giovedì 31 dicembre 2009

Hedy Epstein, una sopravvissuta all'Olocausto di 85 anni, inizia lo sciopero della fame per protestare contro la chiusura della Striscia di Gaza.


Hedy Epstein, una pacifista di 85 anni sopravvissuta all'Olocausto, ha annunciato di aver iniziato lo sciopero della fame per protestare contro il rifiuto del Governo Egiziano di consentire ingresso a Gaza ai partecipanti della 'Freedom March'.

La Signora Epstein fa parte di una delegazione di internazionali provenienti da 43 paesi, che si sarebbero uniti a migliaia di Palestinesi in una marcia non violenta che dal Nord della striscia avrebbe raggiunto Eretz, il confine con Israele, chiedendo la fine dell’assedio. L’Egitto sta impedendo ai manifestanti di lasciare il Cairo, costringendoli a trovare vie alternative per dar voce alla propria protesta.

La signora Epstein rimarrà davanti all’edificio dell’ONU nel World Trade Center (Cornish al-Nil 1191, il Cairo) per tutta la giornata, insieme ad altri 10 attivisti che come lei hanno iniziato lo sciopero della fame. “E’ importante che la popolazione sotto assedio di Gaza sappia che non è sola. Voglio poter dire alla gente che incontrerò nelle strade di Gaza che rappresento molti nella mia città e negli USA che sono indignati per le politiche adottate da Israele, USA e Europa nei confronti dei Palestinesi e che siamo sempre di più a pensarla cosi” dice la Epstein.

Nel 1939, a soli 14 anni, per fuggire alla persecuzione nazista la Epstein fu mandata in Inghilterra dai genitori attraverso il programma chiamato Kindertransport. Epstein non rivide più i suoi genitori che morirono ad Auschwitz nel 1942. Finita la guerra, lavorò come analista ai processi di Norinberga contro i dottori nazisti che avevano eseguito ricerche mediche sperimentali su i prigionieri dei campi di concentramento.

Dopo essersi trasferita negli USA, la Epstein si è dedicata alla causa della pace e della giustizia. Diversamente da molti sopravvissuti all’Olocausto, una delle cause che ha abbracciato è quella Palestinese. Ha viaggiato in Cisgiordania, ha raccolto aiuti umanitari e ora vorrebbe poter entrare a Gaza.

Per ulteriori informazioni:
Ann Wright, Egypt (19) 508-1493
Ziyaad Lunat, Egypt +20 191181340
Medea Benjamin, Egypt +20 18 956 1919
Ehab Lotayef, Egypt +20 17 638 2628

mercoledì 30 dicembre 2009

Stati Uniti-Sanità: Obama e la Riforma a metà


Un indubbio successo politico per il presidente Obama che l'ha fortemente voluta. Ma anche un compromesso con la lobby delle compagnie di assicurazione, che non ne vengono minimamente danneggiate. La riforma del sistema assicurativo per la sanità negli Stati Uniti si ferma infatti a metà strada: affronta il problema dei milioni di cittadini che non hanno una copertura per le cure mediche, ma non quello della esorbitante spesa sanitaria americana.

Il 7 novembre scorso la Camera degli Stati Uniti ha approvato un disegno di legge di riforma del sistema assicurativo per la sanità. Il 24 dicembre il Senato americano ha approvato un testo simile, ma non uguale. Adesso i due testi saranno armonizzati e, presumibilmente, diverranno legge, dando il via libera a una riforma fortemente voluta dal presidente Obama. Ma come funziona oggi il sistema di assicurazione sanitaria negli Usa? Quali cambiamenti apporterà la riforma? E che cosa resta ancora da fare?

L’ASSICURAZIONE SANITARIA NEGLI USA

L’assicurazione sanitaria pubblica è composta principalmente da due programmi di spesa, Medicare e Medicaid.Medicare è un programma federale che rimborsa gli anziani per le spese mediche. Medicaid è un programma a finanziamento misto, federale e statale, diretto ai poveri. La copertura di Medicaid varia da stato a stato, e in alcuni esclude i poveri senza figli. In totale, la sanità pubblica copre il 27 per cento della popolazione.
L’assicurazione sanitaria privata si fonda sui piani offerti da
compagnie assicurative private, che promettono di rimborsare una parte consistente delle spese mediche. Il 67 per cento della popolazione è coperto da una forma di assicurazione sanitaria di questo tipo. Caratteristica distintiva è il fatto che la grande maggioranza dei piani viene contrattato dai datori di lavoro, cioè dalle aziende, che poi offrono ai lavoratori la possibilità di acquistare il piano assicurativo contrattato, a tassi di solito più vantaggiosi di quelli disponibili al privato cittadino. Ciò significa che per la maggioranza della popolazione Usa, la sanità è funzionalmente legata al posto di lavoro: perdere il lavoro significa perdere anche l’assicurazione sanitaria.

DUE PROBLEMI E UNA RIFORMA

E poi ci sono i non-assicurati, circa 45 milioni di persone, ovvero il 15 per cento della popolazione. Cosa succede quando si ammalano? Al contrario di quanto spesso si crede in Italia, non verranno lasciati morire in mezzo alla strada. Verranno curati, magari anche in un ottimo ospedale. Poi però riceveranno fatture assai salate, che molti non saranno in grado di pagare se non vendendo la casa o altre proprietà, finché non diventeranno poveri e quindi coperti da Medicaid. Quello dei non-assicurati è uno dei due grandi problemi della sanità negli Stati Uniti.
L’altro problema è il
costo della sanità Usa, che in aggregato, è troppo alto: il 16 per cento del Pil degli Stati Uniti è dato da spese sanitarie, contro una media del 9 per cento nei paesi Ocse. A questa enorme disparità di spesa non corrisponde però una maggiore aspettativa di vita: negli Stati Uniti quella alla nascita è 78 anni, due meno che in Italia. Le ragioni del costo eccessivo della sanità sono complesse e non perfettamente comprese allo stato attuale.
La riforma Obama, nella sua forma attuale, è diretta al primo problema: aumentare la percentuale della popolazione coperta da assicurazione sanitaria, un obiettivo perseguito in vari modi. Innanzi tutto, il disegno di legge impone un
obbligo individualedi assicurazione sanitaria, paragonabile all’obbligo previsto per chi guida l’automobile. I poveri ne saranno esentati, perché coperti altrimenti. L’obbligo ricadrà invece sulla “struggling working class”, cioè sulla fascia di popolazione che lavora con stipendi molto bassi, ma non tali da farli cadere al di sotto della soglia di povertà, e sui giovani, che attualmente rappresentano la quota maggiore dei non-assicurati.
Per agevolare l’acquisto dell’assicurazione da parte dei non-assicurati, il governo favorirà la creazione di alcuni piani privati con regolamentazione pubblica, che saranno aperti agli individui non ancora coperti e alle piccole imprese. Inoltre, vi saranno delle agevolazioni all’acquisto di assicurazioni private per i meno abbienti. Infine, la proposta di legge estende la copertura di Medicaid a tutti i poveri, indipendentemente dalla prole, includendo così 15 milioni di cittadini precedentemente non coperti.
Nell’arco di dieci anni, il costo della riforma è stimato attorno al
trilione di dollari (per fare un confronto, il Pil annuale americano è circa 14 trilioni di dollari). Le proposte per finanziare un tale esborso sono svariate, comprese le ipotesi di una tassa sui super-ricchi o di una tassa sulle compagnie assicurative.

MISSIONE COMPIUTA?

La proposta di legge è dunque indirizzata a risolvere solo il problema della insufficiente partecipazione della popolazione ai piani di assicurazione sanitaria. A essere maligni, si potrebbe notare che le lobby forti, quelle delle compagnie assicurative, delle aziende produttrici di medicinali e dei medici, non ci perdono certo dall’aumento del numero degli assicurati, anzi. Qualcosa di più avrebbero forse potuto perdere se si fosse cercato di limitare la spesa per la sanità, ma nel progetto di legge di uno sforzo simile non vi è traccia. Nella forma attuale la riforma è dunque meno rivoluzionaria di quello che potrebbe sembrare, non è politicamente impossibile, tutt’altro. E infatti il compromessoc’è stato, a tutto vantaggio delle compagnie assicurative. Da parte sua, però, Barack Obama può cantare vittoria: politicamente aveva puntato molto sull’approvazione di una riforma, e una riforma è stata approvata.
Resta il fatto che nulla è previsto per ridurre, o almeno contenere, il livello della
spesa sanitaria. Da un certo punto di vista, l’inazione è ragionevole, vista l’attuale mancanza di comprensione delle determinanti del costo eccessivo della sanità. D’altra parte, ed è forse un elemento altrettanto importante, l’idea del controllo dei costi si è dimostrata politicamente molto difficile. Il partito repubblicano ha messo alla berlina le iniziali, timide, proposte di controllo dei costi definendole come un tentativo di introdurre una “sanità socialista” che, per economizzare, avrebbe negato al paziente le cure prescritte dal buon medico di famiglia. Non sorprende perciò che il partito democratico abbia subito lasciato cadere la questione.

21In conclusione, la riforma Obama è importante perché rende possibile l’obiettivo di assicurare la maggioranza di coloro che finora non avevano una copertura sanitaria. Potrebbe anche comportare una riduzione di coloro che si assicurano tramite il datore di lavoro, con conseguenti possibili mutamenti sul mercato del lavoro: in particolare, potrebbe determinare un minore attaccamento al posto di lavoro. Tuttavia, la riforma non è un miracolo politico. Anzi, al contrario, è un regalo alle lobby assicurative. Mentre resta aperta l’importante e difficile questione del costo della sanità.

lunedì 28 dicembre 2009

Armi ucraine


Secondo l'autorevole opinione di molti esperti, l'Ucraina rappresenta uno dei più grandi malati d'Europa. La corruzione dilagante, una classe politica più adatta al periodo feudale che non ad uno Stato moderno, una crisi finanziaria ed economica profondissima (la produzione industriale nell'ultimo anno e' crollata del 24 percento), un tessuto sociale lacerato ed un trend demografico inesorabilmente negativo (la popolazione continua a diminuire ed e' già scesa sotto i 46 milioni) sembrano supportare abbondantemente tale opinione.

Eppure, in questo scenario a dir poco sconfortante, esiste un settore in cui gli ucraini semplicemente eccellono: la produzione e l'esportazione di armi. Pochi giorni fa e' stata diffusa una notizia a dir poco sensazionale: la compagnia di Stato per il commercio di armi, Ukrspetsexport, ha stipulato con il governo iracheno un contratto di fornitura di armi per un ammontare di circa 2,4 miliardi di dollari. Nell'affare sono coinvolte ben ottanta aziende ucraine produttrici. La transazione ha ricevuto la benedizione degli Stati Uniti, che stanno investendo fior di quattrini al fine di preparare le truppe irachene che dovranno progressivamente subentrare all'esercito a stelle e strisce. Grazie a questo contratto, il più grande mai stipulato dall'Ucraina fin dai tempi dell'indipendenza, il Paese passa dalla quattordicesima alla quinta posizione nella classifica mondiale dei Paesi esportatori d'armi. Inoltre, e la notizia e' stata data dallo stesso primo ministro Yulia Tymoschenko, saranno presto siglati accordi di vendita anche con Libia e Brasile.

Come molti analisti di politica internazionale hanno giustamente fatto notare, questo contratto non fa di certo piacere alla Russia, che nell'Iraq ha sempre trovato un buon cliente a cui piazzare le proprie armi e che vedeva nella fornitura di armi al Paese Mediorientale la possibilità di incamerare risorse da destinare al proprio apparato militare. Serve tempo per capire quali saranno le ripercussioni che tale contratto avrà sulle relazioni russo - ucraine, tuttavia, come si può agevolmente intuire, le premesse non sono delle migliori. Con questo affare, l'Ucraina non fa altro che confermare e consolidare la sua presenza nel mercato mondiale delle armi, mercato in cui ha giocato un ruolo importantissimo fin dalla sua indipendenza. Regioni privilegiate di tale export sono da sempre i Paesi in via di sviluppo del Medio Oriente, Africa ed Asia, molti dei quali sono regimi autoritari che si trovano impantanati in guerre dimenticate che continuano a mietere vittime e che necessitano di un apparato militare abbastanza forte per spezzare i reni alle deboli opposizioni interne.

C'e' però un'altra dimensione, collegata con la situazione politica in cui versa il Paese fin dall'indipendenza, molto meno rassicurante e molto più inquietante, vale a dire il florido mercato nero, considereto uno dei piu' vasti del mondo: non a caso, Yuri Orlov, il protagonista del film Lord of War, interpretato da Nicolas Cage, acquistava ogni sorta di arma in Ucraina per esportarla poi verso le guerre dimenticate del continente africano. Le istituzioni ucraine sono molto deboli e facilmente preda di gruppi di interessi senza scrupoli. Troppo spesso, si verificano casi di evidente sovrapposizione tra politica e criminalità. A farne le spese e' prima di tutto la credibilità ucraina come soggetto internazionale. Qualche esempio può aiutarci a comprendere questo fenomeno: le autorita' thailandesi hanno recentemente sequestrato, in virtu' della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell' ONU 1874, un aereo cargo georgiano affittato da ucraini che trasportava quasi 4 tonnellate di armi made in Corea del Nord. Quelle armi erano dirette, con molta probabilità, all'Iran. Le autorita' ucraine hanno cercato di escludere ogni responsabilità. Le esportazioni illegali verso Paesi ‘caldi' (perché messi alla berlina dalla Comunità internazionale o ritenuti a rischio guerra) non sono mai cessate: si pensi ad esempio alla nave cargo Faina, battente bandiera ucraina e sequestrata dai famigerati pirati somali. La nave trasportava 36 vecchi tank sovietici diretti, con molta probabilità, in Sudan, Paese su cui l'Onu aveva posto l'embargo di Armi. Oppure il caso della vendita, anche quella sottobanco e non confermata da nessuna autorita' chiaramente, di armi a prezzo irrisorio alla Georgia al fine di armare Tbilisi prima del conflitto con la Russia.

Questa incapacità delle autorita' ucraine, mista a mancanza di volontà nel contrastare un traffico illecito che fa la ricchezza di molti getta un'ombra sulla credibilità di Kiev e contrasta con tutte quelle visioni semplicistiche e trionfalistiche che vorrebbero l'Ucraina come Paese saldamente democratico e con un economia di mercato pronto ad entrare nella Nato e nell'Unione Europea. La credibilità di Kiev come attore internazionale degno di rispetto si gioca anche sulla sua capacità di mettere fine ai traffici illeciti di armi. Fino a quando non si paleserà nelle elite politiche la volontà di dare un segnale forte in questo senso, continueremo a chiederci chi governa veramente a Kiev: un monarca privo di poteri o un criminale molto astuto?

di Alessio Bini

Fonte: PeaceReporter

Le ammissioni israeliane sul furto di organi palestinesi


All'inizio di settembre un articolo del giornale svedese Aftonbladet aveva scatenato una crisi diplomatica tra Svezia e Israele. Nell'articolo i parenti di un palestinese denunciavano che gli israeliani avevano restituito il cadavere del loro caro dopo averne prelevato degli organi e che il loro caso non era unico.

Immediatamente da Israele si alzò un fuoco di sbarramento feroce che definì "antisemita" il giornale, la Svezia e chiunque prestasse orecchio ad accuse immaginarie. Oggi invece sappiamo che "l'immaginario furto d'organi" è stata pratica comune in Israele per oltre dieci anni. A ridurre, solo parzialmente, l'orrore si è venuto a sapere che l'istituto forense israeliano Abu Kabir, non ne faceva questione di nazionalità, rubava gli organi senza consenso sia ai cadaveri dei palestinesi che a quelli degli israeliani che transitavano dalla struttura per le autopsie. L'istituto era l'unico istituto di medicina legale del paese ed è al centro di un clamoroso scandalo che riguarda proprio un traffico internazionale d'organi a pagamento (nelle foto la retata negli Stati Uniti).

Alcuni parenti di soldati israeliani morti hanno fatto causa all'istituto fin dal 2001, possibilità per ora negata ai parenti delle vittime palestinesi, perché gli espianti sui palestinesi erano negati dal governo israeliano. Il dottor Hiss, nonostane le pesantissime accuse che comprendevano altre irregolarità (tra le quali una collezione di teschi umani e l'aver taroccato l'autopsia di Rabin), è stato assolto da ogni accusa e protetto dal governo, motivo dell'assoluzione è che Hiss non avrebbe tratto profitto dai suoi reati, perché "il suo unico interesse era l'avanzamento della ricerca scientifica". Una giustificazione ccettabile e imbarazzante che si è già sentita nel passato, Hiss continua ancora oggi a lavorare come patologo nella stessa struttura e il governo, difendendolo, ne ha condiviso implicitamente l'operato.

L'ammissione è contenuta in una intervista del 2000 all'allora capo dell'istituto Jehuda Hiss, al canale televisivo israeliano Channel 2 TV, intervista che poi non è mai stata mandata in onda, conservando il segreto su questo modo criminale di procedere fino a ieri. L'intervista è andata in onda questo fine settimana e non perché in Israele si stia decidendo una nuova e discussa disciplina dei trapianti, per la quale i donatori di organi acquisirebbero la precedenza nei trapianti sui non donatori. È stata Nancy Sheppard-Hughes, l'accademica statunitense che aveva intervistato il professor Hiss nel 2000, a decidere di rendere pubblica l'intervista proprio per la delicatezza delle questioni sollevate dall'articolo di Aftombladet. Secondo Sheppard-Hughes l'intervista dimostra che non esisteva un accanimento razzista sui corpi dei palestinesi, ma non si può mancare di notare che nell'esercitare la pratica sui palestinesi i medici israeliani hanno infranto leggi e norme che vanno oltre la deontologia professionale, visto che Israele non poteva esercitare alcuna sovranità sui corpi degli "stranieri" e ancora meno su quelli dei nemici uccisi in combattimento o durante i numerosi episodi di repressione ai danni della popolazione palestinese.

Al seguito dell'intervista nessuno ha più avuto il coraggio di smentire nulla, anche perché è arrivata anche la stringata ammissione ufficiale dell'esercito "quelle pratiche hanno avuto luogo" a mettere la parola fine sulla questione.

Se il furto d'organi avesse interessato solo i corpi di cittadini israeliani lo scandalo avrebbe avuto una dimensione esclusivamente nazionale, ma ora che si è saputo che il traffico si estendeva ai corpi dei palestinesi la questione diventa un problema di natura necessariamente internazionale e chiama in causa le responsabilità dei vertici del governo israeliano. Responsabilità relative a crimini gravissimi compiuti nei confronti di una popolazione sotto regime d'occupazione militare, ce n'è abbastanza per un'altra causa per crimini di guerra contro i governi israeliani dell'epoca.

Uno scandalo e un colpo all'immagine che non potrà certo risolversi dando dell'antisemita a caso, ma anche una rivincita del quotidiano a del giornalista svedese che a settembre erano finiti nella bufera, costretti poi a precisazioni pelose per quietare l'assalto della propaganda israeliana e deflettere l'accusa di antisemitismo, portata rabbiosamente e a gran voce da blog e testate filo-israeliane, arrivando a parlare di "matrimonio all'inferno" tra l'Aftonbladet e Hamas. In Italia non era andata molto meglio e nessun politico aveva difeso il diritto di cronaca di fronte alla furia dei soliti noti, che erano giunti a chiedere il boicottaggio dell'IKEA contro i cattivi antisemiti.

Oggi, mentre Google News restituisce oltre un migliaio d'articoli sulla clamorosa conferma, la versione italiana offre solo sei risultati, nessuno dai maggiori quotidiani e nessuno che ricordi l'iniziativa di Fiamma Nirenstein (deputata del PDL con cittadinanza israeliana) che da sola causò un piccolo incidente diplomatico tra Italia e Svezia, approfittando della sua posizione in Commissione Esteri per dare dell'antisemita agli svedesi in nome del governo italiano. Nessuno è corso neppure ad intervistare il ministro degli esteri Frattini, che aveva dismesso come false le notizie pubblicate da Aftonbladet.

Ancora una volta l'uso sistematico dell'accusa di antisemitismo da parte della propaganda israeliana si è rivelato efficace nel ridurre al silenzio le voci critiche con Israele, ma ancora una volta l'accusa si è dimostrata falsa, un'offesa e un insulto alla verità. Chi non ha ragioni da opporre, può ricorrere solo all'insulto, da tempo Israele è ridotto a poter usare solo l'espediente dell'accusa di antisemitismo perché di ragioni nel reprimere e cacciare i palestinesi nei territori, etiche o legali che siano, non ne ha più alcuna.

di Mazzetta

Fonte: mazzetta.splinder.com

Il denaro USA sostiene i coloni estremisti


Esistono fondi di “beneficenza” negli Stati Uniti che raccolgono denaro per finanziare gli insediamenti illegali in Cisgiordania – denunciano gli attivisti Andrew Kadi e Aaron Levitt

Il mese scorso un’organizzazione non profit di Brooklyn, l’Hebron Fund, che sostiene i coloni ebrei nella città occupata di Hebron, ha organizzato una raccolta fondi allo stadio dei New York Mets, il Citi Field.

La raccolta fondi ha avuto luogo nonostante gli appelli da parte di organizzazioni per i diritti umani negli Stati Uniti, in Palestina e in Israele perché fosse cancellata. Il fatto che l’Hebron Fund abbia probabilmente raccolto centinaia di migliaia di dollari per i coloni estremisti israeliani in un luogo importante degli Stati Uniti, con poco controllo pubblico, è un segno preoccupante per coloro che sperano che gli Stati Uniti possano svolgere un ruolo costruttivo nel raggiungimento di una pace giusta in Medio Oriente.

Forse ancora più preoccupante, secondo l’editorialista del Washington Post David Ignatius è che: “Una ricerca del fisco ha identificato l’esistenza negli Stati Uniti di 28 organizzazioni benefiche che tra il 2004 e il 2007 hanno destinato un totale di 33.4 milioni di dollari in contributi esentasse agli insediamenti e alle organizzazioni ad essi collegate”. Alcune delle organizzazioni più grandi, tra cui Friends of Ateret Cohanim e Friends of Ir David, che guidano l’occupazione della Gerusalemme Est palestinese da parte dei coloni ebrei, hanno sede a New York.

Gli insediamenti israeliani violano la Convenzione di Ginevra, che vieta alla potenza occupante di trasferire la sua popolazione all’interno del territorio occupato, e l’espansione degli insediamenti israeliani è in diretta contraddizione con la richiesta degli Stati Uniti di congelarne la crescita.

I coloni ebrei di Hebron, finanziati dall’Hebron Fund, raccolgono apertamente fondi a New York. Protetti dalle forze armate israeliane, espandono gli insediamenti nel centro storico di Hebron e cacciano via i residenti palestinesi.

Le posizioni estremiste dell’Hebron Fund sono chiare. Il direttore esecutivo dell’Hebron Fund Yossi Baumol ha detto all’American Prospect, che “la democrazia è veleno per gli arabi”, che “Israele non deve concedere agli arabi il diritto di intervenire riguardo al modo in cui il paese deve essere governato”, e che “non troverai mai la verità in un arabo”. Il rabbino capo di Hebron, Dov Lior, che partecipa spesso agli eventi dell’Hebron Fund, ha recentemente elogiato un nuovo libro nel quale si afferma che un ebreo può uccidere dei civili che forniscono sostegno morale ai nemici degli ebrei, e persino uccidere bambini piccoli, perché è probabile che, crescendo, diventino nemici.

I coloni e l’esercito israeliano regolarmente attaccano e terrorizzano i palestinesi a Hebron, secondo il gruppo per i diritti umani B’Tselem, con sede in Israele. Nel 1994, il colono di Hebron Baruch Goldstein massacrò 29 palestinesi disarmati mentre stavano pregando in una moschea di Hebron. Uno degli ospiti d’onore alla cena dell’Hebron Fund del 2009, Noam Arnon, nel 1995 definì Goldstein “una persona straordinaria”. Nel 1990 Arnon definì i tre terroristi ebrei condannati per la morte di tre palestinesi e la mutilazione di due sindaci palestinesi degli ” eroi “.

Benché l’Hebron Fund faccia credere alle autorità fiscali che il suo scopo è quello di “promuovere il benessere sociale ed educativo”, nel 2008 Baumol garantì agli ascoltatori della radio di New York che: “Ci sono delle realtà tangibili sul terreno, che sono create da persone che aiutano l’Hebron Fund e vengono alle nostre cene”.

Un appello del 2007 spiegava: “Decine di nuove famiglie possono ora venire a vivere a Hebron … ti stanno aspettando perché tu possa accompagnarle nella redenzione della città”.

Baumol ha dedicato la raccolta fondi del 2009 alla protesta contro le “limitazioni razziste alla crescita ebraica, condotte in primo luogo dal presidente Barack Obama”.

I coloni affermano spesso che il fatto di impedire agli ebrei di vivere dove vogliono nella Cisgiordania occupata sia un atto “razzista”, non considerando le loro stesse gravi violazioni dei diritti dei residenti palestinesi. I coloni giustificano la loro occupazione di Hebron invocando il massacro di 67 ebrei residenti a Hebron da parte dei palestinesi nel 1929. Ma, invece dell’uguaglianza, i coloni di Hebron mirano ad ottenere diritti di rango superiore imposti con la canna di un fucile.

Le organizzazioni non-profit come l’Hebron Fund svolgono un ruolo sostanziale nel fomentare il conflitto in Medio Oriente, ma negli Stati Uniti, nella maggior parte dei casi, esse sfuggono al controllo. Sfacciatamente organizzano raccolte fondi pubbliche che, in generale, i mass media ignorano. Le principali organizzazioni di advocacy degli Stati Uniti, che sostengono di opporsi agli insediamenti israeliani, in genere non riescono a criticarle. In uno dei pochi reportage che appaiono sui media più importanti, David Ignatius ha evidenziato la politica auto-distruttiva del governo degli Stati Uniti, scrivendo che “coloro che criticano gli insediamenti israeliani si chiedono perché i contribuenti americani sostengano indirettamente, attraverso dei contributi esentasse, un processo che il governo condanna”.

Fino a quando il pubblico, i gruppi di advocacy, i mass media e il governo degli Stati Uniti non controlleranno e non fermeranno le organizzazioni non-profit pro-insediamenti, come l’Hebron Fund, le dichiarazioni politiche per la pace in Medio Oriente non riusciranno a porre fine alla violenza e alle espropriazioni quotidiane subite dai palestinesi.


di Andrew Kadi

Traduzione: Medarabnews.com

Fonte: Guardian

Original Version: The US cash behind extremist settlers

Andrew Kadi è membro dell’organizzazione per i diritti umani in Medio Oriente, Adalah-NY: The Coalition for Justice in the Middle East;
Aaron Levitt ha lavorato come volontario nel monitoraggio dei diritti umani a Hebron, ed è membro di Jews Against the Occupation-NYC

sabato 26 dicembre 2009

Un alleato scomodo


Il congresso degli Stati Uniti ha approvato il 19 dicembre il bilancio per la difesa per il 2010: un pacchetto di 636,3 miliardi di dollari che prevede tra le altre cose un cospicuo pacchetto di aiuti militari al Pakistan. Sommati ai fondi destinati agli aiuti umanitari, il Pakistan nel 2010 potrebbe ricevere quasi tre miliardi e mezzo di dollari di aiuti dagli Stati Uniti.

Analisti e commentatori sulla stampa statunitense si domandano, allora, perché Islamabad abbia ottenuto risultati modesti nella lotta al terrorismo malgrado questa “generosità” di Washington.

“L’amministrazione di Barack Obama non ha risparmiato lodi nell’apprezzare pubblicamente il ruolo vitale del Pakistan per i successi ottenuti in Afghanistan. Eppure dietro le quinte si respira un’altra aria”, scrive l’agenzia di stampa Upi. “Il Pakistan non fa segreto del suo risentimento nei confronti della politica statunitense, che in sostanza chiede all’esercito di Islamabad di darsi più da fare contro i taliban e altri estremisti che usano il territorio pachistano come base per lanciare attacchi contro le forze Nato e statunitensi in Afghanistan”.

Christopher Hitchens spiega quali sono, secondo lui, i motivi del risentimento del Pakistan verso gli Stati Uniti.

“Durante la guerra fredda Washington aveva trasformato Islamabad in un alleato di primo piano. Ha sempre chiuso un occhio sugli interventi dei militari nella vita politica del paese. Ha sempre sborsato i soldi senza fare troppe domande. In generale ha sempre preferito il Pakistan all’India, all’epoca considerata troppo ‘neutrale’. Durante l’invasione sovietica in Afghanistan, ha foraggiato l’esercito pachistano e i servizi segreti di Islamabad, permettendogli anche di comprare armi nucleari”.

Secondo Hitchens è proprio questa disponibilità ad alimentare la rabbia pachistana: “L’élite pachistana odia gli Stati Uniti perché dipende da Washington ed è pagata da Washington. I leader militari si mostrano in pubblico come i paladini dell’indipendenza del paese, mentre fanno di tutto per mantenere il potere e magari estenderlo anche al vicino Afghanistan”. E la situazione continuerà a peggiorare, conclude Hitchens, “finché continueremo a privilegiare il Pakistan invece del nostro alleato naturale, l’India, e finché non si dirà apertamente a Islamabad che non riceverà più quel sostegno finora tanto disprezzato”.

Fonte: Internazionale

venerdì 25 dicembre 2009

La Georgia distrugge la memoria


Con un gesto che ha sollevato un’ondata di polemiche e recriminazioni il governo georgiano ha ordinato e fatto eseguire la demolizione del monumento-memoriale ai caduti della seconda guerra mondiale che si trovava nella città di Kutaisi (circa 200mila abitanti, seconda città georgiana dopo la capitale Tbilisi), situata nell’ovest del paese.

Il memoriale ai caduti distrutto a Kutaisi

Il memoriale ai caduti distrutto a Kutaisi

Tra l’altro la demolizione del grande monumento, realizzato in cemento armato e bronzo, è stata eseguita in modo talmente maldestro che nell’esplosione e nel crollo conseguente sono morte due persone, come riporta l’emittente televisiva georgiana Imedi.tv . Il regime di Tbilisi ha motivato la sua scelta – chiaramente mirata a demolire la memoria del passato sovietico della Georgia – con la necessità di costruire in quel luogo il nuovo palazzo del parlamento repubblicano e con lo stato di abbandono e degrado del monumento stesso; il quale – dice il governo – verrà poi ricostruito altrove.

Lo scultore Merab Berdzenishvili, autore negli anni ‘80 del monumento distrutto, ha definito l’iniziativa del governo “un insulto alla memoria delle migliaia di georgiani caduti durante la guerra contro i nazisti” (il numero dei morti georgiani fra i ‘41 e il ‘45 è stimato in circa trecentomila), e lo stesso hanno detto vari esponenti dell’opposizione georgiana. Tra l’altro, anche l’idea di trasferire il parlamento è stata accolta con vive proteste sia dalle forze di opposizione sia dagli stessi residenti di Kutaisi, che si dicono preoccupati dalle conseguenze politiche del trasferimento (anche se non è ben chiaro in che senso queste conseguenze siano preoccupanti). Indignata poi la reazione del governo russo, che a sua volta considera “atto infame, barbarico, un vandalismo di stato” la demolizione (che si è voluta portare a termine entro il 21 dicembre, compleanno del presidente Mikheil Saakashvili).

Un’ondata di proteste si è manifestata anche sul web, dove sulle immagini della distruzione del monumento messe in onda da Imedi tv e finite ovviamente su YouTube sono piovuti migliaia di commenti indignati contro i “nazisti” di Saakashvili. Per curiosa casualità, tra l’altro, la notizia è coincisa con quella del furto della scritta “Arbeit macht frei” all’ingresso del campo di sterminio nazista di Auschwitz…


di Astrit Dakli

Fonte: il manifesto

giovedì 24 dicembre 2009

Intanto la Danimarca arresta la scienza


Luca Tornatore, astrofisico dell'Osservatorio di Trieste e attivista, è stato ingiustamente arrestato dalla polizia danese lunedì 14 dicembre 2009 con l'accusa di lancio di oggetti e resistenza aggravata a pubblico ufficiale. I reati contestatigli sono stati operati da una persona a volto coperto ma due poliziotti danesi hanno riconosciuto in lui l'autore dei reati. Nell'ora in cui i reati sono stati commessi, Luca si trovava a Christiania al dibattito con Naomi Klein e Michael Hardt, organizzato dalla rete “Climate Justice Action.” I testimoni sono ovviamente le centinaia di persone che hanno partecipato al dibattito, ma la polizia danese non ha intenzione di ascoltarli prima dell'inizio del processo, che si terrà il 12 gennaio 2010. Luca rischia quindi di passare un mese in prigione per un reato che non può aver commesso.

Non può averlo commesso perché si trovava altrove, ma anche perché sono altre le armi che Luca ha sempre usato nelle sue battaglie. La prima è la divulgazione scientifica. Da anni Luca è un instancabile demolitore delle bugie ambientali del potere: dalla favola dello sviluppo sostenibile guidato dal mercato, a quella del nucleare pulito, a quella della crescita infinita, a quella dell'estraneità dell'uomo nel riscaldamento globale. Usando la sua intelligenza, l'abilità con i numeri datagli dagli studi scientifici e la predisposizione al dialogo, datagli da anni di pratica politica, ha tenuto lezioni pubbliche su argomenti che spaziano dal consumo esponenziale delle risorse derivato dalla crescita costante del PIL, alla divulgazione dei risultati dell'International Panel on Climate Change.

Data la politica di arresti preventivi di massa tenuta fino adesso dalla polizia danese in occasione del summit (almeno 1500 persone sono state fermate prima delle manifestazioni) si può pensare che Luca sia semplicemente finito preso in una rete insieme a molte altre persone. O si può pensare che i numerosi interventi che ha tenuto dall'inizio del summit - tanto sull'emergenza climatica quanto sul diritto a manifestare - abbiano attratto l'attenzione della polizia e che questa abbia deciso di usare la custodia cautelare come mezzo per far tacere una voce scomoda.

La mobilitazione è scattata immediatamente tanto sul versante degli attivisti ambientali quanto su quello dei colleghi scientifici (a partire da Margherita Hack, con la quale Luca collabora all'Osservatorio di Trieste) che sono partiti con due appelli complementari che poi si sono fusi in un'unica iniziativa. Si può aderire cliccando su

http://www.petizionionline.it/petizione/per-la-liberazione-di-luca-tornatore/437

Numerosi presidi si stanno tenendo in tutta Italia presso i consolati danesi per chiedere l'immediata scarcerazione di Luca; l'ambasciatore italiano si è recato a visitarlo in carcere; il rettore dell'Università di Trieste ha scritto all'ambasciatore danese sulla vicenda. Nel pomeriggio di giovedì 17 dicembre, le prime centinaia di firme raccolte sono state consegnate al console danese a Trieste e si terrà una conferenza stampa sulla vicenda. Gli avvocati hanno presentato una richiesta di scarcerazione di cui si dovrebbe sapere l'esito entro la settimana.

Questa storia è così emblematica da sembrare un racconto ispirato al Galileo di Brecht, con la falsità usata come metodo per far tacere le scoperte scientifiche, ma nel racconto è rimasta prigioniera tra quattro pareti una persona in carne ed ossa, uno scienziato convinto che si possa usare la ricerca non solo per capire il mondo ma anche per migliorarlo.

Possiamo inondare la posta del carcere di Copenhagen, spedendo una lettera all'indirizzo

Luca Tornatore 211275 ABBM - Vestre Faengsel - Vigerslev allè 1D - 2450 Kbh Svolta - Copenhagen – Danmarkt

Fonte: altrenotizie

martedì 22 dicembre 2009

Dov'è finito tutto quel gas?


Quantità enormi di metano che non vengono registrate. Evadendo 20 miliardi di tasse. L'inchiesta choc sui colossi dell'energia.

Un'evasione colossale delle tasse doganali, che basterebbe da sola a garantire il quadruplo delle entrate che il governo spera di ottenere con lo scudo fiscale? O un gigantesco abbaglio di magistrati e finanzieri, che in tre anni di indagini non sono riusciti a capire i complicati tecnicismi del business dell'energia? Oppure una preoccupante via di mezzo, con montagne di pasticci solo formali, che però servono a nascondere casi-limite di contrabbando tra Stati?

Saranno i giudici di Milano a dover rispondere agli interrogativi sollevati da un'inchiesta da 20 miliardi di euro sul mercato del gas in Italia. Un'indagine-choc che, comunque finiscano i processi per i reati fiscali, sta svelando i buchi neri delle reti di trasporto dell'energia dai grandi giacimenti esteri alle case degli italiani. Un business ipertecnologico, che stando alle indagini sembra però incontrollabile: il commerciante è libero di aprire o chiudere i rubinetti delle merci, mentre lo Stato, che dovrebbe riscuotere tasse miliardarie, non è in grado di misurare cosa si vende.

L'inchiesta sul gas è partita proprio da una segnalazione dell'ufficio metrico di Milano, che ha il compito di proteggere i consumatori dai rischi di frode in tutte le misurazioni commerciali, dalle bilance dei negozi ai megacontatori industriali.
Alla fine del 2006 l'ispettore capo Claudio Capozza avvisa la Guardia di Finanza che non tornano i conti di Snam Rete Gas e neppure dell'Eni. Quel primo allarme riguarda Mazara del Vallo, dove sboccano le otto maxi-condutture del Transmed, il monumentale gasdotto che parte dai giacimenti in Algeria, passa per la Tunisia e arriva in Sicilia. Per ogni metrocubo di gas importato e venduto, lo Stato incassa un'accisa, cioè una tassa, di 17 centesimi: circa un quarto del prezzo medio finale. Quindi ciascuna conduttura è collegata a speciali misuratori (a diaframma) che dovrebbero essere protetti da sigilli inviolabili. Nell'ispezione chiesta dai magistrati, che nessuno aveva mai eseguito in precedenza, i finanzieri del nucleo di polizia tributaria scoprono invece che i contatori sono fuorilegge: un'uscita è senza sigilli e nelle altre sette la chiusura metallica "balla". Per cui i diaframmi misurano meno gas dell'entrata effettiva. Quanto? I sigilli risultano difettosi "quantomeno dal 1997", ma l'inchiesta riguarda solo il quinquennio 2003-2007, perché i reati precedenti sono ormai prescritti. In quei cinque anni, secondo la Guardia di Finanza, sono entrati in Italia, solo dalla Sicilia, più di 5 miliardi di metri cubi 'clandestini', che corrispondono a un'accisa teorica di 887 milioni di euro.

Dov'è finito tutto quel gas?Esistono altri canali d'ingresso non dichiarati al fisco? E soprattutto: chi ha rivenduto il gas clandestino, ha pagato le tasse? Scoperti i misuratori a gruviera di Mazara, i pm milanesi Sandro Raimondi e Letizia Mannella ordinano una perquisizione nella sede centrale di Snam Rete Gas, la società che controlla la rete nazionale di trasporto, con circa 31 mila chilometri di condutture. I tecnici del palazzone di San Donato Milanese spiegano che a sorvegliare tutto è un pachidermico sistema di computer da 50 milioni di euro. Stranamente, però, i settori-chiave funzionano a compartimenti stagni: chi fattura gli incassi (il prezzo per il trasporto) non sa quanto gas venga importato e "movimentato" nella rete. A quel punto i finanzieri mettono a confronto i due dati finali che in teoria dovrebbero coincidere: da una parte, l'effettiva quantità di gas "movimentato", rimasta registrata nei computer aziendali; dall'altra, la cosiddetta "dichiarazione annuale di consumo", cioè il documento-base presentato al fisco, proprio per certificare il volume totale trasportato nei 12 mesi precedenti. L'operazione viene ripetuta all'Eni, che oltre ad essere la più importante delle circa 700 imprese clienti del trasportatore Snam, gestisce anche proprie reti di movimentazione, in particolare i due maxi-gasdotti che collegano Libia e Algeria all'Italia. Risultato dei controlli: nei cinque anni considerati dall'inchiesta, Eni e Snam hanno dimenticato di segnalare al Fisco, secondo le Fiamme Gialle, nientemeno che 148 miliardi di metri cubi di gas. Un'enormità che corrisponde, sempre tra il 2003 e il 2007, a un'evasione teorica dell'accisa di 19 miliardi e 932 milioni di euro.

Queste cifre complessive sono ora imputate, nell'avviso di conclusione delle indagini, a 12 manager di Eni e Snam, tra cui spiccano Domenico Dispenza (direttore Gas&power di Eni) , Stefano Cao (suo predecessore) e Carlo Malacarne (amministratore SnamRG), indagati con le rispettive società. La Procura ha chiesto invece l'archiviazione per il numero uno dell'Eni, Paolo Scaroni: ha infatti scoperto che, appena entrato in carica, Scaroni aveva avviato indagini aziendali per capire cosa si nascondesse dietro alcune centinaia di milioni di metri cubi di "gas non contabilizzato". Possibile che fossero tutte perdite dalle tubature? Il rapporto finale arrivato sul suo tavolo ipotizzava solo errori involontari di misurazione. Senonché la Guardia di Finanza ha sequestrato le bozze preparatorie, che erano molto più pesanti. Per cui proprio il confronto tra quelle bozze e il dossier light mostrato a Scaroni ora è diventato un elemento d'accusa contro gli altri indagati.

I principali avvocati di Eni e Snam, interpellati da 'L'espresso', annunciano che si difenderanno "nel merito", senza cavilli procedurali, con perizie dirette a "contestare i criteri di misurazione adottati dall'accusa". Il reato-base è l'omessa dichiarazione doganale. Ma accusa e difesa concordano che al centro del futuro processo ci sarà la domanda successiva: i rivenditori del gas 'clandestino' hanno pagato le tasse? In altre parole: alla violazione formale (aver "sottratto al controllo statale" il gas non denunciato al fisco) corrisponde anche un'evasione sostanziale? In gran parte dei casi, i legali di Eni e Snam si dicono certi di poter dimostrare che, anche se venissero confermati i buchi nelle importazioni, le famose accise sono state comunque pagate a valle, dalle imprese che vendono il gas agli italiani. E che registrano nelle bollette anche quelle tasse, che in definitiva vengono pagate dai clienti. Il giallo fiscale delle importazioni-fantasma, insomma, si ridurrebbe a una piramide di sviste e infortuni burocratici. Nell'atto d'accusa, la Procura ribatte che, se l'azienda non denuncia quanto gas importa e da dove, gli uffici doganali non possono neppure tentare un controllo fiscale.

Ma c'è di più. In alcuni affari-limite, magistrati e finanzieri sono convinti di aver scoperto un possibile movente delle mancate dichiarazioni: evitare controlli su presunti casi di contrabbando tra Stati.

Questa accusa, più grave, e già formalizzata dalla Procura, nasce dalle ispezioni successive alla scoperta dei misuratori truccati a Mazara. Tra il 2007 e il 2008 i finanzieri accertano che più di un un miliardo di metri cubi di gas 'clandestino' non è stato venduto in Italia, ma è finito all'estero, alla slovena Geoplin (il più grosso operatore di gas di quel paese), con due picchi nel 2005 e nel 2006, cioè nel biennio che precede il primo blitz giudiziario. Un quantitativo che, ai prezzi all'ingrosso di oggi, varrebbe sui 250 milioni di dollari. Al fisco italiano non è stato segnalato né l'ingresso in Sicilia, né il trasporto lungo la Penisola, né l'uscita da Gorizia di quei volumi di gas. Di qui l'accusa di evasione sostanziale (tasse non pagate) per almeno 182 milioni di euro.

Negli stessi mesi, i finanzieri scoprono anche un presunto contrabbando in direzione contraria. I militari, guidati dall'ispettore capo Stefano Vercoli, vanno a controllare di persona due piattaforme al largo di Ravenna e di Falconara, collegate a gasdotti dell'Eni e della Snam. Stando alle dichiarazioni fiscali, quei tubi dovrebbero trasportare gas estratto dai giacimenti nazionali. Giacimenti che, in forza di una legge che vieta l'estrazione di gas in Adriatico, sono attualmente 'in sonno'. Invece nelle piattaforme chiamate Garibaldi K e Barbara T2 entrano altri due tubi, che partono dalla Croazia, dove funzionano due impianti gemelli chiamati Ivana e Marika. Insomma, in mezzo all'Adriatico ci sono, secondo i finanzieri, (almeno) due gasdotti-fantasma. E c'è del gas che arriva fino alla costa italiana. Ora Eni e Snam sono accusate di aver falsamente presentato come italiani altri 11 miliardi di metri cubi di gas, che corrispondono a un'accisa teorica di 1 miliardo e 142 milioni di euro.

Ma come arriva la Procura a calcolare come sconosciuti al fisco ben 148 miliardi di metri cubi di gas (in cinque anni), una cifra enorme, posto che i consumi nazionali si aggirano tra gli 80 e i 90 miliardi di metri cubi? Da dove arrivano? La risposta è nelle carte sequestrate all'Eni: secondo la Procura, il gruppo si è scordato di inserire nelle dichiarazioni doganali perfino i giganteschi volumi importati dai suoi due maggiori gasdotti, che da soli coprono circa un quarto del mercato italiano. Solo per il Transmed, si tratterebbe di 111 miliardi di metri cubi di gas algerino. Che si aggiungono ai 21 miliardi del Greenstream, che arriva a Gela dalla Libia (e funziona dal 2004). Una doppia maxi-svista fiscale? Gli avvocati non si sbilanciano, ma è possibile che l'Eni, nel processo che dovrebbe aprirsi in primavera, difenda la scelta di non sottoporli alla dogana italiana. Di fatto il gruppo petrolifero ha intestato il primo gasdotto alla Greenstream Bv di Amsterdam, e il secondo alla Transmediterranean Pipeline Company Ltd, domiciliata nel paradiso fiscale di Jersey e amministrata in Svizzera. Chiusa l'inchiesta principale, la Procura continua a indagare. E la Guardia di Finanza sta cercando risposte anche a questo quesito fiscale: perché l'Eni, per portare in Italia il proprio gas, decide di pagare i diritti di trasporto a una sua società olandese e a un'altra controllata off-shore?

di Paolo Biondani e Paola Pilati
Fonte: L'espresso

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