venerdì 9 gennaio 2009

Gaza secondo il "nuovo ordine mondiale"


Si dice da anni che il mondo è cambiato e c'è bisogno di nuove formule per trovare un consenso sui problemi internazionali. Ma qualsiasi riforma dell'Onu, del G8, del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale si è sempre piantata lì, senza andare oltre le singole proposte. Così, i Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale hanno ancora un seggio permanente e il diritto di veto al Consiglio di sicurezza; e il ricco Occidente - ampliando il concetto a Russia e Giappone - mantiene un ruolo preponderante negli altri club dove si decidono le politiche globali. Ma la crisi economica attuale, si dice da più parti, è parte dello smottamento che porterà a un "nuovo ordine mondiale". E l'invasione israeliana di Gaza è il primo test su cui le aspiranti nuove potenze sono chiamate a pronunciarsi.
L'ha scritto anche l'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, che della realpolitik ha fatto il suo credo. "L'America dovrà imparare che l'ordine mondiale dipende dalla struttura condivisa dai Paesi che hanno contribuito a crearla", ha sostenuto recentemente Kissinger sull'Economist, auspicando l'allargamento del G8 -  il club degli otto Paesi più industrializzati - a Cina, India, Brasile e "forse" Sudafrica. Per quanto riguarda l'Onu, tra i cinque Stati che reggono il Consiglio la Cina c'è; ma gli altri tre no, e neanche la Germania e il Giappone. Sarebbe cambiato qualcosa sulla questione di Gaza, se le redini mondiali fossero tenute da più mani di quelle attuali? E' fantapolitica, ma tra qualche anno potrebbe non esserlo più.

Se i Paesi europei hanno messo l'accento più sulla "cautela da entrambe le parti", esortando sia Israele sia Hamas a cessare il fuoco, le aspiranti potenze del futuro hanno preso una posizione più coraggiosa contro Tel Aviv. La più dura è stata l'India, che ha definito la "rappresaglia israeliana non solo sproporzionata, ma totalmente inaccettabile". Dal Sudafrica sono giunte parole simili contro Israele, che ha esortato ieri a cessare "l'escalation di violenza nella Striscia, che il governo sudafricano condanna inequivocabilmente e nel modo più fermo possibile". Il Brasile ha anche criticato fortemente l'azione israeliana, definita una "risposta sproporzionata". E la Cina, forse attenta a non prendere una posizione troppo rigida contro gli Usa, ha messo più l'accento sulla "crisi umanitaria", per la quale Pechino è "scioccata e seriamente preoccupata".
La risposta dell'attuale élite mondiale, in compenso, è stata più prudente. In generale, è stato riconosciuto il diritto di Israele all'autodifesa, auspicando timidamente prudenza nelle operazioni militari per non causare sofferenze tra la popolazione civile: così è accaduto al Consiglio di sicurezza dell'Onu, con una risoluzione non vincolante che in sostanza è passata inosservata. "E' chiaro che l'Onu non ha la forza per approvare una risoluzione che possa portare la pace in quella zona", ha chiosato il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. "E non ce l'ha perché gli Stati Uniti hanno diritto di veto, ecco perché le cose non vengono portate a termine", ha accusato Lula. Sperare che il mondo diventi perfetto, se sarà più multipolare, è ingenuo. Ma anni fa la voce del presidente brasiliano non sarebbe stata calcolata. Oggi, fa parte dell'ordine mondiale che si sta ridisegnando.
di Alessandro Ursic

Il prossimo bubbone finanziario


Preparatevi al prossimo bubbone finanziario di cui parleranno i giornali nei prossimi mesi ovvero la valorizzazione ed il prezzo delle azioni di banche che non sono quotate nei mercati di borsa. Il caso Popolare di Vicenza sta già facendo da apripista. Leggetevi il redazionale (1) recentemente pubblicato sul Giornale di Vicenza e capirete di cosa sto parlando. Cerchiamo di fare chiarezza o se non altro di far comprendere i possibili rischi a cui ci si espone acquistando le azioni di banche che non sono soggette alle quotazioni dei mercati.

Tanto per iniziare ritengo inutile sottolineare come dagli USA all'Europa, dal Giappone all'Inghilterra, quasi tutti gli istituti bancari quotati sui relativi mercati di borsa, hanno visto nel giro di un anno contrarsi pesantemente il valore delle proprie azioni, solo Intesa San Paolo è passata da 5 a meno di 3 euro con una perdita di quasi il 50 %. Altri gruppi bancari hanno fatto addirittura peggio. Il prezzo di un'azione riflette la capacità di fare profitti che ha una determinata azienda negli anni a venire, perciò se un determinato titolo azionario è soggetto ad una flessione considerata questo deve essere letto come minori dividendi, minor fatturato o maggiori costi o perdite attese nel futuro. 



Analogamente tutto questo vale anche per un'impresa bancaria. La totalità degli istituti di credito sta subendo un profondo ridimensionamento per quanto concerne la loro redditività e la loro solidità patrimoniale. A riguardo pensiamo alle sole conseguenze che colpiranno molti bilanci bancari a seguito della contrazione dei beni immobiliari utilizzati come sottostante per erogare prestiti ipotecati per acquisto prima casa. Le banche hanno potuto erogare mutui anche al 100 % potendo contare proprio su questa peculiarità ovvero il valore di perizia di un immobile e non il prezzo effettivo di cessione: così facendo sono stati fatti passare mutui di facciata formali all'80% ma sostanziali anche oltre al 100 % in quanto per ragioni di contabilità bancaria come pezza giustificativa si utilizzava la perizia (molto spesso di parte) e non il valore menzionato nell'atto di compravendita.

Ci rendiamo ormai conto di come questo approccio si sia trasformato in un boomerang dalle conseguenze tutt'altro che passate, ma appena iniziali. Oltre al ridimensionamento di alcune poste di bilancio, si verificheranno significative contrazioni della capacità di fare utili come si evince anche da un recente rapporto dell'ABI (2) che vede per i prossimi anni una riduzione del livelli di profittabilità del sistema bancario italiano. Non dimentichiamo infine che molti istituti di credito negli anni precedenti si sono specializzati ed hanno focalizzato parte del loro business nell'affiancamento ed assistenza finanziaria a determinati distretti industriali ed artigianali (tessile, abbigliamento, calzaturiero, ceramica, arredamento, metalmeccanica) che adesso stanno soffrendo non poco per la contrazione del PIL mondiale, nel caso citato pensiamo al settore dell'artigianato orafo supportato per anni dalla Popolare di Vicenza, considerando il distretto di Vicenza (3) come la capitale mondiale dell'artigianato orafo nel mondo. 

In questo contesto si devono perciò inserire a mio avviso le metodologie discutibili con cui si valorizzano le azioni di banche che non sono soggette al giudizio del mercato. Immaginate perciò una banca (ma ce ne sono tantissime altre in Italia) come quella indicata nel redazionale citato, il quale management decide arbitrariamente il valore delle azioni sulla base di considerazioni che aprono non poche perplessità in termini di conflitto di interessi e sulla oggettività perseguita. Non posso credere che alcune filiali di banca solamente per il fatto di riportare l'insegna Popolare di Vicenza abbiamo sviluppato una qualche forma di immunità nei confronti della crisi del sistema bancario.

di Eugenio Benetazzo
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com

NOTE

1) http://www.eugeniobenetazzo.com/popolarevicenza_verifica_valore_azione.pdf
2) http://www.eugeniobenetazzo.com/rapporto_abi_crisi_utili.pdf
3) http://www.eugeniobenetazzo.com/libero_11_12_2007.pdf

La ricetta politica israeliana, uccidere in cambio di voti


Per capire l’ultima devastante spedizione omicida degli israeliani contro Gaza bisogna comprendere a fondo l’identità israeliana e il suo odio innato verso chiunque non sia ebreo, l’odio verso gli arabi in particolare. Questo odio è contenuto nel curriculum israeliano, viene predicato dai leader politici e sottinteso dalle loro azioni. E’ veicolato da categorie culturali, perfino all’interno della cosiddetta “sinistra israeliana”.

Sono cresciuto in Israele negli anni ’70, gli individui della mia generazione oggi sono in Israele a capo dell’esercito, della politica, dell’economia, della cultura e delle arti. Siamo stati abituati a pensare che “un arabo buono è un arabo morto”. Qualche settimana prima che entrassi a far parte della IDF [le Forze di Difesa Israeliane, NdT] nei primi anni ’80, il generale Raphael Eitan, all’epoca capo di stato maggiore, annunciò che gli arabi erano come “scarafaggi imprigionati in una bottiglia”. La fece franca, così come la fece franca dopo l’assassinio di migliaia di civili libanesi durante la prima guerra del Libano. In una parola, gli israeliani riescono sempre ad ammazzare la gente e passarla liscia.

Fortunatamente, e per ragioni che tuttora sfuggono alla mia comprensione...

a un certo punto mi risvegliai da questo mortifero sogno ebraico. A un certo punto me ne andai dallo stato degli ebrei, evasi dal dilagare dell’odio ebraico, diventai oppositore dello stato ebraico e di ogni altra forma di politica ebraica. In tutti i modi, sono fortemente convinto che sia mio dovere primario informare chiunque desideri ascoltarmi di cosa abbiamo contro.

Se il sionismo mirava a trasformare gli ebrei, e se pensava che “donandogli un proprio stato” li avrebbe resi simili a qualunque altro popolo, allora ha miseramente fallito. La barbarie israeliana, quale abbiamo potuto osservarla questa settimana e in infinite occasioni precedenti, va ben al di là della bestialità pura e semplice. E’ l’uccidere per il gusto di uccidere. Ed è indiscriminata.

Poche persone in occidente si rendono conto di una realtà devastante: che ammazzare gli arabi, e i palestinesi in particolare, è una ricetta politica israeliana di grande efficacia. Gli israeliani sono in realtà un popolo confuso. Per quanto insistano a vedere se stessi come una nazione in cerca di “Shalom” (1), in realtà amano essere guidati da politici che abbiano alle spalle un impressionante curriculum di massacri ingiustificati. Che si tratti di Sharon, Rabin, Begin, Shamir o Ben Gurion, gli israeliani vogliono che i loro “leader democraticamente eletti” siano falchi bellicosi, con le mani grondanti sangue e con alle spalle un solido background di crimini contro l’umanità.

Manca qualche settimana alle elezioni in Israele e sembra che tanto il candidato di Kadima, il ministro degli esteri Tzipi Livni, quanto il candidato laburista, il ministro della difesa Ehud Barak, si trovino molto indietro nelle preferenze rispetto al candidato del Likud, il noto falco Benjamin “Bibi” Netanyahu. Livni e Barak hanno bisogno della loro piccola guerra. Devono dimostrare agli israeliani che sanno come gestire uno sterminio di massa.

Sia Livni che Barak devono offrire all’elettore israeliano un’esibizione di devastante carneficina, così che gli israeliani possano aver fiducia nella loro leadership. E’ la loro unica possibilità contro Netanyahu. In pratica, Livni e Barak stanno lanciando tonnellate di bombe sui civili palestinesi, sulle scuole e sugli ospedali perché questo è esattamente ciò che gli israeliani vogliono vedere.

Sfortunatamente, gli israeliani non sono conosciuti per la loro pietà o per la loro compassione. Al contrario sono appagati dalla ritorsione e dalla vendetta, gioiscono della loro stessa brutalità senza limiti. Quando all’ex comandante in capo delle Forze Aeree Israeliane, Dan Halutz, fu chiesto che cosa si provasse a sganciare una bomba su un quartiere di Gaza densamente popolato, la sua risposta fu breve e precisa: “Si prova una leggera turbolenza sull’ala destra”. La freddezza omicida di Halutz fu sufficiente a garantirgli la promozione a capo di stato maggiore della IDF poco tempo dopo. Fu il generale Halutz a guidare l’esercito israeliano nella seconda guerra del Libano, fu lui a perpetrare la distruzione delle infrastrutture libanesi e di ampie zone di Beirut.

A quanto sembra, nella politica israeliana il sangue degli arabi si traduce in voti. Ovviamente sarebbe molto ragionevole incriminare Livni, Barak e l’attuale capo di stato maggiore della IDF, Ashkenazi, per omicidio di primo grado, crimini contro l’umanità e per la palese infrazione delle Convenzioni di Ginevra. Ma è molto più comprensibile tenere conto del fatto che Israele è una “democrazia”. Livni, Barak e Ashkenazi stanno dando al popolo israeliano ciò che vuole: si chiama sangue arabo e deve essere fornito in abbondanti quantità. Questa ininterrotta pratica omicida condotta dai politici israeliani riflette le attitudini del popolo israeliano nel suo insieme piuttosto che quelle di un manipolo di politici e generali. Abbiamo a che fare con una società barbarica, guidata, sul piano politico, da inclinazioni sanguinarie e assassine. Non può esservi dubbio, non c’è posto per questa gente fra le nazioni.

Perché gli israeliani siano un popolo così lontano da qualsiasi nozione di umanità è una bella domanda. Gli studiosi della natura umana più generosi ed ingenui potrebbero sostenere che la Shoah abbia lasciato un’enorme cicatrice nell’animo degli israeliani. Ciò potrebbe spiegare perché gli israeliani coltivino tale ricordo in modo ossessivo, con il sostegno dei loro fratelli e sorelle della Diaspora. Gli israeliani dicono “mai più” e ciò che vogliono dire è che non dovrà più esserci una nuova Auschwitz, il che in qualche modo li fa sentire legittimati a punire i palestinesi per i crimini commessi dai nazisti. I più realistici tra noi non credono più a questa tesi. Oggi iniziano ad ammettere che è più che probabile che gli israeliani siano così incredibilmente brutali perché semplicemente è questo che sono. E’ qualcosa che va oltre la razionalità e le teorizzazioni pseudo-analitiche. Essi affermano: “Questo è ciò che gli israeliani sono e non c’è più nulla da fare”. I realistici arrivano perfino ad ammettere che uccidere sia il modo in cui gli israeliani interpretano il significato dell’essere ebrei. Con tristezza, molti di noi sono arrivati ad ammettere che non esiste un sistema di valori laici alternativo con cui gli ebrei possano sostituire la pulsione ebraica all’omicidio. Lo stato ebraico sta lì a dimostrare che l’autonomia nazionale ebraica è un concetto inumano.

Sono cresciuto nell’Israele degli anni dopo il 1967. Sono stato allevato nel culto della mitica vittoria israeliana, siamo stati abituati ad adorare l’”israeliano che combatte in posizione di svantaggio”, l’eroico plotone che punta il suo Uzi automatico verso gli arabi e riesce a sconfiggere quattro eserciti in soli sei giorni.

Mi ci sono voluti due decenni di troppo per capire che l’”israeliano che combatte svantaggiato” era in realtà un maestro dello sterminio indiscriminato. Barak era uno di quegli eroi del 1967, un maestro dell’assassinio indiscriminato. A quanto sembra, l’esecutivo israeliano ha appena approvato un progetto per il più massiccio attacco contro Gaza dal 1967. Livni ha più o meno la mia età e, a giudicare dalle notizie, ha interiorizzato quel messaggio. Ora si sta costruendo le necessarie credenziali come assassina indiscriminata. Sia Barak che la Livni stanno conducendo Israele in una campagna elettorale di sterminio. Il sangue degli arabi e dei palestinesi è il carburante della politica israeliana.

Potrei suggerire a Barak e alla Livni che non è detto che ciò li aiuti nei sondaggi. Netanyahu è un falco autentico e genuino. Non ha bisogno di atteggiarsi ad assassino e, per quanto io possa disprezzarlo, non ha ancora condotto Israele in una guerra. Probabilmente egli capisce meglio di loro che cosa sia il potere della deterrenza.

(1) Non bisogna confondere “Shalom” con “pace” o con “Salam”. “Pace” e “Salam” esprimono riconciliazione e compromesso, mentre “Shalom” significa sicurezza per il popolo ebraico a spese del territorio circostante. 

DI GILAD ATZMON (Vedi anche Israele ha superato il “punto di non ritorno”.“Per vincere i palestinesi devono semplicemente sopravvivere”. Stanno sopravvivendo, e stanno vincendo.)

( Vedi anche I massacri di Sabra e Shatila nell'amnesia del popolo di Israele)

Palestinethinktank
Traduzione di Gianluca Freda

Link: http://www.pressante.com/politica-e-ordine-mondiale/1264-come-i-leader-israeliani-uccidono-in-cambio-di-voti.html

"Non disinformati" di tutto il mondo unitevi!

Siamo noi a sbagliare e tutti gli altri hanno ragione?  Se lo chiede (ce lo chiede) Giulietto Chiesa nel momento in cui la distruzione piove sulla gente innocente, ora che assistiamo quasi impotenti al racconto falso dei media occidentali, quando la verità è rovesciata e i carnefici sono presentati come vittime. Se non sappiamo rispondere a questa domanda, certe forze dominanti non incontreranno più limiti nel fare una guerra ancora più estesa, molecolare, di scala mondiale, sulla quale, come i sette angeli dell’ira di Dio, verseranno i loro vasi pieni di pestilenza e dolore. Il problema è capire che i guai sono davvero già così grandi, e trovare un qualche rimedio.

In realtà quella di Chiesa, nel titolo, non è una domanda, ma l'annuncio di una spiegazione. Poi, leggendo, accanto all'analisi, gli interrogativi risorgono. Facciamo un primo passo, cerchiamo per ora di capire e descrivere un lato della questione. 
Perché stiamo perdendo? La mia prima risposta è: hanno imparato in fretta la lezione del Libano. 

Nell’estate 2006 l’immagine di Israele era uscita male, quando devastava il vicino settentrionale. La resistenza di Hizbullah era sorprendente ed efficace. Il governo israeliano, che aveva contato su una vittoria liscia, si trovava invece a gestire in affanno tante cose fuori controllo: sul campo di battaglia, di sicuro; ma anche nei suoi media locali, in quelli all’estero, o fra i soldati che scrivevano e-mail e blog sconsolati, in continuo rimbalzo nel ciberspazio, rosi dai dubbi per una guerra insensata e criminale. Certo, Fassino era sempre pavlovianamente pronto a qualche fiaccolata in soccorso dei cacciabombardieri, e Amos Oz già allora saltava su per dare copertura etica alle stragi simulando moderazione, eppure il messaggio andava storto lo stesso. 

Oggi niente blog aggiornati, nessuna e-mail per le truppe, perfino i cellulari sono sequestrati ai soldati. Come per una qualsiasi azione di marketing, il tono della comunicazione non ammette sbavature. È l’immagine coordinata. Meglio azzerare il rischio ed estendere l’ombrello della pianificazione militare totale a ogni aspetto della comunicazione. 

Oggi Israele ha organizzato in un modo infinitamente più accurato la “guerra della percezione”, un pezzo fondamentale della guerra nel suo insieme, con tremenda coerenza semiotica. 
E quindi vince a man bassa. 
Le redazioni vengono convogliate su blog inspiegabilmente tutti allineati alla nuova avventura bellica, scritti da mamme di soldati, orgogliose come antiche madri spartane: si ripropone il cliché militarista più trito con il pigolio della novità hi-tech. Ma questo sarebbe il meno.

Una tale prevalenza della menzogna più sfrontata su tutti gli organi d’informazione e comunicazione non è solo frutto della debolezza culturale delle redazioni. È l’effetto di un lavoro durato anni, un’egemonia voluta e cercata per rimodellare ogni luogo importante in cui si producesse comunicazione, come ben ricorda Chiesa: prima ancora delle notizie da dire o non dire, sono state scelte o rimosse le persone in grado di trattarle. 
Le redazioni si sono bevute di tutto, dalle menzogne dell’11 settembre americano a quelle del 7 luglio londinese, dalle balle della guerra in Iraq alle lampanti falsità del presidente della Georgia in Ossetia. Figuriamoci se queste redazioni, via via disabituate a qualsiasi critica frontale del potere, non avrebbero abboccato all’attento “planning” coordinato fra Gerusalemme e Washington per l’aggressione a Gaza. Abboccano, eccome. 
E non sono soltanto i Tg a esibire gli indecenti pupazzi dei ventriloqui criminali. 
Li vedi ovunque, anche nelle trasmissioni di cronaca rosa, una volta tanto distolte dal vippame del demi-monde televisivo per prestare orecchio alle pillole di propaganda, quando la propaganda chiama. A recitarla sentiamo una falange di altri VIP, tutti ingaggiati per giustificare con parole clonate l’azione “difensiva” dei bombardieri israeliani contro una popolazione inerme. 

Quel che voglio dire è proprio questo: l’assoluto sbilanciamento delle notizie sulla strage di Gaza deriva sì dalla struttura dei media e delle loro proprietà oligopolistiche – e questo è il dato di fondo con cui dovremo imparare a fare i conti - ma su questa struttura e su questa linea politica è visibile anche l’effetto di un’azione coordinata specifica, un’azione dell’oggi, di questi giorni, voluta da centri di potere che condividono l’idea di “nuovo Medio Oriente” che ha in mente Tzipi Livni, quasi un test per un nuovo ordine politico in sostituzione delle democrazie, erose dalla crisi più devastante mai vista da ottant’anni. 
Tante bugie, tanto spazio per esse, tanta somiglianza fra loro e tanta dissomiglianza dalla realtà, non sono un caso. Siamo testimoni di una mostruosa manipolazione ‘ad hoc’ proprio mentre avviene. C’erano già i giornalisti “embedded”. Ora ci sono le notizie precotte.

Una piccola redazione di un piccolo sito come il nostro ha già tutti gli strumenti per conoscere le proporzioni essenziali dei fatti, vedere le immagini censurate dalle TV occidentali, immagini che direbbero la verità al grande pubblico, sfogliare reportage degni di fede sul massacro deliberato dei civili, riscoprire le dichiarazioni di ieri dei criminali di oggi quando anticipavano i loro intenti politici e militari, rileggere la storia di Terrasanta abbastanza da rigettarne i falsi miti. Vediamo molto, e pubblichiamo a più non posso. Piccole gocce nel mare, come altre gocce sparse qua e là nel web.

Immagini e strumenti sono disponibili - su scala incomparabilmente più grande - anche in mano alle grandi redazioni. Anche loro sanno quel che c’è da sapere. Le immagini vere le vedono eccome. Qualcosa emerge anche sulle loro pagine, ma il tono scelto è un altro, e quello prevale: il tono della complicità che va avanti per inerzia, per censura e autocensura (tanto le persone convenienti hanno già sostituito quelle scomode), con in più il valore aggiunto disinformativo disposto per l’occasione, quello da “immagine coordinata”, la campagna politico-mediatica del momento. C’è chi dà ordini e chi obbedisce su un fatto preciso e determinato. L’ordine impartito è in fondo semplice: sottrarre alla vista il fatto che la classe dirigente israeliana – così come l’amministrazione uscente statunitense - sia guidata da un nucleo di pericolosi criminali di guerra sostenuti da molti complici. L’ordine viene eseguito con accuratezza e serialità industriale. Il velo di pedanteria umanistica, l’interfaccia che le macchine non possono dare, lo danno i Riotta e i Pigi Battista, e tanti altri ancora, ma quel velo non riesce a nasconde la standardizzazione pressoché robotica del prodotto, da fabbrica d’armi di qualità. 

Se leggete «la Repubblica» e il «Corriere della Sera»del 7 gennaio 2009, in particolare l’articolessa di Adriano Sofri sul primo e il presentat’arm di Bernard-Henry Lévysul secondo, troverete le frasi misericordiose e le cavillosità adatte a fregare la sinistra inesauribilmente sprovveduta, frasi generiche e sentimentali, abbastanza smaliziate da concedere distinguo a un pubblico più laico ed esigente, da ammansire con la citazione giusta. Il Vecchio Pregiudicato e l’eterno Nouveau Philosophe dimostrano che sanno, certo, che l’Islam è complesso, che gli israeliani fanno anche errori, che i palestinesi, accidenti, soffrono, e poveri anche i bambini. Le frasi mimetiche sono la loro expertise che serve a occultare il cuore vero del loro testo, scandito – dopo le divagazioni - da frasi finalmente secche,come un comando ipnotico a favore della versione che ricalca i pensatoi militaristi. 
La velina di Sofri è: «Gli israeliani vogliono davvero ridurre al minimo le vittime civili. Non possono essere così disumani né così imbecilli da mirare a colpire i bambini. […] La gente di Israele e i suoi governanti ha un (provvisorio, minacciato, odiato) vantaggio nelle risorse possibili della forza e della ragione. Hamas bersaglia da anni case, scuole, strade di una popolazione civile israeliana cui è impedita una normale vita quotidiana. Hamas giura la distruzione di ogni cittadino di Israele e di ogni ebreo sulla terra. Hamas addestra ed esalta gli assassini suicidi. Hamas si serve vilmente degli scudi umani, predilige bambini donne e vecchi, tramuta moschee e pareti domestiche in ripari di armi e mine. Ma lo spregevole cinismo di Hamas libera Israele dalla responsabilità verso quelle donne, quei vecchi, quegli uomini, quei bambini?» 
E la velina di Lévy? Eccola: «Il fatto che le granate israeliane facciano, al contrario, tante vittime non significa […] che Israele si abbandoni a un “massacro” deliberato, ma che i dirigenti di Gaza hanno scelto l’atteggiamento inverso, di lasciare quindi le loro popolazioni esposte: una vecchia tattica dello “scudo umano” che fa sì che Hamas, come Hezbollah due anni fa, installi i propri centri di comando, i depositi d’armi, i bunker nei sotterranei di abitazioni, ospedali, scuole, moschee. Tattica efficace ma ripugnante.»
Stesso canovaccio e perfino stessa cadenza, lo vedete. Stesse bugie da retrobottega del Pentagono: la vecchia corbelleria degli “scudi umani”. Identica spudoratezza, identiche amnesie selettive: dimenticano (Sofri) o perfino negano (Lévy) che Gaza sia da anni sotto assedio, sotto lo schiaffo di azioni unicamente definibili come “crimini di guerra”. Tali e quali anche le dicotomie: la ragionevolezza di chi lancia le “granate” con cura chirurgica contrapposta allo «spregevole cinismo» della «ripugnante» Hamas. 
È lo stesso Sofri che aveva benedetto l’invasione dell’Iraq. È lo stesso Bernard-Henry Lévy che l’estate scorsa è stato sputtanato per le menzogne acclarate di un suo reportage dalla Georgia. Ogni tanto leggi di cronisti licenziati perché inventano notizie, peraltro plausibili, ma inaccettabili per deontologia. Per BHL, invece, la pagina degli editoriali del «Corriere» è sempre aperta. Parla di banali granate, lui, per evitare di menzionare gli ordigni usati davvero: le GBU39 con dardo di penetrazione a uranio impoverito; il fosforo bianco; il DIME (Dense Inert Metal Explosive) in lega di tungsteno, usato la prima volta in Libano nel 2006, che provoca ferite spaventose e fa i corpi a brandelli, lasciando ai sopravvissuti la prospettiva dei tumori. 

Tutto questo orrore è ben documentato e documentabile, e sarebbe un inesauribile filone d’inchiesta per incalzare le autorità israeliane, che infatti non vogliono testimoni e reporter a Gaza. Precauzione inutile, con i direttori delle grandi testate nostrane. I quali mettono in fila le seguenti frasi dei loro editorialisti di punta: «Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei» (Piero Ostellino, 29 dicembre), «Hamas auspica l’eliminazione di tutti gli ebrei dalla faccia della terra» (Ernesto Galli Della Loggia, 3 gennaio), «Hamas giura la distruzione di ogni cittadino di Israele e di ogni ebreo sulla terra» (Sofri, 7 gennaio). Fra tutte le semplificazioni possibili del contenuto d’odio usato da Hamas in una complessa citazione di Maometto, i volonterosi propagandisti della guerra usano solo quella che si brucia i ponti alle spalle. In fotocopia. In quella forma è una leggenda maligna, che serve a nascondere le aperture pragmatiche, le tregue di sei mesi, di dieci anni di cinquant’anni, offerte da leader di Hamas poi eliminati con qualche tempestivo bombardamento. La leggenda dei trombettieri delle nostre gazzette vuole la guerra, non scruta spiragli.

La macchina della propaganda è dunque ben oliata, pervasiva. Occupa con rigore il centro dell’agenda mediatica. Militarizza gli editoriali più importanti. Non si limita a presidiare l’informazione, ma lavora sul sistema della comunicazione. 
Giulietto Chiesa ci esorta a non segregarci nell’illusione della controinformazione, galassia interessante, ma dispersa e senza massa critica, fatta di spezzoni orgogliosi d’identità incapaci d’espandersi, intransigenze non portate a conciliarsi, priorità diverse dei vari gruppi e individui, incapacità di comprendere che la partita si gioca nel sistema integrato della comunicazione, il luogo in cui le immagini in movimento interagiscono con i desideri e i sogni manipolati. Grillo dice che la TV è morta e vincerà la rete. In realtà avviene l’integrazione fra i media, con un forte contenuto comunque televisivo, ancorché in totale trasformazione. Vince chi lo capisce e si dota dei mezzi conseguenti. Chi vuole la guerra lo ha capito benissimo. 

In realtà, trasmettitori e riceventi presenti nell’agorà comunicativa non sono alla pari. La libertà dei flussi non può celare le differenze di potere fra la concentrazione tecnocratica della merce comunicazione in una ristretta élite di soggetti multinazionali e la passività atomizzata di una fetta ancora enorme di consumatori. Lo slogan ideale per chi magnifica il libero flusso dell’informazione senza uno sguardo critico potrebbe essere "libero lupo in libero ovile".

Da qui colgo anche il rimpianto di Chiesa, che ricorda ancora una volta che il progetto di un nuovo format televisivo, Pandora, non si fa tuttora strada fra chi pure ne trarrebbe vantaggio. 
Con il tempo la comprensione e la convergenza di spinte diverse verso un forte network sarebbe un esito naturale. Ma ora non viviamo in tempi normali. La strage di Gaza, il racconto che passa di essa, ne è il segnale evidente. Forze potenti sono in grado di far condensare la Grande Crisi in una Grande Guerra. Quel che normalmente sarebbe un percorso fatto di tappe intermedie, ora richiede accelerazioni. 
Un format che tratta immagini e che non si limita a fare documentari, ma interviene in diretta e mostra ciò che il mainstream oggi tace: questo è lo scopo del “servizio” Pandora. Non so che possibilità abbiamo e di che tempi materialmente utilizzabili disponiamo affinché la galassia dei “non disinformati” inneschi un suo Big Bang creativo, ora che intanto che perde terreno nei confronti della propaganda bellica e della riorganizzazione dei grandi poteri di fronte alla crisi.

I tempi sono urgenti ma il problema è vecchio, se pensate a queste parole di Primo Levi: «Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola» (dal «Corriere della Sera», 8 maggio 1974).

Intanto avviamo almeno un percorso che infittisca lo scambio fra chi ha idee, risorse, reti, disponibilità. Non penserete mica che il dio della guerra si fermi a Gaza, e che il dio della propaganda si fermi al Tg1,tanto per farvi un piacere? 
di Pino Cabras - Megachip

"Cast Lead", ovvero come uccidere "senza impurità" i palestinesi durante il periodo dell'"anatra zoppa" USA


L'analista francese Thierry Meyssan, esperto di questioni di intelligence internazionale e Medio Oriente (noto per i suoi studi sull'attacco al Pentagono l' 11 settembre e la guerra tra Israele e Libano nel 2006), in un articolo pubblicato sul sito da lui fondato, Voltaire Net, illustra alcuni aspetti rimasti ignoti della crisi di Gaza e rivela lo scenario geopolitico da cui l'azione israeliana ha preso avvio (1).
Prima di tutto un chiarimento terminologico. L'operazione militare "Cast Lead" decisa a Tel Aviv, è stata comunemente tradotta in italiano come "piombo fuso", ma anche da taluni nel suo contrario, cioè "piombo indurito". In realtà nessuna delle due traduzioni è, paradossalmente, sbagliata, ma forse la traduzione più corretta in italiano sarebbe "piombo forgiato", indicandosi la colata di piombo fuso in uno stampo che, indurendosi, dà vita ad una forma solida, come un sigillo.
La questione non è puramente filologica poiché sottolinea un aspetto altamente simbolico con richiami religiosi che l'operazione militare assume in Israele, ciò che è stato invece trascurato in Occidente. Il nome dell'operazione riprende infatti il verso di un canto religioso che si intona durante le festività ebraiche di Hannoukka (che si celebravano proprio durante l'inizio delle operazioni). Scrive Meyssan: "Hannoukka commemora il miracolo dell'Olio: per rendere grazia a Dio, gli ebrei che avevano sconfitto i greci accesero una lampada ad olio nel tempio, ma senza aver avuto il tempo di purificarsi; ma anche se la lampada non conteneva che olio sufficiente per una giornata, continuò a bruciare per otto giorni. Legando l'operazione militare attuale al miracolo dell'Olio, le autorità israeliane indicano alla loro popolazione come non sia impuro uccidere dei Palestinesi".

La tempistica dell'attacco a Gaza non ha solo echi religiosi, avviene infatti nel periodo che gli americani definiscono dell' "anatra zoppa", cioè nell'interregno tra l'elezione del presidente degli Stati Uniti e il suo ufficiale insediamento. A Tel Aviv non si è tanto pensato di sfruttare un vuoto di potere o piuttosto mettere Obama davanti ai fatti compiuti quando il 19 gennaio presterà giuramento. Molto più acutamente e scientemente ritengono invece che questa manovra possa influenzare gli equilibri della prossima Amministrazione che al suo interno contiene visioni contrapposte sul Medio Oriente.
Secondo Meyssan, gli israeliani sono perfettamente tenuti al corrente dal Capo di gabinetto in pectore nominato da Obama, Rahm Emanuel (doppio passaporto statunitense ed israeliano, un passato di ufficiale di collegamento nell'esercito Tsahal), degli scontri di potere che si stanno svolgendo tra le fila della squadra presidenziale. 
Obama ha vinto le elezioni con il sostegno di forze variegate: l'industria ecologista; il mondo finanziario; la lobby filo-sionista; i generali in rivolta; i partigiani della commissione Baker-Hamilton. Le ultime due "fazioni" fanno riferimento agli esponenti delle forze armate che dopo l' 11 settembre hanno contrastato i piani di Donald Rumsfeld sull'Iraq e sul possibile allargamento del conflitto all'Iran; tale atteggiamento ha trovato quindi una sponda politica con l'avvento di Robert Gates al Pentagono, sotto la tutela della commissione Baker-Hamilton, che rappresenta la vecchia guardia del partito repubblicano.
Il "maître à penser" di questa componente politico-militare è il generale Brent Scowcroft, che ritiene necessario per gli Stati Uniti un periodo di stabilità necessario per ricostituire le proprie forze militari (umane e tecnologiche) dopo che queste sono state usurate per il troppo impegno negli ultimi anni. Non solo. La componente che fa capo a Scowcroft si oppone ad una guerra all'Iran (ritenuto alleato indispensabile per evitare una disfatta in Iraq) ed è contraria al rimodellamento del Grande Medio Oriente, incluse modificazioni di frontiere, previsto dalla dottrina neo-con. Al suo interno c'è chi si spinge oltre, prospettando addirittura di far transitare Siria ed Iran nel campo atlantico (2) e costringendo Israele alla restituzione del Golan a Damasco ed a risolvere almeno parzialmente la questione palestinese, prevedendo risarcimenti per gli stati che ospitano i profughi palestinesi e con un piano di investimenti massicci nei Territori per renderli economicamente vitali. Insomma la fine del sogno di un Grande Israele. 
L'uomo chiave all'interno dell'Amministrazione Obama di questa componente è il confermato ministro della Difesa Robert Gates, già collaboratore di Scowcroft e membro della commissione Baker-Hamilton. Gates sarebbe pronto per l'epurazione degli ultimi uomini di Rumsfeld rimasti al Pentagono (dopo l'allontanamento dei due falchi anti-iraniani, il segretario delle Forze aeronautiche Michael Wynne e il suo capo di stato maggiore Michael Mosley). Intanto ha già ottenuto di piazzare un suo uomo a capo della CIA, Leon Panetta, anche lui membro della commissione Baker-Hamilton, e nel Consiglio nazionale della Sicurezza il generale Jones, ritenuto anti-israeliano per essersi più volte mostrato irritato dalla politica dello stato ebraico quando faceva parte della delegazione americana durante i colloqui di pace di Annapolis.
Ma la lobby filo-israeliana è altrettanto rappresentata dentro l'Amministrazione Obama, in particolare al Dipartimento di Stato presieduto da Hillary Clinton, con i due vice-segretari apertamente sionisti e vicini all'Aipac (il più potente gruppo di pressione filo-israeliano negli Stati Uniti), James Steinberg e Jacob Lew. 
Insomma, Israele potrà sempre contare sull'appoggio incondizionato della diplomazia statunitense ma non più su un massiccio aiuto militare. Ecco, dunque, che a Tel Aviv si ritiene sia giunto il momento di forzare la mano per far venire allo scoperto amici e nemici (l'avverarsi della previsione di Joe Biden durante la campagna elettorale, una crisi internazionale a gennaio per verificare di "che pasta" fosse fatto Barack Obama) e, se necessario, mettere sotto ricatto la componente militare americana a costringerla a correre in appoggio in caso di allargamento del conflitto. Israele può essere disposta a tutto pur di non perdere l'influenza che ha sempre detenuto nei confronti del governo statunitense.

Il terzo aspetto rivelato da Thierry Meyssan nel suo articolo è altrettanto sorprendente, ovvero la nascita di un vero e proprio asse islamico-sionista composto da Israele, Egitto, ed Arabia Saudita (3). Scrive Meyssan: "E' questo il punto di novità in Medio Oriente. Per la prima volta una guerra israeliana non è finanziata dagli Stati Uniti ma dall'Arabia Saudita. Riyad paga per schiacciare il principale movimento politico sunnita che non controlla, Hamas. La dinastia dei Saud sa che deve annientare ogni alternative sunnita in Medio Oriente per potersi mantenere al potere. Ecco il perché della scelta del sionismo islamico. L'Egitto, da parte sua, teme una estensione della rivolta sociale attraverso i Fratelli musulmani". 
E il teatro di battaglia si è così delineato: "L'aviazione israeliana ha preparato il terreno per una penetrazione terrestre che a sua volta aprirà la via a formazioni paramilitari arabe. Secondo le nostre informazioni, circa 10mila uomini sono attualmente ammassati nei pressi di Rafah. Addestrati in Egitto e Giordania, sono sotto il comando dell'ex consigliere nazionale della sicurezza palestinese, il generale Mohammed Dahlan (l'uomo che organizzò l'avvelenamento di Yasser Arafat per conto degli israeliani, secondo i documenti resi pubblici due anni fa). Questi uomini sono chiamati ad avere il ruolo svolto dalle milizie di Elie Hobeika a Beirut dopo l'accerchiamento da parte di Ariel Sharon dei campi profughi di Sabra e Chatila".
Quello che ancora trattiene la "troika sionista" dal lanciare l'offensiva finale dei "cani da battaglia" sarebbe la difficoltà di stimare la capacità di resistenza di Hamas nelle sue tecniche di guerriglia urbana. Una sconfitta al suolo dopo i fallimenti in Libano di due anni fa, sarebbe insopportabile per Israele e politicamente disastrosa. Inoltre, come sottolineato da Meyssan "è sempre possibile ritirare rapidamente i blindati da Gaza, non sarebbe la stessa cosa farlo con dei paramilitari arabi".


(1) Thierry Meyssan, La guerre israélienne est financée par l'Arabie saudite , Voltaire Net, 6 gennaio 2009.http://www.voltairenet.org/article158933.html 
(2) L'ipotesi di un avvicinamento politico tra Stati Uniti e Iran avrebbe ripercussioni su tutta la strategia complessiva degli Usa in politica estera. In particolare significherebbe un mutamento dei rapporti di forza nella cosiddetta "guerra del gas" che ha come posta in gioco la dipendenza dell'Europa occidentale dalla Russia per i rifornimenti energetici. Per una disamina più articolata si veda il nostro precedente articolo "Guerra del gas: Gazprom ed Eni conquistano la Serbia". 
(3) Avvisaglie e voci di un asse arabo-israeliano erano del resto note, in particolare in chiave anti-iraniana. A tal proposito si veda il nostro recente "Usa, Paesi arabi e Francia tessono la tela: obiettivo Iran ". 

di Simone Santini 

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1080

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