
Il ragazzo con lo zaino cammina lento lungo il viale, cerca qualcuno con lo sguardo ma non lo vede. Arriva fino ai taxi all’a ngolo di piazza Duca d’Aosta, poi torna indietro. Si gira e solo allora trova la persona che cercava. Un cenno con la testa, poi i due si dirigono verso i binari del tram, e in due secondi lo scambio avviene, le mani si sfiorano. Uno passa i soldi, l’altro dà la dose. Poco più in là, quasi contemporaneamente, il romeno con la maglia a righe gialle e nere è circondato da complici e clienti. Lo chiamano l’Ape Maia perché la t-shirt è sempre la stessa. E ha sempre uno sciame di acquirenti intorno al miele, le palline di carta stagnola che distribuisce prima di sfilare via con le banconote ancora in mano.
Dal pomeriggio fino a notte fonda, la Centrale è tornata ad essere il supermarket della droga di Milano. Non aiuta il restauro, non basta il decreto sicurezza, non servono le ronde: chiunque arrivi nelle tre piazze per comprare dosi sa dove trovare gli spacciatori. Uomini e donne che smerciano coca, hashish, marijuana. E, sempre più spesso, eroina da sniffare o iniettarsi. Spacciano gli italiani, spacciano i romeni, spacciano i magrebini e i senegalesi. Ognuno ha il suo pezzo di asfalto. Quelli dell’est Europa in piazza Duca d’Aosta e piazza IV Novembre. Gli africani all’angolo con via Fabio Filzi. Gli italiani ai baracchini davanti la stazione. Ma tra le bande non c’è mai guerra: la domanda è così alta che c’è guadagno per tutti. I cellulari trillano e gli spacciatori raggiungono ovunque i clienti. Se qualcuno è sprovvisto di un tipo di droga, la chiede a uno dell’altra banda.
I pusher hanno le dosi addosso e i panetti nascosti ovunque: nei bidoni verdi dei rifiuti, sulle ruote delle auto, sotto le grate che coprono i canali di scolo. Gli spacciatori ci gravitano intorno, bivaccando annoiati nelle aiuole, finché la chiamata al telefono non movimenta la scena, dando il via a un vortice di passeggiate, segnali e avvicinamenti mimetizzati tra pendolari e viaggiatori. Poi l’incontro avviene al riparo degli alberi, dietro i tram che sfilano, tra le arcate della stazione, nei bar. Intorno, pattuglia miste di polizia e militari passano un paio di volte ogni pomeriggio, cristallizzando per un attimo i movimenti nella piazza. Ma tra forze dell’ordine e pusher nessuno dà fastidio all’altro, come due mondi che si affiancano e si guardano senza mai incrociarsi.I romeni hanno la fetta più grossa del mercato. Una decina di spacciatori, originari di Bucarest, fissi in stazione. Smistano ordinazioni e si muovono da una parte all’altra per raggiungere clienti che chiamano ogni cinque minuti. Chi lavora intorno ai binari, chi sale ogni giorno sui mezzi pubblici, chi osserva la piazza per qualche pomeriggio li riconosce perché non passa giorno che non siano piazzati lì. C’è Catalin, cioè l’Ape Maia, un pendolo tra il parcheggio dei taxi sotto l’hotel Gallia e il bar Della stazione, dove due giorni fa ha portato un ragazzino provocando la reazione di un cameriere che l’ha sbattuto fuori. C’è Dorin, sempre con una camicia a quadri grigi smanicata, una trottola tra piazza Duca d’Aosta e il McDonald e i bar vicini, dove porta gli acquirenti per consegne sicure. C’è Cieco, chiamato così perché non vede da un occhio, e che ha al suo seguito un paio di ragazze, come Flori, che fanno le pusher ma anche le prostitute.
Hanno tutti in media 25 anni, vivono da tanto in Italia, dividono appartamenti, droga e clientela. Quella che ogni giorno li cerca e riempie le loro tasche di mazzette di banconote: una giornata di spaccio può portare fino a 500 euro ciascuno. Nella pace della piazza, i romeni comandano perché sono i più pericolosi. Portano in faccia le cicatrici della vita in strada e il coltello sempre in tasca. Lo usano per difendersi e per rapinare portafogli e cellulari. Con gli altri pusher non ci sono quasi mai problemi.
I magrebini, per esempio, custodiscono il grosso della roba sui vagoni abbandonati in fondo ai binari, dove molti di loro passano la notte. Solo una settimana fa hanno aiutato la banda di romeni che aveva un grosso problema: tre chili di cocaina da piazzare, ma soprattutto da nascondere. Se n’è parlato a lungo, poi uno degli africani ha consigliato un nascondiglio sicuro su un vagone abbandonato. Da lì parte una grossa fetta di merce. La portano i magrebini nella piazza, la dividono coni romeni e i senegalesi dalle larghe tuniche colorate, e tutti iniziano la giornata al supermarket dello spaccio.
Gli italiani, un’altra decina di storici eroinomani ed ex detenuti, fanno arrivare l’eroina da Porta Genova. E incrementano un mercato che da mesi in stazione come nel resto della città ha un nuovo business: quello dell’eroina. Fumata dai ragazzini e iniettata in vena dai vecchi tossici. Li vedi seduti tra i marmi e le scalinate rimessi a nuovo dal restauro. Barcollano nella galleria delle carrozze, sfatti sui marciapiedi vicino agli autobus per gli aeroporti, riversi sull’erba dei giardini. Accanto a chi gli venderà la prossima dose.
di Sandro De Riccardis
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