giovedì 1 gennaio 2009

Riposizionamenti logistici Usa in Asia centrale


Il comandante militare della Russia, ha accusato gli Stati Uniti di progettare l’installazione di nuove basi militari nell’Asia centrale ex-Sovietica, una regione ricca di petrolio che Mosca considera come un suo territorio, ha segnalato Interfax.
"Secondo i nostri dati, (gli Stati Uniti) stanno progettando di stabilire delle basi militari in Kazakhstan ed in Uzbekistan", avrebbe detto l'ufficiale militare più importante della Russia, il Generale Nikolaj Makarov, secondo l'agenzia Interfax. I funzionari degli Stati Uniti hanno negato ripetutamente tali programmi.

La base delle forze aeree USA di Manas, nel Kirghizstan, è attualmente l'unica base militare degli Stati Uniti in Asia centrale. A seguito degli attacchi del 11 settembre 2001, la Russia ha accolto favorevolmente la presenza militare degli Stati Uniti in Asia centrale ma poi è divenuta nervosa per il numero in crescita di truppe americane nella regione petrolifera.

Nel 2005, l’Uzbekistan ha chiuso una base militare degli Stati Uniti utilizzata nelle missioni di sostegno in Afghanistan. Tuttavia sia l’Uzbekistan che il vicino gigante asiatico centrale Kazakhstan, recentemente averbbero cercato dei contatti più stretti Washington.
Makarov ha detto che l’America coltiva la presenza militare in Europa e il contributo di Washington alle richieste georgiane ed ucraine di unirsi alla NATO stanno minacciando la Russia.

"Gli Stati Uniti hanno sparso basi militari in tutte le regioni del mondo, compreso l’Europa", ha detto, parlando all'accademia delle scienze militari. Inoltre ha espresso dubbi che i legami fra la Russia e gli Stati Uniti miglioreranno sotto la nuova amministrazione di Barack Obama, che sostituirà il mese prossimo il presidente George W.. Bush. "Se qualcuno pensa che la situazione nel mondo cambierà di molto con l'arrivo alla Casa Bianca della nuova amministrazione, fa un errore grave", ha detto Makarov.


Traduzione di Alessandro Lattanzio

Chi è la Barrick Gold Corporation?


La transnazionale canadese Barick Gold Corporation, pretende sfruttare la miniera d’oro più importante del mondo che si trova sotto tre ghiacciai della cordigliera delle Ande, considerati come una delle riserve d’acqua più abbondanti e pulite del mondo.


Oro nella cordigliera delle Ande

La regione di Pascua Lama si trova a 3000 chilometri a nordest della provincia argentina di San Juan e, di là della cordigliera, c’è il deserto di Atacama – il più arido del mondo – nel territorio cileno a 600 chilometri di Santiago de Cile.
In tale zona, alcuni anni or sono, la società canadese Barrick Gold Corporation fece pressione ai governi del Cile e dell’Argentina affinché, mediante la presentazione di un documento per la firma di un accordo minerario, gli fosse concesso lo sfruttamento dei giacimenti situati nella frontiera andina di entrambi i paesi: trattato di cui diedero il consenso gli allora presidenti Eduardo Frei Ruiz Tagle (Cile) e Carlos Menem (Argentina) il 29 dicembre 1997, senza aver prima considerato e analizzate tutte le conseguenze negative che il progetto avrebbe potuto avere per il territorio andino. Si tratta di un “ecoterrorismo”, come l’ha qualificato Jorge Carrera, o “L’esilio del Condor”, nome con il quale Julián Alctaya intitola il suo libro, dove denuncia con prove alla mano le origini occulte del suddetto trattato.

Chi è la Barrick Gold Corporation?

Questa transnazionale canadese, con sede a Toronto, è una delle più grandi compagnie produttrici d’oro al mondo – la prima in Canada e la terza del pianeta – fondata dal multimiliardario trafficante di armi, il saudita Adnan Khashoggi, il cui principale consulente fu – tra il 1985 e il 1989 – George Bush (padre).
Quest’azienda possiede miniere attive negli Stati Uniti, Canada, Perù, Tanzania e Cile nel giacimento d’oro “El indio”, nel quale tra il 1993 e il 1997 soffrì due emergenze per inquinamento da cianuro, colpendo le città di Vicuña, La Serena e Coquimbo. Da un punto di vista fiscale, in dieci anni di sfruttamento non ha mai versato alcun canone al governo cileno. In questo momento, il governo della Bachelet argomenta di voler applicare una tassa al settore minerario, mediante il progetto di legge denominato “Royalty II”.
Inoltre, secondo un articolo apparso sul quotidiano “The Times”, la transnazionale ebbe una partecipazione attiva nello scandalo Iran-Contras; successivamente, nella guerra civile della Repubblica Democratica del Congo, dove finanziò l’insurrezione dei tutsi e, insieme all’Anglo American, ottenne importanti profitti con la stipulazione di contratti minerari per i giacimenti di oro, diamanti e petrolio presenti nel suddetto paese. 
In precedenza – grazie all’influenza di Bush (padre) -, nel 1996, era riuscita che il dittatore dell’Indonesia, Suharto, gli vendesse – irregolarmente – la miniera d’oro di Busag. Nel 1994 (sotto il governo cileno di Patricio Aylwin) l’attuale presidente della Barrick – Meter Munck -, accompagnato dai direttori dell’azienda (il venezuelano Gustavo Cisneros, l’ex premier del Canada, Brian Multrone, e il potentato cileno Andrónico Luksic) entrarono al palazzo presidenziale di La Moneda per conversare con il governo cileno, interessati nello sfruttamento del giacimento aurifero più grande del mondo. Nella regione Pascua Lama, situata nella terza regione del Cile (Copiapó), sono disposti a investire nel megaprogetto “a cielo aperto” la somma di 1.500 milioni di dollari. 
Nel 1997 (con il governo cileno di Eduardo Ruiz Tagle), la lobby che configurò la Barrick Gold Cop. si dispose a elaborare le clausole di un trattato di frontiera destinato a favorire lo sviluppo dei megaprogetti che figurano nella sua agenda.
Juan Alcayaga si domanda: È lecito pensare che le leggi che favoriscono le compagnie minerarie straniere che si erano resi note in Cile e il progetto argentino di un trattato minerario che vede coinvolti entrambi i paesi, siano il prodotto di una semplice casualità e/o dell’ideologia della globalizzazione?

Il Progetto minerario “Pascua Lama”

Nel 1996 (sotto il governo di Eduardo Frei Ruiz Tagle) la Barrick Co. scoprì una faglia molto promettente denominata “Pascua”, vicina alle riserve di oro e d’argento che si trovano nell’area denominata “La Esperanza”. 
Fu nell’anno 2000 (governo di Ricardo Lagos), quando l’azienda canadese presentò il suo progetto e il governo cileno approvò senza maggiori difficoltà, nonostante il coordinatore dell’”Osservatorio Latinoamericano dei Conflitti Ambientali “ (OLCA), César Padilla, indicasse che nello studio si era fatto omissione della presenza dei ghiacciai, fatto che è stato denunciato dagli agricoltori della zona.
Le esplorazioni effettuate indicano che tutta l’estesa regione della cordigliera andina possiede un potenziale minerario di 17 milioni di once d’oro e di 560 milioni di once d’argento che, se sommate con quelle del settore Veladero – dove anche partecipa la transnazionale -, la cifra totale sale a 26 milioni di once d’oro.
Il progetto, considerando le opere e gli interventi da compiere in territorio cileno e argentino, ha un carattere bi nazionale. Il Trattato minerario con l’Argentina possiede una sua storia – per molti politici e analisti -, ufficiale e conosciuta, ma anche un’origine più occulta. Un precedente fu il Trattato di Pace e Amicizia, sottoscritto nel vaticano il 29 novembre 1984 e, in seguito, l’Accordo di Complementazione Economica n°16 e i suoi Protocolli del mese di agosto 1991.
L’area delle operazioni fu stabilita dalla clausola che consentì approfittare nell’insieme le risorse naturali situate in entrambi i lati della frontiera e che, successivamente, consentì di accordare un trattato minerario d’integrazione che finalmente fu approfittato dalle transnazionali che sfruttano una ricchezza mineraria non rinnovabile, senza pagare le imposte sul reddito in nessuno dei due paesi, i quali, per di più, cedono la sovranità su quella parte dei loro rispettivi territori.
La transnazionale Barrick, se il progetto fosse approvato da entrambi i paesi, auspica di mettersi in moto nel 2009 per una durata utile di 20 anni. La conseguenza sarebbe la produzione di 615.000 once d’oro, 18,2 milioni di once d’argento e 5.000 tonnellate di rame concentrato per anno.

E i ghiacciai?: vita o morte delle vallate andine

L’enorme giacimento d’oro e argento “Pascua Lama”, situato nella regione cordigliera della terza e della Quarta Regione del Cile, si trova sotto tre ghiacciai. Toro I, Toro II ed Esperanza. Da ormai 20 anni la transnazionale Barrick, con l’obiettivo di facilitare lo sfruttamento, ha costruito delle strade sui ghiacciai le quali, per il peso dei macchinari, ha provocato lo spostamento di masse di ghiaccio che – secondo la Direzione Generale delle Acque del Cile – hanno diminuito il volume della loro massa tra il 56% e il 70%.
È importante considerare che i suddetti ghiacciai – come tanti altri presenti nella regione – costituiscono immense riserve di acqua che, nel caso specifico delle valli cilene dell’arida regione del nord, consentono di servirsi di una importante attività agricola, rappresentando la principale – per non dire l’unica – risorsa di sostentamento per migliaia di persone che dimorano in quel luogo. Il disgelo procurato per raggiungere i giacimenti minerali da parte della transnazionale Barrick, opererebbe in modo tale che il costo medio ambientale dell’area raggiunga dei profili gravi, poiché sarebbe necessario applicare la lisciviazione, metodo fondato per separare dall’oro e dall’argento i materiali sterili, mediante l’applicazione di cianuro e di arsenico sciolti in acqua i quali, inevitabilmente, inquinerebbero le acque superficiali e del sottosuolo del fiume San Juan e le terre della Valle del Huasco.
L’argomento “Pascua Lama” ha una portata maggiore, poiché il suo avvio potrebbe rappresentare un precedente per altri sfruttamenti simili nella frontiera bi nazionale andina che fino ad ora è stata custodita dalle leggi di entrambi i paesi. E, inoltre, se i possibili sfruttamenti non comportassero delle restrizioni per le transnazionali come Barrica, Strata o Angloamerican, non solo si altererebbero gli ecosistemi che regolano i venti e le piogge di estese zone del Cono Sud, ma colpirebbero il presente agricolo e la provvista d’acqua in tempi in cui esiste la coscienza di una sempre maggiore scarsità di detta risorsa. La transnazionale ha già annunciato che dovrà utilizzare circa 300 litri d’acqua per minuto nella sua produzione.
Per quanto concerne i ghiacciai, la transnazionale ha segnalato alla Commissione Medio Ambiente cilena che presenteranno un “Piano per la gestione dei Ghiacciai”, il quale consisterebbe nel trasferire 24 ettari di ghiacciai a due chilometri di distanza dalla zona di sfruttamento, utilizzando bulldozer ed esplosivi. Davvero un gravissimo attentato!. Fino ad oggi non esistono precedenti sullo spostamento degli stessi; al contrario, si ha conoscenza della loro distruzione per le attività minerarie. Trasferire 300.00 metri cubi di ghiaccio è qualcosa che non si è mai fatto. Quest’attentato nei confronti della natura, molti esperti lo considerano un “ecocidio” (“distruzione dell’ecosistema”). L’Osservatorio Latinoamericano dei Conflitti Ambientali, ha segnalato che attualmente nelle Alpi e in Australia si sta studiando la possibilità di creare coperture di protezione per i ghiacci; mentre nell’America meridionale, dove avvengono cambiamenti climatici in zone molto vulnerabili, ciò non è stato ancora compreso.



(trad. dallo spagnolo di V. Paglione)

di Bernardo Quagliotti de Bellis

Sostituire Hamas con chi???


Soprattutto nei primi due giorni dell’offensiva israeliana, che ha colto di sorpresa Hamas, è sembrato che il regime del movimento islamico palestinese fosse sul punto di crollare. Ma anche se il governo Hamas fosse spazzato via, è improbabile che l’ANP di Mahmoud Abbas, completamente screditata agli occhi di molti palestinesi, possa riprendere il controllo della Striscia di Gaza – sostiene il giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh

Cosa accadrà se Israele riuscirà a rovesciare il regime di Hamas nella Striscia di Gaza? Questo è l’interrogativo che molti palestinesi si ponevano, nel secondo giorno del massiccio attacco delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) contro Hamas.

Ciò che è certo fin qui è che Hamas ha ricevuto un duro colpo con la distruzione di quasi tutte le sue istituzioni civili e di sicurezza, e la perdita di centinaia di suoi sostenitori ed ufficiali della polizia.

Per di più, Hamas sembra aver perso parte della sua credibilità a causa del fatto che il movimento islamico era impreparato all’offensiva a sorpresa – un fatto che ha contribuito alla morte di decine di poliziotti che stavano presenziando ad una cerimonia di diploma nella città di Gaza, sabato scorso.

La risposta relativamente modesta di Hamas all’operazione israeliana (solo poche decine di razzi e colpi di mortaio, che finora hanno ucciso un cittadino israeliano) (l’articolo risale al 29 dicembre (N.d.T.) ) ha anch’essa danneggiato la reputazione del movimento.

Prima dell’attacco, i militanti di Hamas avevano minacciato di lanciare migliaia di razzi contro Israele, e di colpire anche Beersheba e Ashdod (località israeliane distanti circa una quarantina di chilometri dal confine con Gaza (N.d.T.) ).

I principali leader di Hamas nella Striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, Mahmoud Zahar e Said Siam, si sono tutti dati alla clandestinità per paura di essere colpiti da Israele. Solo tre giorni fa, i tre avevano fieramente annunciato di non temere la morte, e che sarebbero stati “onorati” di unirsi alla schiera dei “martiri” palestinesi. La sensazione generale che si respirava nelle strade della Striscia di Gaza domenica notte era che il conto alla rovescia del crollo del regime di Hamas fosse cominciato. Come ha affermato un giornalista locale, “non sappiamo chi abbia il controllo della Striscia di Gaza. La sensazione è che il regime di Hamas stia crollando”.

Ma, a questo stadio, non è chiaro se vi sia una corrente palestinese in grado di riempire il vuoto che si aprirebbe a seguito della caduta del governo Hamas.

Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ed i suoi seguaci di Fatah hanno una gran voglia di tornare nella Striscia di Gaza, dopo essere stati cacciati da Hamas nell’estate del 2007.

Domenica, alcuni alti responsabili di Fatah in Cisgiordania hanno inviato un messaggio ad Israele il cui tenore era che ad essi piacerebbe vedere le IDF “finire il lavoro” nella Striscia di Gaza, allontanando Hamas dal potere.

I responsabili hanno chiarito di essere pronti ad assumere il controllo della Striscia di Gaza, non appena le IDF avranno eliminato il regime di Hamas. Abbas, che ha avuto colloqui con gli egiziani, i sauditi ed i giordani nelle ultime 48 ore, avrebbe anch’egli affermato di essere pronto e desideroso di tornare a Gaza.

A giudicare dalle reazioni delle masse palestinesi ed arabe, è tuttavia altamente improbabile che ad Abbas ed alle sue forze venga permesso di riprendere il controllo nelle attuali circostanze.

Ramadan Shallah, segretario generale dell’organizzazione della Jihad Islamica, ha ammonito che qualunque palestinese “che osi tornare nella Striscia di Gaza a bordo di un carro armato israeliano sarebbe condannato come un traditore”.

Un rappresentante di Hamas ha affermato che “la maggioranza dei palestinesi nella Striscia di Gaza si rivolterebbe contro qualsiasi responsabile palestinese che ritorni con l’aiuto di Israele”.

Malgrado le pesanti perdite e la distruzione di gran parte delle sue installazioni governative, Hamas sembra essere popolare come sempre fra i palestinesi, specialmente fra coloro che vivono nella Striscia di Gaza. L’ironia della sorte vuole che l’attuale operazione militare delle IDF abbia fatto guadagnare a Hamas molte simpatie, non solo nelle strade di Gaza e di Ramallah, ma anche in molte capitali arabe.

In questi giorni, anche quegli arabi e quei musulmani che sono in disaccordo con Hamas si sono trasformati in simpatizzanti del movimento. Agli occhi di molti arabi e musulmani, Hamas viene preso di mira nell’ambito di una “cospirazione” che intende provocare un cambiamento di regime nella Striscia di Gaza.

Ciò che preoccupa riguardo a questo approccio è la convinzione estremamente diffusa nella piazza araba che gli attori arabi “moderati” come l’ANP di Mahmoud Abbas e l’Egitto del presidente Hosni Mubarak stiano aiutando Israele e gli Stati Uniti nei loro sforzi di rovesciare Hamas.

Fino a questo momento, Abbas e Mubarak sembrano essere i maggiori perdenti a seguito dell’offensiva delle IDF. I due vengono apertamente accusati da molti arabi di aver dato a Israele il via libera per lanciare l’operazione. Hamas, dal canto suo, sembra aver guadagnato molti punti fra le masse arabe e musulmane grazie agli attacchi aerei israeliani.

Di per sé, è difficile immaginare come Abbas o qualsiasi altro palestinese possa essere in grado di offrirsi come alternativa al regime di Hamas nella Striscia di Gaza. Il principale problema di Abbas è che ha perso gran parte della sua credibilità fra la sua gente perché non è riuscito a riformare Fatah dopo che quest’ultimo era stato sconfitto da Hamas nelle elezioni parlamentari del gennaio 2006. Inoltre, la sua aperta alleanza con gli Stati Uniti e con Israele lo ha trasformato – agli occhi di molti palestinesi – in una debole “pedina” nelle mani degli americani e degli israeliani.

Infine, non vi sono segnali di sorta che lascino presagire una possibile rivolta palestinese contro il governo Hamas. In effetti, solo un manipolo di palestinesi nella Striscia di Gaza ha sfidato Hamas nei passati due anni. Ormai è ovvio che molti palestinesi nella Striscia di Gaza continuano ad appoggiare Hamas principalmente perché non considerano il partito Fatah guidato da Mahmoud Abbas come un’alternativa migliore.

Anche se Hamas venisse totalmente distrutto, non vi è ragione di credere che coloro che succederanno al movimento islamico saranno migliori o meno radicali. In questi giorni solo le voci degli estremisti nel mondo arabo-islamico ricevono ascolto. In altre parole, come ha detto un accademico affiliato a Hamas la notte di domenica, “se rovescerete Hamas, otterrete in cambio o la Jihad Islamica o al-Qaeda. E allora gli israeliani sentiranno la mancanza di Hamas”.

Khaled Abu Toameh è un giornalista e documentarista arabo israeliano; è corrispondente dalla Cisgiordania e da Gaza per il Jerusalem Post; i suoi articoli sono apparsi anche su giornali come The Sunday Times, Daily Express, e New Republic; l’articolo qui proposto è apparso il 29/12/2008 sul Jerusalem Post

Titolo originale:

A viable successor to Hamas is hard to find

Link:http://www.arabnews.it/2008/12/31/e’-difficile-trovare-un-possibile-successore-a-hamas/

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