lunedì 30 novembre 2009

"Figlio mio, lascia questo Paese"

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,

tuo padre

di PIER LUIGI CELLI

Fonte: la Repubblica

L'autore è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.

sabato 28 novembre 2009

Il vecchio Berlusconi attacca la rete dei giovani


Per Emilio Fede si tratta di "un dramma vero e autentico", perché "milioni di italiani sono presi da questa paranoia" e dunque "anche se le difficoltà per poter chiudere un sito sono tantissime, qualcosa bisogna fare e subito".

Certo, il direttore del Tg4 non è il più raffinato intellettuale della destra italiana, ma il suo bell'editoriale in tivù contro Facebook a molti non è sembrato buttato lì per caso. Negli stessi giorni, ad esempio, il Tg1 si concentrava sulle cliniche per disintossicarsi da Internet ("Giovani che abbandonano tutto per dedicarsi a quella che non è più una passione ma una droga"), mentre il Tg2 si performava in un altro servizio contro Facebook come luogo in cui si rischia di "incontrare potenziali violentatori".

Solo informazione un po' tendenziosa di un vecchio medium geloso della Rete? Può darsi. Ma è nei giorni successivi a questi servizi che trova improvvisa notorietà un gruppo esistente da oltre un anno su Facebook, quello che auspicava la morte del premier Berlusconi: uguale (nella sua idiozia, s'intende) a moltissimi altri più o meno goliardici che si augurano il decesso di varie persone (da Marco Travaglio a Simone Perrotta, da Max Pezzali ad Anna Tatangelo) inclusi capi di Stato o di governo stranieri (da Gordon Brown a Nicolas Sarkozy, e molti altri). Ma quel che all'estero viene serenamente snobbato, in Italia diventa un caso gigantesco, con i giornali di destra che immediatamente si scatenano contro Internet e i suoi "kretini" (Giampiero Mughini su 'Libero').

E subito dopo scoppia un altro 'scandalo' internettiano: per un video su YouTube con migliaia di commenti, alcuni dei quali assai poco garbati verso Totò Cuffaro. Il quale fa partire urgentemente un'inchiesta della procura, benché il filmato fosse on line dal gennaio 2007 e anche i messaggi degli utenti fossero in gran parte datati.

"Più che di scoperte, si tratta di ritrovamenti archeologici sul Web", scherza Guido Scorza, che insegna Diritto delle nuove tecnologie a Roma: "E ci sarebbe da chiedersi perché questi ritrovamenti avvengano adesso, tutti insieme. Non vorrei che si trattasse di una mossa a orologeria per preparare il terreno e il clima a un provvedimento per censurare Internet".


Scorza si riferisce ai vari progetti e disegni di legge che a raffica, negli ultimi mesi, sono stati presentati dal centrodestra: dal ddl Alfano sulle intercettazioni (in cui è inserita un articolo ammazza-blog) alle proposte della Carlucci, fino al recente disegno firmato dall'avvocato di Berlusconi, Gaetano Pecorella, e portato alla Commissione Giustizia della Camera. Tutti contenenti norme che, al di là delle intenzioni più o meno censorie, avrebbero l'effetto di disincentivare l'uso della Rete in un Paese che invece avrebbe bisogno come il pane di innovazione e di sviluppo on line, elementi considerati in tutto l'Occidente fondamentali sia per la crescita civile sia per l'uscita dalla recessione.

Ovviamente sui motivi politici di questo disprezzo della destra italiana verso la Rete ci si può dare diverse risposte: per qualcuno è frutto semplicemente di un gap culturale e generazionale (le leve del potere sono in mano a over 60 che non conoscono il Web); per altri c'è alla base il consueto conflitto di interessi (se il governo è presieduto da un imprenditore televisivo, difficile che investa soldi pubblici per una Rete che gli sta già sottraendo milioni di giovani telespettatori); per altri c'è invece un ragionamento più mediatico-politico, essendo Internet l'unico luogo di comunicazione e informazione che il premier non controlla (e anzi tra i siti e i blog più cliccati difficilmente se ne trova uno vicino al centrodestra).

Ma quali che siano le ragioni, certo è che oggi l'Italia è il solo paese occidentale a non avere un piano sistematico per quelle autostrade digitali che portano al tempo stesso pluralismo televisivo, ripresa economica e meno inquinamento grazie a comunicazioni veloci a distanza. I ritardi di cui soffriamo sono di due tipi. Il primo è il cosiddetto analfabetismo informatico: il 50 per cento degli italiani non ha mai messo le mani su un computer, l'80 per cento è senza banda larga, insomma siamo in coda alle classifiche europee (lo dicono tra gli altri i dati Ocse 2009 e di Between 2009). Il secondo ritardo è nelle infrastrutture: la rete italiana perde colpi e avrebbe bisogno di ammodernamenti, a partire dalla fibra ottica. Per entrambi i ritardi c'è una responsabilità politica: vale a dire che, se nessun governo finora si è mai occupato del problema, quello in carica è andato oltre, destinando alle varie emergenze (dal sisma in Abruzzo ai vaccini per l'influenza suina) quelle risorse che in origine dovevano essere riservate allo sviluppo del Web.

Perfino Francesco Caio (il super consulente dell'esecutivo per Internet) ammette che "la Rete italiana di rame è colpita da un processo simile all'osteoporosi": non ce la fa più a reggere il crescente carico di dati che ci vorrebbero passare. Stesso concetto espresso da Corrado Calabrò, presidente di Agcom: nelle ore di picco gli utenti navigano lenti, anche se le loro Adsl promettono velocità favolose (20 Megabit).

Ma non è solo una questione di velocità: la Rete, invecchiando, diventa sempre meno affidabile. Ed è un paradosso, dal momento che comunicazioni importanti- scambi economici, rapporti con ospedali, la pubblica amministrazione, l'ufficio - sono destinati sempre di più ad andare su Internet. Caio punta il dito anche sul problema della copertura: se otto italiani su dieci sono senza banda larga, un ottavo della popolazione non può arrivare al minimo indispensabile (almeno due Megabit al secondo) perché abita in aree mal collegate.

Ma naturalmente se si parla con i politici della maggioranza nessuno ammette che lo scarso sviluppo di Internet in Italia è un problema, e tutti rimandano alle promesse contenute nel piano Romani, il viceministro allo Sviluppo economico con delega alle comunicazioni: 1,47 miliardi di euro, per portare i 20 Megabit al 96 per cento della popolazione entro il 2012; e almeno i due Megabit alla parte restante. Un piano minimo, eppure trascinato per mesi senza partire. Userebbe soldi pubblici (eccetto 210 milioni di euro da privati), alcuni dei quali già stanziati dal governo Prodi e dalla Ue. Questo governo ci metterebbe di suo 800 milioni, peraltro già assegnati dalla finanziaria 2008 alla banda larga. E, guarda caso, sono proprio questi 800 milioni a mancare l'appello. Un rinvio ha tirato l'altro e ora si parla di novembre: ma probabilmente (lo ammette lo stesso Romani) quest'anno arriverà solo una prima tranche. Insomma, briciole. Mentre l'ultimo rapporto delle università Oxford-Oviedo (basato su 24 milioni di test), rivela che la velocità reale della nostra banda larga è paragonabile a quella dell'Ucraina ed è nella fascia più bassa della classifica europea.

Nei principali paesi stranieri, inoltre, i governi hanno già da anni piani nazionali per estendere la banda larghissima: al 75 per cento delle case entro il 2014 in Germania; a 4 milioni di case nel 2012 in Francia (che investirà 10 miliardi di euro). In Italia non c'è un piano statale, ma solo quello di Telecom, peraltro abbastanza limitato: la nuova Rete in tre milioni di case entro il 2011. Telecom lancerà le prime offerte a 50 Megabit a Natale, ma solo a Milano (dopo mesi di rinvii e sperimentazioni). "Gli altri paesi studiano come fare la nuova Rete, da noi non è ancora chiaro come farla", accusa François de Brabant, presidente di Between: "Eppure non ci sono più alibi: la Cassa depositi e prestiti ha una liquidità straordinaria di 140 miliardi di euro da investire in infrastrutture. Il suo presidente Franco Bassanini ha detto di volerli spendere anche nello sviluppo digitale". Manca solo il via libera del Tesoro: storia già sentita.

"Le responsabilità politiche ci sono e sono antiche. Già nella storia di Telecom, dove le successive scalate hanno creato un debito che frena gli investimenti", spiega Nicola D'Angelo, consigliere di Agcom: "Il governo dovrebbe avere, per le telecomunicazioni, la stessa attenzione riservata alla tivù". Come? Per esempio con incentivi alle famiglie e alle aziende per passare alla banda larga, e magari sconti sull'Iva per le transazioni elettroniche. Piccole cose, che tuttavia manifesterebbero un interesse diverso per il Web. Confindustria, per esempio, ha appena presentato 12 proposte per combattere l'analfabetismo digitale delle imprese e migliorare le infrastrutture, in un piano da 4 miliardi in tre anni, in grado di aumentare di circa il 3 per cento il Pil.

Già, perché banda larga significa benefici per il sistema Paese: questo ormai lo provano tutti gli studi e lo sostengono tutti gli esperti. L'hanno capito anche i paesi in via di sviluppo: il Brasile a novembre presenterà un progetto da 5,74 miliardi di dollari per estendere la banda larga. La Ue ha stimato quest'anno che la banda larga porterà un milione di posti di lavoro fino al 2015 e una crescita dell'economia europea di 850 miliardi di euro. Le aziende diventano più competitive perché riescono a lavorare più rapidamente. I costi di viaggi e trasporti si riducono. Scendono le spese della pubblica amministrazione e aumenta il risparmio energetico. Spiega Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti europei in telecomunicazioni: "Lo squilibrio,al confronto con paesi più giovani, rischia di aumentare. La Nuova Zelanda investirà in nuove reti, in proporzione al Pil, circa 14 volte quanto deciso dagli ultimi governi italiani". E non è solo questione di soldi e di ecologia: "Reti veloci e minore analfabetismo digitale aiuterebbero la diffusione della tivù su Internet: un obiettivo per il quale non bastano i famosi due Megabit di base", dice D'Angelo.

Ma proprio lo sviluppo della televisione sul Web potrebbe ridestare nei prossimi anni l'attenzione del governo verso la Rete: Mediaset infatti sta per buttarsi su Internet, sia con i propri canali (gratis e a pagamento) sia con l'offerta 'on demand' (una videoteca virtuale da cui l'utente potrà prendere qualsiasi contenuto messo on line dall'azienda di Cologno Monzese). Sarebbe un cambiamento notevole per un broadcaster che finora, in nome della sua vocazione nazional-popolare, aveva snobbato il Web. E potrebbe preludere a una svolta simile da parte del suo proprietario, a Palazzo Chigi. Specie se dovessero corrispondere a verità le ricorrenti voci sul suo interessamento a Telecom. A quel punto la musica cambierebbe completamente, e c'è da scommettere che nemmeno Emilio Fede parlerebbe più male di Internet.

di Alessandro Gilioli e Alessandro Longo

Fonte: L'espresso

venerdì 27 novembre 2009

Il Bilderberg nomina Van Rompuy alla presidenza UE


Il presidente della nuova UE designato durante una cena segreta del gruppo tenutasi il 12 novembre nel Castello di Hertoginnedal, alle porte di Bruxelles.

La decisione di nominare presidente permanete della nuova Unione Europea disegnata dal Trattato di Lisbona il premier belga Herman Van Rompuy - membro del partito dei Cristiani Democratici Fiamminghi e appassionato di poesia giapponese - è stata presa la sera del 12 novembre in una cena a porte chiuse nel Castello di Hertoginnedal, alle porte di Bruxelles.

A organizzare la cena, cui ha parteciapto lo stesso Van Rompuy, il famoso Bilderberg Club: il più potente, riservato e discusso organo decisionale privato del mondo che dal 1954 riunisce i vertici politici, finanziari, industriali, militari e mediatici dei paesi occidentali.

Hertoginnedal

Il castello di Hertoginnedal. La scelta di riunirsi qui è fortemente simbolica: il Bilderberg Club vuol fare sapere che le grandi scelte sulle istituzioni europee avvengono nelle stesse sedi di sempre.


Secondo la indiscrezioni apparse sulla stampa belga, in particolare sul quotidiano «De Tijd» (poi riprese anche dal «Times» di Londra), durante la cena il futuro presidente europeo ha dichiarato che una volta in carica si sarebbe fatto promotore di una tassa europea.

Proprio nel Castello di Hertoginnedal, di proprietà della famiglia reale belga e in passato sede di un antico priorato religioso femminile, nel 1956 si tennero i primi negoziati per la creazione della CEE e dell'Euratom, embrioni dell'odierna Unione Europea.

Van Rompuy, nonostante il suo apparente basso profilo, è da tempo un frequentatore sia del Bilderberg Club che della Commissione Trilaterale, altro potente organismo sovranazionale fondato e presieduto da David Rockefeller.

di Enrico Piovesana - peacereporter.net.

Fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/19039/Mister+Bilderberg.

La "festa del Ringraziamento" salva le Borse, temporaneamente, dal tracollo di Dubai


Chi pensa che la grande crisi sia già arrivata e magari da credito alle voci di coloro che gridano che ormai il peggio è passato, si sbaglia di grosso!
Ieri in USA era il giorno del ringraziamento cioè festa; tutte le banche, le borse e gli uffici finanziari erano chiusi. Oggi, venerdì, molti faranno ponte in vista del sabato e della domenica. Quattro giorni di quasi totale chiusura delle attività finanziarie. Se non ci fosse stata questa festività, oggi avremmo assistito ad un grande tracollo di Wall Street o per meglio dire Wall Street si sta salvando dal tracollo solo perché è chiusa per festività!

La storia si ripete. Corsi e ricorsi che ritornano. Lo schema della crisi odierna continua ad essere quello della crisi del 1929-1933. In queste ore è arrivata la notizia bomba della crisi della Dubai World (famosa per la sua controllata Nakheel, quella che ha costruito in pieno golfo l'Isola delle Palme), la finanziaria di uno degli stati più ricchi del mondo, gli Emirati Arabi Uniti. La Dubai World ha chiesto ai suoi creditori una moratoria di sei mesi, ossia ha chiesto di sospendere i pagamenti dei debiti per sei mesi, perché ovviamente non è in grado di pagare. I creditori, in parole povere non hanno molte alternative: accettare o dire addio a una parte consistente dei soldi prestati, che ammontano a circa 59 miliardi di dollari, non proprio spiccioli.

La crisi arriva in Paradiso!
Questa finanziaria degli Emirati Arabi Uniti è proprietaria di una parte delle azioni della London Stock Exchange LTD, la Borsa di Londra e di conseguenza anche della Borsa Italiana fusasi con quella di Londra. Non solo: i principali creditori di questa finanziaria (Royal Bank of Scotland, Barclays, Hsbc, Lloyds e Credit Suisse), quelli che rischiano di perdere i 59 miliardi di dollari prestati a questa finanziaria, sono quotati appunto alla borsa di Londra. Oggi, con la chiusura di Wall Streth, la Borsa di Londra è stata il punto di riferimento mondiale, ossia scende la borsa di Londra, scendono tutte le altre.

Le banche creditrici sono ovviamente tutte fortemente scese; fortunatamente il panico è stato arginato grazie ad un provvidenziale guasto tecnico che ha messo fuori uso la borsa di Londra per varie ore. Solo questa festività forzata di alcune ore alla borsa di Londra è riuscita a limitare il crollo.

Guasti tecnici provvidenziali e festività sono eventi che appaiono magicamente a salvare dai crolli; peccato che hanno effetti momentanei. Il crollo sarà inevitabile.
Ricordiamo ancora che tra le principali banche creditrici di questa finanziaria araba ci sono HBOS e Royal Bank of Scotland, che all’indomani del crollo della Lehman Brothers furono segretamente salvate da un provvidenziale intervento della Banca d'Inghilterra che concedette loro prestiti segreti per 62 miliardi di sterline, un centinaio di miliardi di dollari!
Il tutto per evitare il panico ed il crollo generale del sistema. La notizia è stata rivelata proprio oggi da Swissinfo (1)

Parlavamo dei corsi e ricorsi storici e della crisi del 1929. Nel 1933 il nuovo presidente USA Franklin Delano Roosevelt, subito dopo aver assunto l’incarico, nel bel mezzo della grande depressione, inventò una festività bancaria di 4 giorni, ossia le banche furono chiuse per 4 giorni ed i clienti non potettero prelevare i risparmi.
Alla fine della provvidenziale lunga festività, quando le banche riaprirono, oltre 2000 continuarono a fare festa, ossia non aprirono mai più; erano fallite ed il provvidenziale intervento di Roosevelt è riuscito ad impedire che i clienti ritirassero i loro risparmi (2). Oggi siamo nella stessa situazione: banche e borse chiuse negli USA ed annuncio di questo immenso crack proprio durante questa lunga provvidenziale chiusura.

Se l’annuncio del default di Dubai fosse intervenuto con Wall Street aperta, qui si sarebbe diffuso il panico, che si sarebbe subito propagato a tutto il mondo, perche Wall Street è la borsa di riferimento mondiale: crolla lei, crollano tutte le altre borse.
Pensare che l’annuncio del default della Dubai World nel giorno della chiusura di Wall Street sia solo semplice coincidenza è cosa che ovviamente possono credere solo chi crede ai Babbo Natale e a coloro che gridano alla fine della crisi.

La crisi non è passata, anzi la vera crisi sta per arrivare e arriverà perche al contrario di quanto hanno voluto farci credere, il vero motivo della crisi è nella caduta del saggio di profitto delle imprese ed analizzando i dati della economia USA del terzo trimestre (quello in cui c’è stato un lieve rialzo del PIL che ha fatto gridare alla fine della crisi) il saggio di profitto delle imprese continua a cadere.

di Attilio Folliero

giovedì 26 novembre 2009

Hamas è scomparsa


L’analista palestinese Omran Risheq esamina le possibili ragioni dell’apparente scomparsa di Hamas in Cisgiordania

Un interrogativo che serpeggia tra i palestinesi in questi giorni è per quale motivo il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas) – un gruppo che alcuni vedono con sospetto e altri con simpatia – sia diventato quasi invisibile in Cisgiordania. Certo, Hamas ha subito una serie di duri colpi in questi ultimi anni. In seguito alla cattura del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno del 2006, Israele ha arrestato circa un migliaio di membri del movimento, inclusi alcuni delegati eletti del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC). E da quando Hamas ha assunto  il controllo di Gaza, nel giugno del 2007, a seguito di un sanguinoso conflitto con Fatah, le forze di sicurezza palestinesi in Cisgiordania hanno organizzato campagne di arresti contro il gruppo. Hamas sostiene di aver subito 30.000 casi di interrogatori, arresti, chiusure di aziende e confische di beni finanziari. Ancora oggi, 600 dei suoi membri sono detenuti nelle carceri dell’Autorità Palestinese (ANP), e 150 delle organizzazioni ad esso affiliate sono tuttora chiuse.

Ciononostante, Hamas è più di una semplice organizzazione militante, o di un fornitore di servizi sociali. E’ una vasta rete di membri e seguaci con un programma ideologico e politico in grado di raccogliere 444.000 voti alle elezioni legislative del 2006. Ha un largo seguito popolare, soprattutto tra i palestinesi contrari agli accordi di Oslo e delusi dalla corruzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Ma se è così, dove sono finiti in Cisgiordania Hamas e i suoi sostenitori?

Secondo fonti interne ad Hamas, il movimento ha congelato le proprie attività, in linea con una strategia risalente al 1989 che definisce le modalità attraverso cui gestire le crisi. Esso seguì questa strategia nel 1992, ad esempio, quando Israele esiliò 416 attivisti di Hamas e della Jihad Islamica nel sud del Libano dopo il rapimento e l’uccisione del soldato di frontiera israeliano Nassim Tolidano. Hamas non è pronto – sostiene uno dei suoi leader – a mobilitare i suoi sostenitori secondo una linea d’azione definita, per timore di esporli alla possibilità di essere arrestati dall’ANP o da Israele. Hamas è anche riluttante a far rischiare il posto di lavoro ai suoi seguaci, dato che già 1.200 di loro sono stati licenziati da posti governativi in Cisgiordania.

L’adozione di questa strategia preventiva per limitare i danni è dovuta in parte alla convinzione di Hamas che il presidente palestinese Mahmoud Abbas, a differenza del suo predecessore Yasser Arafat, non esiterebbe a distruggere il gruppo, qualora cominciasse a dargli troppo fastidio. Arafat, d’altra parte, prestava maggiore attenzione nel trattare con Hamas per due motivi: temeva di essere visto come un agente dell’occupazione israeliana, se avesse affrontato Hamas con la forza, e usava Hamas come una carta per rafforzare la sua posizione negoziale con Israele, presentandosi come l’unico in grado di contenere il gruppo.

Hamas è scomparso in Cisgiordania anche perché è convinto che la situazione attuale alla fine volgerà a suo vantaggio, soprattutto alla luce dell’incapacità di Abu Mazen di avviare seri colloqui di pace con Israele. L’incapacità del presidente degli Stati Uniti Barack Obama di esercitare pressioni su Israele per fermare la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, ha lasciato nella disperazione Abu Mazen, portandolo ad annunciare che non si candiderà alle prossime elezioni presidenziali.

Il calo di credibilità dell’ANP vale anche per Fatah,  a cui non è stato permesso di opporsi alle forze di occupazione o ai coloni, a causa del tentativo dell’ANP di risolvere le controversie con Israele attraverso i negoziati, piuttosto che con la resistenza armata. Ciò che nuoce a Fatah è anche il fatto che esso viene associato all’Autorità Palestinese di Ramallah, vista da molti come un’istituzione corrotta. Gli alti funzionari dell’ANP sono sproporzionatamente benestanti rispetto al resto del popolo palestinese, il quale soffre di un tasso di disoccupazione del 25%, che lascia una famiglia su tre in condizioni di povertà.

E ‘ difficile stabilire se i membri di Hamas stiano organizzando azioni contro gli israeliani, data la natura segreta dell’organizzazione. E ‘ chiaro, tuttavia, che i palestinesi in questo momento non prevedono che Hamas organizzi manifestazioni o azioni simili, sebbene alcuni possano rimpiangere gli attentati suicidi, considerati come il modo più efficace per combattere un nemico molto più potente.

A questo proposito, Hamas sembra confidare nel fatto che, giustificando la sua assenza con la repressione da parte di Israele e dell’Autorità Palestinese, essa sarà maggiormente compresa ed accettata a livello popolare. In realtà, i sondaggi hanno mostrato un aumento della popolarità di Hamas in Cisgiordania, di fronte a un suo calo a Gaza. I palestinesi della Cisgiordania vedono Hamas come il simbolo della resistenza alla dominazione di Israele e degli Stati Uniti, mentre gli abitanti di Gaza – che hanno già avuto la possibilità di sperimentare il governo Hamas – lo vedono simile, se non peggiore, a quello della corrotta leadership dell’Autorità Palestinese.

Infine, mentre emerge dalla tempesta, Hamas ritiene di poter utilizzare a suo vantaggio diversi possibili scenari futuri:

- Se l’ANP si scioglie, Hamas sarà in grado di proporsi come alternativa all’OLP, rivendicando così il suo rifiuto di impegnarsi nei negoziati di pace.

- Se, come appare ormai improbabile, Abbas dovesse tenere le elezioni generali nel gennaio del 2009 (le elezioni sono state effettivamente rinviate a tempo indeterminato (N.d.T.) ), è possibile che Hamas le boicotti e ne metta in dubbio la legittimità, soprattutto se la metà dell’elettorato palestinese (a Gaza) non vi parteciperà.

 - Se le elezioni si svolgeranno invece nel giugno del 2010 (come specificato nell’accordo di riconciliazione redatto dall’Egitto), Hamas avrebbe il tempo sufficiente per trovare un accordo con Israele che prevedrebbe il rilascio di Shalit in cambio di 450 prigionieri palestinesi. Tale accordo potrebbe rafforzare le chance elettorali di Hamas e aumentare la sua legittimità come leader della resistenza palestinese.

- Se, invece, non ci saranno elezioni, Hamas potrebbe utilizzare il continuo deteriorarsi della situazione per mettere in discussione la legittimità di Abbas. Hamas può sostenere che, al contrario, i suoi membri eletti del PLC continuano a godere di legittimità. La costituzione palestinese prevede infatti che il PLC resti in carica finché i nuovi membri non prestano giuramento, mentre il presidente dell’ANP può rimanere in carica solo per quattro anni.


Original Version: Where is Hamas in the West Bank?

Fonte italiana: Medarabnews.com

Omran Risheq è uno scrittore e analista palestinese

La Cina introduce un nuovo sistema finanziario


La Cina sta nascostamente introducendo un nuovo sistema finanziario basato sul renminbi (Yuan) che sta per diventare pienamente convertibile, secondo una fonte cinese di alto livello. Inoltre la Cina sta acquistando mille tonnellate di oro per sostenere un nuovo fondo progettato per sviluppare e commerciare tecnologie sin qui proibite. Il fondo avrà base fuori dalla Cina e sarà controllato da eminenti membri della comunità cinese di oltremare. L'aquisto di oro richiederà del tempo a causa della logistica del trasporto, e i cinesi sperano di poterlo testare appieno. Sia il governo cinese che l'MI6 confermano ormai i rapporti che indicano che gran parte dell'oro venduto dal Federal Reserve Board negli ultimi dieci anni è, di fatto, tungsteno placcato in oro.

D'altra parte il renminbi è ormai convertibile con le valute sudamericane, col rublo, con le valute mediorientali, lo Yen, le valute del sudest asiatico e le valute africane. “Introdurremo lentamente il nostro nuovo sistema finanziario in parallelo col vecchio e speriamo che la gente migri costantemente verso di esso”, ha affermato il funzionario cinese.

Nel frattempo l'ultimo incontro del G20 è finito in acrimonia e caos. La leadership occidentale è totalmente in rotta e rimarrà in tale stato sino a che la bancarotta del Federal Reserve Board non diventerà evidente anche a quella parte di opinione pubblica occidentale che ha subito un lavaggio del cervello. Ci si aspetta che questo avverrà a Gennaio o Febbraio. Sia l'MI6 che l'esperta fonte del governo cinese prevedono il crollo del dollaro della Federal Reserve per quel periodo.

Si sentono anche diversi rapporti che indicano che molti personaggi del Pentagono o di altre agenzie USA di ogni tipo con cittadinanza sia USA che israeliana sono recentemente fuggiti in Israele. I nodi stanno venendo al pettine.

La Cina propone di sostituire il dollaro USA con il dollaro di Hong Kong

Ad un incontro finanziario top secret previsto per questo weekend, la Cina proporrà di sostituire il dollaro USA con il dollaro di Hong Kong, secondo una fonte anziana del MI6. La proposta è presa in seria considerazione da coloro che appoggiano il nuovo sistema finanziario.

Come abbiamo precedentemente riferito, gran parte dei dollari USA mai creati sono poggiati sull'oro a un tasso di un ventottesimo di grammo per dollaro. I fraudolenti dollari fiat del Federal Reserve Board, emessi dopo il 28 Settembre 2008, non lo sono più. E nemmeno alcuno dei dollari provenienti dai fraudolenti “derivati”. Perciò, per sostituire il dollaro USA col dollaro di Honk Kong, tutto ciò che serve è rinominare i dollari basati sull'oro. Qualunque nuovo dollaro di Honk Kong emesso sarebbe poggiato sul Renminbi, secondo la proposta cinese.

Le note della Federal Reserve crollerano al valore di 0.03 centesimi a Gennaio

Si può ormai dire che tutti i dollari USA connessi al commercio legittimo sono poggiati sull'oro a un tasso di un ventottesimo di grammo per dollaro. Le rimanenti note di debito della Federal Reserve presto crolleranno al valore di 0.03 centesimi, secondo fonti finanziarie di alto livello. Ciò significa che tutti i legittimi uomini di affari e lavoratori pagati in dollari USA non hanno nulla di cui preoccuparsi. Invece, gli artisti della truffa che vendono “derivati” finanziari, resteranno con lo 0.03% di quanto pensavano di possedere.

E' sconcertante vedere quante persone intelligenti e “ben informate”, ancora non hanno idea di ciò che sta accadendo. Se si collegano i punti nella propaganda dei media ufficiali, dovreste poter vedere voi stessi senza dover andare sui cosiddetti siti “cospirazionisti”. Tra i paesi che hanno affermato pubblicamente che non useranno più i dollari per commerciare tra di loro, si trovano: Cina, Russia, Giappone, Sud America, Lega Araba, Turchia, Iran etc.

Titolo originale: "China quietly introduces new financial system"

Fonte: http://www.silverbearcafe.com
Link

Gli Emirati Arabi Uniti nel vortice della guerra arabica


Il conflitto in Yemen tra i ribelli sciiti e il governo centrale ormai coinvolge in pieno l'Arabia Saudita. La stampa locale negli Emirati ostenta analisi fredde e distaccate, ma le notizie sono tutt'altro che confortanti.
Ieri sono ripresi i combattimenti tra i reparti dell'esercito di Riad e i ribelli sciiti yemeniti che s'infiltrano nel zona meridionale del regno saudita. Secondo quanto ha reso noto l'inviato della Tv satellitare al-Arabiya nella cittadina di Khoba, si sono verificati scontri a fuoco in una zona che l'esercito ha dichiarato area militare e che è stata completamente evacuata dai civili. Nonostante le autorità di Riad abbiano più volte annunciato di aver liberato il proprio territorio dalla presenza dei seguaci dell'imam sciita Abdel Malik al-Houthi, nuove infiltrazioni di miliziani dallo Yemen si registrano ogni giorno nel Paese. La marina militare saudita, in operazioni congiunte con quelle yemenita, ha bloccato ieri due cargo diretti ad Aden sospettati di portare armi per i rivoltosi.
Intanto sul fronte yemenita, l'esercito di Sa'ana ha annunciato di aver ucciso negli ultimi tre giorni 40 ribelli nei dintorni della città di Sa'ada. In particolare i reparti delle Guardie repubblicane, giunte ieri sul fronte, hanno riconquistato quasi tutta la zona di Sa'ada (caduta per un certo tempo nelle mani dei ribelli) e di Harf Sufian.

Gli echi del conflitto, giorno dopo giorno, cominciano a farsi sentire in tutta l'area. Anche gli Emirati non si sentono al sicuro da quello che, sempre più, sembra la vera posta in gioco: il dominio regionale tra Arabia Saudita e Iran. Il quale, politica a parte, diventa un confronto anche religioso tra sciiti e sunniti. Ormai tutti, anche ai livelli più alti delle gerarchie politico - militari dello Yemen accusano l'Iran di finanziare i ribelli. Lo scopo? Per il governo di Sa'ana è quello di destabilizzare tutte le minoranze sciite nella regione, al fine di indebolire gli altri stati e fare in modo che Teheran diventi la potenza regionale di riferimento. L'Arabia Saudita, per ora, tiene un profilo più basso ed evita attacchi dialettici diretti alla Repubblica Islamica, ma la tensione resta alta e Dubai e gli altri emirati restano in guardia, per la loro posizione intermedia. La soluzione più lineare, rispetto alla tradizione e alla storia degli Emirati, sarebbe quella di schierarsi con Riad. Ma l'economia, si sa, non segue logiche storiche, politiche e religiose. Business è business.

La comunità iraniana negli Emirati ha legami secolari. Le stesse case più antiche di Dubai sono quelle costruite dai mercanti provenienti dalla città iraniana di Bastak, che ha finito per dare un nome a un quartiere di città. Su uno dei palazzi più alti che si affacciano sul Creek, il canale che attraversa Dubai Vecchia, porta in cima l'insegna della Bank Melli Iran, una delle istituzioni finanziarie chiave a Teheran. Gli sceicchi non amano veder rovinare i loro affari e le pressioni di Riad e degli Usa per soffocare questo legame finanziario con l'Iran non è ben visto qui. L'Arabia Saudita, però, preme e non ha mai accettato l'annuncio degli Emirati di ritirarsi dal progetto di moneta unica del paesi del Golfo, che non comprende l'Iran. Da ieri, per la seconda volta, file immense di autotreni sono fermi alla frontiera tra l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Il governo d Riad blocca il passaggio di quella frontiera che è strategica per i trasporti degli Emirati, con scuse sempre differenti. Gli Usa, dal canto loro, rallentano da anni il trattato di libero commercio con gli Emirati.

Ma gli sceicchi non mollano e non vogliono farsi imporre l'agenda internazionale da nessuno. Anche perché, a differenza per esempio dal Bahrein, gli Emirati non hanno una comunità sciita all'interno che potrebbe farsi ammaliare dall'internazionalismo di Teheran.
La tensione, però, corre sul filo delle relazioni diplomatiche del Golfo. Ad Abu Dhabi, una settimana fa, si è chiuso il grande Salone Aeronautico di Dubai, dedicato all'azienda aeromobile.
Mentre il pubblico si divertiva a guardare la versione emiratina delle frecce tricolori e le novità di extra lusso dei velivoli pubblici e privati, le forze armate degli Emirati Arabi Uniti hanno firmato, due accordi per il potenziamento della difesa aerea. Si tratta di un contratto per due aerei da ricognizione Saab AEW di costruzione svedese, per un investimento da 150 milioni di euro, e di venticinque aerei da combattimento per la formazione di piloti PC-21, ordinati alla Pilatus Aircraft svizzera per un valore di 345 milioni di euro. L'acquisto dei due Saab, in particolare, rappresenta il primo sistema di rilevamento aereo di cui si dotano gli Emirati che fino ad oggi si servivano di sistemi di rilevamento da terra. La consegna di tutti gli aerei è prevista tra la seconda metà del 2011 e la prima del 2012. In tempo per vedere come va a finire questo autunno caldo nella Penisola Arabica.

di Christian Elia

Fonte: Peacerporter.it

martedì 24 novembre 2009

Whinsec, la scuola dei golpisti


C'è un luogo in cui i militari Usa continuano a insegnare la dottrina golpista del "nemico interno" alle forze armate delle Americhe.

La Escuela de las Américas (School of Americas, Soa), Fort Benning, Georgia, oggi conosciuta come Istituto di cooperazione e sicurezza dell'emisfero occidentale (Whinsec),

continua a essere un centro militare dove si insegna il concetto di nemico interno, oggi espresso e nascosto nella supposta lotta al terrorismo e al narcotraffico, sostenuta dagli Usa a livello mondiale. E si tratta di casi piuttosto eloquenti della dottrina e della filosofia militare che l'Esercito degli Stati Uniti va insegnando da decenni al resto dei militari delle Americhe.


Risale al 2000 il tentativo del Pentagono di confondere le acque, pressato dall'opinione pubblica nazionale e internazionale, scossa dai pacifisti e dai manifestanti che ne denunciavano usi e costumi: la chiuse per qualche tempo e la riaprì con un nome tutto nuovo, appunto. Ma le Ong e i movimenti sociali non si sono lasciati trarre in inganno convinti che il cambiamento fosse solo di facciata. E così fu: nel 2001, l'istituto è ricomparso nel medesimo luogo, con i medesimi istruttori e con gli stessi identici obiettivi: indottrinare i soldati dell'America Latina e manipolarli al fine di controllare il suo cortile di casa.

Ma la storia sinistra di tanti abusi e soprusi resta a parlare, resta a denunciare, resta, per non dimenticare. E in nome dei tanti morti ammazzati, torturati, fatti sparire, di famiglie sventrate e leggi, umane e divine, violate, il movimento ne pretende la chiusura. Non smette. La chiede da anni. Ogni anno, ogni giorno.
Mai nessuno degli uomini di Fort Benning, pur incastrati dai fatti, ha risposto dei crimini commessi. Crimini appresi, passo passo, sugli allucinanti manuali distribuiti agli studenti. E lo ammette persino la Casa Bianca, che nel 1996 ha pubblicamente fatto ammenda.

Las Americas ha forgiato golpisti e torturatori, assassini e paramilitari, tutti indistintamente marionette nelle mani del Pentagono. Tanti, troppi, i colpi di stato, tentati o riusciti, degli studenti modello della Georgia. Senza andare troppo in là: il tentato golpe in Venezuela nel 2002, e l'ulltimo riuscitissimo del giugno scorso in Honduras.

Queste le ragioni di un movimento tanto vasto e organizzato che ne chiede la chiusura: dalla Terra del fuoco al Centroamerica, senza soluzione di continuità. Perché come se niente fosse, molti governi continuano a inviano reclute in Georgia, anche se, merito del nuovo vento che soffia sul continente, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina e Nicaragua hanno già chiuso ogni rapporto.

Ma resta il Cile, per esempio: duecentodieci uomini nel solo 2008.

E che dire della Colombia che, non stupirà, detiene il record indiscusso degli addestrati a Fort Benning. La maggioranza dei colombiani in mimetica hanno avuto a che fare con addestramenti Usa. Fuori o dentro casa. Perché in questo caso sarebbe comunque insufficiente chiudere Las Americas, per evitare che gli ormai famigerati metodi impartiti in Gerogia arrivino a contaminare l'esercito colombiano.

La Colombia di Uribe ha una Las Americas in ogni dove, in ogni angolo caldo del conflitto interno. E quei ragazzi armati fino ai denti che si "sacrificano per la patria" ne vanno pure fieri. Tra i soldati incontrati durante il viaggio nel Caquetà, nel cuore dell'Amazzonia colombiana, persino la potente lozione repellente contro le devastanti zanzare era targata "3M Company, Saint Paul, Minnesota". E perlomeno, la creazione di altre sette basi Usa in Colombia, non farà che ufficializzarla questa dilagante colonizzazione, portandola alla luce del sole e legittimando gli attacchi diplomatici incrociati degli Stati vicini. Non tutto il male vien per nuocere.

Casi disperati a parte dunque, la chiusura di Las Americas gioverebbe comunque ai più, per questo si protesta anche quest'anno, come ogni novembre ormai da anni.

A coordinare il tutto, chi se non Soaw, ossia lo School of Americas Watch, l'osservatorio permanente sui crimini commessi dall'istituzione militare statunitense, fondato da un prete dei missionari di Maryknoll, Roy Bourgeois, ormai personaggio mitico per tutto il movimento in difesa dei diritti umani. Missionario in Bolivia, è stato testimone degli effetti dell'addestramento alla Scuola delle Americhe, lanciando l'allarme negli Stati Uniti sulle tecniche di tortura insegnate. In quel periodo l'obiettivo era terrorizzare i contadini centroamericani in lotta per la difesa dei propri diritti; una sorta di guerra contro l'umanità che gli Usa hanno finanziato e che ha mantenuto al potere molti dittatori. Da allora la voce di padre Roy non si è mai spenta, anzi. Appoggiato inizialmente da una manciata di persone, i suoi raduni anti Soa sono arrivati a contare più di 15.000 dimostranti ogni anno. "Grazie a lui - per usare le parole di Joan Chittister pubblicate su Adista - la pressione pubblica per un cambiamento nelle politiche Usa alla Scuola delle Americhe è diventata, negli ultimi vent'anni, uno dei momenti più gloriosi tanto degli Stati Uniti quanto della Chiesa.

I primi mesi di quest'anno, la novità Obama negli States, almeno sulla carta sembrava preannunciare un movimento anti Soa meno accanito, più sopito. I proclami presidenziali erano lontani dai bushismi, e magari c'era chi pensava alla possibilità di un dialogo più mediato e magari più fruttuoso. E invece, di contro, è arrivata, doccia fredda, il golpe in Honduras. E la protesta si è riaccesa, è cresciuta, è dilagata. Ci risiamo. Di nuovo, quel colpo di stato in Centroamerica è stato pensato, preparato, provato nella Scuola delle Americhe. Un golpe che è andato di pari passo all'aumento incontrastato delle basi militari Usa in Colombia. E che chiudono il quadro sulla politica che ci sta dietro: riappropriarsi del cortile di casa, a tutti i costi. Quindi, ancora una volta, tutti a Fort Benning per una veglia e per orchestrare atti di disobbedienza civile per denunciare "l'infame Esculea e predentendere un cambiamento di politica degli Usa nei confronti dell'America Latina - spiegano gli organizzatori - E quest'anno si è chiamati a ricordare anche il ventesimo anniversario del massacro dei gesuiti in Salvador da parte degli studenti modello della Soa, nonché a commemorare le migliaia di vittime dei nostri popoli per mano di quei militari made in Usa".

E in Georgia voleranno sopravvissuti alle torture, attivisti, come Bertha Oliva, Coordinatrice del Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), difensori dei diritti umani in Colombia, tutti per partecipare, compartire, agire, far grande la mobilitazione. Quest'anno più che mai. È appunto una fase cruciale, questa. Perché Obama ha promesso, e ancora non mantenuto. Perché si deve farlo riflettere, rimuginare, decidere. "La Escuela deve chiudere", ripetono.


E poi, qualcosa si è mosso. Poche settimane fa, un Comitato congiunto del Congresso degli Usa si sono accordati per includere nella legge di Autorizzazione della Difesa, una clausola che obbliga il Pentagono a rendere pubblici i nomi dei diplomati alla Scuola. Archivi che erano diventati segreto militare proprio per proteggeri quei volti, molti dei quali noti a tanti, troppi popoli oppressi nelle Americhe.

di Stella Spinelli - peacereporter.net.

Da Fort Benning a Haiti. L'opinione di Ana Esther Ceceña

Dittatori made in Usa. La lista dei famigerati allievi modello

Articolo originale: In gita a Fort Benning, Georgia, Stati Uniti.

Come rilanciare l'economia? Con una guerra


Ho scritto due saggi nel tentativo di confutare il "keynesianismo militare" - l'idea che le spese militari siano il miglior incentivo (per l'economia, NdT). Si veda qui qui e qui

In risposta, un lettore mi ha sfidato a dimostrare che chiunque appoggerebbe l'idea di investire soldi in spese militari o in una guerra come stimolo fiscale.

Di fatto, il concetto alla base del keynesianismo militare è talmente diffuso che ci sono circa mezzo milione di pagine web in cui si parla di questo argomento.

E molti economisti autorevoli e politici esperti ne tessono le lodi.



Ad esempio, Martin Feldstein - presidente del Council of Economic Advisers sotto il Presidente Regan, professore di economia ad Harvard e membro del collegio dei collaboratori di The Wall Street Journal - ha scritto un articolo (*) sul numero del Journal di Dicembre scorso intitolato "Le spese per la difesa sarebbero un grande stimolo".

E come fa notare il Cato Insitute:

Bill Kristol concorda. Considerando che l'imperativo era "spendere qualunque cifra di soldi subito", il signor Kristol ha espresso un dubbio, "se acquisti 2.000 Humvee (**) al mese, perché non comprarne 3.000? Se rimetti a nuovo due basi militari, perché non farlo per cinque?"

***

Non è la prima volta che le spese per la difesa vengono approvate con l'intento di far ripartire l'economia. Circa cinque decadi fa, un consigliere economico del Presidente Kennedy raccomandò proprio di aumentare le spese militari come sprone per l'economia...

Oggi si ascoltano discorsi simili. I membri della delegazione congressuale del Connecticut sono stati particolarmente espliciti nel loro supporto ai sottomarini di classe Virginia, e non hanno mostrato dubbi nell'indicare le opportunità di lavoro che il programma offre nel loro stato. Il programma Falco Pescatore del corpo dei Marines V-22 è stato approvato su basi simili. Nonostante serie preoccupazioni riguardanti la sicurezza e il comfort del gruppo di lavoro, il programma V-22 coinvolge collaboratori in Pennsylvania, New Jersey, Delaware e Texas, e un certo numero di altri stati.

I professori di economia politica Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler scrivono :

Le teorie del keynesianismo militare e del complesso dell'industria militare diventarono popolari dopo la seconda guerra mondiale, e probabilmente per una buona ragione. La prospettiva di una smobilitazione militare sembrò allarmante, in modo particolare negli Stati Uniti. L'élite statunitense ricordava bene come l'aumento delle spese militari avesse fatto uscire il mondo dalla grande depressione, e si preoccupavano del fatto che un crollo degli stanziamenti militari avrebbe ribaltato questo processo. Se questo fosse successo, la prospettiva era che gli affari sarebbero precipitati, la disoccupazione sarebbe cresciuta rapidamente, e la legittimità del libero mercato sarebbe stata nuovamente messa in discussione.

Nel tentativo di allontanare questa eventualità, nel 1950 il consiglio di sicurezza nazionale statunitense stese un documento top secret, l'NSC-68. Tale documento, che fu desegretato solo nel 1977, faceva esplicitamente appello al governo affinché aumentasse le spese militari in modo da prevenire una conseguenza come questa.

Hanno ragione riguardo all'NSC-68?

Robert Higgs, dottorato in economia, conferma l'importanza dell'NSC-68:

I funzionari dell'amministrazione precedente hanno incontrato un'ostinata resistenza da parte del congresso riguardo alla loro richiesta di un aumento sostanziale, simile a quanto spiegato nell'NSC-68, un documento fondamentale dell'Aprile 1950. Gli autori di questa relazione del governo nazionale proponevano una visione manichea della rivalità tra l'America e l'Unione Sovietica, sposavano la causa di un ruolo permanente per gli Stati Uniti come poliziotto mondiale, e prevedevano una spesa di circa il 20 percento del PIL. Ma l'approvazione del congresso per i provvedimenti indicati sembrò molto improbabile in assenza di crisi. Nel 1950 "la paura che l'invasione [della Corea del Nord] fosse solo il primo passo di una più ampia offensiva sovietica risultò molto utile quando venne usata per persuadere il congresso ad aumentare il budget per la difesa". Come disse in seguito il segretario di stato Dean Acheson: "la Corea ci ha salvati". L'aumento delle spese militari raggiunse il suo picco nel 1953, quando i belligeranti, trovandosi in una condizione di stallo, concordarono un armistizio.

Chalmers Johnson - Professore emerito dell'Università della California, a San Diego, in passato consulente della CIA - scrive :

Questo è il keynesianismo militare - la determinazione a mantenere un'economia di guerra permanente e a trattare il rendimento militare come un qualunque prodotto economico, sebbene non contribuisca né alla produzione né al consumo.

Questa ideologia risale ai primi anni della guerra fredda. Durante la fine degli anni '40 gli Stati Uniti erano tormentati da ansie di tipo economico. La grande depressione degli anni '30 era stata superata solo grazie al boom di produzione dato dalla seconda guerra mondiale. Con la pace e la smobilitazione ci fu una paura diffusa che la depressione mondiale potesse tornare. Durante il 1949, allarmati dalla detonazione di una bomba atomica in Unione Sovietica, l'imcombente vittoria comunista nella guerra civile cinese, la recessione nazionale, e l'abbassarsi della cortina di ferro attorno all'URRS da parte degli stati satelliti in Europa, gli Stati Uniti cercarono di abbozzare la strategia di base per la guerra fredda che stava per cominciare. Il risultato fu il verbale militaristico del consiglio di sicurezza nazionale NSC-68, steso sotto la supervisione di Paul Nitze, all'epoca capo dello staff della pianificazione diplomatica nel dipartimento di stato. Datato 14 Aprile 1959 e firmato dal Presidente Harry S. Truman il 30 Settembre 1950, tracciò le basi delle politiche di economia pubblica che gli Stati Uniti perseguono tutt'oggi.

Nelle sue conclusioni, l'NSC-68 afferma: "una delle lezioni più significative ottenute dalla nostra esperienza della seconda guerra mondiale è stata che l'economia americana, quando funziona a livelli prossimi alla massima efficienza, può fornire enormi risorse con scopi differenti dal consumo civile, provvedendo allo stesso tempo a mantenere alti standard di vita".

Con questa convinzione gli strateghi statunitensi iniziarono a costruire un'imponente industria di munizioni, sia per contrastare la forza militare dell'Unione Sovietca (che ingigantivano in modo consistente) che per mantenere la piena occupazione, e anche per evitare un possibile ritorno della depressione. Il risultato fu che, sotto la guida del Pentagono, vennero create nuove industrie per fabbricare grandi aerei, sottomarini alimentati ad energia nucleare, testate nucleari, missili balistici intercontinentali, e satelliti per la sorveglianza e le comunicazioni. Questo condusse a ciò che aveva prefigurato il Presidente Eisenhower durante il suo discorso di commiato del 6 Febbraio 1961: "la coesione tra un'immensa impresa militare e una grande industria delle armi è una novità per gli americani" - ovvero il complesso militare-industriale.

Dal 1990 il valore delle armi, degli equipaggiamenti e delle fabbriche impegnate per il dipartimento della difesa erano l'83% del valore di tutti gli stabilimenti ed equipaggiamenti dei prodotti industriali statunitensi. Dal 1947 al 1990, il budget consolidato per le spese militari statunitensi ammontava a 8.7 trilioni di dollari. Nonostante l'Unione Sovietica non esista più, la fiducia degli Stati Uniti nei confronti del keynesianismo militare è, semmai, aumentata, grazie ai massicci interessi acquisiti che si sono fortificati attorno all'establishment militare.  

L'autorevole giornalista politico John T. Flynn scrisse nel 1994:

Il militarismo è l'affascinante progetto di lavori pubblici grazie al quale molte parti della comunità possono raggiungere un accordo.

Ma Flynn aveva messo in guardia:

Inevitabilmente, avendo ceduto al militarismo come stratagemma economico, faremo quello che hanno fatto altri paesi: manterremo viva la paura del nostro popolo verso le ambizioni aggressive di altri paesi ed intraprenderemo noi stessi imprese di tipo imperialistico.

Infatti, lo stesso ideatore della teoria del keynesianismo militare aveva avvertito del fatto che chi avesse seguito questo pensiero sarebbe diventato un fabbricante di paure, avrebbe dovuto fare appello al patriottismo e ci avrebbe portato in guerra in modo da promuovere questo "stimolo" all'economia. Come ha scritto The Independent nel 2004:

La crescita alimentata militarmente, o keynesianismo militare come viene chiamato nei circoli accademici, fu prima teorizzato dall'economista polacco Michal Kalecki nel 1943. Kalecki sosteneva che i capitalisti e i loro difensori politici tendevano ad ostacolare il keynesianismo classico; ottenere la piena occupazione attraverso la spesa pubblica li rendeva nervosi, poiché rischiava di dare troppo potere alla classe lavoratrice e ai sindacati.

La spesa militare era senza dubbio un investimento più allettante dal loro punto di vista, sebbene giustificare una tale distrazione di fondi pubblici richiedeva un certo grado di repressione politica, che si poteva meglio ottenere attraverso appelli al patriottismo e suscitando la paura di una minaccia nemica - e, inesorabilmente, di una vera e propria guerra.

All'epoca, il migliore esempio di keynesianismo militare secondo Kalecki era la Germania nazista. Ma il concetto non funziona solamente sotto la dittatura fascista. Anzi, è stato valutato con grande entusiasmo dai conservatori neo-liberali negli Stati Uniti.

Non sono d'accordo con l'idea che si tratti di una questione partigiana. L'articolo riportato da The Independent ritrae i "conservatori neo-liberali" come guerrafondai; non credo ci sia molta differenza con la "sinistra neo-liberale" o la "destra neo-conservativa", o qualunque altra cosa. Di fatto, le definizioni politiche hanno ben poco significato. Ciò che importa risiede nelle azioni che qualcuno compie, non nella retorica attorno alle sue azioni.

Fonte: http://georgewashington2.blogspot.com
Link: http://georgewashington2.blogspot.com/2009/11/would-government-really-start-war-to.html

NdT

(*) op-ed, nel testo originale, sta per "opposite the editorial page", un articolo di giornale che viene così chiamato poiché stampato nella pagina opposta rispetto all'editoriale.

(**) sta per High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle, il veicolo militare da ricognizione dell'esercito americano.

Il Pentagono ovvero l'immobiliarista globale


Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono, il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con questa statistica si apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009), pubblicato dal dipartimento Usa della difesa. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) viene portato a oltre 680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del bilancio federale.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania. In Italia il Pentagono possiede 1430 edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze armate Usa in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partire le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza. Tale capacità non è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali «dimenticano» che i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato formatosi ad hoc).
Stessa situazione a Napoli, dove già era stato trasferito da Londra il comando delle forze navali Usa in Europa. Ora vi è stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali Usa in Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: con due centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla quale opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa, insieme a una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii) della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza» Nato, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro trasmissioni Usa dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala mondiale (altre due sono negli Usa e una in Australia), permetterà di collegare - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.
L’Italia è certo destinata a svolgere un importante ruolo anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili, che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Lo ha annunciato il segretario alla difesa Robert Gates. Nel presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia.

Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni di carattere globale nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington.

di Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci

Fonte: ilManifesto.it

lunedì 23 novembre 2009

Pisa, cade aereo militare, nessun superstite tra i 5 a bordo


PISA - Un aereo militare C130 è caduto nei pressi dell'aeroporto Galileo Galilei di Pisa. A bordo c'erano cinque militari della 46esima Brigata dell'Aeronautica in volo di addestramento: due piloti e tre operatori di bordo: sono tutti morti. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha espresso al Ministro della Difesa Ignazio La Russa le sue condoglianze, affinché le estenda alle famiglie delle vittime.

I vigili del fuoco hanno ricevuto la chiamata di soccorso alle 14:10, subito dopo il decollo. L'aereo è precipitato dopo essersi rialzato dalla pista al termine di una manovra di addestramento chiamata "touch and go", che prevede un atterraggio e, di seguito senza sosta, una "riattaccata", cioè un nuovo innalzamento in volo, ha spiegato l'Aeronautica militare. Dopo essersi rialzato da terra, l'aereo ha fatto una virata, poi si è inclinato sulla destra ed è precipitato. "E' ancora presto - ha detto Giorgio Mattia, responsabile comunicazione della 46esima Brigata Aerea - per ipotizzare qualsiasi causa". L'impatto è avvenuto immediatamente fuori la zona aeroportuale, in località Le Rene, vicino a Coltan, sulla linea ferroviaria Pisa-Collesalvetti-Cecina, una tratta secondaria: prima di precipitare, il velivolo ha urtato e strappato alcuni fili dell'alta tensione. L'incidente ha anche causato problemi alla circolazione dei treni. Due elicotteri dei carabinieri hanno sorvolato a bassa quota la zona campestre tra Coltano e l'aeroporto militare in cerca del disperso che è stato trovato distante dalle altre vittime. I resti dell'aereo erano sparsi in un raggio di circa 150 metri. L'aereo è esploso in vari pezzi, i vigili del fuoco hanno trovato sostanzialmente intatti un troncone della coda e la cabina di pilotaggio, con i piloti legati al loro posto.

Le testimonianze. Il C130 è stato visto da alcune persone prima avvitarsi, poi precipitare e prendere fuoco. Il titolare di un ristorante vicino ha invece detto di aver notato "un principio di incendio sul C130 poco dopo il decollo". Secondo altri testimoni, persone che vivono nei pressi dell'aeroporto e stavano scrivendo su un forum dedicato all'aviazione proprio durante l'incidente: "C'era un A319 della EasyJet che faceva il giro largo per atterrare sulla pista 23, proprio mentre il C130 cercava di tirare su il muso per poi virare verso destra, toccando l'ala per terra e in un attimo schiantandosi in una palla di fuoco, colpendo anche la ferrovia". E continua un altro testimone: "Stava arrivando un treno da Livorno in direzione Pisa che ha frenato in emergenza, riuscendo a fermarsi prima del punto d'impatto dell'aereo". L'Aeronautica Militare nominerà una commissione d'inchiesta per accertare le cause dell'incidente.

Problemi all'aeroporto. E' stato riaperto intorno alle 16:45 il traffico aereo civile da e per l'aeroporto Galileo Galilei di Pisa. Lo rende noto l'ufficio stampa della Sat. Il traffico era stato chiuso nell'immediatezza dell'incidente aereo per consentire agli elicotteri delle forze dell'ordine di sorvolare l'area interessata senza il disturbo del traffico civile. I due elicotteri di polizia e carabinieri che per ore avevano sorvolato a bassa quota la zona per cercare il corpo del disperso. Sono stati cancellati quattro i voli in partenza.

Circolazione treni a singhiozzo. Ferrovie dello Stato ha informato che la circolazione tra le stazioni di Pisa e Livorno, è al momento problematica, dopo essere stata del tutto sospesa per circa un'ora dalle 14.05 alle 15:05. Al momento tutti i treni a lunga e media percorrenza della linea Tirrenica Roma-Genova transitano e fanno servizio nella stazione di Pisa S. Rossore. Da lì i viaggiatori possono raggiungere Pisa Centrale utilizzando i treni del trasporto metropolitano.

Il Lockheed C130 Hercules. E' un aereo da trasporto militare quadrimotore, utilizzato prevalentemente per trasporto o aviolancio di truppe e materiali in forza all'USAF e alle aeronautiche militari di mezzo mondo, fra cui l'Aeronautica Militare Italiana che ne he in servizio 22 esemplari dal 2000, 12 nella versione standard e 10 in quella allungata. Con i C130 vengono effettuati anche i trasporti di organi per trapianti e di persone in imminente pericolo di vita, che molte volte devono essere caricate a bordo del velivolo con tutta l'ambulanza. "I velivoli a nostra disposizione sono 34, di cui 22 C-130J, quello precipitato oggi - ha spiegato il maggiore Giorgio Mattia -. Sono aerei sottoposti a scrupolose manutenzioni e dotati di impianti elettronici che inviano diagnosi continue alle nostre centrali. Ogni aereo viene smontato e rimontato ogni 438 giorni. Finora non c'erano mai stati problemi, così come non ve ne erano stati per la manovra di 'touch and go'".

Fonte: la Rpubblica.it

Come uscire dalla crisi


SPENDERE MEGLIO, NON MENO

di Giuseppe Pisauro 

È ricorrente l’idea che non sia difficile recuperare margini di manovra per la politica fiscale eliminando sprechi e spese improduttive, senza con ciò ridurre il volume dei servizi erogati. In realtà, i margini di intervento per una riduzione della spesa sono limitati. Per la spesa sociale si può perseguire un obiettivo di riequilibrio nel tempo, tenendo sotto controllo la dinamica delle pensioni per fare spazio a prestazioni rivolte a coprire rischi sociali diversi, per i quali rispetto ad altri paesi spendiamo molto meno: dalla disoccupazione, alla povertà e al sostegno ai non autosufficienti.
Lo spazio di intervento potenziale si riduce essenzialmente a quel 40 per cento della spesa pubblica costituito da retribuzioni e acquisti che finanzia la macchina amministrativa e i servizi pubblici. Si dovrebbe promuovere una grande riorganizzazione del settore pubblico partendo dalla sistematica comparazione dei singoli uffici (Asl, scuole, tribunali, commissariati di polizia e stazioni dei Carabinieri, comuni, università, eccetera) per far convergere i meno efficienti verso i migliori, in termini di costi e risultati. Ciò andrebbe fatto nella consapevolezza che da questi interventi potranno non derivare risparmi, ma una migliore qualità della spesa. Anche così non sarebbe affatto un risultato disprezzabile.

UN NUOVO CREDITO PER LE PMI

In campo finanziario la ripresa dell'Italia dipende in larga parte da fattori che non vengono decisi all'interno dei confini nazionali. Basti pensare alla politica monetaria della Bce e soprattutto all'accordo sulle nuove regole per il sistema finanziario mondiale. Le riforme in campo finanziario appaiono sempre più urgenti non solo per rendere altre crisi meno probabili, ma soprattutto per ristabilire il principio che anche le banche, come tutte le altre imprese, possono fallire. Altrimenti, si continueranno ad alimentare incentivi perversi ad assumere rischi finanziari che poi alla fine ricadono sui contribuenti. E questo naturalmente vale anche per l'Italia. Sul piano interno, bisogna pensare a misure che consentano di attenuare la stretta del credito sulle imprese e in particolare su quelle piccole e medie. Il governatore della Banca d'Italia ha proposto da qualche mese forme di cartolarizzazione (questa volta "dal volto umano"), con l'assistenza di qualche forma di garanzia da parte dello Stato. Si tratta di una soluzione molto interessante, anche dal punto di vista politico. Finora, non solo in Italia, sono state solo le banche a godere di garanzie pubbliche.

CENTO CATTEDRE PER LA RICERCA

Si finanzino cento cattedre di ricerca ogni anno per coloro che vogliono lavorare in Italia (stranieri o italiani) selezionati con un giudizio positivo dall'Erc, European Research Council, ma non finanziati dall'Unione Europea per mancanza di fondi. Ogni cattedra costa circa 0,4 milioni di euro; quindi sarebbe un intervento annuale di 40 milioni di euro, e a regime di 200 milioni di euro se si vogliono finanziare ogni anno cento cattedre per cinque anni.
Si potrebbero anche raddoppiare i fondi per il bando “Futuro in ricerca” per i giovani: attualmente sono solo 50 milioni di euro, ma le domande sono state oltre tremila. Se ci fossero fondi aggiuntivi, bene. Altrimenti si potrebbe attingere alla quota del 7 per cento di incentivo alla ricerca previsto dal Fondo ordinario per le università (Ffo), attualmente distribuiti con criteri molto opachi. Le regioni, invece che attribuire fondi su base clientelare o a pioggia, facciano lo stesso.

BANDA LARGHISSIMA E PIANO CAIO

Da marzo è stato consegnato al Governo il piano Caio sulla rete di telecomunicazioni di nuova generazione. Si tratta della banda "larghissima", 5-10 volte più veloce di quella attuale, che alcuni paesi stanno già installando fino alle abitazioni. Occorre far partire questa, che è la principale infrastruttura di cui il paese ha veramente bisogno.  E' un investimento consistente, da studiare dal punto di vista finanziario (nel piano Caio sono descritte alcune opzioni) ma con un importante ritorno per il paese, e molto più capace di creare posti di  lavoro delle altre "grandi opere" di cui si parla. Il piano Scajola è un inizio, ma una goccia nel mare: il vero rinnovo della rete costerebbe forse 20 volte quanto il governo mette sul piatto.  Non sono risorse che ci si può aspettare che il Governo possa spendere oggi, ma dire quale rete si vuole e cominciare a organizzare l'operazione sono passi fondamentali per non perdere altro tempo.

UN FUTURO SOSTENIBILE

Fare ripartire il paese per riprendere il corso precedente significa sprecare una grande opportunità. L'occasione da cogliere è quella di indirizzare lo sviluppo in una diversa direzione, più improntata alla sostenibilità. Importante è fare interventi di tipo strutturale.
Un intervento, in linea di principio neutrale rispetto al bilancio statale, è quello di detassare il lavoro e tassare maggiormente l'energia in base alle emissioni generate. Si dovrebbe rispolverare la proposta di carbon tax introdotta nella Legge finanziaria per il 1998 dall'allora ministro Ronchi. La proposta è in linea con quanto si va prospettando in Europa.
Un secondo tipo di intervento è di natura regolamentare per omogeneizzare il regime di autorizzazione e controlli legati alla diffusione delle energie rinnovabili e alle misure di efficienza energetica, al fine di favorire lo sviluppo di nuovi settori di attività economica che portano con sé occupazione e iniziativa imprenditoriale. Qui è importante migliorare i meccanismi di coordinamento e raccordo tra l’amministrazione centrale e quelle locali.
Infine, si tratta di disegnare opportuni incentivi alla ricerca e innovazione nel campo delle nuove tecnologie sulle fonti energetiche alternative e su quelle di risparmio ed efficienza energetica. Dovrebbero essere incentivi sia alla ricerca di base e applicata, sia di riorientamento delle abitudini di consumo energetico. 

LE PRIORITÀ PER FAMIGLIE E IMPRESE

L’indicazione principale è per politiche a favore di soggetti che non possono soddisfare la propria domanda di consumo o di investimento in quanto vincolati, per motivi di reddito o di liquidità. Sono invece sconsigliate misure generalizzate di riduzione fiscale, perché destinano risorse anche a soggetti che consumerebbero o investirebbero comunque, a prescindere dall’aiuto ricevuto. Sul fronte delle imprese sono prioritari: la restituzione dei crediti che le aziende vantano nei confronti delle amministrazioni pubbliche, che hanno come ricaduta l’allungamento dei termini di pagamento reciproco fra le imprese stesse, e il rafforzamento dei fondi di garanzia sul rischio di credito, in modo da ridurre l’esposizione a tale rischio da parte delle banche. Su fronte delle famiglie è prioritaria l’estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori precari. Si può poi pensare a una riduzione del carico Irpef sui lavoratori a basso e medio reddito, ad esempio attraverso un aumento della detrazione per lavoro che possa essere trasformata in trasferimento positivo in caso di incapienza.

Link: laVoce.info

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