mercoledì 3 giugno 2009

Israele si prepara alla guerra


La campagna elettorale in Iran, a meno di due settimane dal voto, è stata funestata da un gravissimo attentato avvenuto nella città di Zahedan, nella regione del Belucistan, nel sud-est del paese ai confini col Pakistan. Una bomba è esplosa in una moschea in occasione della cerimonia che celebrava la morte di Fatima Zahra, figlia del Profeta Maometto e sposa di Alì, fondatore della corrente islamica sciita, provocando oltre venti morti e centinaia di feriti.
L'attentato ha scosso il paese, gli organi di informazione hanno immediatamente definito "martiri" le vittime. È stato sufficiente un solo giorno perché le autorità iraniane arrestassero tre dei responsabili dell'attentato, ovvero i presunti fornitori dell'esplosivo, che sono stati immediatamente giustiziati in una esecuzione pubblica. 
Gli stessi funerali delle vittime si sono trasformati in una imponente manifestazione di popolo che ha prolungato le tensioni nei giorni successivi tra la componente sciita del Belucistan (maggioritaria) e la minoranza sunnita della regione.
I responsabili materiali sono stati indicati proprio in organizzazioni indipendentiste sunnite del Belucistan, già in passato responsabili di attentati ed attacchi contro le forze di sicurezza iraniane. La regione è anche crocevia fondamentale di traffici criminali, in particolare di droga e armi, con i vicini Afghanistan e Pakistan. 
Ma alcune autorità non hanno mancato di chiamare in causa ben altre responsabilità. Sarebbero infatti "l'arroganza mondiale" ed il "nemico" (chiaro il riferimento a Stati Uniti e Israele) a "nutrire le bande terroriste e criminali" secondo i portavoce della Guida suprema Alì Khamenei, nel tentativo di sconvolgere le elezioni e funestare la convivenza pacifica delle diverse etnie all'interno del paese. L'Ayatollah ha richiamato il popolo all'unione, in particolare tra sciiti e sunniti.
Terrorismo politico e rivendicazioni indipendentiste sono fenomeni relativamente recenti per l'Iran. Anche la scorsa campagna elettorale, che vide la vittoria dell'attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad, era stata scossa da attentati, fenomeno nuovo per l'Iran, nella regione occidentale del Kuzistan ai confini con l'Iraq, dove vive una componente arabo-sciita che è minoranza nel paese persiano.
Il fatto che il terrorismo abbia attecchito in Iran dopo le invasioni militari di Iraq ed Afghanistan da parte statunitense, e proprio nelle zone di frontiera con questi paesi (l'Iran accusa gli americani di addestrare anche la guerriglia curda che ha le proprie basi nel Kurdistan iracheno), ha spinto più volte Teheran a denunciare le potenze occidentali per il tentativo di destabilizzare l'Iran. Pericolo che si fa sempre più pressante.
Tali dinamiche possono essere intese come vere e proprie campagne di strategia della tensione, nel tentativo di influenzare e manipolare dall'esterno, ma anche dall'interno, le consultazioni elettorali. Appare evidente, infatti, che il radicalizzarsi dello scontro ed uno stato di aggressione tenda a favorire proprio quei candidati che maggiormente si sono caratterizzati per la difesa del paese e per le rivendicazioni nazionali. L'identikit di Ahmadinejad.
Le attenzioni dell'elettorato si concentrano sul programma dell'attuale presidente, quello tra tutti i canditati che può meglio incarnare il desiderio dell'elettorato di un uomo forte pronto ad affrontare le sfide internazionali. Certamente a farne le spese sono i candidati che hanno un profilo maggiormente esposto sui temi sociali ed economici, come l'ex capo dei Guardiani della rivoluzione Mohsen Rezaie, conservatore come Ahmadinejad e di cui può corrodere il consenso perché mira allo stesso elettorato (nel 2005 Ahmadinejad vinse anche perché Rezaie ritirò la propria candidatura alla vigilia del voto); oppure Mehdi Karoubi, l'ex presidente del parlamento soprannominato lo "sceicco delle riforme", il più spinto tra i candidati a cercare il dialogo e l'intesa con la comunità internazionale.
In un clima da pre-guerra e di difesa degli interessi nazionali, Ahmadinejad appare come il presidente più forte. Allo stesso tempo i fautori dello scontro, che possono agire dall'esterno, vedono in Ahmadinejad l'uomo giusto al posto giusto, sulla cui figura la propaganda occidentale non deve ulteriormente affaticarsi per dipingere il profilo di un fanatico religioso, un estremista pericoloso pronto ad annientare Israele.
Nel frattempo proprio lo Stato ebraico ha programmato per questi primi di giugno, in concomitanza con le battute finali della campagna elettorale iraniana, le più imponenti esercitazioni congiunte, militari e civili, della sua storia. Nell'arco di cinque giorni la popolazione di Israele viene mobilitata per simulare le risposte ad attacchi simultanei da parte di più aggressori esterni (Hezbollah dal Libano, Siria ed Iran) insieme ad una condizione di rivolta dei palestinesi nei Territori.
Ma l'aspetto "politicamente" più rilevante dell'esercitazione "Turning Point III" è la simulazione di campagne aeree che possono condurre attacchi anche a grande distanza da Israele. Il New York Times ha riportato che oltre un centinaio di caccia F-15 ed F-16, appoggiati da elicotteri per il salvataggio di piloti eventualmente abbattuti, supportati da navi ed aerei cisterna per il rifornimento, hanno compiuto manovre spingendosi oltre le 900 miglia, ovvero quei 1200/1500 chilometri che separano Israele dall'Iran.
In questo modo Tel Aviv vuole dare una dimostrazione ai nemici, ma anche ai riluttanti alleati, gli Stati Uniti, di non essere solo politicamente risoluti nell'affrontare le minacce esterne, ma di avere anche le capacità tecniche e militari per agire unilateralmente e indipendentemente da loro. Ciò che dovrebbe forzare la mano alle componenti dell'Amministrazione Obama ancora contrarie ad una guerra all'Iran e metterle di fronte al dato di fatto: se Israele è disposto a scatenare da solo una guerra in cui gli americani sarebbero poi comunque coinvolti, tanto può valere fornire il proprio appoggio fin dall'inizio.

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