mercoledì 30 settembre 2009

Se Cina e Giappone non acquistassero titoli di debito americani


Gli Stati Uniti sono troppo dipendenti dall’acquisto da parte di Cina e Giappone del debito nazionale e potrebbero dover affrontare seri problemi economici se questo cessasse, ha detto al CNBC il fondatore e presidente della Tiger Management Julian Robertson.

“È quasi un Armageddon se i Giapponesi e i Cinesi non acquistano il nostro debito”, ha detto Robertson in un’intervista. “Non so dove potremmo trovare il denaro. Credo che ci siamo messi in una situazione terribile e credo che dovremmo provare ad uscirne”.

Robertson ha detto che l’inflazione è un grosso rischio se i paesi esteri dovessero smettere di acquistare le obbligazioni.


“Se i Cinesi e i Giapponesi smettessero di acquistare le nostre obbligazioni, potremmo facilmente vedere [l’inflazione] andare dal 15 al 20 per cento” ha detto. “La questione non è l’economia. La questione è chi ci presterà il denaro se non lo faranno loro. Immaginatevi se ci trovassimo nella situazione di essere totalmente dipendenti da questi due paesi. È pazzesco”.

Robertson ha detto che anche se non crede che i Cinesi smetteranno di acquistare le obbligazioni degli USA, i Giapponesi potrebbero essere eventualmente costretti a vendere parte delle loro obbligazioni a lungo termine.

“Questo è molto peggio che non acquistare”, ha detto. “L’altra questione è che stanno acquistando quasi esclusivamente il debito a breve scadenza. Ed è quello che stiamo offrendo, perché non possiamo vendere il debito a lungo termine. E si sa, la storia insegna che chi contrae prestiti a breve termine si scotta sul serio”.

L’unico modo di evitare il problema, ha detto, è di “crescere e lasciarci una vita d’uscita”.

“Gli Stati Uniti devono smettere di spendere, incominciare a risparmiare, ridurre e ridimensionare” ha detto Robertson “finché non succederà questo, non credo che saremo affatto fuori dai guai”.

Robertson non è ottimista per il breve termine.

“Ci aspetta una slittata piuttosto violenta” ha detto. “penso realmente che la recessione sia finita, almeno temporaneamente. Ma non abbiamo preso in considerazione così tanti dei nostri problemi e stiamo prendendo in prestito così tanto denaro che non potremo possibilmente ripagarlo se i Cinesi e i Giapponesi non acquisteranno le nostre obbligazioni.”

Titolo originale: "US May Face 'Armageddon' If China, Japan Don't Buy Debt"

Fonte: http://cnbc.com/

Gli insegnamenti di Keynes e le applicazioni errate


Il 15 Settembre Paul Krugman analizzava la situazione macroeconomica degli Stati Uniti

Per prima cosa guardiamo quanto è profonda la buca in cui siamo. Invece di entrare nei dettagli dei calcoli necessari a misurare il gap di produzione, lasciatemi presentare un calcolo molto semplice: confrontare il PIL, da quanto è iniziata la recessione, con quello che sarebbe stato se l’economia avesse continuato a crescere lungo il suo trend (dal 1999 al 2007)

Quindi siamo circa un otto per cento sotto a quello che dovrebbe essere. Questo si traduce in una perdita di produzione ad un tasso di più di mille miliardi di dollari all’anno (ed anche in disoccupazione di massa). E continueremo a soffrire queste perdite, anche se il PIL sta ora crescendo, fino a quando avremo abbastanza crescita per chiudere quel gap. Siccome non c’è nulla nei dati che suggerisca che il gap si sta chiudendo, questa è una tragedia che continuerà.

Che cosa vuol dire il professor Krugman (ma anche tutti i keynesiani)? Prendo in prestito il modello che Garrison usa in Time and Money (mutuato da Leijonhufvud) , per spiegare ciò che Keynes sosteneva nella sua Teoria Generale.

Keynes

Ripartiamo dalle conclusioni di Keynes sulle origini del ciclo economico:

«Ora, siamo stati abituati nello spiegare la crisi ad enfatizzare la tendenza del tasso di interesse a salire sotto l’influenza dell’aumento della domanda di moneta sia come intermediario degli scambi che per ragioni speculative. A volte questo fattore può certamente avere un ruolo aggravante e, forse occasionalmente, di scintilla. Ma suggerisco che una più tipica e spesso predominante spiegazione della crisi non è da ricercare nel rialzo del tasso di interesse ma nell’improvviso collasso dell’efficienza marginale del capitale»

Vediamo ora, servendoci da questo grafico riassuntivo, di capire che cosa significa.

Prima della crisi

L’economia si trovava al punto A. Vediamo brevemente che cosa ci indicano i sei pannelli (la lettera D indica la domanda aggregata mentre la S indica sempre l’offerta aggregata):

Pannelli 1,2,3 – Mercato del lavoro e reddito aggregato

Nel punto di piena occupazione vengono impiegate 20 ore di lavoro al salario nominale di 10$ l’ora (pannello 1), per un reddito totale da lavoro dipendente pari a 200$ (pannello 2). Poiché Keynes (Teoria Generale) sosteneva che «i costi dei fattori produttivi hanno un rapporto costante con quello dei salari», possiamo assumere (pannello 3) che i redditi totali siano in rapporto costante con i redditi da lavoro (nel nostro caso 300$/200$, ovvero 3/2).

Pannello 4 – Spese totali

Il pannello 4 è il cuore dell’analisi keynesiana e del suo modello circular flow. La spesa di uno è il reddito di un altro e quindi le spese aggregate saranno uguali ai redditi aggregati. Quali sono le componenti della spesa aggregata?

Vi sono i consumi (componente stabile) i quali dipendono dal reddito tramite quella che Keynes chiamava propensione al consumo (in pratica, se la nostra propensione al consumo è 0.6, per ogni 100$ che riceviamo andremo a spenderne 60$) e gli investimenti (componente instabile) i quali non dipendono dal reddito ma solo dalle aspettative del futuro. Nel nostro caso il livello dei consumi è di 210$ mentre gli investimenti sono di 90$.

Pannello 5 – Frontiera delle possibilità produttive

Normalmente questa figura viene omessa dall’analisi macroeconomica ma è molto importante perché mostra quelli che sono i livelli di produzione sostenibili dall’economia. Secondo l’analisi keynesiana, prima dell’insorgere della crisi, l’economia si trovava lungo la frontiera delle possibilità produttive.

Pannello 6 – Mercato dei fondi mutuabili

Questo pannello, infine, mette in correlazione la domanda e l’offerta di fondi mutuabili, ovvero mette in correlazione i risparmi (Savings) con gli investimenti (Investments) tramite il tasso di interesse di mercato.

Arriva la crisi

Come abbiamo scritto in precedenza Keynes individuava la causa della crisi principalmente in un collasso repentino dell’efficienza marginale del capitale, aggravata poi dall’aumento del tasso di interesse dovuto all’incremento della domanda di moneta (maggiore preferenza per la liquidità).

«Torniamo a cosa accade all’inizio della crisi. Finché il boom continuava, molti dei nuovi investimenti non mostravano di avere un rendimento corrente non soddisfacente. La disillusione arriva perché improvvisamente sorgono dubbi riguardo la plausibilità dei rendimenti futuri, forse perché il rendimento corrente mostra segni di calo man mano che lo stock di nuovi beni durevoli aumenta. Se si pensa che i costi di produzione correnti sono più alti di quanto saranno in futuro, allora c’è un’ulteriore ragione per una caduta dell’efficienza marginale del capitale. Una volta che i dubbi si manifestano poi si diffondono rapidamente. Perciò all’inizio della recessione vi sarà molto capitale la cui efficienza è diventata nulla o anche negativa». (Keynes, Teoria generale, cap.22)

Nel grafico questo movimento si traduce in uno spostamento verso sinistra della domanda di investimento da D a D’ che quale si traduce in un livello di investimenti I’ minore di quello di pieno potenziale. Siccome poi i salari sono, nell’ipotesi keynesiana, rigidi verso il basso, la domanda di lavoro si sposta anch’essa da D a D’ ed il nuovo livello di occupazione (che non è al punto di incontro tra domanda ed offerta) è di sole 15 ore invece di 20. Da notare che se anche si lasciassero calare i salari il livello di occupazione sarebbe minore di quello pre-crisi. Il minor reddito fa sì che anche l’offerta di credito si sposti verso sinistra da S ad S’, lasciando inizialmente invariato il tasso di interesse.

Nel pannello 5 possiamo infine notare come l’economia sia precipitata all’interno della frontiera delle possibilità produttive (vi sono impianti chiusi, catene produttive ferme, etc.).

Subentra poi il fattore aggravante, ovvero l’incremento della preferenza per la liquidità

«Inoltre lo sgomento e l’incertezza sul futuro che accompagnano un collasso nell’efficienza marginale del capitale hanno come naturale conseguenza un brusco aumento della preferenza per la liquidità, e quindi un aumento del tasso di interesse. Perciò il fatto che un collasso nell’efficienza marginale del capitale tenda ad essere associato con un aumento del tasso di interesse può seriamente aggravare il declino degli investimenti» (Keynes, Teoria Generale, Cap. 22)

La curva di offerta di credito si sposta ulteriormente verso sinistra al livello S’’. Questo si traduce in un aumento del tasso di interesse ed in un livello di investimenti I’’. Il risultato è un aggravarsi della situazione che si stabilizza solo al punto B.

Il gap nella produzione di cui parlava Krugman è rappresentato dalla distanza tra i due punti A e B.

La soluzione keynesiana consiste nel “colmare” questo gap tramite una coordinata politica monetaria e fiscale. Innanzitutto le autorità monetarie devono neutralizzare la fuga verso la liquidità rendendo disponibile del denaro attraverso il mercato del credito (ΔMc) e riportare quindi il tasso di interesse al livello pre-crisi (freccia azzurra).

«Se una riduzione del tasso di interesse, da sola, fosse in grado di essere un effettivo rimedio allora potrebbe essere possibile ottenere una ripresa in modo veloce sotto il controllo, più o meno efficace, delle autorità monetarie. Ma questo non è ciò che succede normalmente». (Keynes, Teoria Generale, Cap.22)

Deve poi intervenire l’autorità pubblica la quale, tramite un livello di spesa G (detto quindi “stabilizzante”) va a colmare il gap e riporta l’economia nel punto A di pieno.

Sembrerebbe in pratica che debito e spesa pubblica siano le soluzioni della crisi. Ma è corretta quest’analisi? Come fanno spesa e debito ad essere contemporaneamente cause della crisi e loro soluzione? Per capirlo dobbiamo tornare a cosa era successo prima della crisi, durante il boom.

Hayek

La teoria austriaca del ciclo economico spiega che la fase di boom è causata da una politica monetaria espansiva che abbassa il tasso di interesse al di sotto del suo livello naturale. Poiché il sistema dei prezzi è il modo in cui il mercato segnala le informazioni ai suoi attori e dal momento che il tasso di interesse è sicuramente il prezzo più importante dell’economia, poiché permette la coordinazione della produzione nel tempo, l’intervento delle autorità monetarie ha conseguenze distruttive.

Vediamo dunque cosa accade al sistema produttivo (che ipotizziamo essere sulla frontiera delle possibilità produttive) quando il sistema bancario immette nell’economia della nuova moneta ΔM sotto forma di credito. Per prima cosa possiamo notare che, nel pannello Saving-Investment, l’offerta di credito si sposta verso destra , intersecando la curva di domanda nel punto A, cui corrisponde un tasso di interesse minore (i’ <>

Vediamo quali sono le reazioni delle famiglie e degli imprenditori.

Per le famiglie il tasso di interesse indica anche il costo opportunità che ricevono quando devono scegliere se consumare oggi oppure risparmiare e comprare in futuro. Se è molto basso questo significa che sono molto incentivate a consumare e pochissimo a risparmiare (gli interessi sul conto corrente sono bassi, i titoli "sicuri" rendono poco e così via). Una politica monetaria espansiva cambia temporaneamente le preferenze temporali dei consumatori e le orienta verso un consumo anticipato, spesso finanziato attraverso il ricorso al credito: è il cosiddettoconsumismo. Nel grafico possiamo notare questa tendenza osservando che al tasso i’ le famiglie, che seguono ancora la curva S, risparmiano meno e, di conseguenza, consumano di più (freccia azzurra sul pannello della frontiera delle possibilità produttive).

Il messaggio che ricevono gli imprenditori è invece diametralmente opposto.

Se aumenta il credito a disposizione, ragionano questi ultimi, ciò sta a segnalare che i consumatori stanno risparmiando e che quindi saranno propensi ad aumentare i loro consumi in futuro: vi è quindi spazio per aumentare la produzione futura. Inoltre un tasso di interesse basso fa diventare appetibile tutta una serie di investimenti,specialmente quelli a lungo termine, che prima era considerata svantaggiosa.

Se l'espansione del credito aumenta la quantità di denaro disponibile, l'abbassamento del tasso di interesse da pagare sui prestiti definisce la qualità dell'investimento. In sintesi non solo viene espanso il credito oltre i limiti del risparmio reale (overinvestment) ma esso viene anche indirizzato verso attività speculative e rischiose, che hanno scarse possibilità di successo (malinvestment). Sulla frontiera delle possibilità produttive possiamo notare l’overinvestment (la freccia azzurra, mentre il triangolo di Hayek mostra il malinvestment (l’allungamento temporale della struttura produttiva)

Il livello di consumo ed investimento che si manifesta durante il boom, rappresentato nel grafico dal punto A, non si trova affatto lungo la frontiera delle possibilità produttive, ma al di là di essa, e non è quindi un punto sostenibile per l’economia.

Gli eccessi e le distorsioni che si sono verificate durante il boom non sono senza conseguenze. La nuova frontiera delle possibilità produttive, infatti, non solo è all’interno del punto A (non è quindi rappresentata dalla curva rossa tratteggiata), ma non è nemmeno più quella che si aveva all’inizio del boom (la curva blu). In realtà non possiamo dire molto riguardo la sua posizione ma ciò che raccomanda la scuola austriaca è che non si cerchi di interrompere il processo di liquidazione dei cattivi investimenti perché soltanto in questo modo l’economia può individuare la sua struttura sostenibile e ripartire.

Conclusioni

Alla luce delle analisi di Hayek è sbagliato e dannoso voler colmare il gap produttivo e cercare di riportare l’economia, a suon di stimoli fiscali e monetari, ai livelli che aveva prima dell’insorgere della crisi (tornare quindi al punto A). Non solo si impedisce al mercato di riscoprire qual è la sua struttura produttiva efficiente ma inevitabilmente si continuano a sprecare risorse proprio in quelle attività produttive che si sono sviluppate, durante il boom, in modo insostenibile, peggiorando ulteriormente la situazione generale.

Si pensi ad esempio al mercato dell’automobile: il biennio 2006-2007 ha visto un boom di automobili vendute (stimolato dagli incentivi alla rottamazione e dal credito facile). E’ forse lecito e ragionevole considerare il livello produttivo record del 2007 come l’obiettivo da raggiungere e rendere permanente a suon di sussidi, incentivi e rottamazioni forzate (si pensi alle limitazioni alla circolazione per le automobili più vecchie)?

di Ashoka

Link:http://ashokascorner.blogspot.com/

Commento di Onoff

Il capitalismo così come si è sviluppato negli ultimi 50 anni ha avuto un unico vero punto di forza la sua apparente semplicità e capacità di autoregolarsi attraverso il mercato. L'unico compito veramente impegnativo affidato agli uomini è stato il perenne tentativo di liberalizzare, privatizzare e internazionalizzare sia le merci che gli strumenti finanziari...ma come per il sistema ad economia pianificata gli uomini hanno trovato il grimaldello per far saltare il banco, allo stesso modo anche se dopo un tempo più lungo anche nel sistema capitalista il banco è saltato. Ciò che mi lascia veramente interdetto è l'assoluta debolezza dei governi e la mancanza di idee in grado di rilanciare il sistema utilizzando regole e strumenti che non ripetano passo passo gli errori del passato.


Il vicolo cieco iraniano


Il pensiero unico dell'Occidente si è scatenato. Il solenne Obama che vuole rendere obsolete le armi nucleari rivela altrettanto solennemente che invece l'Iran fa rapidi passi avanti per averle. Si sono distinti nei toni allarmistici contro Teheran i titoli e gli editoriali de «la Repubblica».

E anche il neonato «Il Fatto Quotidiano», sebbene dica di staccarsi dal “pensiero unico”, ha presto rivelato il suo punto debole: ossia l'imbarazzante povertà delle sue pagine internazionali, troppo pigre e apologetiche, incapaci di una critica basata sui fatti nei confronti della complessa politica obamiana.

Perciò vi proponiamo un documento di straordinaria lucidità. È l'articolo scritto per «The Guardian» da Scott Ritter, l'uomo che tra il 1991 e il 1998 fu il capo degli ispettori Onu in Iraq. Ritter è uno dei massimi esperti in materia di controllo delle armi nucleari, ed è anche il personaggio che, appena nel 2003 iniziò l'invasione dell'Iraq, ebbe a dire profeticamente: «gli Stati Uniti se ne andranno dall'Iraq con la coda tra le gambe, sconfitti. È una guerra che non possiamo vincere».

Nessun organo d'informazione ha dato sufficiente risalto alle attuali ponderate considerazioni di Ritter sull'Iran, che nulla concedono, come è suo costume, alla propaganda – e agli errori – di quelli che battono la grancassa delle sanzioni. Ricordiamo che gli stessi meccanismi di allarme che oggi sono a carico del regime iraniano furono acriticamente usati al tempo dell'inizio della campagna irachena. Oggi come allora le pagine internazionali sono un guazzabuglio di allarmi atomici gonfiati, di esagerazioni su voci inattendibili di Bin Laden e altre armi psicologiche che creano un clima di paura e di distrazione (e nessuno così si lamenta se il G20 non fa nulla contro gli squali dell'alta finanza).

Ezio Mauro, Antonio Padellaro: il giornalismo d'inchiesta dovrebbe essere usato anche fuori da questi confini nazionali. Passate le Alpi, ve la danno a bere. La lettura di Ritter è un buon antidoto.

di Pino Cabras – Megachip.

Keeping Iran honest

di Scott Ritter – «The Guardian»

La centrale nucleare segreta dell'Iran innescherà un nuovo ciclo di ispezioni dell'AIEA e porterà a un periodo di ancora maggiore trasparenza.

È stato davvero un momento di alta drammaticità. Barack Obama, fresco reduce dal suo cimentarsi a fare la storia nell'ospitare il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, si è preso una pausa dalle sue funzioni al vertice economico del G20 a Pittsburgh per annunciare l'esistenza di un impianto nucleare segreto e non notificato in Iran, che non risultava coerente con un programma nucleare a scopi pacifici, sottolineando la conclusione che «l'Iran sta violando le regole che tutti i paesi devono seguire».

Obama, appoggiato da Gordon Brown e Nicolas Sarkozy, ha minacciato dure sanzioni contro l'Iran qualora non si conformasse pienamente ai suoi obblighi riguardanti il controllo internazionale del suo programma nucleare, che al momento attuale sta per essere definito da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia come l'obbligo di sospensione immediata di tutte le attività di arricchimento nucleare.

La struttura in questione, che si rivela sia localizzata presso una installazione militare segreta iraniana fuori dalla città santa di Qom e in grado di ospitare fino a 3mila centrifughe, usate per arricchire l'uranio, è stata per qualche tempo controllata dai servizi di intelligence degli Stati Uniti e altre nazioni. Ma non è stato che lunedi che l'AIEA è venuta a sapere della sua esistenza, basandosi non su un qualsiasi "scoop" d'intelligence fornito dagli USA, ma proprio su una spontanea notificazione da parte dell'Iran. Le azioni dell'Iran hanno forzato la mano degli Stati Uniti, spingendo Obama all'affrettata conferenza stampa di venerdì mattina.

Attenzione alle campagne mediatiche con motivazioni politiche. Mentre in superficie l'intervento drammatico di Obama sembrava sensato, il diavolo si nasconde sempre nei dettagli. Le "regole" che l'Iran è accusato di aver violato non sono vaghe, bensì scandite in termini chiari. Ai sensi dell'articolo 42 dell'accordo di salvaguardia dell'Iran, e del Codice 3.1 della parte generale degli accordi sussidiari (altresì noto come il "protocollo aggiuntivo") di tale accordo, l'Iran ha l'obbligo di informare l'AIEA di qualsiasi decisione volta a costruire un impianto che ospiti centrifughe operative, e di fornire informazioni sul progetto preliminare di tale impianto, anche se il materiale nucleare non fosse stato introdotto. Questo avvierebbe un processo di accesso complementare e di ispezioni di verifica della progettazione da parte dell'AIEA.

Questo accordo è stato firmato dall'Iran nel dicembre del 2004. Tuttavia, poiché il "protocollo aggiuntivo" non è stato ratificato dal parlamento iraniano, e come tale non è giuridicamente vincolante, l'Iran ha interpretato la sua attuazione come su base volontaria, e pertanto ha accettato di rispettare queste nuove misure, più come misura di rafforzamento della fiducia che in qualità di un obbligo inderogabile.

Nel marzo del 2007, l'Iran ha sospeso l'applicazione del testo modificato del codice 3.1 della Parte generale degli accordi sussidiari riguardanti la rapida fornitura delle informazioni sui progetti. In questa maniera, l'Iran stava ritornando alle sue condizioni giuridicamente vincolanti dell'accordo di salvaguardia originario, che non richiedevano la dichiarazione iniziale sugli impianti con capacità nucleare prima dell'introduzione di materiale nucleare.

Anche se questa azione risulta comprensibilmente irritante per l'AIEA e per quegli Stati membri che desiderano una piena trasparenza da parte dell'Iran, non si può parlare in termini assoluti di violazioni da parte dell'Iran dei suoi obblighi derivanti dal trattato sulla non-proliferazione nucleare. Così, quando Obama ha annunciato che «l'Iran sta le regolviolando le regole che devono seguire tutte le nazioni», è in errore sia dal punto di vista tecnico sia da quello giuridico.

Ci sono molti modi di interpretare la decisione dell'Iran del marzo 2007, soprattutto alla luce delle rivelazioni di oggi. Occorre sottolineare che l'impianto di Qom cui si riferisce Obama non è un impianto per armi nucleari, ma semplicemente una centrale nucleare di arricchimento simile a quella che si trova nell'impianto notificato (e ispezionato) di Natanz.

L'impianto di Qom, se le descrizioni attuali sono accurate, non può produrre stock-base di alimentazione (esafluoruro di uranio, o UF6) utilizzato nel processo di arricchimento basato sulla centrifuga. Si tratta semplicemente di un altro impianto in cui l'UF6 può essere arricchito.

Perché è importante questa distinzione? Perché l'AIEA ha sottolineato, continuamente, che possiede un resoconto completo delle scorte di materiale nucleare dell'Iran. Non c'è stata alcuna diversione di materiale nucleare per l'impianto di Qom (dal momento che è in fase di costruzione). L'esistenza del presunto impianto di arricchimento di Qom non cambia in alcun modo il bilancio dei materiali nucleari presenti oggi all'interno dell'Iran.

In parole povere, l'Iran non è più vicino a produrre ipotetiche armi nucleari oggi di quanto non lo fosse prima dell'annuncio di Obama sulla struttura di Qom.

Si potrebbe adoperare l'argomento secondo cui l'esistenza di questo nuovo impianto dota l'Iran di una capacità di "autonomo sganciamento" nel produrre uranio altamente arricchito che potrebbe essere utilizzato nella fabbricazione di una bomba nucleare in una qualche fase successiva. La dimensione della struttura di Qom, sospettata di essere in grado di ospitare 3mila centrifughe, non è ideale per attività di arricchimento su larga scala necessarie a produrre quantità significative di uranio bassamente arricchito di cui l'Iran avrebbe bisogno per far funzionare i suoi reattori nucleari in progetto. In tal senso, si potrebbe sostenere che il suo unico vero scopo sia quello di riciclare rapidamente delle scorte di uranio bassamente arricchito in uranio altamente arricchito utilizzabile in un'arma nucleare. Il fatto che si riferisce che l'impianto di Qom sia situato dentro un'installazione militare iraniana non fa che rafforzare questo tipo di pensiero.

Ma questa interpretazione richiederebbe comunque la diversione di notevoli quantità di materiale nucleare fuori dal controllo degli ispettori dell'AIEA, qualcosa che sarebbe quasi immediatamente evidente. Qualsiasi deviazione significativa di materiale nucleare sarebbe una causa immediata di allarme, e ciò provocherebbe un'energica reazione internazionale, che includerebbe molto probabilmente un'azione militare contro la totalità delle infrastrutture nucleari iraniane conosciute.

Allo stesso modo, le 3mila centrifughe dell'impianto di Qom, anche quando iniziassero con il 5% delle scorte di uranio arricchito, dovrebbero operare per mesi prima di essere in grado di produrre abbastanza uranio altamente arricchito per un singolo dispositivo nucleare. In tutta franchezza, questo non costituisce una valida capacità di " autonomo sganciamento".

L'Iran, nella sua notificazione dell'impianto di arricchimento di Qom all'AIEA resa il 21 settembre, lo ha descritto come un “impianto pilota”. Dato che l'Iran ha già un "impianto pilota di arricchimento" in funzione presso la struttura notificata di Natanz, questa evidente duplicazione dello sforzo va nella direzione tanto di un programma parallelo di arricchimento nucleare a conduzione militare volto agli scopi più scellerati, quanto, più probabilmente, di un tentativo da parte dell'Iran di fornire profondità strategica e capacità di sopravvivenza al suo programma nucleare, a fronte di ripetute minacce di bombardare le infrastrutture nucleari pronunciate da USA e Israele.

Non dimenticate mai che gli scommettitori sportivi, davano 2:1 probabilità che Israele o gli Stati Uniti avrebbero bombardato gli impianti nucleari dell'Iran entro marzo 2007. Dopo aver l'asciato l'incarico, l'ex vice-presidente Dick Cheney ha ammesso che stava spingendo fortemente per un attacco militare contro l'Iran durante il periodo dell'amministrazione Bush. E il livello di retorica proveniente da Israele circa la sua intenzione di lanciare un attacco militare preventivo contro l'Iran è stato allarmante.

Mentre Obama potrebbe aver inviato segnali concilianti verso l'Iran in merito alla possibilità di riavvicinamento a seguito della sua elezione, nel novembre 2008, questo non era l'ambiente fronteggiato dall'Iran, quando aveva preso la decisione di ritirarsi dal suo impegno a notificare ogni nuovo impianto nucleare in costruzione . La necessità di creare un meccanismo di sopravvivenza economica di fronte alla minaccia reale di azione militare sia degli Stati Uniti sia di Israele è probabilmente la spiegazione più probabile che sta dietro la struttura di Qom.

La notificazione dell'Iran di questa struttura all'AIEA, che precede di diversi giorni l'annuncio di Obama, probabilmente è un riconoscimento da parte dell'Iran che questa duplicazione degli sforzi non è più rappresentativa di una politica avveduta da parte sua.

In ogni caso, l'impianto è ora fuori dalle ombre, e presto sarà sottoposto ad una vasta gamma di ispezioni dell'AIEA, rendendo discutibili le speculazioni circa le intenzioni nucleari dell'Iran. Inoltre l'Iran, nel notificare questa struttura, deve sapere che - poiché ha presumibilmente collocato delle centrifughe operative nell'impianto di Qom (anche se non è stato introdotto materiale nucleare) - ci sarà la necessità di fornire all'AIEA il pieno accesso alla capacità di produzione di centrifughe dell'Iran, in modo che un bilancio materiale possa essere acquisito per queste voci allo stesso modo.

Anziché rappresentare la punta di un iceberg in termini di scoperta di una segreta capacità di armi nucleari, l'emergere dell'esistenza dell'impianto di arricchimento di Qom potrebbe benissimo segnare l'avvio di un periodo di maggiore trasparenza da parte dell'Iran, che porti alla sua la piena adozione e attuazione del Protocollo aggiuntivo AIEA. Questo, più di ogni altra cosa, dovrebbe essere il risultato auspicato della "notificazione di Qom".

Gli appelli per sanzioni"paralizzanti" contro l'Iran da parte di Obama e Brown non sono certo le opzioni politiche più produttive a disposizione di questi due leader mondiali. Entrambi hanno espresso il desiderio di rafforzare il trattato di non-proliferazione nucleare.

L'azione dell'Iran, nel dichiarare l'esistenza della struttura di Qom, ha creato una finestra di opportunità per fare proprio questo, e dovrebbe essere sfruttata appieno nel quadro dei negoziati e delle ispezioni dell'AIEA, e non più per le spacconate e le minacce dei leader del mondo occidentale.

Fonte: http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/784-scott-ritter-liran-e-da-considerare-leale.html

martedì 29 settembre 2009

Mafia,stragi e la partita di Berlusconi


E pensare che c'era qualcuno, anche a sinistra, convinto che Silvio, questa volta, si sarebbe comportato da "statista". Era solo ieri. Oggi è difficile per tutti non ammettere che il satrapo anziano, l'utilizzatore finale, il padrone dell'informazione che attacca l'informazione non ancora sua, il mandante dei direttori killer, sia pervaso da una irrefrenabile mania. Qualcuno dei suoi amici gli consigliava di usare toni concilianti, chiedere scusa per la sua vita disordinata, rispondere alla domande, vendere Villa Certosa. Col cavolo. Ha invece, come sempre, alzato il tiro, "elevato il livello dello scontro", come dicevano altri in altre situazioni. Non è solo il suo stile, il marchio di fabbrica dell'uomo, la lucida follia che lo porta a superare i momenti di crisi rilanciando, infilandosi in avventure apparentemente impossibili (Crollano i miei padrini politici, rischio il fallimento economico e la galera per corruzione? E io fondo un partito!). Oggi alzare ulteriormente il tiro è anche una necessità. Lui sa di essere arrivato alla partita finale, allo scontro mortale.

Sul piano politico, dove si è avviata una crisi che si annuncia lenta, ma potrebbe essere irreversibile, e che certo non può essere combattuta con fiori e sorrisi. E sul piano storico-giudiziario. È stato lui - uno dei pochi che sanno come sono andate davvero le cose - a dare il primo annuncio: «So che ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano, si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '94, del '92. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese». Era l'8 settembre, data storica per l'Italia, ma non è da questi particolari che si giudica uno statista (presunto). D'altra parte, anche il contesto non aiutava: come al solito, non c'entrava nulla (era all'inaugurazione della fiera del tessile a Milano). Eppure ha voluto toccare l'argomento, mandare il segnale. «Ci attaccano come tori inferociti, ma qui c'è un torero che non ha paura di nessuno». Attenti, annuncia B., so che cosa state tentando di fare.

I «fatti del '93, del '94, del '92»: sono la stagione in cui sono stati uccisi, con le loro scorte, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in cui sono state compiute le stragi a Firenze, Roma e Milano, in cui è morto il vecchio sistema politico e sono nati Forza Italia e la cosiddetta "seconda Repubblica". È il triennio fondativo dell'attuale sistema politico. Sono le radici del nostro presente. E sono radici che affondano in un terreno oscuro, in convulse e ciniche trattative tra poteri criminali, pezzi dello Stato, personaggi della politica, imprenditori. Per quella drammatica e ancora misteriosa transizione bagnata nel sangue delle stragi, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri (Autore 1 e Autore 2, Alfa e Beta) sono già stati indagati a Firenze, a Caltanissetta, a Palermo. C'erano collaboratori di giustizia che hanno raccontato che Cosa nostra negli anni delle stragi ha trattato anche con Alfa e Beta, per poi puntare sui circoli della nascente Forza Italia. Le inchieste si sono chiuse con archiviazioni perché le dichiarazioni dei collaboratori non hanno trovato sufficienti riscontri.

A leggerle, quelle archiviazioni, vengono comunque i brividi: in un paese normale sarebbero state più che sufficienti per tenere lontani dalla politica i loro protagonisti. Sono passati molti anni. Oggi nuovi elementi e nuovi testimoni, tra cui il figlio del sindaco mafioso Vito Ciancimino, hanno fatto riaprire le indagini sul 92-93, su stragi e trattative. A Palermo, Caltanissetta, Firenze, Milano. Finora nessuno, né a Palermo, né a Caltanissetta, né a Firenze, né a Milano ha accennato a un nuovo coinvolgimento di Berlusconi nelle indagini. Lui però reagisce, come la gallina che ha fatto l'uovo. Gioca d'anticipo. Protesta. Annuncia che è in corso una cospirazione contro di lui. La risposta migliore gliel'ha data Gianfranco Fini: «Mai, mai, mai si deve dare l'impressione di non avere a cuore la legalità e la verità». Aggiungendo sornione: «Soprattutto se non si ha nulla da temere, come è per Forza Italia e certamente per Berlusconi». Aggiunta di Fini, il giorno dopo: «A differenza di altri, io non mi diletto con grembiulini e compassi».

di Gianni Barbacetto, da societacivile.it/blog/

I rifiuti girffati delle navi dei veleni


È buia la stiva della motonave da cargo Zanoobia, ottantuno metri di lunghezza e la bandiera siriana sul pennone. Una oscurità che diventa improvvisamente pesante, insopportabile, quando i portuali entrano per verificare il carico. Il respiro viene a mancare, e la poca luce che scende in coperta appena illumina le pareti rigate dai liquidi fuoriusciti dai bidoni di ferro, accatastati su tre livelli, legati con corde. Migliaia di fusti, più di duemila tonnellate di scorie velenose, mortali, che hanno girato il mondo per un anno e mezzo. Approdate alla fine - il sette maggio del 1988 - a Genova, in quell'Italia che li aveva spediti per farli sparire verso le mete del neocolonialismo dei rifiuti pericolosi. Zanoobia è uno dei tanti nomi scritti nelle storie delle decine di navi dei veleni che hanno trasportato, grazie ad una rete criminale di mediatori, faccendieri e trafficanti, le scorie del nostro sistema industriale. Un viaggio tortuoso e silenzioso, partito da Massa Carrara un anno e mezzo prima, per approdare di nuovo in Italia dopo aver attraversato il canale di Suez, tre continenti, un oceano ed infine il Mediterraneo.
Su quei fusti riportati in Italia della Zanoobia è disegnata una mappa agghiacciante. Nomi noti, marchi che valgono miliardi, produttori della nostra chimica quotidiana. Non fabbriche semi clandestine del casertano o laboratori, ma il gotha dell'industria europea. Ogni fusto ha un'etichetta, un nome di un produttore. Quasi sempre ha anche un indirizzo di provenienza, rimasto intatto dopo il viaggio alla ricerca di un posto dove scaricare. Una mappa di provenienza delle scorie - mandate agli organizzatori dei viaggi dei veleni - che a distanza di anni riappare dalle carte processuali.
La fonte è assolutamente ufficiale. Dopo lo sbarco della nave il Tribunale di Genova chiese di effettuare una perizia sui 10.500 fusti stoccati nella stiva della Zanoobia. Incaricato del compito fu Sergio Mattarelli, che elencò le 140 aziende europee e statunitensi con i nomi stampati sulle etichette. Un documento finito poi in un processo civile - il cui appello è oggi ancora in discussione - dell'avvocatura dello stato contro i produttori delle sostanze ritrovate sulla nave. Le aziende rappresentano una buona fetta del Pil italiano: si va dalla Pirelli alla tristemente nota Acna di Cengio, dalla Farmoplant alla Enichem, solo per citare i nomi più noti. Ma i rifiuti non erano solo italiani, confermando il sospetto che la rete di smaltimento illegale coinvolgesse l'intera Europa. Nelle etichette erano ben visibili i nomi di industrie tedesche (come la Basf), olandesi (la Delfzijl Polymer), belghe (la Dow corning) e inglesi (la Ici). Un posto di rilievo lo avevano alcune aziende multinazionali Usa, come la Monsanto ed altre fabbriche della costa est. In totale l'elenco stilato a Genova dal perito del Tribunale è composto da 140 nomi.
Non tutte le aziende, però, sono finite nell'atto di citazione preparato dall'avvocatura dello Stato, per conto della Protezione civile che gestì l'emergenza all'epoca, nel maggio del 1995, ovvero sette anni dopo lo sbarco della Zanoobia. Il documento - che ha dato origine ad una serie di processi civili davanti alla I sezione del Tribunale di Milano - chiedeva ai produttori delle sostanze di rimborsare i 16 miliardi di lire spesi per lo smaltimento dei rifiuti tossici sbarcati dalla Zanoobia. Delle 140 aziende nominate nella perizia nell'atto di citazione vengono chiamate in giudizio trentotto ditte. Una parte dell'originario elenco era stato depennato perché le etichette si riferivano ad aziende venezuelane che avevano semplicemente fornito i contenitori per reinfustare parte dei rifiuti sbarcati a Puerto Cabello, durante il lungo e complicato viaggio della Zanoobia. Ma alcuni nomi - soprattutto di aziende non italiane - sono semplicemente spariti. Le vie del diritto civile sono, come è noto, spesso oscure ai più. Nulla di fatto dal punto di vista penale, perché nessuno è stato processato. La corte di appello di Genova il proscioglimento per prescrizione dei reati ambientali. E nessun magistrato, d'altra parte, ha contestato i reati più gravi che potevano bloccare i termini per l'estinzione del procedimento, nonostante le tantissime denunce presentate tra il 1987 e il 1988 sulla vicenda.
Esisteva, dunque, quella via clandestina dei rifiuti industriali, denunciata con vigore dalle associazioni ambientaliste. Per la vicenda Zanoobia i mediatori sono aziende ben conosciute nel settore. Il principale broker - citato in giudizio civile con le aziende produttrici - è la Jelly Wax di Renato Comerio, la stessa azienda che sempre tra il 1987 e il 1988 organizzò l'esportazione di altri rifiuti tossici verso il Libano. C'è poi la Ambrosini di Genova, che aveva fornito i contatti per il primo approdo del carico dei 10.500 fusti arrivati a Genova, partiti da Massa Carrara nel febbraio 1987 con la motonave Lynx. Ambrosini aveva garantito uno smaltimento «a norma» a Gibuti, nel corno d'Africa, non lontano dalla zona di Bosaso dove Ilaria Alpi aveva cercato notizie su altre navi - ma su traffici simili - nel 1994. Aziende protagoniste della stagione delle navi dei veleni, mai condannate, con processi che si sono persi nei tempi della prescrizione.
Le uniche tracce processuali rimaste - che però definiscono con chiarezza la catena delle responsabilità - sono chiuse nel lunghissimo processo civile, arrivato a sentenza di primo grado nel 2006. «Risulta che la Jelly Wax ha ricevuto, tra la fine del 1986 e l'inizio del 1987 - scrivono i giudici della prima sezione civile di Milano - rifiuti speciali o tossico nocivi da diverse aziende italiane». È l'inizio di un lungo viaggio, il cui racconto spiega il funzionamento della rete internazionale dei broker di rifiuti. Un viaggio che vale la pena oggi ripercorrere a ritroso.

di Andrea Palladino

Obama e la vicenda dello scudo spaziale


Per giustificare la decisione di Obama di smantellare lo scudo missilistico progettato in Polonia e Repubblica Ceca dal suo predecessore George W. Bush si è fatto ricorso a una giustificazione di fondo: inaugurare una linea distensiva nei confronti della Russia attenuandone preoccupazioni e paranoie. Dietro il nuovo programma di Obama si nasconde invece un preciso piano di investimenti militari legati alla prima industria produttrice di missili del mondo: la Raytheon. Americana, ovviamente.Inaugurando un nuovo 'codice' di condotta etica per l'amministrazione presidenziale, due mesi dopo la sua elezione Obama aveva detto: "I lobbisti verranno sottoposti a vincoli più rigidi rispetto a tutte le amministrazioni che mi hanno preceduto. Coloro che entreranno nella mia amministrazione non potranno occuparsi di materie sulle quali hanno già fatto lobbying, o lavorare in agenzie sulle quali hanno fatto lobbying nei due anni precedenti". La presunta buona volontà del presidente Usa nel presentare la sua piccola rivoluzione morale è stata oscurata dall'ipocrisia. La nomina del nuovo vicesegretario alla Difesa è infatti è avvenuta infatti in totale contraddizione con le nuove regole stabilite da Obama. Si chiama William J. Lynn il 'sottoposto' di Robert Gates, Segretario alla Difesa. Avendo fatto lobbying per il gigante della difesa Raytheon in qualità di Svp (Senior Vice President) della compagnia, Lynn è l'esatto opposto di ciò che Obama avrebbe dovuto insediare in quella posizione. Chiamato a rispondere della violazione dei nuovi principi etici, Obama ha risposto che Lynn 'costituisce un'eccezione'.

La Raytheon ha svolto attività di lobbying per 14,5 milioni di dollari, durante i sei anni in cui Lynn ci ha lavorato: per la Camera dei rappresentanti, il Senato, il Dipartimento della Difesa, quello dell'Energia e del Tesoro. Lobbying per la vendita di armi, ovviamente, dai razzi teleguidati a lungo raggio ai sistemi di difesa basati sulle navi ad armamenti vari, tra cui un'arma laser fotonica in grado di distruggere missili a corto e medio raggio. L'ex manager, una volta nominato ai vertici della Difesa Usa, ha promesso di alienare sue azioni. Anche se l'avesse fatto, sarebbe stato un gesto totalmente inutile. Lynn ha svolto talmente bene il suo lavoro che si potrebbe avanzare l'ipotesi di una scelta adottata non per (o non solo per) 'rassicurare' la Russia sulle buone intenzioni della sua 'nuova' America, quanto perchè la Raytheon da tempo sta aspettando il committente giusto per le sue nuove armi.

Sia Obama che Robert Gates, nelle due conferenze stampa successive all'annuncio dell'annullamento del programma di Bush, hanno circostanziato la decisione con una serie di osservazioni che combaciano in maniera impressionante con quanto, esattamente un mese prima, venne esposto dalla Raytheon in occasione della presentazione di un 'nuovo sistema anti-missile' concepito in primo luogo per gli israeliani.

Obama e Gates, il 16 settembre scorso: "L'Iran non è così vicino alla bomba nucleare come si pensava, e la minaccia si limita a missili a corto e medio raggio. Il piano anti-missile di Bush non è smantellato, ma modificato, reso più flessibile, e nuovi sistemi di sensori e intercettori, ad esempio il SM-3, potranno essere installati in Europa già dal 2018".

La Raytheon, un mese prima: "Il sistema di intercettori che stiamo sviluppando, SM-3, già esistente su piattaforme marine o navi, verrà sviluppato su terra, e potrebbe servire a Israele per difendersi contro eventuali missili a corto e medio raggio lanciati dall'Iran. Potrebbe essere pronto già dal 2013.

Obama e Gates: "Il nuovo sistema sarà ad alta tecnologia ed economico.

Raytheon: i costi di sviluppo sono molto bassi, la tecnologia elevata. I profitti potrebbero raggiungere il miliardo di dollari, se il sistema è sviluppato globalmente in cooperazione con gli alleati internazionali.

La risposta dell'inviato russo alla Nato, Dmitriy Rogozin è stata di cancellare la decisione di installare missili Iskander a Kaliningrad, con la seguente raccomandazione: "La cooperazione con la Russia non è fatto di scelte. E' un fatto di necessità".

Il vice-segretario alla Difesa è il responsabile della scelta degli armamenti necessari agli Stati Uniti. E' lui che indica quali armi il Pentagono dovrà comprare. Con William Lynn in tale ruolo, la decisione di Obama di 'smantellare' il sistema missilistico concepito da Bush si arricchisce di dettagli che offrono una diversa lettura della sbandierata 'distensione' con la Russia, garantendo invece enormi profitti e commesse milionarie per la Raytheon. Sia in casa propria che all'estero.

Luca Galassi

Link:http://it.peacereporter.net/articolo/17987/Scudo+missilistico,+il+retroscena+di+una+scelta


Il Brasile mette alle strette Israele, chiesta la sua sospensione dal Mercosur

Il Parlamento brasiliano chiede la sospensione di Israele quale aderente allo accordo di libero scambio sottoscritto con il Mercosur (*)


Questa decisione è un colpo terribile per l'economia di Israele e per le sue relazioni con l'estero.

La Commissione per le Relazioni Estere e per la Difesa Nazionale del parlamento brasiliano ha raccomandato che il Parlamento non ratifichi l'Accordo di libero scambio (ALS) tra il Mercosur e lo Stato di Israele fino a quando "Israele accetti la creazione dello Stato palestinese secondo i confini del 1967". Questa decisione è un esplicito atto di pressione su Israele, perche' esso si adegui al diritto internazionale, ed e' un rigetto di anni di incessante attività di richiesta di favori da parte di Israele, e delle sue pressioni intese ad ottenere il voto di ratifica dello accordo.

Questa decisione rappresenta un enorme disastro per l'economia di Israele e per le sue relazioni con l'estero. Essa costituisce un ostacolo molto grande alla entrata in vigore del contratto di adesione, che sin dalla sua sottoscrizione nel 2007, è stato bloccato a causa del rifiuto di ratifica da parte di alcune nazioni membre del Mercosur. Il Mercosur è uno dei mercati a piu' rapida espansione del mondo, e costituisce la quinta maggiore economia al mondo.
Le esportazioni israeliane verso il Mercosur nel 2006 hanno ammontato a circa 600 milioni di dollari.

Israele ha investito massicciamente nello spingere per ottenere l'accordo, concentrandosi in modo particolare sul Brasile, la maggiore economia del Mercosur, ed il più potente attore politico di esso. Il Brasile da solo, anche senza un accordo di libero scambio, è per Israele la terza maggiore destinazione di esportazioni. Nel 2005 Ehud Olmert, ministro del commercio dell'epoca, visito' il Brasile allo scopo di ottenere il sostegno del presidente Lula allo accordo. Poco più di un mese fa il ministro israeliano degli affari esteri Avigdor Lieberman si e' recato in Brasile per sollecitare la ratifica dell'accordo.

Fin dall'inizio dei negoziati per l'accordo di libero scambio, incontri ad alto livello nella società civile della zona Mercosur hanno rigettato l'accordo commerciale. Per conto del Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (Boicottaggio, Disimpegno e Sanzioni) - "Palestinian BDS National Committee (BNC)" - (NdT: la sigla BDS e' identica sia per la dicitura in italiano, che per quella internazionale in inglese; si tratta di una campagna per il boicottaggio economico internazionale contro Israele), la Campagna della Organizzazione popolare palestinese contro il Muro della "Apartheid" ha collaborato con gli intellettuali brasiliani, con i movimenti sociali, i partiti ed i singoli politici per bloccare la ratifica del contratto di libero scambio. Furono costituiti il "Fronte per la Difesa del popolo palestinese" ed il "Fronte parlamentare contro la ratifica del contratto per la zona di libero scambio" a sostegno dello appello palestinese contro l'accordo di libero scambio. In gennaio 2009 una lettera del BNC fu consegnata al presidente Lula.

Di conseguenza ieri la Commissione del parlamento brasiliano ha accettato di tenere una audizione pubblica prima delle operazioni di voto.

Oscar Daniel Jadue, vice-presidente della Federazione palestinese del Cile, è intervenuto ed ha perorato il rigetto della proposta di legge. Egli ha sostenuto che la ratifica del contratto è una violazione del Diritto Internazionale, a vantaggio di una nazione che non rispetta i diritti umani dei Palestinesi.

"Invito tutti a riflettere che la sottoscrizione premierebbe il governo di Israele ed aprirebbe il mercato latino-americano ad una nazione che annienta il popolo palestinese", ha affermato Jadue.

Arlene Clemesha, professoressa di Storia Araba presso l'Università di São Paulo (USP) e componente del Coordinamento delle Nazioni Unite sulla Palestina, ha argomentato contro la procedura superficiale e fraudolenta di ratificare l'accordo con l'esclusione dei prodotti degli insediamenti, esprimendo l'allarme che è impossibile separare i prodotti delle due zone di Israele, perche' esso ha una storia di commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti venduti semplicemente come israeliani. Invece, ella ha sostenuto, il cammino verso la pace richiede che le forze internazionali costringano Israele a porre fine alla occupazione militare dei territori palestinesi.

I membri della Commissione parlamentare brasiliana si sono trovati d'accordo con Clemesha e Jadue, ed hanno raccomandato il congelamento del contratto, come strumento di pressione politica.

"Sarà un contributo piccolo, ma sara' specifico, cioe' mirato alla radice del problema. L'accordo puo' essere reso funzionante solo se approvato dalle nazioni del Mercosur. Poiche' l' Uruguay lo ha già approvato, lavoreremo con Argentina e Paraguay. Il governo Lula è stato coraggioso e deve affermare pubblicamente che l'accordo è congelato fino alla ripresa dei negoziati di pace", ha affermato Nilson Mourão del Partito dei Lavoratori (PT - Partido dos Trabalhadores) dello stato di Acre.

Jamal Juma', coordinatore della Campagna della Organizzazione popolare palestinese contro il Muro della "Apartheid" commenta: "Dopo anni di lotta politica, siamo molto contenti per questa decisione. E' una vittoria importante, che è stata resa possibile solo dallo esteso e convinto sostegno fornito dalla società civile in Brasile.

Questa decisione ha dimostrato che i governi democratici dell' America Latina sono alleati per realizzare opere di giustizia e sono pronti ad assumere una posizione di principio sulla Palestina, anche quando sono sottoposti alla pressione israeliana. La delegazione di Lieberman ha cercato di allettare il Brasile con l'esca fraudolenta di poter diventare "mediatori" nella regione, se si fossero dimostrati "imparziali" e avessero sostenuto gli interessi di Israele nell'ambito dello accordo di libero scambio. Tuttavia i politici brasiliani non sono caduti nella trappola.

Ora chiediamo all'OLP ed alla Autorità Nazionale Palestinese di vigilare che il "No" alla zona di libero scambio per Israele costituisca in futuro una priorità per le loro politiche regionali estere."

La lotta per negare ad Israele la zona di libero scambio Mercosur non è ancora finita; il progetto sarà ulteriormente analizzato dalle Commissioni per lo Sviluppo Economico e da quella del Commercio e dell' Industria, e dal Parlamento. Sarà poi portato allo esame del Senato. Tuttavia è improbabile che la decisione di ieri possa essere ribaltata, ed essa ha trasformato il processo di ratifica dell' accordo di libero scambio da parte del Brasile e da altre nazioni del Mercosur in un efficace strumento di pressione su Israele.

The Palestine Monitor
Fonte: http://axisoflogic.com
Link: http://axisoflogic.com/artman/publish/Article_56940.shtml


* - Il Mercosur ("Mercato del Sud") e' un mercato comune di libero scambio tra le nazioni del Sud-America. Il suo proposito consiste nella promozione di fluidi movimenti di merci, cittadini e monete nazionali.

Nel corso del vertice tra Presidenti del dicembre 2004 fu concordata la fondazione del Parlamento Mercosur. Esso entro il 2010 dovrebbe annoverare 18 rappresentanti per ciascuna nazione.

Rimane tuttora incerta, tuttavia, la prospettiva di una accresciuta integrazione politica all'interno della organizzazione, sul modello della Unione Europea.

Il Mercosur rappresenta 270 milioni di cittadini.

In dicembre 2007 il Mercosur sottoscrisse un accordo di libero scambio con Israele, tuttora soggetto a ratifica dei Parlamenti nazionali.

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