lunedì 5 gennaio 2009

Che anno per la criminalità e gli abusi delle società!

Nel compilare l’elenco del Multinational Monitor delle 10 Peggiori Società del 2008, sarebbe stato facile limitare i candidati alle società di Wall Street.

Ma neanche il resto del settore aziendale si è comportato bene durante il 2008 e non volevamo che sfuggissero ad un giustificato esame.

Quindi secondo la nostra tradizione di evidenziare le svariate forme di cattiva condotta aziendale, abbiamo incluso solo un’unica società finanziaria nell’elenco delle 10 peggiori società. 

Qui di seguito sono presentate in ordine alfabetico le 10 peggiori società del 2008.

La AIG: denaro in cambio di niente

Non c’è di sicuro un’unica parte responsabile dell’attuale crisi finanziaria globale. Ma se si dovesse scegliere un’unica società responsabile la più papabile sarebbe la American International Group (AIG), che ha già risucchiato più di 150 miliardi di dollari di sostegni a carico dei contribuenti. Attraverso i “credit default swaps” la AIG in pratica riscuoteva i premi assicurativi partendo dalla ridicola premessa che non avrebbe mai risarcito in caso di un fallimento -- tantomeno nel caso del crollo dell’intero mercato che stava assicurando. Quando ha prevalso la realtà è crollato il tetto. 

La Cargill: speculatori del cibo

Quando i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle nel 2007 fino all’inizio del 2008, i consumatori e i paesi poveri si sono trovati alla mercé del mercato globale e dei colossi aziendali che lo dominano. Con il crescere della fame e mentre scoppiavano rivolte per il cibo in tutto il mondo, la Cargill ha visto i profitti aumentare vertiginosamente registrando più di 1 miliardo di dollari USA nel secondo trimestre del 2008 solamente.

In un mercato competitivo potrebbe un intermediario nel commercio di cereali registrare dei super-profitti? Oppure i prezzi in aumento ridurrebbero i margini di profitto dell’intermediario? Beh, il mercato globale non è competitivo e le regole legali dell’economia globale -- ideate ad hoc per la Cargill ed affini -- garantiscono che i paesi poveri dipendano e siano alla mercé dei commercianti di cereali nel mondo.

La Chevron: “Non possiamo lasciare che i piccoli paesi cazzeggino con le grandi aziende”

Nel 2001 la Chevron ha fagocitato la Texaco. Era ben contenta di assorbire i flussi di incassi. Ma meno intenzionata ad assumersi la responsabilità per gli abusi della Texaco sul fronte ambientale e dei diritti umani.

Nel 1993, 30000 indigeni ecuadoriani hanno intentato una “class action” [causa collettiva] presso i tribunali statunitensi accusando la Texaco di aver avvelenato la terra dove vivevano e i corsi d’acqua navigabili da cui dipendevano durante un periodo di tempo di 20 anni, lasciando che vi si riversassero miliardi di galloni di petrolio e lasciando scoperte e senza rivestimento centinaia di fosse dei rifiuti. La Chrevron ha fatto respingere la causa dai tribunali statunitensi con la motivazione che doveva essere portata avanti in Ecuador, ovvero più vicino a dove i presunti danni hanno avuto luogo. Ma ora il processo sta andando male per la Chevron in Ecuador -- la Chevron potrebbe essere obbligata a pagare oltre 7 miliardi di dollari USA. Quindi l’azienda sta facendo pressione sull’ufficio dello U.S. Trade Representative affinché imponga sanzioni commerciali sull’Ecuador se il Governo ecuadoriano non abbandonerà la causa.

“Non possiamo permettere che piccoli paesi cazzeggino con grandi società come questa -- società che hanno fatto grandi investimenti in tutto il mondo” ha detto un lobbyista della Chevron a Newsweek lo scorso agosto. (La Chevron ha successivamente affermato che tali commenti non erano approvati).

Constellation Energy: operatori nucleari

Pur essendo troppo pericolosa, troppo costosa e troppo centralizzata per avere un senso come fonte energetica l’energia nucleare non se ne va, grazie a chi produce le apparecchiature e agli enti erogatori che trovano sempre il modo di far pagare i cittadini. 

La Constellation Energy Group, l’operatore dell’impianto nucleare di Calvert Cliffs nel Maryland -- una società che è stata recentemente coinvolta in uno schema sbalorditivo e parzialmente deragliato di speculazione sui prezzi contro i consumatori del Maryland -- ha in programma di costruire un nuovo reattore a Calvert Cliffs, potenzialmente il primo reattore ad essere costruito negli Stati Uniti dopo la sventata catastrofe a Three Mile Island nel 1979.

Si è messa in fila per ottenere i prestiti garantiti dal governo USA per nuove costruzioni nucleari disponibili secondo i termini dell’ Energy Act del 2005. La società riconosce che non potrebbe procedere alla costruzione senza la garanzia del governo.

La CNPC: alimentando la violenza a Darfur

Il Sudan ha potuto prendere sotto gamba le sanzioni esistenti e minacciate per i massacri che ha commesso in Darfur grazie all’enorme sostegno che riceve da parte della Cina, fornito prevalentemente attraverso il canale della relazione del Sudan con la Chinese National Petroleum Corporation (CNPC). 

“La relazione tra la CNPC e il Sudan è simbiotica”, nota la Human Rights First, con sede a Washington D.C., in una relazione dello scorso marzo 2008 intitolata “Investing in Tragedy”. “Non solo la CNPC è il maggior investitore del settore petrolifero sudanese, ma il Sudan è il più grande mercato per gli investimenti del CNPC all’estero”.

Il denaro derivante dal petrolio ha alimentato la violenza in Darfur. “La redditività del settore petrolifero del Sudan si è sviluppata cronologicamente quasi pari passo alla violenza in Darfur” nota Human Rights First.

La Dole: il sapore amaro dell’ananas

Un tentativo di riforma agraria nelle Filippine del 1988 si è dimostrato essere una frode. I proprietari delle piantagioni hanno partecipato alla stesura della legge ed hanno inventato modi per eludere il fine che si prefiggeva. I lavoratori delle piantagioni di ananas della Dole sono tra coloro che ne pagano le conseguenze.

Secondo la riforma agraria i terreni della Dole sono suddivisi tra i suoi lavoratori ed altri che avessero concessioni sulla terra prima del gigante dell’ananas. Tuttavia i ricchi proprietari terrieri hanno manovrato per ottenere il controllo delle cooperative di lavoratori che i dipendenti dovevano costituire, come spiega la International Labor Rights Forum (ILRF) basata a Washington D.C. in una relazione di ottobre. La Dole ha ridotto drasticamente il suo organico regolare rimpiazzandolo con manodopera temporanea.

I lavoratori a contratto vengono pagati secondo uno schema di aliquote e guadagnano circa $1,85 dollari al giorno secondo l’ILRF.

La GE: contabilità creativa 

Lo scorso giugno il giornalista del New York Times David Cay Johnston ha riferito di alcuni documenti della General Electric che sembravano indicare che la società avesse cercato da lungo tempo di evadere il fisco in Brasile. In una lunga relazione all’interno del Tax Notes International, Johnston ha riferito dello schema di una società sussidiaria della GE di fatturare volumi sospettosamente alti di attrezzature per l’illuminazione delle regioni amazzoniche poco popolate del paese. Queste vendite avrebbero evitato le imposte sul valore aggiunto (IVA) più elevate degli stati urbani, dove ci si aspettava che le vendite fossero maggiori.

Johnson ha scritto che l’IVA a livello statale, all’emissione, sembrava essere meno di $100 milioni di dollari USA, sulla base dei documenti interni che ha preso in esame. Ma ha postulato che lo schema complessivo potrebbe aver interessato cifre molto maggiori.

Johnston non ha identificato la fonte che gli ha fornito i documenti interni della GE, ma la GE ha dichiarato che sarebbe stato un precedente legale della società, Adriana Koeck. La GE ha licenziato la Koeck nel gennaio 2007 per “motivi di rendimento”.

La Imperial Sugar: 14 morti

Il 7 febbraio un’esplosione ha fatto saltare in aria la raffineria dell’Imperial Sugar di Port Wentworth in Georgia, vicino a Savannah. Alcuni giorni dopo, quando le fiamme erano state finalmente spente e le operazioni di ricerca e salvataggio erano state completate, è stato infine rivelato il numero delle vittime: 14 morti, decine di ustionati gravi e feriti.

Come nel caso di quasi tutti i disastri industriali, è emerso che la tragedia poteva essere evitata. La causa è stata l’accumulo di polvere di zucchero che come tutti gli altri tipi di polveri, è altamente combustibile.

Un mese dopo l’esplosione di Port Wentworth gli ispettori della Occupational Safety and Health Administration (OSHA) hanno effettuato ispezioni in un’altra raffineria della Imperial Sugar a Gramercy in Louisiana. Hanno rilevato accumuli di polvere da 0.6mm fino a 5cm su cavi elettrici e macchinari. Hanno riscontrato accumuli fino a 120cm sui pavimenti delle stanze di lavoro.

La Imperial Sugar era ovviamente a conoscenza delle condizioni dei suoi impianti. Aveva in effetti preso alcuni provvedimenti al fine di ripulire le operazioni prima dell’esplosione. La società ha nominato un nuovo vice presidente per ripulire le operazioni nel novembre 2007, e quest’ultimo ha intrapreso dei provvedimenti importanti per migliorare le condizioni. Ma non è bastato. Il vice presidente ha dichiarato ad un comitato congressionale che direttori ad alti livelli gli avevano chiesto di ridimensionare le sue richieste di intervento immediato.

La Philip Morris International: senza freni

La vecchia Philip Morris non esiste più. Il marzo scorso la società è stata formalmente suddivisa in due entità separate: la Philip Morris USA che rimane parte della società madre Altria, e la Philip Morris International. La Philip Morris USA vende le Marlboro ed altre sigarette negli Stati Uniti. La Philip Morris International calpesta il resto del mondo.

La Philip Morris International ha già accennato ai propri piani iniziali di sovvertire le più importanti politiche per ridurre il fumo e il numero di vittime delle malattie causate dal fumo (siamo ora a 5 milioni di vite ogni anno). La società ha annunciato i propri piani di infliggere sul mondo una serie di nuovi prodotti, pacchetti e campagne di marketing. Questi sono ideati per minare le regole che bandiscono il fumo negli ambienti di lavoro, sconfiggere le tasse sul tabacco, segmentare i mercati con prodotti con aromi speciali, offrire sigarette aromatizzate che sicuramente piaceranno ai più giovani e supereranno le restrizioni del marketing.

La Roche: “Salvare vite non è il nostro lavoro”

La società svizzera Roche produce una gamma di farmaci in relazione all’HIV. Uno di questi è l’enfuvirtid, che viene venduto con il nome commerciale di Fuzeon. Il Fuzeon ha fruttato $266 milioni di dollari alla Roche nel 2007, nonostante le vendite stiano diminuendo. 

La Roche fa pagare $25,000 all’anno per il Fuzeon. Non offre prezzi scontati per i paesi in via di sviluppo.

Come molti altri paesi industrializzati la Corea mantiene una forma di controllo dei prezzi -- il programma nazionale di assicurazione sanitaria stabilisce i prezzi delle medicine. Il Ministry of Health, Welfare and Family Affairs coreano ha fissato il prezzo del Fuzeon a $18,000 l’anno. Il reddito pro capite in Corea è all’incirca la metà di quello degli Stati Uniti. Anziché fornire il Fuzeon con un profitto al livello stabilito dalla Corea, la Roche si rifiuta di rendere il farmaco disponibile in Corea.

Gli attivisti coreani riferiscono che il capo della Roche in Corea gli ha detto: “non siamo sul mercato per salvare vite, ma per far soldi. Salvare vite non è il nostro lavoro”.

Nota del Redattore: potete trovare una versione estesa dell'articolo (in lingua originale) a questo indirizzo.

Robert Weissman è l’editore del Multinational Monitor basato a Washington D.C. e il direttore di Essential Action. 

Titolo originale: "The 10 Worst Corporations of 2008 "

Fonte: http://www.counterpunch.org
Link

Qualcuno sta soffiando sul fuoco della crisi economica globale?

Se la "crisi terminale del capitalismo" sembra essere stata scongiurata con la socializzazione delle perdite del sistema finanziario internazionale e il suo essere riversata in termini di recessione sulla economia reale (ovvero su imprese e lavoratori), dal punto di vista geopolitico dinamiche parallele appaiono altrettanto chiare.
La globalizzazione, negli ultimi quindici anni, ha avuto questo motore fondamentale: la Cina produceva e gli Stati Uniti consumavano; la Cina vendeva e gli Stati Uniti compravano a debito. Il fenomeno è estremamente più complesso e con molti altri attori, ma questa sintesi essenziale ne svela il meccanismo più vero e cruciale.
Il risultato è che il colosso asiatico è stato il protagonista assoluto della crescita mondiale in questi anni, al punto che l'Asia (o più precisamente la "Cindia" come la chiama Federico Rampini) potrebbe essere il motore dell'umanità di questo secolo e soppiantare la civiltà occidentale. 
Ma c'è un rovescio della medaglia. La Cina è diventata anche il più grande creditore degli Stati Uniti, avendo sopravanzato in termini assoluti il Giappone nel corso del 2008 detenendo 1.200 miliardi di dollari del debito pubblico americano (seguono in questa classifica, dopo il paese del Sol Levante, i paesi arabi produttori di petrolio del Golfo). Questo elemento apparentemente di forza è in realtà il punto debole centrale della Cina. L'economia di Pechino è legata a filo doppio con Washington e il collasso degli Usa non farebbe che trascinare con sé il Paese del Dragone. Non è un caso che i cinesi abbiano promesso 600 miliardi di dollari, il 20% del PIL, per salvare il sistema monetario internazionale (il piano Paulson americano ne prevede 700 e la BCE ne ha erogati 550).
La Cina, dunque, nel momento di sua massima espansione si trova anche nel momento di sua massima vulnerabilità e debolezza. Gli americani hanno tutto l'interesse strategico a mantenere legato, e dunque in una dimensione di controllo e dipendenza, l'amico/nemico cinese; questi non può fare altro che cercare di sfuggire alla tutela a stelle e strisce per provare a giocare la sua sfida al mondo voluta dalla sua odierna leadership.
La partita si delinea attualmente su due livelli nevralgici: Pechino ha assoluta necessità di avere un accesso stabile, sicuro ed indipendente, alle materie prime, in particolare alle fonti energetiche. Questo aspetto viene contrastato dagli americani sul piano militare con l'occupazione diretta di Asia centrale e Medio Oriente di cui le guerre di Afghanistan e Iraq sembrano essere solo il preludio.
Sotto un altro aspetto, la crisi economica mondiale sta avendo effetti dirompenti sul fragile equilibrio della società cinese. Nel paese si è innescata una bomba sociale che ora rischia di deflagrare. 
Il capitalismo di stato si era retto finora su alcune variabili molto vantaggiose rispetto l'occidente. Da una parte una grande disponibilità di manodopera a basso prezzo, con livelli di produttività altissimi e una possibilità quasi illimitata di sfruttamento. D'altro lato pochi vincoli ambientali e conseguente abbattimento dei costi di produzione, almeno dal punto di vista strettamente economico. Infine, il mantenimento del valore della moneta nazionale, lo yuan, artificialmente basso rispetto al dollaro per favorire l'esportazione.
Ma l'equilibrio si è rotto. Il risultato dello sviluppo tumultuoso di questi anni è stato lo spopolamento delle campagne. Si calcola ormai che la migrazione interna, l'inurbamento dei contadini che divengono operai, assommi a 230 milioni di persone. In termini assoluti, se 730 milioni di cinesi vivono ancora nelle zone rurali, sono ormai 570 a vivere e lavorare in città. In settori come l'edilizia ed il tessile, i nuovi migranti rappresentano il 70-80% della forza lavoro.
Questo ha determinato la creazione di grosse sacche di povertà e disagio sociale. Nel 2009 saranno oltre 40 milioni i cittadini che beneficeranno del programma di aiuto statale per gli indigenti nonostante i parametri della soglia di povertà siano un terzo di quelli fissati dalla Banca mondiale (0,31 euro giornalieri contro 0,90). E nonostante tutto, la migrazione interna non si arresta poiché se un contadino guadagna mediamente 425 euro l'anno, un operaio impiegato nei cantieri dei giochi olimpici arrivava ad oltre 200 al mese. 
Nelle province rurali ad est del paese si moltiplicano le manifestazioni di rivendicazione di condizioni di vita più eque e contro la corruzione. L'affermazione di un ceto sociale di nuovi miliardari contro l'impoverimento complessivo attuale è sempre più avvertito come profondamente ingiusto. Negli ultimi venticinque anni, da quando Deng Xiao Ping annunciò che arricchirsi non era più un peccato contro il socialismo, lo scarto tra ricchi e poveri è aumentato del 50% e in questo campo le politiche del governo per un maggiore bilanciamento del benessere sono fallite. Un rapporto di polizia di inizio dicembre lanciava l'allarme: "I rischi di sommosse su larga scala sono reali". 
Mentre nella regione più produttiva del paese, il Guangdong, le fabbriche chiudono e si licenzia massicciamente, il governo cerca di correre ai ripari. Il presidente della Commissione economica, massimo organo del partito comunista nel settore, ha chiesto alle imprese di stato di non licenziare nessuno nel corso del nuovo anno, le imprese "dovranno mantenere la stabilità dei propri effettivi". Gli ha fatto eco il presidente della Commissione per le riforme: "Se non gestiremo al meglio le difficoltà attuali, potremmo correre dei seri rischi".
È la situazione dell'occupazione che si fa grave, ed in modo paradossale. Il tasso di sviluppo per il 2009 è previsto all'8%, straordinario rispetto agli altri paesi industrializzati ma in netto calo rispetto alle due cifre cui era abituata la Cina. Questo non permetterebbe al sistema economico di svilupparsi per assorbire tutti i lavoratori di cui avrebbe bisogno e che potenzialmente potrebbe impiegare. E i nodi vengono al pettine tutti insieme. Le imprese lamentano i lacci anti-inquinamento dovuti alle riforme ambientali che non erano più rinviabili e l'export frena perché lo yuan si sta apprezzando sul dollaro come richiesto dal Fondo Monetario Internazionale. A questo si deve aggiungere che la crisi recessiva in occidente potrebbe anche determinare politiche protezionistiche nei confronti della Cina: il partito democratico americano, tornato alla Casa Bianca, ha tra i suoi massimi esponenti dei noti fautori di questa linea (come Nancy Pelosi e Hillary Clinton).
La crisi economica del colosso asiatico è dunque strutturale e rischia di esplodere in crisi sociale anti-sistema. La situazione internazionale può diventare così una formidabile arma di destabilizzazione ed eventualmente ricatto nei confronti della classe dirigente cinese da parte di forze che sapessero controllare e indirizzare la crisi mondiale. La domanda da cui siamo partiti si colora di una luce rivelatoria: qualcuno sta soffiando sul fuoco della crisi per ottenerne un vantaggio geopolitico di straordinario valore? Alcuni analisti prevedono che il nuovo equilibrio del pianeta post-guerra fredda, che prevedeva la divisione ideologica tra occidente ed oriente del blocco eurasiatico sotto il controllo della "isola" nordamericana, sarà determinato dalla integrazione tra il grande debitore (gli Usa) e i grandi creditori (Cina e Giappone). Ovvero, dal secolo Atlantico al secolo Pacifico, in cui la zona eurasiatica non sarà più tenuta sotto controllo attraverso la divisione ma attraverso l'accerchiamento. E, ovviamente, questa architettura, come la precedente, sarà plasmata dal potere finanziario transnazionale: il caos economico mondiale, dunque, come fucina del nuovo ordine mondiale.
di Simone Santini

La guerra del coltan

Una materia prima talmente richiesta dal mercato internazionale da aumentare nel prezzo del 600% in meno di 4 anni; manodopera offerta a costi irrisori; autorità locali disposte ad ignorare decine di morti nelle miniere e un autentico disastro ambientale in due parchi naturali, per finanziare una guerra senza fine. E poi ancora, colpi di Stato, contrabbando, diamanti.
Questa è la storia del coltan nella Repubblica Democratica del Congo. Una sostanza che è nel vostro cellulare, nella consolle per videogiochi o nella telecamerina che sognate di comprare, ma anche nei rapporti ONU, nelle denunce delle ong, in interrogazioni parlamentari...

 

Che cos'è?

E' una specie di sabbia nera leggermente radioattiva formata dai minerali di colombite e tantalite dalla cui contrazione deriva il nome "coltan". Dal coltan viene estratto il tantalio, un metallo raro, molto duro e resistente alla corrosione, usato per la costruzione di turbine aeronautiche e per la fabbricazione di condensatori elettrici di piccole dimensioni. E' usato per aumentare la potenza degli apparecchi riducendo il consumo di energia.

Ha un peso simile a quello dell'oro e pressappoco lo stesso valore. L'80% delle riserve mondiali di coltan si trovano in Africa e l'80% di queste sono in Congo. 

Strettamente associato con il niobio (elemento chimico col numero atomico 41) nei minerali e nelle proprietà, il tantalo è stato scoperto nel 1802 dal chimico svedese Anders Gustaf Ekeberg. Deve il suo nome al personaggio mitologico Tantalo (figlio di Niobe) a causa della iniziale identificazione con il niobio. Fu il chimico tedesco Heinrich Rose a dimostrare nel 1844 le loro diverse caratteristiche.
Sebbene isolato molto presto rispetto da altri materiali impuri, fu il chimico russo Werner Bolton che preparò nel 1903 il primo tantalio duttile impiegato come filamento incandescente delle lampadine.


TANTALIO

Simbolo chimico: Ta
Numero atomico: 73
Peso atomico: 180.948
Punto di fusione: 2,996° C (5,425° F)
Punto di ebollizione: 5,425° C (9,797° F)
Proprietà: Duro, molto denso e resistente alla corrosione da acidi. Ottimo conduttore di calore ed elettricità, ha un elevato punto di fusione.

Dove si trova?


Il coltan in natura è nei minerali della colombite e tantalite. Il tantalio mondiale viene fornito da miniere brasiliane, canadesi e australiane. In seguito all’improvviso aumento della sua richiesta seguito al boom dei telefonini, il suo prezzo è aumentato da 65 dollari al chilogrammo nel 1998 a 550 dollari nel 2000 e 375 dollari oggi. Visto che le miniere esistenti, prevalentemente in Australia, Brasile e Canada, non potevano seguire l’improvvisa esplosione della domanda e che l’espansione della produzione avrebbe richiesto anni, i raffinatori di tantalio hanno cercato nuove fonti di approvvigionamento. 

L’unico Paese al mondo a possedere riserve di tantalio immediatamente utilizzabili è risultato essere la Repubblica Democratica del Congo (ex-Zaire), dove nella regione orientale di Kivu sono stati scoperti vasti depositi superficiali di sabbie ricche di coltan. Solo recentemente, in seguito alla contrazione della domanda internazionale e alla scoperta di nuovi giacimenti in altri continenti, la 'febbre del coltan' in Congo sembra essersi affievolita. 

LO SFRUTTAMENTO DEL CONGO
Il coltan congolese è estratto da una massa di improvvisati minatori che scavano con pale e picconi o addirittura a mani nude il terreno per tirarne fuori la sabbia e portarla a spalla ai centri di raccolta nella città di Goma e da lí in Rwanda. Per nutrire questa massa di disperati i cacciatori stanno sterminando la fauna selvatica dei parchi nazionali della zona. 

In particolare, secondo una denuncia del WWF, due tra i luoghi piu' prestigiosi del nord del Paese sono in pratica devastati dall'estrazione del coltan: il Parco nazionale di Kahuzi-Biega e la riserva naturale di Okapi, la cui fauna è a rischio di estinzione. La popolazione di elefanti, ad esempio, è precipitata quasi a zero rispetto ai circa 3.600 pachidermi censiti nel '96; nella sola parte settentrionale del parco di Kahuzi-Biega, sono rimasti 220 gorilla; nel '96 erano il doppio.

 

A cosa serve?


Dai videogame alle armi nucleari. Grazie alla sua capacità di resistere alle alte temperature e frequenze, il Tantalio - estratto dal Coltan - è diventato un elemento sempre più necessario all'industria elettronica. 

Da componente indispensabile per la produzione missilistica e nucleare e per il settore aereospaziale oggi è il "genere di prima necessità" più ricercato dai produttori di telefonia mobile. Cellulari, cerca-persone, personal computer, videogames, ma anche materiali ad uso chirurgico per funzionare hanno bisogno dei microcondensatori al tantalio.
COLTAN E CELLULARI
I nuovi telefoni sono così piccoli grazie all'utilizzo di alcuni metalli, quali il rame, il nichel, il palladio, l'oro, e il tantalio, che aiutano a ridurre le dimensioni. In particolare, il tantalio utilizzato nella costruzione di condensatori passivi che regolano il voltaggio alle alte temperature, negli ultimi anni è stato un fattore chiave nella riduzione delle dimensioni dei telefoni mobili. Tanto che la richiesta di questo componente minuscolo da parte dei giganti della telefonia mobile ha spinto il prezzo del prezioso metallo fino al 600% in meno di tre anni. 

Il telefono cellulare non è altro che una radio che invia e riceve segnali lavorando a bassa potenza. Contiene una batteria, un piccolo microfono, un minuscolo altoparlante, un display a cristalli liquidi, una tastiera, non diversa da un telecomando televisivo, un'antenna, usata per ricevere e trasmettere segnali. I condensatori di tantalio sono utilizzati come accumulatori di energia, pronti all'uso quando sopravvenga una forte ondata di energia verso un telefono cellulare. Questi componenti aiutano a fornire quell'energia extra per il telefono, che la batteria non può fornire da sola. 


Nel 2000 sono stati venduti globalmente 400 milioni di telefoni, il 45% in più rispetto all'anno precedente. Nel 2001 i leader della telefonia mobile si aspettano di venderne in tutto il mondo più di 500 milioni di unità. Dal momento che i telefoni cellulari non sono ancora riciclabili, i fabbricanti non possono riutilizzare i metalli rari per i telefoni futuri, anche se si stanno sperimentando forme seppur limitate di riciclaggio. I prezzi del tantalio sono quindi rimasti alti anche perché gli unici sostituti dei condensatori di tantalio - i condensatori di ceramica - non possono essere costruiti in scala sufficientemente piccola per adattarsi alle dimensioni dei nuovi cellulari. 


Nell'aprile 2001 l'Onu ha presentato un rapporto contro lo sfruttamento illegale dei giacimenti di coltan nel nord del Congo e il traffico di diamanti dall'Angola. Secondo i dati dell'ONU, circa 1500 tonnellate del prezioso materiale sono state esportate illegalmente dall'Africa tra la fine del 1998 e l'estate 1999. Il traffico di coltan, ma anche di oro e diamanti, avrebbe fruttato ai guerriglieri del Raggruppamento congolese per la democrazia circa un milione di dollari al mese, che sarebbero stati impiegati per finanziare la guerra contro il governo di Kinshasha. Dopo la diffusione di queste notizie, diverse associazioni non governative belghe hanno lanciato una campagna di protesta con lo slogan ''niente sangue sul mio Gsm''. E proprio le pressioni delle ong hanno convinto la compagnia aerea belga Sabena (citata nel rapporto ONU insieme ad altre 13 compagnie) e la svizzera Swissair a sospendere il trasporto del coltan.

 

 

Gli interessi in gioco


"I principali motivi di conflitto nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) sono diventati l'accesso a cinque risorse minerali di prima importanza- colombotantalite, diamanti, cuoio, cobalto e oro - nonché il controllo ed il commercio di queste materie". E' il primo punto delle conclusioni degli esperti ONU, che nello scorso aprile in un rapporto hanno messo nero su bianco nomi, indirizzi, responsabili e vittime del traffico del coltan. 
Il Consiglio di Sicurezza ha istituito una commissione d'inchiesta ancora al lavoro, e altrettanto ha fatto il Parlamento belga, preoccupato per il possibile coinvolgimento di imprese del Paese. 

Per inquadrare la dimensione del traffico e suoi effetti, alcune cifre: all'inizio degli anni '90, una libbra di coltan costava 20 dollari, e ancora 4 anni fa, il prezzo oscillava intorno ai 97 dollari. Nel gennaio di quest'anno, è arrivato a 350 dollari per libbra, prima di scendere nelle ultime settimane. Lo scorso marzo, una settantina (ma c'è chi dice oltre 100) minatori sono morti per il crollo di una miniera vicino a Goma. Nella riserva naturale di Okapi, dove si estrae il coltan, la fauna è a rischio di estinzione. Solo fra la fine del 1998 e l'estate 1999 circa 1500 tonnellate di coltan sono state esportate illegalmente dall'Africa.

Il percorso del coltan è parallelo a quello di oro e diamanti e avrebbe fruttato ai guerriglieri del Raggruppamento congolese per la democrazia un milione di dollari al mese. Soldi trasformati in armi per combattere contro il governo di Kinshasha. 

CUI PRODEST 

"Il legame fra lo sfruttamento delle risorse naturali e il proseguimento della guerra nella Repubblica Democratica del Congo - si legge nel rapporto degli esperti ONU - è effettivo e poggia su 5 fattori (...): 

- l'attitudine di certi paesi a finanziare la guerra fino ad un certo punto poggiando su risorse proprie, come nel caso dell'Angola; 
- l'attitudine di certi Paesi a prelevare risorse dal nemico e a servirsene per condurre una guerra 'autofinanziata', come nel caso del Ruanda; 
- la propensione di certi governi di mettere a profitto e sviluppare una situazione di guerra per trasferire a beneficio della loro economia nazionale ricchezze prelevate da altri Paesi, come nel caso del Ruanda e dello Zimbabwe; 
- l'interesse di privati cittadini ed alcune imprese a prolungare la guerra per trarne un beneficio politico, finanziario o altro. E' il caso dei generali dell'esercito ugandese e dello Zimbabwe, di politici poco raccomandabili (Victor Mpoyo, Gaetan Kakudji, Mwenze Konkolo) nel governo della RDC; 
- l'attitudine di una delle parti in conflitto a offrire un interessamento (sotto forma di prodotti minerari e sotto altre forme) ai propri alleati e ai suoi soldati, come nella RDC". 

Di coltan in quest'angolo di Africa ce n'è molto: l'80% dei giacimenti mondiali conosciuti, anche se ora si comincia ad estrarre in Sudamerica e in Oceania. E qui il coltan sembra riuscire in un compito impossibile, mettendo d'accordo affaristi e governi, rispettabili società di esportazione e ribelli congolesi; trafficanti e autorità locali; Paesi nemici riavvicinati dalla prospettiva di facili guadagni in un Paese, la RDC, dove buona parte del territorio è presidiato dai guerriglieri e dove la morte di Kabila ha indebolito il potere centrale. 

Fulcro insostituibile, la Societé minière des Grands Lacs (Somigl), creata e controllata dal Rassemblement Congolais pour la Democratie (RCD), che amministra il Congo occupato dalle truppe ruandesi. Una percentuale fissa del ricavato dall'esportazione del coltan (ufficialmente, il 10%) viene così direttamente assorbita dai ribelli ruandesi, come documentato dall'inchiesta del http://www.diario.it/ . Ma come sempre in Africa, cifre precise sono impossibili.

 

Un paese occupato


VUOTI DI POTERE PERICOLOSI. E VOLUTI 
In Congo si combatte ormai da 4 anni. E qualcuno rimpiange oggi, nel 2001, persino lo spietato Congo belga di Leopoldo I. L'assassinio di Laurent Desiré Kabila, lo scorso 16 gennaio, ha gettato un intero Paese ancor più nel caos, mentre migliaia di bambini prendevano in mano fucili, come denunciato ripetutamente da Amnesty International, e poco meno di 700 mila civili scappavano via. 

Ovunque, pur di sopravvivere. Negli ultimi 4 anni i morti sono oltre 2,5 milioni: innumerevoli i casi di stupro, sevizie, torture. In Congo tutto è permesso, e tutti vogliono esserci, nella convinzione di arraffare qualcosa. 

Uganda, Ruanda, Zimbabwe ed Angola sono presenti con proprie truppe e il loro ritiro è uno dei punti controversi dell'applicazione degli accordi di pace di Lusaka del 1999. 




GLI ULTIMI ANNI 
La situazione, in tempi recenti, peggiora nel 1994. Il genocidio e la guerra civile ruandese provocano un enorme flusso di profughi: oltre un milione, verso il Congo (allora ancora Zaire). Il Congo importa disperati disposti a tutto per vendicare pulizie etniche subite da hutu e tutsi. Nel 1996, in settembre scoppia la guerra nella regione del Kivu (a est del Paese). A guidare i ribelli è Laurent Desiré Kabila, con il sostegno dei governi di Ruanda (ormai saldamente in mano ai tutsi) e Uganda. 

Nel '97 Kabila avanza verso la capitale mentre le forze armate regolari si dissolvono. Il 17 maggio Kabila si proclama capo dello Stato subito dopo la partenza da Kinshasa del maresciallo Mobutu Sese Seko al potere da 32 anni, da quando lo Zaire era diventato indipendente dal Belgio. Il paese torna a chiamarsi Congo (repubblica democratica) e Kabila assume pieni poteri, reprimendo brutalmente ogni opposizione interna. 

Nel '98, in agosto, scoppia una nuova ribellione nel Kivu, questa volta contro il regime di Kabila, da parte di ex militari zairesi e miliziani banyamulenge (congolesi tutsi di origine ruandese). La rivolta si trasforma rapidamente in una guerra regionale con l'intervento di Ruanda, Burundi e Uganda a fianco dei ribelli e di Angola, Namibia e Zimbabwe a sostegno di Kabila. 

Il 18 aprile 1999 Kabila e il presidente ugandese Yoveri Museveni firmano in Libia un accordo che prevede un cessate il fuoco e il ritiro delle forze straniere, ma il conflitto continua. Il 10 luglio un nuovo accordo viene firmato da Kabila e i suoi alleati, oltre che da Uganda e Ruanda, ma anche questo accordo viene disatteso. Secondo fonti Onu continuano i massacri e le violenze. L'ONU, finalmente, interviene nel febbraio 2000, inviando 5.537 soldati: il 17 giugno l'Onu approva una risoluzione in cui ordina il ritiro di tutte le forze straniere. Ma non fissa una data limite e tutto, o quasi, resta come prima.

Il 6 dicembre 2000 le parti in conflitto, fatta eccezione per uno dei tre movimenti ribelli, firmano un accordo di disimpegno delle loro forze per permettere il dispiegamento della forza dell'Onu. Promesse vuote, perché nessuna delle Potenze confinanti vuole lasciare il Congo per prima, nessuna delle fazioni vuole disarmarsi. A gennaio Kabila è assassinato e il parlamento proclama presidente suo figlio, il generale Joseph Kabila, che ad inizio aprile destituisce il governo. Il nuovo esecutivo, tra l'altro, compie un passo importante e liberalizza il commercio dei diamanti, prima fonte di valuta per il Paese, sospendendo il monopolio di acquisto ed esportazione di una società israeliana. Secondo stime ufficiali, il potenziale di esportazione del settore diamantifero della Rdc è dell'ordine di 600 milioni di dollari all'anno (circa 230 miliardi di lire), ma le esportazioni legali non superano attualmente i 240 milioni di dollari. I resto, se ne va in contrabbando, e la liberalizzazione dei traffici potrebbe arginare, si spera, il fenomeno. 

SPIRAGLI DI LUCE 
Lo scorso 6 luglio a Nairobi un vertice tra il presidente ugandese Yoweri Museveni e quello ruandese Paul Kagame sembra metter fine allo scontro tra Ruanda ed Uganda, una delle variabili impazzite del dramma concolese. Poche ore prima, a Dar es Salaam, in Tanzania, Museveni e il presidente della RDC Joseph Kabila annunciano il disgelo tra Uganda e Congo, fino ad oggi di fatto in guerra. 

Le potenze regionali vicine hanno cominciato a ritirare le truppe dal Congo, dove sono arrivati i caschi blu Onu. Certo, nel Congo si continua a morire. Nelle ultime settimane, in particolare, sono stati uccisi poco meno di un migliaio di stregoni, a colpi di machete. Le loro proprietà vengono espropriate e ridistribuite nella comunità, e forse, come sempre in Congo, dietro ad apparenti motivazioni religiose si nascondono interessi economici, faide etniche, vendette tribali. Ma i segnali incoraggianti, una volta tanto, non mancano. 

E' di questi giorni (23 agosto 2001) la notizia dell'avvio del dialogo a Gaborone, in Botswana, fra le parti in lotta in Congo. Presto potrebbe riunirsi il Dialogo intracongolese, il forum nazionale previsto dagli accordi di pace di Lusaka firmati due anni fa per la pacificazione della Repubblica Democratica del Congo. I Paesi confinanti sono stati nuovamente invitati a ritirare le truppe dal Congo. Nel forum nazionale saranno il governo di Kinshasa, la Coalizione democratica congolese (sostenuta militarmente dal Ruanda) e il Movimento di liberazione del Congo (appoggiato dall'Uganda). Obiettivo, arrivare in due, tre anni ad elezioni democratiche. Ma si parlerà, forse, anche di coltan. 

La signora del Coltan

LA GUERRA PER LA SOMICO
Nello scorso maggio, il controllo della Somico diventa scontro fra bande, lotta di fazioni politiche, guerra con alleati internazionali.Il presidente Kabila nomina un comitato di gestione, ma il ministro Norbert Likulia Bolongo designa a sua volta suoi uomini. Gli investitori stranieri prendono tempo: partner giapponesi , in particolare, portano capitali nella Somico, e vogliono vederci chiaro, minacciano azioni legali per sapere chi realmente controlla la Società. Il presidente e amministratore delegato, Philémon Mwami, a cui hanno staccato un assegno da 3 milioni di dollari, muore in Francia. Mwami ha firmato contratti con aziende locali, dalla società di tlc Oasis alla Sottemair (aerei). Il direttore generale della Somico, Makela, vive sotto minaccia di morte e viene indagato dalla magistratura locale.

Ma in Congo il controllo della Somico è solo uno degli scacchieri sui quali si confrontano trafficanti, politici locali e capitali stranieri. Altro terreno è stato, in passato, la Sominki, Società mineraria e industriale del Kivu, sull'orlo del fallimento: Mobutu nel '95 l'aveva venduta a un gruppo canadese che aveva creato due compagnie: la Sakima e la RMA, nelle quali aveva interssi il Ruanda. Kabila annullerà poi tutta l'operazione. I minerali del Kivu sono una delle maggiori fonti di entrate per il Congo: dal Kivu parte Kabila nel '97, dal Kivu partono dopo i ribelli anti Kabila del Rassemblement congolais pour la démocratie (RCD), che confiscano gli stock della Sakima e della RMA e impondono una 'gestione provvisoria' ancora in carica. All'ex direttore della RMA, Victor Ngezayo, non resta che fondare un partito: ripetute minacce di morte lo elimineranno dalla scena politica. Si combatte per controllare le miniere, per le piste d'atterraggio dove aerei portano via oro, diamnati e coltan e scaricano fucili, razzi, munizioni.


SIGNORA DELLA GUERRA 
Alle spalle delle compagnie regolarmente registrate, con tanto di consiglio di amministrazione e sede legale, prospera il contrabbando. Regina, secondo il rapporto ONU sul Congo, è una donna nota nella regione dei Grandi Laghi: Aziza Gulamali Kulsum. Ha una fabbrica di sigarette a Bukavu, alla frontiera con il Ruanda, ha rifornito di armi i ribelli hutu del Burundi. Ma soprattutto, è in grado di spostare qualsiasi bene (oro, avorio, armi, e anche coltan) in un'area dove nessun potere statale controlla il territorio. Finanzia regolarmente i ribelli del Congo e esporta il coltan via Ruanda. 

Il traffico diventa così ingente da portare alla creazione della SOMIGL (Société minière des Grands Lacs), monopolista delle export di coltan, che versa il 10% dei ricavi dichiarati alla Repubblica Democratica del Congo, e il resto (profitti esosi della Kulsum a parte)... ai ribelli congolesi appoggiati dal Ruanda.

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