lunedì 31 agosto 2009

Insegnanti in mutande come la Ministra Gelmini?




Dopo un anno di statistiche sulla popolarità del premier Berlusconi e del governo Berlusconi, qualcuno - sempre in “casa” Berlusconi - ha pensato bene di cambiare genere. Facendo un sondaggio - letteralmente, e ci si passi il termine - col culo. Anzi coi culi di alcune giovani fanciulle. Titolo: “Il lato B che fa la differenza”. Autore: il Tgcom, cioè il sito internet dei tiggì Mediaset, che ha chiesto ai suoi lettori di votare il fondoschiena “da urlo” dell’estate 2009. Vincitrice a furor, è proprio il caso di dirlo, di popolo: il ministro per la Pubblica istruzione,Mariastella Gelmini. Che - grazie alla passione per la spiaggia e una abbacinante foto in bikini - ha potuto mettere in mostra il suo lato migliore. Fisicamente parlando, s’intende.
Certo: il ministro - 36 anni appena compiuti e un sedere tonico e rotondo - ha dovuto sudare sette camicie per conquistare la palma del deretano più amato dagli italiani. Ma alla fine ce l’ha fatta. Come ha scritto oggi... in tono (quasi) trionfale il quotidiano berlusconiano “Il Giornale” (quello dell’editore Berlusconi Paolo, fratello con più capelli, ma forse meno cervello del più noto Berlusconi Silvio): Gelmini ha battuto tutte le altre agguerritissime concorrenti conquistando il 30% dei voti. Staccando di ben 7 punti la seconda classificata, la modella polacca Ania Goledzinowska (23%). E mettendo in riga anche la ex letterina, Alessia Fabiani (22%) e la soubrette Sara Tommasi (14%). Quinta classificata: la (presunta) “pupa” napoletana del padre padrone di Mediaset, Noemi Letizia. Che però - a soli diciott’anni - ha tutto il tempo per rifarsi da questa prima delusione professionale (se così si può dire).
Numeri a parte, la vittoria del ministro non stupisce più di tanto. Perchè nella vita di Mariastella Gelmini - per quel poco che è dato di sapere a lettori ed elettori - quel benedetto “lato B” ha sempre avuto una parte importante. Per lo meno in senso lato e metaforico. Fortuna e coincidenze, infatti, hanno sempre giocato a suo favore. Come nel 2001, quando da neolaureata in legge avrebbe dovuto dare l’esame da avvocato nella natia Brescia, dove l’anno prima una pattuglia di commissari feroci aveva stangato quasi il 70% dei candidati. Avrebbe dovuto, dicevamo. Perchè - va da sè, per pura coincidenza (e come raccontò Gian Antonio Stella sulle pagine del “Corriere”) - la ministra che avrebbe fatto del merito e dello studio matto e disperatissimo le sue parole d’ordine, allora ebbe l’inusuale opportunità di prendere la residenza a Reggio Calabria. Luogo, certo, un tantino lontano da casa. Ma dove i promossi erano il 90%. Ministro - che passò l’esame - compreso. Il colpo di fortuna più grosso, per il ministro dal sedere portentoso, però arrivò solo qualche anno dopo, e precisamente nel 2005. Quando l’allora 32enne Gelmini - che all’epoca era assessore provinciale all’Agricoltura in terra bresciana - ebbe l’occassione davvero d’oro di mettere a frutto un’amicizia di quelle che contano: quella con il giardiniere di Berlusconi, al secolo Giacomo Tiraboschi. Che appunto, in una tranquilla serata di 4 anni fa, la presentò - aumma aumma - al Cavaliere. Che - come è noto - è un grande appassionato di cactus. E che - cosa meno nota - deve dare un certo peso a chi i cactus glieli cura.
Nessuno sa cosa accadde quella sera. Neppure quel maligno di un giornalista de “La Repubblica” - al secoloSebastiano Messina - che rivelò a lettori ed elettori la potenza del giardiniere di Arcore. Ma si sa bene cosa accadde dopo. In 3 mesi la giovanissima Mariastella diventò coordinatrice regionale di Forza Italia in Lombardia. In tre anni ministro. Un’ascesa fatta con una rapidità - altro aggettivo per definirla non c’è - incredibile. Talmente incredibile che da allora - dalla nomina della bresciana neo-regina del lato “B” a ministro dell’educazione dei figli degli italiani - i maligni hanno preso a malignare. Qualcuno ha perfino accostato il suo nome a (presunte, anzi presuntissime)intercettazioni boccaccesche, con protagoniste ministre disinibite e disponibili ai voleri del capobottega. Solo fantasie - ovviamente - di chi alla fortuna “imperatrix mundi” proprio non vuole arrendersi.
La realtà, però, è che non tutti sono fortunati come Mariastella Gelmini che - a soli 36 anni - è riuscita a piazzare il suo meraviglioso popò sulla poltrona di ministro che fu prima di lei di filosofi del calibro di Giovanni Gentile e Benedetto Croce. Non lo sono stati - fortunati - per esempio i suoi attuali dipendenti. Cioè quegli insegnanti e tecnici precari che - quest’anno; causa innumerevoli tagli (raccontati per filo e per segno dal blog “Ascuoladibugie”) - rischiano di rimanere senza uno straccio di posto e stipendio. E allora? E allora, d’accordo: forse la scuola dell’ex Belpaese - che vanta più bidelli che carabinieri - sarà anche un mezzo stipendificio. Ma il compito di disboscare non lo si poteva dare a un ministro con un lato “B” un tantino meno sviluppato? Non per altro. E’ che va bene la fortuna. E vanno bene anche i concorsi per i sederini famosi. Ma il rischio è che qualcuno si possa sentire un tantino preso per i fondelli.
Scritto da Bamboccioni alla riscossa

Servizi segreti: le leve lunghe della strategia della tensione internazionale


Mentre il movimento per la verità sull’11 settembre annuncia un grande raduno a Parigi per il prossimo 9-10-11 ottobre, e mentre vengono lanciati altri due appelli per la riapertura dell’inchiesta sotto controllo internazionale - uno rivolto agli Attori e Artisti di tutto il mondo, l’altro ai giornalisti (i più colpevolmente silenziosi su questa spinosa materia a causa della loro superiore responsabilità) - leggo con piacevole stupore notizie che dovrebbero risvegliare (se ne avessero una) la coscienza dei kamikaze di Bush.

Chi ci segue ricorderà le risatine da costoro indirizzate a Seymour Hersh per le sue rivelazioni sui “corpi separati”delle agenzie di sicurezza, dei servizi segreti americani (ovviamente non solo di quelli). Quelle strutture, cioè, che agiscono su commissione ma del tutto al di fuori delle regole ammesse, con finanziamenti segreti, per operazioni terroristiche segrete e ogni sorta di nefandezze, il tutto in nome della sicurezza nazionale. In realtà in nome di operazioni di gruppi e potentati che costruiscono strategie e provocazioni anche contro la sicurezza nazionale dei paesi che dovrebbero difendere.

Ricorda niente tutto cio? A me ricorda l’11 settembre. Ma lasciamo stare per il momento.

I kamikaze di Bush e tutta la sterminata serie di stupidelli, anche colti, che mostrano stupore e incredulità quando gli si presentano scenari da incubo, alzando immediatamente l’accusa di “complottismo”, così da poter evitare di proseguire l’aalisi e potersi tranquillizzare scrivendo le versioni ufficiali già bell’e precotte, ecco, dicevo, tutti questi pirla potrebbero oggi leggersi le rivelazioni del «New York Times» del 21 agosto 2009, dalle quali, quasi innocentemente, emerge che la CIA, cioè il Governo degli Stati Uniti, con Bush e anche con Obama, usa i servigi della Blackwater. E li userà ancora per qualche anno, mentre la signora Hillary Clinton dichiara che sarà molto difficile liberarsene del tutto.

Nel frattempo quei servigi passano, in parte, a un’altra impresa analoga, privata anch’essa, la DynCorp International.

E, sempre nel frattempo, la Blackwater si è ribattezzata Xe Services e continua a eseguire contratti con il Governo degli Stati Uniti per 210 milioni di dollari l’uno (fino al 2011) e per 6 milioni di dollari l’altro, per altri tre anni, per formare guardie di sicurezza nelle tattiche anti-terrorismo.

Tutte cose inoffensive, come per esempio “trasportare diplomatici” (leggi agenti e altri) nelle aree di guerra, raccogliere informazioni (leggi spiare privatamente per conto del governo).

Ma anche, udite, udite, kamikaze di Bush, per assassinare persone in ogni parte del mondo dove lo si ritenesse utile e necessario. Ovviamente in totale segretezza.

Il giornale (firme Mark Landler e Mark Mazzetti) scrive che «la decisione di usare Blackwater per un programma di assassinii fu presa per disperazione nel 2004».

Può darsi che sia così, ma la cosa interessante è che i due autori, fondandosi su fonti anonime (come Hersh del resto), rivelano il meccanismo. Che è quello che qualcuno dovrebbe spiegare a Umberto Eco, visto che sembra non lo conosca: cioè affidare a degli esecutori esterni il compito di commettere crimini e violare le leggi, di assassinare personalità politiche, di calunniare i nemici, di pagare i giornalisti, di organizzare terrorismo e di infiltrare propri uomini nei gruppi terroristici, per far loro eseguire operazioni nelle quali essi credono di portare avanti i propri interessi, mentre in realtà eseguono un programma esterno di cui non conoscono i fini.

Qui vengono addirittura fatti i nomi. Alcuni. Per esempio quello di José A. Rodriguez. Jr., capo del “servizio clandestino” della CIA. Notare la finezza: servizio clandestino? Clandestino per chi? Ma per la stessa CIA, clandestino per il governo USA, che non devono saperne niente.

E si prosegue raccontando che «Mr Rodriguez aveva stretti legami con Enrique Prado, un ufficiale operativo di carriera della CIA (un killer, per intenderci, ndr) , il quale aveva recentemente lasciato l’agenzia per diventare un senior executive della Blackwater.»

Da lì, continua il giornale americano, Rodriguez e altri dirigenti della CIA assegnarono alla Balckwater il compito di dare la caccia e di uccidere i leader di al-Qa‘ida.

Visto come si fa? E non viene in mente a nessuno la storia, identica nella sua struttura – da noi raccontata nel film “Zero” con il contributo di Jürgen Elsässer– della MPRI, Military Professional Research Incorporated? Quella società privata, tutta zeppa di ex generali del Pentagono, e di ex agenti della CIA e dell’FBI, oltre che, s’intende, del Mossad, che venne reclutata appunto dal Pentagono per reclutare a sua volta i mujaheddin, da mandare in Bosnia a massacrare i serbi ortodossi, al servizio di quel campione di democrazia occidentale che si chiamava Alija Izetbegovic.

Adesso anche la MPRI ha cambiato nome, ma se uno volesse avere molti nomi del “Database” (questa è la traduzione di al-Qa‘ida) basterebbe che andasse a cercarli nei libri paga della MPRI.

Piano piano, centimetro per centimetro, la verità viene fuori. Con grande fatica perché bisogna scavare nelle pieghe del mainstream. Ma se aspettiamo che i giornalisti lo facciano, aspetteremo a lungo.

di Giuletto Chiesa

Link: http://www.megachipdue.info/finestre/zero-11-settembre/447-nuove-rivelazioni-sui-corpi-separati-dei-servizi-segreti-le-leve-lunghe-della-strategia-della-tensione-internazionale.html

domenica 30 agosto 2009

Lo Stato della California chiede la carità


  • Il garage sale e’ un istituzione fondamentale dei weekend americani, i mercatini autogestiti da chi vuole ripulire garage e soffitte di oggetti dismessi arrotondando il bilancio familiare sono pietra miliare di un micromercato della domenica che e’ consuetudine nazionale. Questo fine settimana anche la California ha tenuto la propria svendita, radunando in un hangar di Sacramento un armamentario di surplus, attrezzature e beni sequetsrati dallo stato. Da computer e blackberry superscontati a ferramenteria della forestale ad attrezzatura medica, piu’ esemplari scelti del parco macchine statale a prezzi di estremo favore. Alcuni oggetti, come il giubbotto di pelle autografato dal governatore-terminator (che ha apposto la firma anche a vecchie moto della stradale) sono stati messi all’asta su Ebay onde fruttare di piu’. Tutto a favore del deficit dello stato, una voragine di oltre $26 miliardi che tiene la California in bilico sull’orlo della bancarotta e in cui i ricavati della svendita – che pure dovrebbero ammontare ad alcuni milioni di dollari – sono destinati a svanire senza traccia. Piu’ che altro e’ l’ennesimo doloroso episodio in un “golden state” che come andiamo da tempo ripetendo, e’ ormai parco a tema di un liberismo fallimentare che da trent’annni implementa una formula di governance autolesionista fondata sul micidiale binomio di antistatalismo e populismo che ha finito per devastare le casse pubbliche e quello che era fino agli ani 60 uno dei piu’ efficenti welfare state dell’unione. Ecco quindi uno stato che cerca di vendere penitenziari e stadi (S. Quentin e il Collosseum di Los Angeles), licenzia maestri a migliaia e chiude parchi e ospedali o, come e’ avvenuto la scorsa settimana a Los Angeles, decide di appaltare la gestione di 250 scuole pubbliche a societa’ private.


    di Luca Celada

I patti segreti di Berlusconi con il colonnello


C'è un governo affamato d'armi. Cerca arsenali perché si sente debole dopo quarant'anni di regime e teme le rivolte popolari. E vuole montagne di mitragliatori per proseguire la sua spregiudicata politica di potenza che negli scorsi decenni ha contribuito a riempire l'Africa di guerre civili. Questa è la Libia che si materializza negli atti della più sconvolgente inchiesta sul traffico d'armi realizzata in Italia: verbali, intercettazioni, pedinamenti e rogatorie che raccontano l'ultimo eldorado del commercio bellico. E dove dignitari vicinissimi al colonnello Gheddafi si muovono con grande spregiudicatezza tra affari di Stato, interessi personali e trame segrete. Questa è la Libia dove si recherà Silvio Berlusconi (scheda a pag. 51), invocando accordi strategici per il rilancio dell'economia ma soprattutto per stroncare definitivamente le partenze di immigrati ed esuli verso Lampedusa. Mentre dagli atti dell'indagine - come può rivelare"L'espresso" - spunta il nome del più importante ente libico che si occupa di quei migranti rispediti indietro dall'Italia. Deportazioni che stanno creando perplessità in tutta Europa e non riescono a scoraggiare la disperazione di chi sfida il mare e spesso muore nel disinteresse delle autorità maltesi.
Prima di Berlusconi un'altra incredibile squadra di imprenditori italiani era corsa a Tripoli per fare affari. Sono i nuovi mercanti di morte, figure inedite e sorprendenti di quarantenni che riforniscono gli eserciti africani di missili, elicotteri e bombardieri. E che passano in poche settimane dai cantieri edili alla compravendita di fucili d'assalto, tank e cannoni. Improvvisarsi commercianti di kalashnikov è facilissimo: trovarne mezzo milione sembra un gioco da ragazzi. Ma tutto è a portata di mano: caccia, radar, autoblindo. Si va direttamente alla fabbrica, in Cina, nell'ex Urss o nei paesi balcanici.
L'importante è avere le conoscenze giuste, conti offshore e una scorciatoia per evitare i controlli. Tutto documentato in tre anni di indagini dalla procura di Perugia. Tutto confermato nella sostanza - anche se non sempre nella rilevanza penale - dagli stessi interessati nei lunghi interrogatori davanti al pubblico ministero Dario Razzi.

Un filo di fumo
Come spesso accade le grandi trame hanno un inizio banale, perso nella noia della campagna umbra. Nel dicembre 2005 i carabinieri di Terni stavano indagando su un piccolo giro di hashish. L'attenzione dei militari si è concentrata su Gianluca Squarzolo, che lavorava per una azienda insolitamente attiva negli appalti della cooperazione internazionale: la Sviluppo di Terni. Soprattutto in Libia è riuscita a entrare tra i fornitori della nomenklatura più vicina al colonnello Gheddafi. Ha ristrutturato palazzi e ville. Merito soprattutto dei contatti che si è saputo costruire Ermete Moretti, vulcanico manager toscano. Al pm Razzi racconta di avere accompagnato uno specialista di ozonoterapia per curare il leader massimo della Jamairhia: "Anche solo a livello di fargli fare delle iniezioni, sicuramente un bello screening me l'hanno fatto prima, per vedere se ero una persona di qualche servizio segreto". Come in tutti i paesi arabi, anche a Tripoli per fare affari ci vogliono conoscenze e mazzette. Così Moretti non si sorprende quando nel marzo 2006 gli viene proposto un nuovo business: una fornitura colossale di mitragliatori. A parlarne è Tafferdin Mansur, alto ufficiale nel settore approvvigionamenti dell'esercito libico, "vicino al capo di stato maggiore generale Abdulrahim Alì Al Sied". Muoversi in questo settore, però, richiederebbe figure con una certa esperienza. Invece per la prima missione viene incaricato Squarzolo che parte verso Tripoli con un piccolo campionario. Quando i carabinieri gli ispezionano i bagagli a Fiumicino invece dell'hashish trovano tutt'altra merce: un catalogo di armamenti. Capiscono di essersi imbattuti in qualcosa di grosso: lo lasciano andare e fanno partire le intercettazioni. Che individuano gli altri soci.

Mister Gold Rock
C'è Massimo Bettinotti, 42 anni, radicato nello Spezzino e abile nello scovare contratti bellici. C'è Serafino Rossi, imprenditore agricolo a lungo vissuto in Perù che legge Jane's, la rivista militare più autorevole, e tra una semina e l'altra sa riconoscere ogni modello di caccia. Il nome più misterioso è quello di Vittorio Dordi, 44 anni, nato a Cazzaniga in provincia di Bergamo e studi interrotti dopo la licenza media. E la sua carriera pare ricalcata da un romanzo. Racconta di essere emigrato dalle fabbrichette tessili lombarde all'Uzbekistan per costruire impianti e telai. Nel '98 apre un ufficio in Congo: spiega di essere stato chiamato dal presidente Kabila per rivitalizzare la coltivazione del cotone. Ma la sua vocazione è un'altra. In Congo diventa una sorta di consigliere del ministro della Difesa, ottiene un passaporto diplomatico e la concessione per una miniera di diamanti. Nel 1999 a Cipro fonda la Gold Rock e comincia a muoversi sul mercato russo degli armamenti: "Diciotto anni di esperienza, sa: sono abbastanza conosciuto...", si vanta con il pm. La sua specialità - racconta - è la Georgia, dove si producono ordigni pregiati. Nell'interrogatorio cita il Sukhoi 25, un bombardiere che è la fenice dei conflitti africani. Un aereo corazzato, progettato ai tempi dell'invasione dell'Afghanistan: robusto, semplice, decolla anche da piste sterrate e non teme né le cannonate né i missili. Ogni tanto stormi fantasma di questi jet, con equipaggi mercenari, spuntano all'improvviso nei massacri del continente nero. Anche in Congo, ovviamente. Dordi non si presenta come un semplice compratore: parla di un suo ruolo nell'azionariato delle aziende che costruiscono caccia ed elicotteri. Millanterie? I depositi bancari rintracciati dai magistrati a Malta, a Cipro e a San Marino sembrano indicare transazioni rilevanti e un tesoretto di 22 milioni di euro al sicuro sul Titano.
Ma le sorprese di Mister Gold Rock non sono finite. "Voi pensate a Dordi come a uno che vende solo armi, mica è vero", spiega al pm il suo amico Serafino Rossi: "M'ha detto che lui è socio di un grosso costruttore spagnolo, che fa strade, ponti, quello che stava comprando il Parma". È Florentino Perez quel costruttore spagnolo, deduce il procuratore: il boss del Real Madrid che ha speso cifre folli per la sua squadra stellare. Perez, racconta sempre Rossi, avrebbe investito forte in Congo e Dordi conta di lavorarci insieme, "visto che sono molto amici ". Assieme ai nuovi sodali, Dordi discute anche qualche altro affaruccio: 50 mila kalashnikov e 5000 mitragliatrici russe destinate "a un sedicente rappresentante del governo iracheno" da spedire con "il beneplacito del governo americano"; cannoni navali per lo Sri Lanka, elicotteri per il Pakistan, Mig di seconda mano dalla Lituania.

Operazioni coperte
Per uno come lui, i kalashnikov sono merce di scarso valore. Ma sa che i libici cercano ben altro: venti anni di embargo, decretati dopo gli attentati di Lockerbie e Berlino, hanno reso Tripoli ghiotta. Dordi spera di sfruttare i contatti partiti dall'Umbria per strappare qualche commessa più ricca. Descrive al pm nel dettaglio gli incontri con i responsabili del riarmo libico: vogliono apparati per modernizzare i carri armati T72, elicotteri da combattimento, missili terra-aria di ultimissima generazione. Insomma, il meglio per riportare l'armata di Gheddafi ai fasti degli anni Settanta.E allora perché tanta insistenza nel cercare una montagna di vecchi Kalashnikov, tutti del modello più antico e rustico? Mezzo milione di Ak47 e dieci milioni di proiettili, una quantità di gran lunga superiore alle necessità dell'esercito libico. Sono gli stessi indagati a dare una risposta nelle intercettazioni: "Li vogliono regalà a destra e manca, capito?". Il pm parla di "esigenze politico-militari, gli indagati sanno che parte della commessa sarà ceduta a terzi. Nessun problema per loro se le armi dovessero essere destinate a Stati o movimenti in contrasto con la politica estera italiana". È una vecchia storia. Dalla fine degli anni Settanta i libici hanno cercato di esportare la loro rivoluzione verde in mezzo mondo, donando casse di ordigni: dal Ciad al Nicaragua, dal Sudan alla Liberia.

Tangentopoli a Tripoli
I nostri connazionali sono maestri nell'esperanto della bustarella. Pagano le rette del college londinese per il figlio del colonnello Mansur, più una mazzetta da 250 mila dollari; altrettanti all'ingegnere libico che esamina lo shopping bellico. I soldi li fanno gonfiando i costi: i kalashnikov vengono pagati 85 dollari e rivenduti a Tripoli per 136. "Su 64 milioni e 800mila dollari che i libici pagheranno, il 60 per cento andrà agli italiani". Ma i soldi non restano nelle loro tasche: "Non sono poi infondate le pretese dei libici di ottenere un prezzo della corruzione più elevato rispetto a quanto finora corrisposto", continua con un filo di ironia il pm. Gli oligarchi della Jamairhia sanno però che il loro potere va difeso. Nella primavera 2006 la rivolta islamica di Bengasi, nata come protesta contro la t-shirt del ministro Calderoli, li sorprende. Si teme anche per la salute di Gheddafi. Per questo chiedono con urgenza strumenti anti-sommossa: 250 mila pallottole di gomma, 750 lancia granate lacrimogene, scudi e corpetti protettivi.

Email a raffica
Come si fa a trovare mezzo milione di mitragliatori? Basta scrivere una mail alla Norinco, il colosso cinese dove i compratori con buone referenze sono accolti sempre a braccia aperte. "Nessun problema, noi non andiamo in ferie: in tre mesi avrete i primi 100mila", rispondono al volo. Si trovano anche le società - a Malta e a Cipro - che secondo gli inquirenti servono ad aggirare i divieti della legge italiana. I libici però sono tutt'altro che sprovveduti: prima vogliono provare dei campioni della merce. Così Moretti e Bettinotti organizzano l'invio dalla Cina a Tripoli di 6 fucili d'assalto e 18 caricatori. Ma c'è un intoppo: nel documento di spedizione, cinesi hanno indicato il nome di Bettinotti, vanificando la rete di copertura. C'è il rischio che l'affare salti. Tra le due sponde del Mediterraneo si cerca una soluzione. Che porta il nome di Khaled K. El Hamedi, presidente della grande holding libica Eng Holding. Secondo la procura questa holding "ha intermediato l'affare dei kalashnikov ". El Hamedi è un pezzo da novanta della nomenklatura libica. È cognato di uno dei figli di Gheddafi. In più, come ricostruisce a"L'espresso" una fonte che chiede l'anonimato "il padre è il generale Khweldi El Hamedi, il membro più rispettato del Consiglio del Comando della Rivoluzione: una personalità che ha ricoperto varie cariche nei ministeri della Difesa, dell'intelligence e dell'istruzione".

Mitra e diritti umani
La notte del 14 settembre 2006, Bettinotti invia un fax allo 00218214780777: è destinato alla Eng Holding, all'attenzione di Khaled El Hamedi, per trasmettere la bolla di spedizione dei kalashnikov "artefatta dal Bettinotti per evitare che si possa risalire a lui". Quel numero di fax corrisponde anche, come "L'espresso" è in grado di rivelare, a una importante Ong di cui Khaled El Hamedi è presidente: la "International organization for peace, care, and relief" (www.iopcr.org) di Tripoli. Un'organizzazione molto attiva nel soccorso alla popolazione palestinese, ma anche nell'assistenza agli immigrati che transitano per la Libia. Racconta a "L'espresso" una fonte autorevole che opera nel settore dei diritti umani: "È la più grande organizzazione libica attiva nel settore degli immigrati. Hanno accordi con l'Alto commissariato Onu per i rifugiati per consentire l'accesso al campo di detenzione di Misratah". Si tratta di una delle strutture dove finiscono anche i migranti respinti dal nuovo accordo Italia-Libia. "Loro sono gli unici che possono entrare in certe strutture. Ogni associazione che lavora nel settore dell'immigrazione deve passare da loro. Hanno lavorato anche con il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir)". Nel 2008 Savino Pezzotta, presidente del Cir, e Khaled El Hamedi si sono incontrati a Roma per firmare un accordo di collaborazione in difesa dei migranti.

Game over
I sogni bellici degli impresari all'italiana si sono fermati al campionario di sei kalashnikov. Nel febbraio 2007 partono gli ordini d'arresto. Squarzolo, Moretti, Rossi e Bettinotti vengono catturati subito. Vittorio Dordi invece resta in Congo. Le entrature, come lui stesso dichiara, non gli mancano: "Il 16 agosto 2007 sono andato nell'ambasciata d'Italia e ho parlato con il console generale Edoardo Pucci, che è un mio conoscente da quattro anni, che veniva a casa mia a cena e io andavo pure a casa sua. L'ho messo al corrente della situazione". Poi - continua - è la volta dell'ambasciata americana dove parla "con il security officer della Cia". Ma la sua posizione ormai è compromessa. Nel settembre 2008 Dordi viene espulso dal Congo come persona non gradita e finisce agli arresti. L'udienza preliminare si è tenuta a giugno: in due hanno patteggiato una condanna a 4 anni. La Sfinge invece si prepara a respingere le accuse nel processo, forte dell'assistenza di Giulia Bongiorno, deputato del Pdl e presidente della Commissione giustizia. La migliore arma di difesa possibile.

di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi

La Perdonanza e le indulgenze mancate 2009


Venerdì scorso il Tg1 diretto dall'ineffabile Minzolini, incurante del fatto che le notizie del giorno fossero l'attacco del "Giornale" contro il direttore dell'"Avvenire", lo scontro tra la Cei e la Santa Sede da un lato e il presidente del Consiglio dall'altro e infine la querela di Berlusconi a Repubblica per le 10 domande a lui dirette e rimaste da giugno senza risposta; incurante di queste addirittura ovvie priorità, ha aperto la trasmissione delle ore 20 con l'intervento del ministro Giulio Tremonti al meeting di Comunione e Liberazione.

Farò altrettanto anch'io. Quell'intervento infatti è rivelatore d'un metodo che caratterizza tutta l'azione di questo governo, mirata a sostituire un'onesta analisi dei fatti con una raffigurazione completamente artefatta e calata come una cappa sulla pubblica opinione curando col maggiore scrupolo che essa non percepisca alcun'altra voce alternativa.

Cito il caso Tremonti perché esso ha particolare rilievo: la verità del ministro dell'Economia si scontra infatti con dati ed elementi di fatto che emergono dagli stessi documenti sfornati dal suo ministero, sicché l'improntitudine tocca il culmine: si offre al pubblico una tesi che fa a pugni con i documenti ufficiali puntando sul fatto che il pubblico scorda le cifre o addirittura non le legge rimanendo invece colpito dalle tesi fantasiose che la quasi totalità dei "media" si guardano bene dal commentare.

Dunque Tremonti venerdì a Rimini al meeting di Cl. Si dice che fosse rimasto indispettito per il successo riscosso in quello stesso luogo due giorni prima di lui dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, con il quale ha da tempo pessimi rapporti. Non volendo entrare in diretta polemica con lui si è scagliato contro gli economisti e i banchieri.

Nei confronti dei primi l'accusa è di cretinismo: non si avvidero in tempo utile che stava arrivando una crisi di dimensioni planetarie. Quando se ne avvidero - a crisi ormai esplosa - non chiesero scusa alla pubblica opinione e sdottorarono sulle terapie da applicare mentre avrebbero dovuto tacere almeno per due anni prima di riprendere la parola.

Nei confronti dei banchieri la polemica tremontiana è stata ancor più pesante; non li ha tacciati di cretinismo ma di malafede. Nel momento in cui avrebbero dovuto allentare i cordoni della borsa e aiutare imprese e consumatori a superare la stretta, hanno invece bloccato le erogazioni. "Il governo" ha detto il ministro "ha deciso di non aiutare i banchieri ma di stare vicino alle imprese e ai consumatori".

Così Tremonti, il quale si è spesso auto-lodato di aver avvistato per primo ed unico al mondo l'arrivo della "tempesta perfetta" che avrebbe devastato il mondo intero.

Ho più volte scritto che la primazia vantata da Tremonti non è esistita, ma ammettiamo che le sue capacità previsionali si siano manifestate. Tanto più grave, anzi gravissimo è il fatto che la politica economica da lui impostata fin dal giugno 2008 sia stata l'opposto di quanto la tempesta perfetta in arrivo avrebbe richiesto. Sarebbe stato infatti necessario accumulare tutte le risorse disponibili per fronteggiare l'emergenza, per sostenere la domanda interna, per finanziare le imprese e i redditi da lavoro.
Tremonti fece l'esatto contrario. Abolì l'Ici sulle prime case dei proprietari abbienti (sui proprietari meno abbienti l'abolizione di quell'imposta l'aveva già effettuata il governo Prodi). Si accollò l'onere della liquidazione di Alitalia. Versò per ragioni politico-clientelari fondi importanti ad alcuni Comuni e Province che rischiavano di fallire. Dilapidò risorse consistenti per "aiutini" a pioggia.

In cifre: le prime tre operazioni costarono oltre 10 miliardi di euro; la pioggia degli aiutini ebbe come effetto un aumento del 5 per cento della spesa corrente ordinaria per un totale di 35 miliardi. Ho chiesto più volte che il ministro elencasse la destinazione di questo sperpero ma questo governo non risponde alle domande scomode; resta comunque il fatto.

Ne deduco che il ministro preveggente fece una politica opposta a quello che la preveggenza avrebbe dovuto suggerirgli. Se gli economisti sono cretini che dire di chi, avendo diagnosticato correttamente, applicò una terapia sciagurata?

Quanto ai banchieri: il governo Berlusconi-Tremonti si è più volte vantato di avere ottenuto, nei primissimi incontri parigini avvenuti dopo lo scoppio della crisi, interventi di garanzia a sostegno di eventuali "default" bancari. In Italia tali interventi non furono necessari (altrove in Europa ci furono in misura massiccia) perché le nostre banche erano più solide che altrove, situazione riconosciuta ed elogiata dallo stesso ministro quando ancora i suoi rapporti con Draghi erano passabili. Se ci fu un blocco nei crediti interbancari, questo fu dovuto ai dissesti bancari internazionali. Se c'è tuttora scarsa erogazione creditizia ciò si deve al fatto che i banchieri guardano attentamente al merito del credito e debbono farlo.

Tremonti sostiene che i soldi delle banche riguardano le banche mentre quelli del Tesoro riguardano i contribuenti. Ma su un punto sbaglia di grosso: il credito elargito dalle banche è di proprietà dei depositanti che sono quantitativamente addirittura maggiori dei contribuenti.

Concludo dicendo che il nostro ministro dell'Economia ha detto al meeting di Cl un cumulo di sciocchezze assumendo per l'occasione un "look" da profeta biblico che francamente non gli si addice. Ha riscosso molti applausi, ma il pubblico del meeting di Cl applaude convintamente tutti: Tremonti e Draghi, Tony Blair e Bersani, Passera e Tronchetti Provera, il diavolo e l'acqua santa e naturalmente Andreotti. Chi varca quei cancelli si "include" e questo è più che sufficiente per batter le mani. Ecco una questione sulla quale bisognerà ritornare.

* * *
Torniamo ai fatti rilevanti di questi giorni: l'aggressione del "Giornale" all'"Avvenire", il rapporto tra il premier e le gerarchie ecclesiastiche, la querela di Berlusconi contro le domande di Repubblica. Sul nostro giornale sono già intervenuti in molti, da Ezio Mauro a D'Avanzo, a Sofri, a Mancuso, al documento firmato da Cordero, Rodotà e Zagrebelsky sul quale si sta riversando un plebiscito di consensi che mentre scrivo hanno già superato le cinquantamila firme.

Poiché concordo con quanto già stato scritto in proposito mi restano poche osservazioni da aggiungere.
Che Vittorio Feltri sia un giornalista dedito a quello che i francesi chiamano "chantage" o killeraggio che dir si voglia lo sappiamo da un pezzo. Quella è la sua specialità, l'ha praticata in tutti i giornali che ha diretto. Proprio per questa sua caratteristica fui molto sorpreso quando appresi tre anni fa che la pseudofondazione che gestisce un premio intitolato al nome di Mario Pannunzio lo avesse insignito di quella medaglia che in nulla poteva ricordare la personalità del fondatore del "Il Mondo".

I telegiornali e buona parte dei giornali hanno parlato in questi giorni del "giornale di Feltri" omettendo una notizia non secondaria e non sempre presente alla mente dei lettori: il "giornale di Feltri" è il "Giornale" che fu fondato da Indro Montanelli, per molti anni di proprietà di Silvio Berlusconi e poi da lui trasferito prudentemente al suo fratello.

Lo stesso Feltri ha scritto che dopo aver ricevuto la nomina da Paolo Berlusconi si è recato a Palazzo Chigi dove ha avuto un colloquio di un'ora con il presidente del Consiglio. Una visita di cortesia? Di solito un direttore di un giornale appena nominato non va in visita di cortesia dal presidente del Consiglio. Semmai, se proprio sente il bisogno di un atto di riguardo verso le istituzioni, va a presentarsi al Capo dello Stato. E poi un'ora di cortesie è francamente un po' lunga.
Lo stesso Feltri non ha fatto misteri che il colloquio ha toccato molti argomenti e del resto la sua nomina, che ha avuto esecuzione immediata, si inquadra nella strategia che i "berluscones", con l'avvocato Ghedini in testa, hanno battezzato la controffensiva d'autunno.

Cominciata con Minzolini al Tg1 è continuata con l'arrivo di Feltri al "Giornale" e si dovrebbe concludere tra pochi giorni con la normalizzazione di Rete Tre e l'espianto di Fazio, Littizzetto, Gabanelli e Dandini.
La parola espianto è appropriata a questo tipo di strategia: si vuole infatti fare terra bruciata per ogni voce di dissenso. Non solo: si vogliono mettere alla guida del sistema mediatico persone di provata aggressività senza se e senza ma quando la proprietà del mezzo risale direttamente al "compound" berlusconiano, oppure di amichevole neutralità se la proprietà sia di terzi anch'essi amichevolmente neutrali.

Berlusconi avrà certamente illustrato a Feltri la strategia della controffensiva e i bersagli da colpire. Aveva letto l'attacco contro il direttore dell'"Avvenire" prima della sua pubblicazione? Sapeva che sarebbe uscito venerdì? Lo escludo. Feltri è molto geloso della sua autonomia operativa e non è uomo da far leggere i suoi articoli al suo editore. Ma che il direttore di "Avvenire" fosse nel mirino è sicuro. Berlusconi si è dissociato e Feltri ieri ha chiosato che aveva fatto benissimo a dissociarsi da lui. "Glielo avrei suggerito se mi avesse chiesto un parere".

Si dice che la gerarchia vaticana avrebbe sollecitato il suo licenziamento, ma Berlusconi, se anche lo volesse, non lo farà. L'ha fatto con Mentana, ma Mentana non è un giornalista killer. Farlo con Feltri sarebbe assai pericoloso.
Una parola sulle dichiarazioni di dissenso da Feltri fatte ieri da tutti i colonnelli del centrodestra, da Lupi a Gasparri, a Quagliariello, a Rotondi. Berlusconi si è dissociato? I colonnelli si allineano. E' sempre stato così nella casa del Popolo della Libertà. Tremonti, pudicamente, ha parlato d'altro.
E la Perdonanza?

* * *
Come si sa la Perdonanza fu istituita da Celestino V, il solo papa che si sia dimesso nella millenaria storia della Chiesa, come una sorta di pre-Giubileo che fu poi istituzionalizzato dal suo successore Bonifacio VIII.
I potenti dell'epoca avevano molti modi e molti mezzi per farsi perdonare i peccati, ma i poveri ne avevano pochi e le pene erano molto pesanti. La Perdonanza fu una sorta di indulgenza di massa che aveva come condizione la pubblica confessione dei peccati gravi, tra i quali l'omicidio, la bestemmia, l'adulterio, la violazione dei sacramenti. Confessione pubblica e perdono. Una volta l'anno. Di qui partirono poi le indulgenze ed il loro traffico che tre secoli dopo aveva generato una sistematica simonia da cui nacque la scissione di Martin Lutero.

E' difficile immaginare in che modo si sarebbe svolta l'altro ieri la festa della Perdonanza con la presenza del Segretario di Stato vaticano inviato dal Papa in sua vece e con accanto il presidente del Consiglio a cena e nella processione dei "perdonati". Diciamo la verità: il killeraggio di Feltri contro Boffo ha risparmiato al cardinal Bertone una situazione che definire imbarazzante è dir poco anche perché era stata da lui stesso negoziata e voluta.

Dopo l'attacco di Feltri quella situazione era diventata impossibile, ma non facciamoci illusioni: la Chiesa vuole includere tutto ciò che può portar beneficio alle anime dei fedeli e al corpo della Chiesa.

Se Berlusconi si pentisse davvero, confessasse i suoi peccati pubblicamente, si ravvedesse, la Chiesa sarebbe contenta. Ma se lo facesse sarebbe come aver risposto alle 10 domande di Repubblica. Quindi non lo farà.

Nessun beneficio per l'anima sua, ma resta il tema dei benefici per il corpo della Chiesa. Lì c'è molto grasso da dare e il premier è prontissimo a darlo.
In realtà il prezzo sarà pagato dalla democrazia italiana, dalla laicità dello Stato e dai cittadini se il paese non trarrà da tutto quanto è accaduto di vergognoso ed infimo un soprassalto di dignità.

di EUGENIO SCALFARI

sabato 29 agosto 2009

LOCKERBIE - La storia vera, non raccontata dietro il volo PAN AM 103


"Pensavo di dirigere una compagnia aerea, non un servizio di corrieri del narcotraffico"
Thomas Planket – Presidente Pan American Airlines

Negli ultimi tempi si è molto parlato della Libia come di uno stato che appoggiava il "terrorismo", particolarmente in riferimento all'attentato di Lockerbie.

Alle 19.03 del 21 dicembre 1988 il volo Pan Am 103 esplose in volo. I 259 passeggeri e membri dell'equipaggio che si trovavano a bordo e 11 residenti di Lockerbie in Scozia dove caddero i rottami vennero uccisi. Dopo diversi anni di indagine, nel novembre del 1991, gli Stati Uniti ed il Regno Unito annunciarono pubblicamente che erano state raccolte prove sufficienti che chiedere che la Libia consegnasse due cittadini libici, presunti funzionari governativi, perché venissero processati negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

La Libia venne sottoposta dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU a delle pesanti sanzioni che ne paralizzarono l'economia e quindi giunse alla decisione di consegnare i due presunti colpevoli di aver messo la valigetta con la bomba a bordo dell'aeroplano e di pagare un risarcimento ai familiari delle vittime.

La Libia ha pagato sotto l'esplicita obiezione che la Libia non aveva assolutamente nulla a che fare con la tragedia di Lockerbie del volo Pan Am 103 e perciò non poteva essere resa responsabile. Sui media mondiali questa obiezione non è mai stata menzionata.

Questa ingannevole soppressione dell'intera dichiarazione da parte delle principali agenzie stampa mondiali ha portato alla nozione generalmente accettata ma nondimeno totalmente sbagliata che se hanno pagato lo hanno fatto.

Perché la Libia paga? Per riacquistare il completo status diplomatico ed economico. Ciò avrebbe permesso alle compagnie petrolifere, in particolare degli USA a scapito di quelle europee ed asiatiche, di negoziare contratti del valore di centinaia di miliardi di dollari per trivellare i campi petroliferi statali. Esplicita era stata pure la minaccia da parte degli USA di sottoporre la Libia ad un attacco simile a quello subito dall'Iraq nel 1991.

Secondo Tam Danyell, parlamentare scozzese di Lockerbie, si trattò di un "accordo d'affari" ed al processo uno dei due libici venne assolto e l'altro condannato all'ergastolo. Ammesso che si possa parlare di processo, considerata la corruzione di testimoni, le false prove impiantate, la natura dei testimoni stessi (quasi tutti agenti dei servizi segreti di USA e Gran Bretagna). Infatti, gli agenti dell'FBI arrivarono sul luogo dell'incidente prima della polizia locale, ed avevano dovuto fare i bagagli, prendere a noleggio un aereo o volare a Londra, volo che dura sei ore. (David M. Hoffman-"The Politics of Terror")

La storia vera, non raccontata del volo PAN AM 103

Al tempo, i familiari delle vittime del volo Pan Am 103 avevano iniziato una causa multimiliardaria contro la Pan Am Airlines e la sua compagnia di assicurazioni. La compagnia di assicurazioni, esposta a questa enorme perdita, assunse una piccola società poco conosciuta di New York City, chiamata Interforce.

L'Interforce è un’organizzazione di ex agenti dell’intelligence, CIA, DIA, MI-6, Mossad, BND ecc., che si erano messi in proprio per offrire i loro servizi al settore privato, banche e grandi società, quando la storia di copertura che mettono fuori i servizi di intelligence occorre che sia rivelata, rimossa e presentati i fatti reali.

L'Interforce condusse un’indagine minuziosa, dettagliata e particolareggiata su ciò che accadde al volo Pan Am 103. Il rapporto dell’Interforce, con tutta la documentazione e le prove fu presentato a diversi membri del Congresso USA. James Trafficante, Democratico dell’Ohio, fu l’unico congressista che non soltanto pubblicò un comunicato stampa basato su questa documentazione ma andò davanti al Congresso per metterla agli atti e chiedere un’inchiesta. Poco tempo dopo che James Trafficante pose la questione del Pan Am 103 venne preso di mira per la rimozione dal Congresso, furono portate contro di lui false accuse di essere coinvolto nell’accettazione di tangenti, fu destituito dal Congresso e messo in prigione.

Secondo il rapporto investigativo dell’Interforce, il volo Pan Am 103 “era un aeroplano che trasportava otto agenti della CIA impegnati nel dirigere il narcotraffico utilizzando come collaboratore Monzer al Kassar, un operativo di alto livello della DEA (Drug Enforcement Agency)”. Il rapporto continua: “La DEA e la CIA utilizzavano da anni la Pan American Airlines per trasportare droghe pesanti, narcotici ed eroina che vengono distribuiti dalla CIA e dalla DEA a Detroit, St. Louis, Los Angeles e New York. Il volo Pan Am 103 è stato preso a bersaglio dalla CIA e fatto esplodere in aria perché i suoi agenti stavano ritornando negli Stati Uniti senza autorizzazione per rivelare la copertura della loro operazione”.

Questo è stato documentato in maniera precisa dall’Interforce e John Picton sul Toronto Star, in un articolo del 28 gennaio 1990, rivelò proprio i fatti reali: “Otto agenti della Central Intelligence Agency a bordo di quel volo, un gruppo guidato dal Magg. Gen. Carl Dennis McKee, 43 anni, della Defense Intelligence Agency, dei Rangers, unità di elite aviotrasportata, dei Berretti Verdi, capo squadra per il gruppo del narcotraffico di Oliver North e descritto dalla rivista Time come ‘un arsenale ambulante di pistole e coltelli’”.

L’American Radio Works produsse un documentario di un’ora per settecento stazioni ed anche questo avanzò prove che confermano che agenti della DEA trafficavano in droga a Nicosia, Cipro, ed in altri posti, ma furono catturati a Nicosia e diversi di loro dell’ufficio di Cipro erano sul volo Pan Am 103 e furono uccisi. Quindi il programma racconta la storia di due libanesi da vicino a Tripoli della famiglia Kabbara, che vennero catturati all’aeroporto internazionale di Roma con una scorta di eroina nascosta in attaccapanni di plastica. Il tribunale di Roma dichiarò che l’eroina era destinata agli Stati Uniti e che i Kabbara erano nel libro paga del governo degli USA. L’ufficio della DEA di Cipro lo negò ma i giudici italiani respinsero le argomentazioni: “L’attaché nel paese Michael Hurley non può essere creduto”. Michael Hurley appare anche nei tribunali USA, alla Corte Federale della Florida meridionale, dove lo stesso Hurley ha fornito testimonianza e ha dichiarato che in Libano duecento informatori erano sul libro paga della DEA e controllavano le consegne che venivano organizzate due volte l’anno. Tutto ciò faceva parte dell’affare Iran-Contra. Infatti, secondo la polizia italiana, i Kabbara a Roma avevano una società chiamata Kinex (Kabbara International Export). All’inizio degli anni ’80 la Kinex acquistava forniture militari da fornitori USA e le spediva in Iraq. Qui troviamo l’affare Iran-Contra e gli Stati Uniti che cercano di mettere Iraq ed Iran l’uno contro l’altro. La polizia scoprì che i telefoni della Kinex suonavano nell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma (che pagava anche la bolletta), collegando così l’ambasciata USA, la DEA, la CIA ed i corrieri della droga.

Nei resoconti del Toronto Star, che deriva da quello dall’Interforce, e di altri si pubblica che un rapporto di campo segreto dell’FBI dichiara che “Nessuna valigetta partita da Malta, dove i libici accusati erano andati da Tripoli, è stata mai trasferita sul volo Pan Am 103. Vi era invece una unità speciale di intelligence chiamata Corea, nome in codice per operazioni di narcotraffico della CIA utilizzando società di facciata come Stevens, Mantra Corp., AMA Industries, Wildwoods Indio-Video e Condor Television. Questa organizzazione clandestina gestiva il traffico di eroina insieme a Monzer al Kassar, un agente di alto livello della DEA con delle ben istituite rotte del contrabbando verso città degli USA”.

Il 17 dicembre 1990 la rivista Barron's Financial Weekly riprese questa storia e pubblicò che “Al Kassar era parte della rete dell’Iran-Contra soprintesa da Oliver North e collegato ad Albert Hakim, l’intermediario per il Magg. Gen. Secord dell’aeronautica USA, nel trasferimento di droga nelle città degli USA da parte della DIA e dell’Operazione Corea della CIA”.

L’articolo di Barron’s citava il presidente della Pan Americab Thomas Planket che, dopo avere letto il rapporto investigativo dell’Interforce, affermò: “Intendete rivelarmi che la CIA, la DEA, utilizzano da diversi anni la Pan American Airlines per trafficare in droga. Pensavo di dirigere una compagnia aerea, non un servizio di corrieri del narcotraffico"

Come già menzionato, il rapporto Interforce non fu soltanto pubblicato dal Toronto Star e da Barron’s, ma James Trafficante lo inserì nel registro del Congresso ed insistette perché venisse discusso. A dire il vero, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quando impose le sanzioni lo fece nonostante che il rapporto Interforce e gli articoli su Baron’s ed il Toronto Star fossero stati distribuiti alle Nazioni Unite e presentati al Consiglio di Sicurezza, ma ciò non ebbe alcuna importanza.

“L’attentato alla Pan American è collegato alla doppiezza e ad una trama di narcotraffico della CIA” era il titolo del Toronto Star del 12 novembre 1989: “Washington – La squadra di otto agenti della CIA che era a bordo del volo Pan Am 103 lo scorso 21 dicembre dopo avere concluso una missione per ostaggi a Beirut. Gli agenti erano furibondi quando scoprirono che l’operazione della Central Intelligence Agency in droga ed armi sarebbe stata intensificata ed il leader del gruppo di agenti Magg. Gen. McKee decise che era il momento di svelare l’operazione. Una delle persone importanti nel rapporto, il quarantaduenne Monzer al Kassar, che deteneva due passaporti brasiliani e condivideva gli uffici con molti degli agenti della CIA, entra nel quadro quando al BKA della Germania Ovest vengono fornite informazioni sulle operazioni del contrabbando di droga della CIA centrate sull’aeroporto di Francoforte. Gli addetti ai bagagli sanno quali bagagli cercare e li sostituiscono sistematicamente con dei bagagli identici contenenti la droga che mettono a bordo. Il carico veniva trasferito ad agenti delle dogane concorrenti sulla scena. Le rotte interne operarono stabilmente per lungo tempo. Il BKA e la CIA informarono al Kassar che doveva continuare con i suoi itinerari del narcotraffico, specialmente negli Stati Uniti e nelle loro città”.

E l’articolo su Barron’s di Maggie Mahar afferma che “Tutti gli introiti del narcotraffico sono forse di $500 miliardi annui, fondi integrati nel sistema bancario USA e processati attraverso la Morgan Stanley, la Chase Manhattan, la Citibank, la First National”.

Questi 500 miliardi di dollari si manifestano in quote di controllo di titoli di importanti società USA come Ford Motor Company, AT&T, General Electric ecc. Non si possono distinguere le operazioni della delinquenza o dei narcotrafficanti dal normale funzionamento del capitale finanziario negli Stati Uniti come nel resto del mondo.

La classe dominante è una cospirazione criminale, la natura del potere capitalista e la natura dello stato sono articolate precisamente in questi articoli, la capitolazione di Lockerbie è il paradigma del modo nel quale funziona il capitalismo e la storia nascosta dell’attentato di Lockerbie esprime chiaramente quale realmente sia la natura del dominio imperiale.



Freebooter® 2009

fonte: tomyai@alice.it

venerdì 28 agosto 2009

Tel Aviv contro l'Agenzia atomica internazionale (AIEA) e il suo direttore generale Mohammed El Baradei


Il quotidiano israeliano Haaretz, citando fonti governative e diplomatiche occidentali, riporta la notizia di un duro attacco lanciato dalle autorità di Tel Aviv contro l'Agenzia atomica internazionale (AIEA) e il suo direttore generale Mohammed El Baradei. Secondo il giornale, El Baradei starebbe cercando scientemente di occultare prove raccolte dagli ispettori dell'agenzia in Iran sul programma nucleare segreto degli ayatollah. Le informazioni sono state racchiuse in un allegato riservato firmato dal capo degli ispettori e non inserito nel rapporto ufficiale della AIEA.
Stati Uniti, Francia, Germania premono affinché l'Agenzia pubblichi tutto il materiale in suo possesso in vista della assemblea generale di settembre. L'ufficio del premier israeliano Benyamin Netanyahu non ha confermato né smentito l'offensiva adottata dal governo.
L'azione diplomatica sembra intenzionata a preparare in anticipo il clima favorevole per l'avvento del nuovo direttore della AIEA, il già nominato giapponese Yukiya Amano, che entrerà in carica ufficialmente prima della fine dell'anno.
Amano è stato eletto lo scorso luglio dopo lunghe trattative e travagliate votazioni. Appoggiato dai paesi occidentali, il diplomatico 62enne giapponese ha avuto la meglio sull'altro candidato, il sudafricano Abdul Samad Minty, sostenuto dai paesi del terzo mondo ed emergenti.
Considerato diplomatico prudente dai modi discreti e gentili, un "debole comunicatore", si ritiene che Yukiya Amano possa assumere un atteggiamento più accondiscendete verso le istanze occidentali avverse al programma nucleare iraniano, ed appoggiare un approccio più severo verso Teheran.
Al contrario, il carismatico El Baradei (premio Nobel per la pace nel 2005) si era spesso frapposto ai tentativi di ingerenza politica delle potenze occidentali dentro l'Agenzia atomica, scontrandosi più volte con l'Amministrazione americana del presidente Bush. Non ultimo, lo scorso maggio si era pubblicamente esposto con una intervista al settimanale tedesco Der Spiegel dichiarando che un eventuale attacco di Israele contro l'Iran "sarebbe completamente folle" e "metterebbe a fuoco la regione", un attacco, tra l'altro, da parte di un paese che possiede già un vasto arsenale atomico. Al contempo gli ispettori dell'agenzia monitorano periodicamente i siti nucleari iraniani, e quel paese come aderente al Trattato di Non-Proliferazione (Npt) ha il diritto di proseguire la ricerca e la produzione nel nucleare civile.
La sostituzione di El Baradei con Amano toglie sicuramente di mezzo un ostacolo alle azioni di Israele, che sembra voler minare anche il ricordo dell'ormai ex direttore generale con accuse di parzialità e scorrettezza, mentre il nuovo direttore avrebbe lo spazio e l'incarico per rimettere l'attività dell'agenzia sui giusti binari.
Le prime dichiarazioni di Amano sono parse di prammatica, eppure molto significative. "Da cittadino del Giappone farò il possibile per evitare la proliferazione delle armi nucleari", ha detto subito dopo l'elezione, una sorta di programma centrato sul futuro, mentre non ha fatto menzione dei paesi che già possiedono ed hanno utilizzato gli armamenti atomici. Che Yukiya Amano, "da cittadino giapponese", dovrebbe ben conoscere.

di Simone Santini

Meeting di Comunione e liberazione a Rimini

Comincia oggi il meeting di CL a Rimini, tra i punti all'ordine del giorno:
  1. Avanti con il nonno pedofilo, sono le bambine che provocano
  2. No alla candidatura di Bersani, è comunista
Redazionale: di Onoff
Anche su SudTerrae

Lettera di un'insegnante precaria al Ministro Gelmini


Illustrissimo Ministro Gelmini, quella che sta per leggere, non e’ una lettera come tante,dato che il mio intento,non e’ quello di obiettare sulla sua riforma da lei fortemente voluta e sottoscritta, come credo ne abbia gia lette tante. La mia invece, oserei definirla una lettera di addio, quella che scrivi non riuscendo a trattenere le lacrime che, cadendo sul foglio, cancellano le parole che con tanta fatica hai scritto.

Lettere del genere le scrivono gli innamorati, costretti dal destino a vivere lontani o addirittura a non vedersi più, o chi è sul punto di compiere un gesto estremo; ma mai, avrei potuto immaginare di doverne anche io, un giorno, scriverne una.

La mia è una lettera di addio per un sogno, un GRANDE SOGNO, nel quale per anni ho vivamente creduto, che ho tenacemente inseguito e, non le nascondo, ho fermamente pensato che un giorno si sarebbe anche realizzato, regalandomi semplicemente il piacere di poter svolgere senza ansie e senza affanni,la professione che ho nel cuore: INSEGNARE.

Dai tempi del liceo, mi sono proiettata nel futuro immaginandomi docente, così subito dopo essermi diplomata, ho sostenuto il mio primo concorso e, nel duemila, il secondo col quale ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento per la scuola dell’infanzia e per quella primaria.
Lascio immaginare a lei, la gioia che si può provare dopo aver, con tanti sacrifici, superato due concorsi,ma anche l’incoscienza che si ha di credere, che il sogno non tarderà ad avverarsi.
Fino a quel momento, le mie conoscenze in merito alle graduatorie, alle modalità di reclutamento dei docenti e quant’altro riguardasse il sistema scolastico,erano quasi inesistenti, ma ben presto ho intuito che per fare qualche supplenza e accumulare punti, necessari per scalare la graduatoria,avrei dovuto preparare le valigie e raggiungere il nord, dove le possibilità di lavorare sono maggiori.

Fu così che il primo ottobre di quasi dieci anni fa, ricevetti la mia prima proposta telefonica di lavoro; a chiamarmi fu una segretaria di una scuola elementare di Salgareda, un piccolo paesino in provincia di Treviso, che mi propose una supplenza di un solo giorno.
Lei stenterà a credere, ma accettai e la sera stessa partii; le dodici ore di viaggio e la stanchezza, non bastarono a reprimere la mia gioia e la mia soddisfazione nell’entrare per la prima volta in classe come docente, e poter finalmente insegnare. Peccato però che non sapevo ancora, quanto mi sarebbe costato, non solo in termini economici, ma soprattutto psicologici ed emotivi, l’essere entrata a far parte dell’ immenso mondo dei precari.
Solo chi ci è dentro, e ne assorbe i meccanismi, può capire cosa significhi per anni, vivere con l’incertezza del domani, non poter pianificare la propria vita, né definire obiettivi a lungo termine.
E’ una condizione che lentamente ti logora, ti fa sentire sconfitta e, come se non bastasse, ammazza il grande sogno che anni prima ti aveva dato la forza di trasferirti in un altro paese e vivere lontano dalla famiglia e dagli affetti più cari.
Di colpo ti ritrovi catapultata in una realtà nuova, che ti pone di fronte a mille problemi, e non fai altro che sperare che il telefono squilli, che qualcuno, anche dal posto più sperduto della provincia, ti chiami per proporti qualche giorno di supplenza.
Così davanti al calendario conti i giorni di servizio che mancano per completare l’anno; ma conti anche i giorni che restano prima di ritornare dalla tua famiglia e vivere più serenamente. Ma la tregua dura pochi mesi e cosi inizia un altro anno scolastico, che speri vada sempre meglio del precedente e invece …arriva la grande delusione: pur avendo maturato più punti , lavori sempre meno a causa dei tagli al personale docente. In questo modo , piano piano ti demoralizzi, ti senti sfruttata da un sistema che ti utilizza come “ tappabuchi “, oggi servi qua,domani là e poi quando il tuo contributo non è più necessario , puoi anche abbandonare la scena.

Non è in questo modo che si può costruire una scuola di qualità, capace di formare i futuri cittadini di una società tanto avanzata e in continua evoluzione com’è quella attuale. Una scuola che ha il diritto di garantire a tutti il successo formativo, deve anzitutto puntare al successo personale e lavorativo del corpo docente; deve predisporre il terreno affinché ogni insegnante non perda l’entusiasmo di entrare ogni giorno in classe e, instaurando quotidianamente un rapporto positivo con gli studenti, tessere le maglie del complesso processo formativo ed educativo, funzionale alla formazione del futuro cittadino.

Appare chiaro dunque che quella attuale, non è affatto una scuola di qualità, del resto una riforma che non permette di investire nelle istituzioni scolastiche, ma anzi punta al risparmio, non può certamente farsi promotrice né di cultura, né di educazione, ma può solo limitarsi a trasmettere mere conoscenze e informazioni.

Io sono fortemente rammaricata e di fronte a questo triste scenario, rimango basita e profondamente amareggiata anche perché, avendo due figli, mi chiedo se sia giusto offrire loro una scuola così frammentaria e poco formativa incapace di promuovere il tanto acclamato SUCCESSO FORMATIVO e per riflesso, incapace di garantire anche il SUCCESSO NELLA VITA.

Caro Ministro, la lettera potrebbe ancora continuare, ma ritengo che i cenni che le ho dato della mia esperienza, possano bastare per farle avere, anche se in modo piuttosto approssimativo, una idea di
cosa significhi essere precari,e soprattutto dell’energia mentale che in questo modo viene sottratta alla scuola.
Per queste ragioni, in futuro cercherò di orientare le mie scelte lavorative verso altri orizzonti, magari più gratificanti, ma non le nascondo che rimarrò per sempre con un cruccio: non aver potuto manifestare l’entusiasmo, la passione e la dedizione per l’arte di insegnare.

Peccato che non sarò solo io a dover rinunciare al grande sogno, ma anche la scuola a dover rinunciare non solo a me, ma a tanti precari che con la loro motivazione e la gioia di insegnare, avrebbero potuto dare un contributo sicuramente valido e positivo nel raggiungimento di una grande finalità: formare i futuri cittadini, membri attivi di una società in continua evoluzione e abitanti del villaggio globale!

Distinti saluti, un insegnante precaria

inviata da Antonella Zaccaria della provincia di Brindisi.

Link:http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article23627.html

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