sabato 31 ottobre 2009

Il dragone cinese mira all'aquila americana


L'ex presidente del Botswana è stato chiaro: «L'Occidente ci tratta da ex sudditi, la Cina da pari a pari». Questa dichiarazione spiega molto delle modalità attraverso le quali il governo di Pechino porta avanti la sua politica di accaparramento e controllo, in diretta competizione con gli Usa, delle principali risorse naturali mondiali, allargando la sua influenza politica dall'Africa sino al Sud-est asiatico e all'America Latina.


E del confronto fra le due superpotenze, destinate a governare il mondo in un ipotetico ma sempre più probabile G-2, si parla nell'interessante volume di Salvatore Monni e Alessandro Spaventa, Al largo di Okinawa. Petrolio, armi, spie e affari nella sfida tra Cina e Usa (Laterza, pp. 207, euro 15).

Gli autori, economisti, delineano un percorso, accattivante e comprensibile anche ai non addetti ai lavori, che consente di ricostruire una competizione che non esita ad utilizzare lo spionaggio messo in pratica da cinesi immigrati negli States dove hanno studiato e ottenuto anche la cittadinanza rimanendo però legati alla madrepatria attraverso un complesso senso di appartenenza che si nutre di persuasione e obbligo morale.

Se la Cina non esita quindi ad ottenere informazioni che riguardano tecnologie da milioni di dollari con metodi non certo ortodossi capaci di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale e la posizione economica degli Stati Uniti, si deve tener presente come il rapporto fra le due nazioni viva anche di reciproci interessi, ad iniziare dalla questione che gli americani spendono più di quanto producono e che per reggere tale situazione sono tenuti a chiedere in prestito soldi proprio ai cinesi.

Le ragioni dello straordinario successo economico di Pechino, del resto, non si basano solo sul basso costo del lavoro ma anche sulla qualità della produzione e sulla capacità di rispondere rapidamente alle richieste. Tutto questo ha generato però grandi contraddizioni, come l'urbanizzazione selvaggia, un paradossale aumento della disoccupazione causato dall'industrializzazione, problemi ambientali e sanitari, un progressivo invecchiamento della popolazione, oltre alla storica assenza di libertà politiche o a questioni legate al Tibet e agli Uiguri.

Un quadro dove gli equilibri di potere economici e politici possono modificarsi secondo modalità sempre più rapide e clamorose. Come quando l'Ibm annunciò, nel dicembre 2004, di aver venduto una delle sue divisioni più importanti, quella legata alla produzione di personal computer, non ad un'altra azienda statunitense o europea, ma alla cinese Lenovo che tuttavia decise, conscia della necessità di non poter rinunciare alle competenze statunitensi, di spostare il quartier generale della società nello stato di New York e di confermare e valorizzare le esperienze tecniche e manageriali americane, a partire dalla scelta di un nuovo amministratore delegato.

Per il resto le differenze tra i due giganti sono ancora notevoli sia nel campo della ricerca scientifica che sul piano militare, anche se i cinesi stanno facendo grossi progressi nella loro dotazione di sottomarini ultramoderni decisivi per la supremazia nel Pacifico e nel Sud-est asiatico. Ma alla fine il drago cinese sarà in grado di fare ciò che non è riuscito al Giappone, cioè superare l'aquila americana?

di Gianluca Scroccu.

Articolo originale: L'Unione Sarda.

venerdì 30 ottobre 2009

Quando il mononeuronico Gasparri si smarrì tra le strade dei trans


Da giorni il suo nome era in cima a ogni pettegolezzo ed è un quotidiano notoriamente vicino al centrodestra come il Giornale, oggi, a rompere il clima di attesa e lanciare il suo nome nella mischia con un titolo di prima pagina: «Politici e trans, Gasparri spiega».

Attorno a Maurizio Gasparri, presidente del gruppo del Pdl al Senato, si è scatenata una ridda di voci e retroscena: lo stesso quotidiano diretto da Vittorio Feltri parla di una voce che girava insistentemente riguardo «un suo presunto coinvolgimento in una retata antitrans a Roma», pur precisando che tali pettegolezzi «girano sul suo conto anche un po' per colpa sua, visto che proprio l'ex esponente di An da anni e in più occasioni ha scherzato su un banale episodio che di striscio riguardò i trans».

Di cosa si tratta? Dagospia aveva pubblicato qualche giorno fa una lettera anonima che recitava testualmente: «Prima una data: 29 aprile 1996. È in quel giorno (anzi, quella sera) che un notissimo esponente di quel partito finì in una retata di clienti di travestiti a Roma e riuscì a salvarsi grazie al “lei non sa chi sono io” e all’indulgenza di troppi giornalisti della capitale che da allora sanno tutto ma sono rimasti muti». Quella che segue, invece, è la versione dell'ex esponente di An, fornita dal Giornale. I fatti risalgono effettivamente al 1996 e raccontano di un Gasparri invitato a cena «dal prestigioso circolo del Polo, ai piedi dei Parioli, nella zona sportiva dell'Acqua Acetosa che a quei tempi la sera pullulava di donne e/o uomini in vendita con perizoma e calze a rete». Una cena alla quale Gasparri arriverà con molto ritardo. «Una pattuglia dei carabinieri s'era incuriosita dall'indugiare a singhiozzo di una Fiat Punto tra i viali dell'Acqua Acetosa. Lampeggiante, paletta. Gasparri - prosegue il racconto del Giornale - mette la freccia e accosta diligentemente al marciapiede. Spiega che stava facendo su e giù lungo quei viali pieni di circoli sportivi perché non conosceva l'esatta ubicazione del Circolo del Polo e a causa della scarsa illuminazione, non riusciva a trovare l'entrata».

Arrivato a destinazione, Gasparri avrebbe «sbandierato ai quattro venti l'episodio, forse anche per giustificarsi dell'inqualificabile ritardo». Questa la versione del Giornale, alla quale l'esponente del Pdl «non ha voluto aggiungere una parola di più».

Fonte: l'Unità

La Mondadori di Berlusconi pubblica il libro porno del Comunismo


Dalla scoperta del covo di Via Gradoli, dove Marrazzo faceva onore al suo cognome con qualche attempata marchettara trans, possiamo evincere la strategia in atto, in tutta la sua geometrica potenza. Niente resterà impunito: chi di sputtanamento ha osato ferire, di sputtanamento perirà. Occhio per occhio, tette per tette. Settanta volte tette. O meglio ancora, chiappe.

Si direbbe ci aspettino quindi molte nuove rivelazioni sulle abitudini sessuali dei leader (o presunti tali) del centro sinistra. ''Il libro porno del Comunismo'', un'intera enciclopedia a fascicoli, squadernata nello spericolato tentativo di controbilanciare la porconovela di Papi Silvio, che da mesi intasa tutti i media come una televendita del Viagra.

Colpirne cento per educarne centomila: chiunque avrà ancora la tentazione di sputtanare l'Utilizzatore Finale del'Italia, saprà cosa rischia.
L'immagine di Marrazzo in Via Gradoli, affiancata a quella di Moro, sarà solo la copertina del primo numero, intiitolato ''Dal Tribunale del Popolo al Tribuanale del Popò: un percorso tutto interno alla sinistra''.

Ancora nel più classico stile Felpietro (Feltri-Belpietro) seguiranno:
Rosy Bindi in latex che frusta la Binetti col cilicio borchiato, titolo ''In nomine Dominatrix: le teolesbo vogliono sposarsi in Chiesa''
Bersani che inchiappetta la salma di Lenin su un pedalò - ''Necromunista: il primo amore non si scorda mai'',
Prodi fra due culturisti - ''Sandwich alla Mortadella: Romano vuole rifarsi la coalizione''
D'Alema che strangola Veltroni vestito da Lady Gaga - ''Leader dal fiato corto: rivalità politica, ma anche fetish estremo''
Di Pietro ammanettato a un palo da lap dance, con quattro viados - ''Giustizialisti alla sbarra: lo sgrammaticato a lezione di lingua''
Ferrero in mezzo a un gregge di pecore ''Radical shock: anche lui ama la lana cachemere''.

In ogni fascicolo sarà sottolineata la profonda, fondamentale differenza fra il rispetto della privacy che sarebbe dovuto ai puttanieri, e la gogna mediatica che spetta invece ai culattoni, ma nel paese dove a essere gay dichiarati già si rischia ogni giorno una coltellata, questo sarà un promemoria superfluo.

Così, mentre gli italiani resteranno distratti dalle quotidiane mirabolanti avventure di chiappa e spada, continueranno a non accorgersi che il culo colpito in realtà è sempre il loro.

Fonte: Carmilla On Line.

di Alessandra Daniele

Un bancario ticinese: "Se parlassimo, il governo italiano cadrebbe in 24 ore"


"Non c'è politico o esponente dell'economia italiana che non abbia un conto in Svizzera". Il ruolo della piazza finanziaria nella creazione dell'impero economico di Silvio Berlusconi. Il silenzio di Berlusconi sullo scudo fiscale e la guerra tra Tremonti e il Premier

Per gli italiani il Canton Ticino è una classica piazza Off-Shore. Tra i 15.000 impiegati nella piazza finanziaria c'è un certo timore: Giulio Tremonti vuole prosciugare le banche luganesi.

Le autorità italiane stimano in 600 miliardi circa i fondi non dichiarati al fisco depositati in Svizzera. Rico von Wyss, docente dell'Università di San Gallo, riferisce a 20min.ch dei dati della Banca Nazionale Svizzera. Dei 4012 miliardi di franchi amministrati in Svizzera, sono 300 quelli in Ticino. E di questi 300 miliardi 200 sarebbero appartenenti a clienti italiani.

Il Ticino, con Lugano, è considerata la terza piazza finanziaria elvetica. Nel settore bancario a fare la parte del leone è Zurigo che, con il 43% degli occupati sul totale, si piazza decisamente al primo posto in Svizzera. Ginevra segue con il 19% e, infine, Lugano, che con il suo 5% è considerata una partner Junior. Per la clientela italiana la piazza bancaria ticinese presenta molti vantaggi. Nelle sfere di influenza, il Ticino è ormai considerato appartenente alla zona metropolitana di Milano. "La vicinanza geografica viene apprezzata dai clienti italiani - spiega il professore - e non esistono barriere linguistiche con i consulenti bancari".

Ora la crisi economica e finanziaria acuisce il fabbisogno degli Stati di drenare denaro pubblico per rilanciare i consumi e l'economia. I grandi stati Europei hanno messo a punto amnistie fiscali per riportare a casa capitali non dichiarati in paesi esteri. Oggi il Blick mostra una sorta di cartina dei fondi neri. Sarebbero 193,4 i miliardi di franchi non dichiarati al fisco tedesco confluiti in Svizzera, mentre sono 185,2 quelli italiani. Una montagna di denaro.

Dopo il blitz di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate dell'altro ieri, con la perquisizione di 76 succursali di banche svizzere in Italia, il governo svizzero esprime la propria preoccupazione e convoca l'ambasciatore d'Italia a Berna.

La tensione aumenta, così come il sentimento di ostilità nei confronti delle politiche economiche italiane, considerate oltraggiose da una buona parte dei partiti svizzeri. Al Blick un ex direttore con anni di esperienza alle spalle presso una delle più grandi banche in Ticino ha dichiarato che se lui parlasse, il governo italiano cadrebbe in un giorno". "Non c'è nessun esponente del Governo, nessuno del mondo dell'economia italiana che non abbia un conto in Svizzera" ha raccontato l'ex direttore al Blick.

Il giornale svizzero tedesco parla del pericolo che il Premier Berlusconi correrebbe se si esponesse troppo sul tema dello scudo, aggiungendo che dopo le critiche durante il G20 di Londra, Berlusconi non si è più esposto sulla questione. Il Blick ricorda la misteriosa ascesa di Berlusconi e il ruolo decisivo della piazza finanziaria ticinese. "Grazie al silenzio degli avvocati e delle banche ticinesi - si legge sul Blick - non è ancora chiaro da dove sono arrivati i milioni che gli hanno permesso il sorgere del suo impero costruito attorno alla Fininvest".

Infine, sul giornale ci si chiede se questa politica intrisa di attacchi contro la Svizzera non potrebbe rivelarsi suicida contro il Governo di Berlusconi. "Negli occhi dei banchieri è in corso una guerra tra Berlusconi e il ministro delle Finanze Giulio Tremonti. Quest'ultimo, a quanto sembra, vorrebbe candidarsi quale successore di Berlusconi".
Red

Marrazzo e il lavaggio a secco


Ecco uno schema collaudato di riabilitazione vipparola - ti piace la nerchia? ti piace la coca? t’hanno sgamato? - niente paura, si fa così: sparisci dalla circolazione per qualche mese di fila, un annetto o giù di lì, ti trasferisci per un po’ nella pittoresca sperduta villazza di Filicudi o dove ti pare a te - l’importante è che sia lontano lontano - il tuo ufficio stampa mette in giro la voce che sei in ritiro spirituale a lavorare la terra e ad aiutare ritardati e bisognosi tra le mura di una qualche austera comunità di recupero gestita da bonari asceti religiosi con l’aiuto dei quali te ne stai soffertamente umilmente meditando alla ricerca del tuo io interiore, del te stesso quello vero - il te stesso a cui la coca e la nerchia non gli piacevano, il te stesso prima dei dodici anni cioè - che dev’essersi smarrito da qualche parte;

e una volta che sono passati questi pochi mesi, bingo!, puoi ricominciare a venderti in qualità di Uomo Rinato, che è una merce richiestissima, oppure meglio ancora, in qualità di Cristiano Rinato Miracolato e Militante - basta autocertificare che il ritorno all’ovile sia miracolosamente avvenuto sotto l’egida di un santo chessoio o della Vergine Maria (altro che nerchia, immacolata quella lì!, ha concepito wireless) - e allora ecco che il generoso Vipmondo televisivo-politico, che si sa è sempreaffamato di parabole edificanti di patetico spettacolare squallore, torna ad accoglierti a braccia aperte ed è pronto a offrirti una seconda chance, la scaletta è quella solita, collaudatissima:



1) cominci rilasciando interviste su Oggi, Gente e rivistacce assortite, “Esclusivo! Parlo per la prima volta dopo un anno di silenzio: così Dyo mi ha dato la forza di tornare a credere in me stesso e mi ha fatto rientrare in seno alla famiglia, che è il valore fondamentale numero uno - in appendice, assaggiata da un entusiasta Sandro Mayer, la straordinaria ricetta della torta campagnola che ho imparato in convento dal mio padre spirituale Fra Marcellino e che cucino sempre per il mio handicappato preferito Mongo”;

2) diventi presenza fissa di qualche discarica del pomeriggio televisivo - immancabile quando si toccano argomenti che hanno a che fare con la vita dissoluta e i tranelli demoniaci dello show business - si annuisce pensosi alle puttanate spicciole di qualche sedicente psichiatra cripto-catechista e si chiacchiera con Paolo Brosio scambiandosi impressioni preoccupate a proposito di una apparizione pareidolica della Madonna di Medjugorje sulla suola dello stivale di un pastore bosniaco: annuncia forse la fine del mondo? una purificazione di massa? una guerra atomica? (il pastore bosniaco dice: “ке рзумко вуовеш колим!” - traduzione: “ho solo pestato una merda!” - l’inviata RAI dice: “buone notizie! il signor Stefanović dice che secondo lui è un segno di speranza”);

3) scrivi un libro di memorie in cui racconti della tua odissea privata e del soffertissimo rapporto con tua moglie, adesso per fortuna pienamente recuperato (mai! mai! mai separarsi! bisogna pur difendere una minima parvenza di rispettabilità etero-cristiano-borghese) - si intitola Un uomo tutto nuovo, c’ha la prefazione di Antonio Socci e lo si va a presentare da Bruno Vespa, ospite in studio il caro don Mazzi con cui si parla della brutta brutta situazione di sfruttamento della prostituzione in Italia;

4) vai all’Isola dei famosi e ti commuovi “grazie, grazie, grazie a tutti” e a stento trattieni i caldi lacrimoni quando durante un turno di nomination Simona Ventura strepita “sei una persona forte che è andata contro tutto e tutti ma ce l’hai fatta! sei un grande! ti vogliamo bene! l’italia ti vuole bene!”;

5) ti candidi nell’UDC.

E insomma, un solo consiglio a Marrazzo, se posso dare un consiglio a Marrazzo, senti Marrazzo: la storia della cocaina secondo me è meglio non smontarla, anzi!, è meglio tenerla su in piedi pure se non è vero, perché sai, fidati, così dopo puoi raccontare che era tutta colpa della droga, che eri obnubilato dalla droga, che la voglia di nerchia è un effetto collaterale della droga - meglio la droga che la nerchia, no?

Betty Moore
Fonte: www.malvestite.net
Link: http://www.malvestite.net/

giovedì 29 ottobre 2009

Il vortice afgan-pachistano


I talebani pachistani compiono un massacro nel bazar di Peshawar. Quelli afgani attaccano nel centro di Kabul. Intanto si scopre che la Cia paga da anni il più grande boss afgano della droga: il fratello del presidente di KarzaiL'autobomba che oggi ha ucciso quasi cento persone, ferendone e mutilandone altre duecento, ha distrutto il caratteristico bazar dei cereali e delle granaglie di Pipal Mandi, nel cuore della città vecchia di Peshawar. Si chiamava così perché sorgeva attorno a un antichissimo pipal, un fico sacro millenario: albero sacro per i buddisti. Non per i commercianti musulmani, che infatti avevano ingabbiato il suo grande tronco in una baracca circolare di legno che ospitava decine di venditori con le loro merci.
All'ombra del grande albero i mercanti chiacchieravano e prendevano il tè, i garzoni spingevano i carretti carichi di merci, talvolta inutilmente trainati da piccoli muli, facendo lo slalom tra i moto-risciò e le donne in burqa venute a fare la spesa.
Da questo ombelico sacro-profano si diramavano tortuosi i vicoli affollati e bui del bazar, su cui si affacciavano ininterrotti gli altri banchi del mercato e grandi portoni di legno da cui si accedeva ad antichi caravanserragli da mille e una notte: cortili ombreggiati da teli colorati e ingombri di casse, sacchi, bilance, carretti, animali e mercanti intenti a trattare, pesare e catalogare.
Tutto attorno a Pipal Mandi si snodavano, senza distinzioni nette tra l'uno e l'altro, il bazar delle spezie, quello delle pozioni magiche, quello degli ortaggi e quello delle donne, pieno di tessuti e accessori colorati ‘made in China'.
Ormai da anni nessun occidentale si spingeva da queste parti. Il personale straniero dell'Onu e della Croce Rossa Internazionale che lavora a Peshawar ha il divieto assoluto di avvicinarsi anche in auto alla città vecchia per il rischio attentati. Anche molti giornalisti preferiscono tenersi alla larga dai bazar. Chi, invece, decideva di tuffarsi in questo labirinto attirava gli sguardi di tutti, ma proprio tutti, come fosse un marziano. Sguardi curiosi, approcci amichevoli - "Hello sir! How are you sir? Where are you from sir?" - e in alcuni casi allarmati - "Don't stay here sir, it's dangerous! A lot of taliban here, sir".Anche nel centro di Kabul ci sono tanti talebani. Oggi un piccolo commando di guerriglieri travestiti da poliziotti ha fatto irruzione nell'hotel Bakhtar di Shar-e-Naw, nel pieno centro di Kabul (a due passi dall'ospedale di Emergency), uccidendo dodici persone, tra cui sei dipendenti delle Nazioni Unite di cui non è ancora stata resa nota la nazionalità. Mentre la zona si trasformava in un campo di battaglia, con sparatorie, esplosioni, gente in fuga imbrattata di sangue, mentre centinaia di soldati circondavano la zona, altri talebani sparavano un colpo di mortaio contro l'Hotel Serena, il superblindato albergo cinque stelle che ospita gli stranieri a Kabul. Temendo anche qui un irruzione armata, gli ospiti sono stati rinchiusi nei bunker sotterranei, fino a quando l'allarme non è cessato.

Una dimostrazione di forza dei talebani alla vigilia del ballottaggio per le elezioni presidenziali, fissato per sabato 7 novembre: un voto illegittimo (poiché si svolge sotto occupazione militare) che confermerà al potere il sempre più debole e screditato Hamid Karzai.
E' di oggi la notizia che suo fratello Hamed Wali, il principale narcotrafficante del paese e l'organizzatore delle frodi elettorali nel sud a vantaggio di Hamid, è da otto anni sul libro paga della Cia. Qualcuno dice perché è suo l'ex residenza del Mullah Omar di Kandahar che oggi è diventato il quartier generale di migliaia di mercenari della Cia e delle forze speciali Usa - anni fa chi scrive ha avuto il piacere di venire fermato da questi ‘Rambo' vestiti da talebani davanti al cancello di Villa Omar: un calcio sul cofano della macchina e un fucile d'assalto puntato alla testa dell'autista accompagnato da un gentile "Get the fuck out of here!". Altri ricordano le accuse di coinvolgimento dell'intelligence Usa nel narcotraffico afgano: che il più grosso boss afgano della droga è stipendiato dalla Cia sarebbe solo una conferma.

di Enrico Piovesana

Link: Peacereporter

mercoledì 28 ottobre 2009

L'Inguscezia strappa alla Cecenia la palma di paese più pericoloso del Caucaso


Sessanta colpi d’arma da fuoco per uccidere Maksharip Aushev, uno dei nomi più noti tra gli oppositori e gli attivisti per i diritti umani nella repubblica caucasica di Inguscezia, che ha ormai strappato alla Cecenia la sgradevola palma di luogo più pericoloso del Caucaso. Aushev è stato bloccato da sconosciuti e ucciso a raffiche di mitra mentre percorreva, nel territorio della confinante repubblica di Kabardino-Balkaria, l’autostrada del Caucaso (una strada veloce che collega tutte le repubbliche russe della regione). Al suo fianco viaggiava la cugina, sopravvissuta per miracolo con numerose gravi ferite. Aushev era molto attivo nel campo della difesa dei diritti umani – si era coinvolto in questa attività dopo il sequestro, fortunatamente finito bene, di suo figlio e di suo nipote, nel 2007 – ed era socio e amico di un altro leader dell’opposizione, Magomd Yevloyev, assassinato nell’agosto 2008 dai poliziotti che lo avevano arrestato con un pretesto. Insieme, Yevloyev (che ne era il proprietario) e Aushev tenevano in piedi il sito web Ingushetia.org, distintosi per le sue campagne di denuncia della corruzione e delle violenze del regime repubblicano sotto l’allora presidente Murat Zyazikov. Proprio Zyazikov venne indicato l’anno scorso come responsabile primo dell’uccisione di Yevloyev, anche se naturalmente l’inchiesta ufficiale non osò toccarlo, limitandosi a condannare i poliziotti non per omicidio (definito “accidentale”) ma per aver effettuato l’arresto illegalmente. Poi Zyazikov venne licenziato dal presidente Dmitrij Medvedev e sostituito con il generale Yunus-Bek Yevkurov, con il compito preciso di far piazza pulita della corruzione e bloccare le violenze e le intimidazioni condotte dagli apparati di sicurezza repubblicani: il risultato per ora è stato disastroso, nel senso che se moltissimi dirigenti locali sono stati licenziati e sostituiti, le violenze sono d’altro lato aumentate a dismisura, culminando nel giugno di quest’anno con il gravissimo attentato dinamitardo contro lo stesso Yevkurov, sopravvissuto per miracolo e costretto per mesi in ospedale. Negli ultimi tempi Aushev si era un po’ defilato dalla politica, dedicandosi più attivamente alla propria attività di businessman: il che consente ora alla polizia di dire che “forse l’attentato è legato a questioni d’affari”, anche se è abbastanza evidente che il motivo dell’assassinio è politico. Già il mese scorso c’era stato un tentativo di sequestro ai danni di Aushev, fallito per caso. “Dedicarsi ad attività civili, alla difesa dei diritti umani o all’opposizione politica, nelle nostre regioni, è diventato una forma di suicidio”, ha commentato amaramente Tatjana Lokshina, vicedirettore della sezione russa di Human Rights Watch.

di Astrit Dakli

Lo scandalo "Vegeta" scuote la Croazia


Un complesso gioco finanziario per prendere il controllo di una delle maggiori aziende alimentari croate, che produce il famoso dado Vegeta. Sei gli arrestati e ombre sul vicepremier Damir Polančec, che in molti affermano non potesse non sapere cosa stava accadendo
Damir Polančec, vicepremier del governo croato, si è trovato nel bel mezzo dell’affaire Spice (spezia), che sta scuotendo il gigante dell’industria alimentare croata, la compagnia Podravka, nota anche a livello internazionale per la produzione del suo rinomato dado “Vegeta”. La polizia croata mercoledì scorso ha arrestato quattro membri dell’attuale e dell’ex amministrazione della Podravka, e il giudice dopo l’interrogatorio ha disposto un mese di reclusione per i quattro. Insieme a loro sono stati arrestati e incarcerati il proprietario della ditta SMS di Spalato, che si occupa di produzione alimentare, e il direttore della agenzia di broker Fima di Varaždin.

La procura li accusa di aver cercato di arrivare fino al controllo del pacchetto maggioritario delle azioni di della Podravka con trasferimenti illegali di denaro. Anche se il vicepremier Damir Polančec per ora non è fra gli accusati, ha quasi sicuramente ha una seria responsabilità politica, perché in quanto ministro dell’Economia e vicepremier doveva essere al corrente di tutta questa operazione, dato che lo stato croato continua ad essere il proprietario del 25 percento delle azioni della Podravka. Inoltre Polančec è arrivato al ministero direttamente dalla Podravka dove svolgeva attività di massima responsabilità, ed è nato a Koprivnica, città in cui ha sede la Podravka: date queste circostanze è chiaro che non poteva non essere al corrente di tutto quanto accadeva in questa azienda.

Gli arrestati vengono accusati di un intricato tentativo di assumere in modo illegale il controllo del pacchetto maggioritario delle azioni della Podravka. Gli attori di questo scandalo avevano intenzione di farlo con i soldi della stessa compagnia. Detto in parole povere l’operazione Spice è stata ideata in modo che la ditta di broker Fima, in accordo con i responsabili della Podravka, acuistasse azioni di quest’ultima con finanziamenti coperti da garanzie offerte alla banche dalla stessa Podravka. Ma sulle stesse garanzie la stessa Podravka otteneva dei finanziamenti, tanto che ha prestato 65 milioni di kune (circa 9 milioni di euro) all’azienda SMS di Spalato. Quest'ultima ha passato il denaro a Fima la quale ha così potuto restituire alle banche croate i soldi spesi per l’acquisto delle azioni di Podravka. Nel frattempo Fima fonda un’azienda a Malta e lì trasferisce le azioni della Podravka acquistate (circa il 10,6% delle azioni totali) e ottiene nuovi finanziamenti all’estero per un’ulteriore acquisto di azioni, finanziamenti , ancora una volta, garantiti dalla stessa Podravka.

In tutta questa intricata vicenda e in questo complicato giro di denaro, che gli investigatori adesso cercano di ricostruire, la Podravka ha subito un danno di 250 milioni di Kune (circa 35 milioni di euro). I media quotidianamente scoprono nuovi dettagli dello scandalo che sembra non trovare ancora epilogo. Tutti, però, sono della stessa idea: un’operazione di simili dimensioni non avrebbe potuto certo svolgersi senza che nessuno al governo lo sapesse. I sospetti gravano sul vicepremier Polančec, il ministro che ha guidato il dicastero dell’economia e che anche dopo il suo arrivo al governo ha continuato ad avere contatti con l’amministrazione dell’azienda.

La scorsa settimana, quando sono stati arrestati i capi dell’azienda, ci si aspettava che Polančec rassegnasse le dimissioni. Si è invece presentato di fronte ai giornalisti dichiarando esattamente il contrario: “Non ho assolutamente intenzione di dimettermi”. Ha poi aggiunto: "In questo Stato ognuno è innocente finché non viene dimostrata la sua colpevolezza”. Sugli arrestati ha detto di conoscerli come “persone per bene e onorevoli”, tanto da credere alla loro innocenza.

Questa presa di posizione di Polančec ha innervosito l’opposizione, che in parlamento ha già avanzato la richiesta di voto per la sua destituzione. “Non accetto la tesi che nessuno ne sapeva niente, perché anche se così fosse sono comunque responsabili. In Croazia le cose funzionano in modo tale che sarebbe stato impossibile farlo senza una copertura o difesa politica o di qualche politico”, ha affermato Zvonomir Mršić, deputato al parlamento del più forte partito di opposizione, il Partito socialdemocratico (SDP). Mršić è anche sindaco di Koprivnica, dove c’è la sede della Podravka, e conosce molto bene i metodi con cui si amministra questa compagnia.

Allo scandalo non ha reagito solo il mondo della politica. Si sono fatti sentire anche gli esperti di economia. “La Podravka è un’azienda in cui la politica ha sempre avuto una grande influenza, pertanto spero che la giurisdizione croata riesca a risolvere questo caso, così sapremo chi ha fatto cosa e chi è immischiato in tutto questo”, afferma Damir Kuštrak, presidente della Confindustria croata, considerato da molti il leader liberale dei capitalisti croati.

Ha reagito anche parte della coalizione di governo, in particolare il Partito liberale e il Partito dei serbi di Croazia, che non vogliono portare il peso di questo scandalo: ritengono che Polančec debba andarsene e che sarebbe molto meglio che si ritirasse da solo invece di far decidere la sua destituzione dal parlamento. I rappresentanti di questi partiti sono a favore della destituzione di Polančec, perché nemmeno loro credono che quest’ultimo, come responsabile del ministero dell’Economia (ed esservi arrivato dall’amministrazione della Podravka), non sapesse nulla.

Che avvenga o no, il fatto stesso che alcuni rappresentanti della coalizione di governo siano disponibili a votare al fianco dell'opposizione per la destituzione di Polančec, potrebbe segnare la fine di questa coalizione. Questo significherebbe elezioni anticipate, cosa che potrebbe portare a forte instabilità politica dato che la Croazia sta proprio ora entrando in campagna elettorale anche per le presidenziali. Le elezioni per il presidente della Repubblica si terranno all’inizio del prossimo anno.

Anche la premier Jadranka Kosor sembra risoluta nel fare piena luce su questo scandalo. “La Kosor è decisa ad eliminare la corruzione ed è pronta a sacrificare Polančec se si dimostrerà che è colpevole per l’affaire Podravka”, afferma uno dei suoi collaboratori che ha desiderato rimanere anonimo. Gli analisti ritengono che la Kosor eserciterà una notevole pressione su Polančec e che da solo rassegnerà le dimissioni evitando il dibattito in parlamento in merito alla richiesta dell’opposizione della sua destituzione.

L’Unione europea, una decina di giorni fa, aveva avvertito la Croazia della presenza di una diffusa corruzione che lambisce i vertici del potere. Inoltre l’Ufficio della Commissione europea per la lotta alla contraffazione (OLAF) recentemente aveva chiesto di effettuare controlli sui lavori alle autostrade croate dei quali sospetta che siano state truccate le gare d’appalto. Il problema però è che la premier Kosor - diventata capo del governo croato il primo di luglio dopo le improvvise dimissioni del suo predecessore Ivo Sanader - non gode di sufficente sostegno né nel governo né nel proprio partito, per poter affrontare seriamente la criminalità. E molti alti funzionari, e alcuni ministri, sono recalcitranti ad avvallare una politica di chiarezza temendo di rimanere schiacciati dall'effetto valanga che ne potrebbe nascere.

Comunque, entro la fine di ottobre si avvierà il processo contro Berislav Rončevič, ex ministro della Difesa e poi degli Interni. Rončevič è sospettato di aver danneggiato il budget statale per oltre 10 milioni di kune (circa 1,4 milioni di euro) comprando camion militari senza una gara d’appalto pubblica, favorendo così il fornitore più caro. Rončevič sarà così il primo ministro dell’HDZ ad essere processato per corruzione. Per come stanno andando le cose pare che non sarà nemmeno l’ultimo.

di Drago Hedl
Link: OsservatorioBalcani.org

martedì 27 ottobre 2009

Solo con Air Italy si vola dal paradiso all'inferno


LONDRA - Il mondo è diviso in due. Tra chi può permettersi di viaggiare e chi no. I sedili però sono gli stessi. All'andata portano turisti e uomini d'affari. E al ritorno profughi e poveri scortati dalla polizia per aver osato assaltare la fortezza Europa. Pensateci la prossima volta che volate in aereo. Soprattutto se viaggiate su un volo Air Italy. Air Italy è uno dei più importanti fornitori dei migliori tour operator italiani:Alpitour, Alba Tour, Eden, Axebrasil, Azemar, Settemari, Metamondo e tanti altri. Sul sito della compagnia www.airitaly.it si legge: “Grazie alla nostra flotta siamo in grado di soddisfare tutte le esigenze degli operatori, senza rinunciare alla comodità del volo diretto”. Chissà se gli stessi servizi sono garantiti anche aideportati. Fateci un pensierino se vi capita di acquistare un biglietto, magari sulla linea in promozione Verona – Roma. Sul vostro stesso sedile potrebbe essersi seduto un iracheno deportato da Londra in Iraq. Oppure uno degli agenti inglesi della scorta. Già perché Air Italy ha noleggiato al governo inglese l’aereo che il 14 ottobre 2009 ha deportato in Iraq 39 persone le cui richieste d’asilo erano state ritenute infondate dalle autorità della Gran Bretagna. Ad attenderle c’è un paese ancora largamente insicuro, dove la guerra dal 2003 ha causato la morte di almeno 186.924 persone, stando alle stime più contenute.

L’operazione di rimpatrio arriva a poche settimane dallo smantellamento del campo di Calais, in Francia, importante punto di transito per molti iracheni e afgani diretti a Londra. Il volo charter della Air Italy ha anche un nome in codice: “Rangat”. A diffondere la notizia del coinvolgimento di Air Italy in queste operazioni è la rete NCADC: National Coalition of Anti-deportation Campaign. Che contro Air Italy ha lanciato una campagna internazionale a cui vi invitiamo a partecipare. Ecco come.

Scrivete al presidente di Air Italy, Giuseppe Gentile, a press@airitaly.it. Se volete fare prima, copiate e incollate il testo seguente, in inglese, messo in rete da NCADC. Oppure mandate un fax allo 0331.211019 o telefonate allo 0331.211011


Att: Giuseppe Gentile, President & C.E.O. Air Italy Air Italy Corso Sempione 111, 21013 Gallarate (Va) Italia

Dear Mr. Gentile,
I am appalled to hear that your company Air Italy was involved in the forcible removal by a charter flight leased to UK Border Agency of 39 Iraqi's who had sought asylum in the UK to an unknown destination in Iraq on Wednesday 14th October from Stansted Airport in the United Kingdom. 'Operation Rangat' was the name given to the charter flight by the UK Border Agency.I am concerned, as a member of the public and as well as a potential customer, that this involvement will damage Air Italy’s reputation.

Many of the cases of failed seekers of asylum from Iraq, have suffered from inadequate legal epresentation, poor translation facilities and a stubborn refusal by UK Border Agency to face the realities of the devastation Iraq has suffered since 2003 all these factors have seriously disadvantaged seekers of asylum from the Iraq in the UK context. Iraq is one of the most deadly places in the world. Since 2003 over 186,924 civilian lives have been lost and though the war is assumed to be over, there is no 'peace' and deaths continue daily/weekly.

USA 2008 Country Reports on Human Rights Practices in Iraq
"Significant human rights problems were reported: a climate of violence; misappropriation of official authority by sectarian, criminal, and extremist groups; arbitrary deprivation of life; disappearances; torture and other cruel, inhuman, or degrading treatment or punishment; impunity; poor conditions in pre-trial detention and prison facilities; denial of fair public trials; arbitrary arrest and detention; arbitrary interference with privacy and home; other abuses in internal conflicts; limitations on freedoms of speech/press/assembly, and association due to sectarianism/extremist threats and violence; restrictions on religious freedom; restrictions on freedom of movement; lack of transparency and widespread, severe corruption at all levels of government; constraints on investigations of alleged violations of human rights; discrimination against and societal abuses of women, and ethnic and religious minorities; human trafficking; societal discrimination and violence against individuals based on sexual orientation; and limited exercise of labour rights.

Insurgent and extremist violence, coupled with weak government performance in upholding the rule of law, resulted in widespread and severe human rights abuses. Terrorist groups such as AQI and other extremist elements continued to launch attacks against Shia and Sunnis, fuelling sectarian tensions and undermining the government's ability to maintain law and order. Extremist and AQI attacks against Sunni SOI and tribal leaders and offices rose during the year. Extremists and AQI also conducted high-profile bombings near Shia markets and mosques and killed Shia religious pilgrims. Shia militias and armed paramilitary groups, some substantially incorporated into the ISF, also frequently attacked civilians and government officials. Religious minorities, sometimes labelled "anti-Islamic," were caught in the violence. During the year, despite some reconciliation and easing of tensions in several provinces, the government's human rights performance consistently fell short of according citizens the protections provided for by the law".

However lucrative the arrangement between Air Italy and the UK Border Agency is, participating in the forced removal of people to a country still in turmoil, where gross human rights occur daily, Air Italy stands to seriously damage its corporate image. I am concerned that Air Italy may consider this operation of leasing planes to UKBA from a purely profit perspective, and may not be aware that many of the people you will be transporting are being returned to a situation where they - on all available evidence - can face torture and even death.I would therefore urge Air Italy to reconsider its' involvement, present and future, in such schemes, until your company has fully appraised itself of the available evidence.

There seems a great risk that negative media attention to the outcomes of such 'deportation charters' to war zones could be commercially damaging for Air Italy. I would ask you Mr. Gentile, to immediately call a board meeting of Air Italy to discuss the issue of forcibly removing refused seekers of asylum from the UK, with a view to Air Italy, stopping the practice of leasing its' planes to UK Border Agency.

Yours Sincerely,

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Pubblicato da Daniele Del Grande

Obama assedia l'America Latina


Negli stessi giorni in cui è stata ufficializzata l'assegnazione del premio Nobel per la pace al presidente Barack Obama, il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha annunciato la costituzione di una nuova e potentissima task force aeronavale destinata a presidiare i mari del continente americano. Si tratta del Carrier Strike Group CSG 1 e il suo comando operativo sarà attivato a San Diego (California). Come dichiarato dal Comando della III Flotta dell'US Navy che ne coordinerà gli interventi, "il CSG 1 sosterrà la strategia marittima nazionale, aiuterà nella promozione delle partnership regionali, farà da deterrente alle crisi, proietterà la potenza militare USA, promuoverà la sicurezza navale e fornirà assistenza in caso di disastri naturali all'interno di una vastissima area di operazioni dell'Oceano Pacifico". La prima missione della forza aeronavale prenderà il via nella primavera del 2010 e si realizzerà "nelle acque del Sud America".
Imponente la potenza di fuoco del nuovo strumento di intervento militare statunitense. Al Carrier Strike Group saranno assegnati una portaerei a propulsione nucleare, cinque fregate e due incrociatori lanciamissili, un centinaio tra caccia intercettori, aerei a decollo verticale ed elicotteri, più alcune navi appoggio e di trasporto gasolio e munizioni. La nave ammiraglia sarà la USS Carl Vinson (CVN 70), portaerei della classe "Nimitz", 103.000 tonnellate di stazza e una lunghezza di 332 metri, dotata di due reattori atomici della potenza di 194 Mw. Armata con sistemi missilistici Mk 57 "Sea Sparrow", nel 2005 la Carl Vinson ha operato per sei mesi nel Golfo Persico appoggiando le operazioni di guerra in Iraq. Successivamente la portaerei è stata sottoposta a complessi lavori di manutenzione presso i cantieri navali di Newport (Virginia), di proprietà della Northrop Grumman, il gigante del complesso militare industriale USA che ha prodotto i velivoli senza pilota Global Hawk che stanno per giungere nella base siciliana di Sigonella. I lavori alla Carl Vinson, completati qualche mese, hanno permesso la "modernizzazione dei sistemi di combattimento e delle capacità operative dei velivoli trasportati" e il "rifornimento degli impianti di propulsione nucleare necessario a prolungarne il funzionamento per altri 25 anni". Il gruppo aereo che sarà trasferito a bordo della porterei sarà il Carrier Air Wing Seventeen (CVW-17), con base a Oceana (Virginia), sino al giugno 2008 operativo dalla portaerei USS George Washington. Il CVW è composto da cinque squadroni dotati di caccia F/A-18E "Super Hornet" ed elicotteri per la guerra aeronavale ed elettronica, l'intercettazione e la distruzione di unità di superficie, sottomarini, aerei e sistemi missilistici nemici. Le capacità belliche del gruppo di volo sono state ripetutamente utilizzate dal Pentagono in occasione della prima e della seconda Guerra del Golfo e, più recentemente, nel novembre 2007, durante la sciagurata controffensiva alleata a Fallujah (Iraq), quando furono eseguite sino a quaranta missioni di bombardamento al giorno.Della nuova task force aeronavale faranno pure parte il Destroyer Squadron - DESRON 1, costituito da cinque fregate della classe "Oliver Hazard Perry" (tutte dotate di cannoni Oto Melara 76mm/62 e Phalanx CIWS, lanciatori per missili "SM-1MR" ed "Harpoon" ed elicotteri "SH-60 Seahawk Lamps III") e dagli incrociatori USS Bunker Hill e Lake Champlian della classe "Ticonderoga", equipaggiati con sistemi missilistici a lancio verticale "Mk. 41 VLS", missili RGM-84 "Harpoon" e "BGM-109 Tomahawk", quest'ultimi a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Il Bunker Hill ha partecipato nel gennaio 2007 alle operazioni di bombardamento USA in Somalia in contemporanea all'invasione del paese da parte delle forze armate etiopi.
La proiezione della forza aeronavale nell'intero continente esalterà ulteriormente il ruolo assunto dall'US Southern Command - SOUTHCOM (il Comando Sud delle forze armate USA con sede in Florida), nella pianificazione della strategia politica e militare degli Stati Uniti verso l'America latina. Il Comando, in particolare, ha pubblicato nel 2007 un documento dal significativo titolo "US Southern Command - Strategy 2016 Partnership for the America", in cui si delineano le ragioni e gli obiettivi della presenza militare statunitense nell'area per il prossimo decennio. Come evidenziato da Gabriel Tokatlian, docente di Relazioni Internazionali dell'Università San Andrés di Buenos Aires, si tratta del "piano strategico più ambizioso per la regione che sia mai stato concepito da diversi anni a questa parte da un'agenzia ufficiale statunitense". Nelle pagine del report, SOUTHCOM si erge ad organizzazione leader, tra quelle esistenti negli Stati Uniti d'America, per assicurare "la sicurezza, la stabilità e la prosperità di tutta l'America". Ampio il ventaglio degli obiettivi strategici da conseguire entro il 2016: tra essi, una "migliore definizione del ruolo del Dipartimento della Difesa nei processi di sviluppo politico e socioeconomico del continente"; la "negoziazione di accordi di sicurezza in tutto l'emisfero"; l'"attribuzione a nuovi paesi della regione dello status di alleato extra-NATO" (oggi lo è la sola Argentina); la "creazione e l'appoggio di coalizioni per eseguire operazioni di pace a livello regionale e mondiale"; l'identificazione di "nazioni alternative disponibili ad accettare immigrati" e "stabilire relazioni per affrontare il problema delle migrazioni di massa". L'US Southern Command punta inoltre a sviluppare programmi continentali di "addestramento nel campo della sicurezza interna"; sostenere l'iniziativa di un "battaglione congiunto delle forze armate centroamericane per realizzare operazioni di stabilizzazione"; incrementare il numero delle cosiddette "località di sicurezza cooperativa" (si tratta di basi di rapido dispiegamento come quelle recentemente concesse alle forze armate USA dal governo colombiano di Alvaro Uribe).

di Antonio Mazzeo

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