
Gli Stati Uniti hanno perso il tocco magico che ne faceva i primi del mondo nelle scienze e nelle tecnologie? Il quesito, discusso a mezza voce nei circoli economici del Paese, recentemente è stato posto con forza da Fareed Zakaria, uno dei maggiori opinion maker americani.
Intervenendo dalle pagine di 'Newsweek', Zakaria ha invitato gli statunitensi a riflettere sullo stato dell'innovazione nel Paese. Zakaria teme che gli Usa stiano retrocedendo rispetto ai paesi emergenti nei settori industriali che più contano per lo sviluppo dell'economia del futuro e che anche la ricerca scientifica si stia volgendo a Oriente. Secondo Zakaria gli studi che ancora indicano gli Usa come detentori del primato dell'innovazione, come quelli del World Economic Forum, peccano di soggettivismo e geocentrismo perché si basano su interviste con i Ceo delle maggiori aziende planetarie, in gran parte statunitensi, e non su dati statistici certi.
Un indicatore migliore, secondo l'analista di 'Newsweek', lo offrirebbero due studi prodotti da due think tank indipendenti, il Boston Consulting Group (Bcg) e la Information Technology and Innovation Foundation (Itif).
Secondo il Bcg oggi nella scala dell'innovazione gli Usa occupano l'ottavo posto, mentre per la Itif, sebbene se la cavino meglio, non superano la sesta posizione in classifica. Al vertice secondo i due istituti troviamo, rispettivamente, Singapore e la Svezia. Anche il Lussemburgo e l'Irlanda fanno meglio degli Usa, che offrono una prestazione ancora peggiore sul versante del tasso di innovazione registrato negli ultimi dieci anni: dove gli americani li troviamo al quarantesimo e ultimo posto. E non è diminuito solo il numero dei brevetti in uscita dagli Usa, di sicuro un meno 5 per cento nel settore farmaceutico a favore dell'India: le industrie americane sono arretrate anche sul versante dei capitali di ventura e dei fondi stanziati per la ricerca e lo sviluppo.
Fino al 1999 gli Usa assorbivano la quasi totalità degli investimenti a livello internazionale. Oggi, scesi in quarta e quinta posizione (a seconda dello studio considerato), se la cavano peggio della Francia e della Germania. A crollare negli ultimi nove anni non sono stati solo gli investimenti governativi in R&D, ma anche quelli aziendali.
Chi ha innovato di più tra il 1999 e il 2009 CLICCA (QUI) PER VISIONARE IL GRAFICO Fonte: The atlantic century, 2009
Ma mentre la contrazione sul versante pubblico - vista l'avversità per le scienze dell'amministrazione Bush - è comprensibile, quella dei privati è disastrosa. Gran parte degli investimenti in R&D americani vengono realizzati dalle imprese. Oggi gli Usa su questo versante sono a malapena quinti, dietro il Giappone, in testa alla classifica, e Singapore.
Secondo i due centri studi è diminuito anche il numero di giovani statunitensi che si laureano in materie scientifiche e che scelgono la ricerca. Adesso gli Usa possono contare su un numero di ricercatori per ogni mille occupati inferiore a quello della Svezia e sfornano meno laureati in discipline scientifiche della Francia.
Ma dove i due istituti di ricerca indicano ritardi particolarmente pesanti per gli Stati Uniti è nel campo delle energie pulite e rinnovabili, un settore di rilevanza strategica per l'economia del futuro e dal quale stanno emergendo le principali innovazioni tecnologiche.
Secondo l'Itif, in questi campi gli Usa sono già stati sorpassati dalle Tigri asiatiche (Cina, Giappone e Corea del Sud), ma non solo: nei prossimi cinque anni la spesa cleantech di questi paesi supererà di tre volte quella statunitense, raggiungendo 509 miliardi di dollari contro i 178 stanziati dal governo statunitense.
E sebbene gli americani si accaparrino ancora la stragrande maggioranza dei Nobel per la scienza, oltre il 70 per cento, e il 63 per cento delle citazioni delle pubblicazioni scientifiche internazionali si rifacciano a ricerche Usa, alcuni lamentano il fatto che questo sia più un riconoscimento di glorie passate che la premiazione di trend futuri. I Nobel statunitensi sono per lo più settuagenari onorati per scoperte che hanno realizzato decine di anni fa.
L'unica area nella quale gli americani detengono il primato, secondo i due centri studi, è quella dell'innovazione finanziaria, oltre il 40 per cento. Un dato, però, vista la recessione globale che i nuovi strumenti hanno finito per causare, della quale è difficile essere orgogliosi.
"Stabilire cos'è l'innovazione è complicato", dice Rathindra Bose, direttore di The Ohio University Center for Innovation: "Non c'è dubbio che la competizione ha guadagnato terreno, ma da qui a sostenere che ci sia stato il sorpasso ce ne passa. Si tratta di dati legati alla crisi economica e alla fase politica che abbiamo appena attraversato, ma se si prendono in considerazione i risultati più recenti si vede che il trend si sta invertendo di nuovo a favore degli Usa".
Bose si riferisce a dati resi noti dal CleanTech Group, una think tank statunitense delle tecnologie rinnovabili, secondo i quali nel terzo quadrimestre di quest'anno il 72 per cento dei capitali di ventura Usa sono finiti a start-up delle energie pulite, mentre a livello internazionale gli statunitensi hanno assorbito un terzo degli oltre 1,3 miliardi di dollari investiti dai privati, contro il 29 per cento degli europei e il 4 per cento degli asiatici. Anche sul versante dell'afflusso di capitali stranieri, di conseguenza anche di quelli cinesi, gli Usa se la sono cavata meglio della concorrenza, incamerando 40,2 miliardi di dollari nel solo mese di settembre, 10 miliardi più di quelli previsti dagli analisti finanziari. Quanto all'osservazione sui Nobel, anche quella è discussa, dal momento che per esempio Carol Greider, vincitore nel 2009 per la medicina, ha appena 48 anni e le sue scoperte sono arrivate alla fine degli anni Novanta.
"In periodi di crisi è comprensibile che alcuni tendano a vedere il bicchiere mezzo vuoto piuttosto che mezzo pieno", spiega James Hosek, ricercatore della Rand Corporation, la maggiore think tank statunitense, e co-autore di US Competitiveness and Innovation, una ricerca che arriva a conclusioni opposte a quelle della Bcg e dell'Itif. "L'ascesa di nuovi centri dell'innovazione è probabilmente uno degli effetti migliori della globalizzazione", sostiene Hosek: "Questa realtà non dovrebbe spaventare gli Usa, ma piuttosto spronarli a fare meglio".
Intanto lo studio della Rand dice che gli Usa assommano ancora per il 40 per cento della spesa R&D mondiale, il 38 per cento dei brevetti e soprattutto occupano il 37 per cento dei ricercatori mondiali. E non solo: che 58 delle prime cento università del pianeta stanno in America. "Per non dire che in molti casi i tanto favoleggiati centri di ricerca stranieri appartengono a multinazionali statunitensi", aggiunge Hosek. E infatti nell'ultimo decennio, cercando di aggirare le restrizioni imposte dall'amministrazione Bush alla ricerca scientifica e alla circolazione dei ricercatori, aziende come la Intel, la Microsoft, l'Ibm e la Cisco hanno aperto importanti centri studi in Cina e in India. Secondo Jim Sheriff, Ceo della Cisco China, l'Impero Celeste è destinato a diventare il centro mondiale dell'innovazione.
Ma non tutti tendono a schierarsi su un versante o l'altro del dibattito. Secondo Robert Reich, ex ministro del Lavoro nell'amministrazione guidata da Bill Clinton e consigliere economico di Obama, la discussione sull'innovazione è superata dagli eventi:"La grande recessione ci impone di rompere le nostre gabbie mentali", afferma Reich. "Se prima pensavamo che lo stato di salute di un paese avesse come suo principale indicatore il livello del Prodotto interno lordo, adesso sappiamo che conta anche l'indice di felicità della popolazione. Lo stesso vale per l'innovazione: piuttosto che quantificarla in termini di investimenti o di posti di lavoro, probabilmente dovremmo misurarla per la sua capacità di risolvere i problemi reali dei cittadini e di contribuire al loro appagamento spirituale. E da questo punto di vista abbiamo tutti ancora tanta strada da fare".
di Paolo Pontoniere da San Francisco
Fonte: L'espresso
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