

4) A seguito delle tre tendenze sopra descritte, le questioni politiche che risultano avere maggiore importanza per i popoli di questa regione sono invece sempre più insignificanti per la maggior parte dei popoli e delle potenze del mondo. La politica elettorale nella regione di el-Metn in Libano,  le politiche tribali di Gaza, la situazione dei diritti umani in Siria e Marocco, e i quarant’anni di governo di Muammar Gheddafi in Libia, sono argomenti che non occupano più seriamente il tempo o i pensieri dei leader dei più potenti paesi del mondo – che si voglia accettarlo o meno.

Le peggiori conseguenze delle anomalie del Medio Oriente – terrorismo, immigrazione illegale, scontri etnici, corruzione, stati di polizia, e varie atrocità perpetuate sia dallo stato che da attori privati – causano solo occasionalmente fastidi al resto del mondo, non sono incombenti minacce sul piano strategico. Abbiamo emarginato noi stessi, precludendoci la possibilità di essere attori di primo piano sul palcoscenico politico globale, e ora assumiamo il ruolo di noiose seccature o di fastidiose “canaglie”.

5) Il più vecchio e più importante motivo di scontento, instabilità e radicalismo nella nostra regione – il conflitto arabo-israeliano – è ormai totalmente ad un punto morto: più oggetto di un’insincera e non convincente retorica del ‘processo di pace’ che di un autentico senso di urgenza sul piano diplomatico. Ed in questo momento è ancor più difficile da risolvere che mai, date le complicazioni degli ultimi anni.

Esse includono uno scetticismo di massa derivato dai molti fallimenti negoziali degli ultimi tempi, il crescente ruolo regionale dell’Iran, l’ascesa di gruppi islamici influenti e sempre più indipendenti come Hezbollah e Hamas, una posizione americana strutturalmente filo-israeliana, un costante slittamento degli equilibri verso la destra razzista all’interno di Israele, e l’innata incompetenza araba nel portare avanti il piano arabo di pace del 2002 affinché fosse un’importante fattore di sollecitazione in direzione di un accordo complessivo.

Questa è la deprimente lista delle principali tendenze presenti nel mondo arabo – ma anche l’espressione di una situazione instabile che i popoli e gli stati della regione non potranno sopportare ancora per molti anni. L’aspetto positivo è che queste tendenze sono tutte conseguenze di decisioni e politiche umane che possono essere corrette da politiche più costruttive ed eque in  futuro.

di Rami G. Khouri

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”

Titolo originale:

A Marginalized Region

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/01/09/il-mondo-arabo-una-regione-emarginata/

Resta solo l'Egitto e il piano di Mubarak-Sarkozy



Il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) era ieri sera al Cairo per incontrare il presidente egiziano, Hosni Mubarak. Per stasera è invece annunciato l'arrivo nella capitale egiziana della delegazione di Hamas che dovrebbe, il giorno successivo, informare il governo egiziano della posizione ufficiale del movimento integralista sulla proposta di cessate il fuoco franco-egiziana. Numerose sono state finora le dichiarazioni fatte da esponenti di Hamas sul piano franco-egiziano, in molti casi negative, ma fino a questo momento non è stata diffusa una posizione ufficiale. Resta solo l'Egitto e il piano di Mubarak-Sarkozy. Il raìs egiziano, ambiguo sull'operazione bellica fin dall'inizio, e il presidente francese che si è dato un gran da fare per avvalorare un protagonismo di primo piano della diplomazia francese. Il piano in tre punti, esposto sommariamenmte il sei di gennaio dal presidente egiziano di fronte alla stampa, è rimasta l'unica carta diplomatica, almeno a oggi. La soddisfazione di chi riusciva a far approvare una risoluzione Onu - l'ennesima - contava sull'astensione degli Stati Uniti, che Condoleeza Rice si è affrettata a spiegare come un sostegno proprio al piano franco egiziano. L'amministrazione Bush ha contato sulla diplomazia del Cairo per dribblare, nei giorni scorsi, le proposte dei Paesi della Lega araba. Il sei e il sette di gennaio sono giorni particolari, se li si osserva nello svolgersi dei passi diplomatici fra Egitto, Stati Uniti e Israele. Il sei è il giorno della strage nelle scuole delle Nazioni Unite. In serata l'annuncio del piano di Mubarak e l'annuncio del gabinetto Olmert di un corridoio umanitario. Tutto nel giro di poco più di un'ora. Ancora una manciata di minuti e l'avallo del presidente dell'Anp Abu Mazen e poi il via libera entusiasta di Condoleeza Rice all'Onu. Il giorno dopo, sette di gennaio, la tregua temporale di tre ore prima di Israele e poi di Hamas. Le parti studiavano già da alcuni giorni la sostanza del piano. Ma di fronte all'invito egiziano di recarsi al Cairo, il premier Ehud Olmert ha preferito abbozzare, inviando un consigliere della Difesa. Il cessate il fuoco e il piano per una soluzione duratura, sbandierato da Nicolas Sarkozy quasi come 'cosa fatta', in realtà è ancora in fase di lavorazione. E alcuni analisti vedono in tutto questo lavorio e tempistiche diplomatiche la possibilità per Israele di portare a termine la repressione su Gaza. Che, infatti, nemmeno la risoluzione Onu è riuscita a fermare. 

L'opinione di Farid Adly, direttore di Anbamed, notizie dal Mediterraneo

Farid Adly è direttore di Anbamed."L'Egitto all'inizio dell'offensiva ha mantenuto una posizione attendista e, in un certo senso, aveva spento le speranze che si potesse giungere a una posizione unitaria dei Paesi arabi. Ha condannato l'aggressione di Israele ma poi, pubblicamente, non ha fatto nulla per bloccare l'entrata dell'esercito israeliano nella Striscia e i bombardamenti. La posizione egiziana è cambiata dopo la visita del presidente Sarkozy, quando ormai il bilancio delle vittime era già altissimo. A quel punto Mubarak ha fatto la sua proposta , in qualche modo parallela all'iniziativa della Lega Araba.
Bisogna tenere conto che fino a quel momento l'Egitto aveva tenuto un atteggiamento molto duro con i palestinesi sotto attacco, basti pensare al fatto che la sua frontiera con la Striscia era chiusa e che l'ha riaperta solo per il passaggio dei feriti. Tuttora, il Cairo impedisce a diversi medici di entrare nella Striscia di Gaza, sostenendo di non poterne garantire la sicurezza. Eppure essendo l'Egitto una potenza regionale, avrebbe potuto concordare con Israele l'incolumità di quella cinquantina di dottori che da giorni aspettavano alla frontiera di Rafah. Invece, costoro non sono mai arrivati negli ospedali della Striscia, dove ci sarebbe grande bisogno di aiuti, ma anche di medici".

"La politica egiziana - prosegue Farid Adly nella conversazione conPeaceReporter - è stata accusata da molte piazze dei Paesi arabi di essere complice, o quantomeno consenziente, con Israele. Accuse che sono state sapientemente incoraggiate dalla stampa israeliana, che ha diffuso sapientemente certe notizie (poi smentite), come i discorsi tra Mubarak, Sarkozy e Tzipi Livni, in cui il presidente egiziano avrebbe detto al ministro degli esteri israeliano che "con il cessate il fuoco non bisogna far vedere che Hamas ha vinto".

Notizie come queste hanno contribuito a infiammare le piazze arabe, anche contro il governo del Cairo. Proteste ci sono state anche in Egitto, ma non sono state di massa perché sono proibite nel Paese. L'Egitto rimane tuttavia la nazione araba più grande e quella con il maggiore potere di negoziare. Infine, la proposta Mubarak-Sarkozy è giunta poco prima della riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, un fatto che ha creato spazio per la diplomazia statunitense, che ne ha approfittato per dribblare la proposta degli altri paesi arabi. Questi ultimi proponevano una bozza di risoluzione in cui si chiedeva il cessate il fuoco immediato, rimandando a dopo tutte le trattative. Gli Usa insistono infatti a dire che non vogliono si torni alla situazione precedente all'offensiva, e ora puntano molto sull'invio di osservatori internazionali, non tra Israele e Striscia di Gaza però, ma tra il territorio palestinese e l'Egitto. Di modo che possano occuparsi loro della lotta al contrabbando".
"La proposta franco-egiziana prevede tre punti: primo, la cessazione dei combattenti, secondo, trattative per garantire la sicurezza dei confini, terzo, la riconciliazione tra i partiti palestinesi. A quel punto la diplomazia israeliana ha detto ad Hamas che non c'era alternativa a quel piano se vuole salvare la popolazione della Striscia, e ha invitato il premier israeliano Olmert, che si era detto in linea di principio favorevole, per discutere. Oggi, però, Israele ha mandato in Egitto solo un consigliere del ministro della Difesa Barak. Un modo per guadagnare qualche giorno, il tempo di terminare il lavoro sporco sul terreno. Israele non ha detto ne sì ne no. I tempi della diplomazia non sono brevi, di fatto però i tempi della morte a Gaza non aspettano. I morti sono già quasi 800".

di Angelo Miotto

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13571/Resta+la+carta+franco-egiziana

E' ufficiale, John Atta Mills è il nuovo presidente del Ghana


Il professore John Atta Mills, candidato del National Democratic Congress (NDC), è ufficialmente il nuovo presidente del Ghana, dopo elezioni che sembravano interminabili.
La popolazione fu infatti chiamata alle urne per la prima volta lo scorso 7 dicembre, quando però nessuno dei candidati raggiunse il 50% dei voti. Si è andati così al tesissimo ballottaggio del 28 dicembre, che opponeva Atta Mills e Akufo-Addo, del governante National Patriotic Party (NPP): dopo lo spoglio delle schede in 229 collegi elettorali su 230, Atta Mills aveva un vantaggio di soli 23.055 voti. Così il piccolo collegio di Tain, dove non fu possibile votare per un ritardo nell'arrivo del materiale, era improvvisamente diventato decisivo per il risultato finale.
Nonostante gli oltre 50.000 votanti a Tain avessero i numeri per capovolgere il risultato delle urne, l'NPP ha deciso di boicottare le elezioni del 2 gennaio nel collegio rimasto, per protestare contro presunti brogli. Di fatto, entrambi i partiti avevano denunciato irregolarità in alcune regioni del paese, ma le prove fornite alla commissione elettorale non erano state giudicate sufficienti a invalidare il risultato del ballottaggio. Quindi, facilitato dal ritiro dell'NPP, Atta Mills ha conseguito una facile vittoria nel collegio di Tain, consolidando il suo vantaggio e riportando al potere il suo partito dopo otto anni (l'NDC si era già assicurato la maggioranza parlamentare il 7 dicembre, quando ottenne 114 seggi contro i 107 dell'NNP).
Il professor Mills, 64enne come il suo sfidante, era già stato vicepresidente negli anni ‘90, per poi candidarsi senza successo alle elezioni del 2000 e del 2004, vinte entrambe dal presidente uscente John Kufuor. Ora il nuovo governante eredita una nazione in grande crescita, che ha già assunto un ruolo guida nell'Africa occidentale. Inoltre, Atta Mills dovrà gestire le nuove possibilità economiche che si sono aperte in seguito alla recente scoperta di giacimenti petroliferi al largo delle coste ghanesi.
Intanto, dopo il fermento delle ultime settimane, si spera in un rapido ritorno alla tranquillità, in un paese che è politicamente stabile già da tempo, una delle poche eccezioni nella regione. Non a caso, dopo un anno segnato dalle violenze e dai brogli alle elezioni in Kenya e Zimbabwe e dai colpi di stato in Mauritania e Guinea, gli osservatori internazionali confidavano nel Ghana come esempio di democrazia-modello made in Africa. Nonostante alcuni episodi di tensione, favoriti dall'incertezza del risultato delle urne, finora questa fiducia sembra essere stata ben riposta.

 di Marco Menchi

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1081


Il Gas che divide


Bisognerà aspettare ancora un po’, per accendere il riscaldamento nei paesi dell’Europa centrale e balcanica che dipendono quasi totalmente dal gas russo e lo ricevono attraverso le pipelines ucraine. L’accordo tra Ue, Russia e Ucraina per la riapertura dei rubinetti in presenza di osservatori indipendenti, saltato una prima volta giovedì sera, riallacciato nella notte con telefonate fra i vertici e dato ormai per fatto ieri mattina con l’arrivo degli osservatori europei a Kiev, è in realtà ancora da venire: niente è stato firmato e qualcuno - presumibilmente la leadership ucraina – sembra voler strascinare i piedi, forse per guadagnare del tempo. Del resto il Cremlino – con una insolita dichiarazione dello stesso presidente Dmitrij Medvedev – lo aveva fatto capire già da giovedì sera: niente ripresa del flusso di gas se un accordo ben preciso al riguardo non viene prima firmato da parte ucraina. «Siamo stufi di impegni verbali non mantenuti», ha detto Medvedev, aggiungendo che a Kiev regna un «caos assoluto» e facendo notare come nel 2008 Gazprom ha venduto gas destinato all’Ucraina a 179 dollari per mille metri cubi, ma i consumatori ucraini hanno dovuto pagarlo 320 dollari: la differenza, ha sottolineato il presidente russo, è finita in tasca a qualcuno, che ha interesse a mantenere le cose opache e torbide… E a quanto pare la firma ucraina sull’accordo non c’è ancora. Il premier cèco Mirek Topolanek, giunto ieri a Kiev in qualità di presidente di turno della Ue per «sistemare i dettagli» dell’accordo a tre, ha dovuto poi ammettere che «non è realistico» aspettarsi una conclusione in giornata. E dal momento in cui un accordo fosse effettivamente firmato, i tempi tecnici per la ripresa in pieno del flusso di gas sarebbero comunque non brevissimi: i tubi delle pipelines devono riempirsi, andare in pressione e quindi cominciare l’erogazione. Sempre che, naturalmente, tutti i protagonisti si comportino in modo serio: perché la possibilità di riprendere il gioco a rimpiattino delle chiusure dei rubinetti continua a esistere, dato che gli osservatori dispiegati sono (pare) una ventina in tutto, piuttosto pochi per seguire sul serio e contemporaneamente, come è necessario, le operazioni in tutte le stazioni di pompaggio e smistamento sia sulla frontiera russo-ucraina che su quella ucraino-europea (cioè con Romania, Ungheria, Slovacchia e Polonia). L’interesse a trascinare la faccenda più a lungo possibile è tutto dalla parte di Kiev: l’Ucraina è il paese che per ora soffre meno dalla chiusura del gas russo (perché ha abbondanti riserve e perché alcune sue grandi industrie, principali clienti del gas, sono comunque ferme o quasi per la crisi globale) e comunque la ripresa del flusso non riguarderebbe i suoi propri consumatori, visto che un contratto per le forniture di quest’anno non è ancora nemmeno lontanamente in vista: Gazprom chiede che Kiev paghi lo stesso prezzo che pagano gli altri clienti (intorno a 450 dollari per mille metri cubi), Naftogaz non ne offre più di 200. E Kiev sa benissimo che Mosca al contrario ha un gran bisogno di vendere il proprio gas e rischia in modo crescente, con ogni giorno di rubinetti chiusi che passa, di rovinare la propria reputazione di fornitore affidabile – anche se può contare su vantaggi collaterali, come un aumento a breve termine dei prezzi di gas e petrolio e un’accelerazione dei progetti di gasdotti alternativi sottomarini, nel Baltico e nel Mar Nero. Un discorso a parte merita questa prima prova che la nuova presidenza di turno cèca della Ue sta dando sulla vicenda. E’ la prima volta che la guida dell’Unione tocca a un paese dell’ex blocco sovietico, e intorno a questa «prima» c’era molta attesa e molto scetticismo: anche perché la Cechia sta vivendo una fase politicamente difficilissima, con un governo di destra di minoranza e un parlamento dove in maggioranza sono i socialisti. Il premier Topolanek in pochi giorni ha già inanellato una serie di errori e grezze piuttosto seria, in parte dovuti evidentemente a inesperienza (il dare per conclusi degli accordi in realtà ancora lontani, basandosi più sul proprio ottimismo che sui fatti concreti) e in parte dovuti alla propria (e nazionale) inclinazione anti-russa, come l’aver attribuito subito, il primo giorno, la responsabilità del problema-gas a Mosca – salvo poi essere in qualche modo smentito dal presidente della Commissione Ue Barroso e da altri leader dell’Unione. In effetti negli ultimi tempi la divisione tra «vecchia» e «nuova» Europa appare particolarmente forte, e su molte questioni importanti i più attivi governi dell’«ex est» (Polonia, Cechia, Lituania) hanno preso posizioni seriamente divergenti da quelle di Berlino, Parigi o Roma, assumendo anche iniziative autonome (nella crisi del gas, una missione ad alto livello polacca è da due giorni a Kiev per «consigliare» il governo ucraino).

(pubblicato su il manifesto del 10 gennaio 2009)
di Astrit Dakli

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