martedì 30 giugno 2009

Dove sono i soldi sequestrati ai due Giapponesi?


http://nuovediscussioni.blogspot.com/2009/06/due-giapponesi-bloccati-al-confine-con.html

Trasporto ferroviario: inutili gli avvertimenti, a pagare sempre la gente comune


Tutti i piani di risanamento che dagli anni ‘80 ad oggi si sono succeduti hanno puntato principalmente sulla diminuzione del personale. Prima che iniziasse il processo di privatizzazione delle ferrovie, i dipendenti erano 220.000 mentre oggi siamo arrivati a circa 97.000. Invece di riconoscere che una delle cause del disastro delle ferrovie andrebbe ricondotto proprio alla continua diminuzione del personale, ci si continua ostinatamente a percorrere la stessa strada! Tuttavia, con lo smembramento delle vecchie Fs mentre i dipendenti sono costantemente diminuiti, i quadri ed i dirigenti aziendali sono più che raddoppiati!

Il settore del trasporto ferroviario ha visto ridurre il numero dei lavoratori in tutta Europa del 46% tra il 1990 ed il 2004, con la perdita di oltre 1.200.000 posti di lavoro. La privatizzazione delle ferrovie ha comportato ovunque diminuzione dell’occupazione, estensione della precarizzazione del lavoro, aumento degli incidenti ferroviari, riduzione delle corse, peggioramento del servizio (particolarmente per le linee dei pendolari) ed un generale aumento delle tariffe. Nella sola Inghilterra ci sono almeno 25 compagnie diverse che gestiscono la rete ferroviaria, ma l’incremento delle società e della “concorrenza” ha portato come risultato solo un peggioramento complessivo di tutta la rete di trasporto. Anche in Italia si parla di aprire il trasporto ferroviario ai privati ed è già in cantiere una nuova società che vorrebbe entrare nel trasporto passeggeri sull’alta velocità. Tra i soci, Montezemolo e Della Valle.

Il progetto è chiaro: lasciare in mano allo Stato tutte le perdite, lasciare deperire il trasporto locale e merci e aprire ai privati il redditizio mercato dell’Alta velocità: un progetto che seppellisce ogni prospettiva di trasporto pubblico inteso come diritto di tutti i cittadini, in particolare i meno abbienti.

L’indebitamento delle ferrovie è continuato nonostante la diminuzione del personale, degli investimenti, la vendita degli immobili del gruppo, l’aumento dei biglietti, ecc. Il servizio offerto è peggiorato nonostante le tariffe siano aumentate. Per i treni di alta fascia si prevedono ulteriori aumenti tariffari del 20% e, a partire dal 2009, le tariffe ferroviarie dovrebbero aumentare ancora del 5% l’anno. Nel giro di cinque anni i biglietti dovrebbero così subire quasi un raddoppio del prezzo… Il piano prevede un “aggiustamento tariffario” complessivo di 90 milioni di euro.

Per aumentare la sicurezza sono necessari investimenti nelle infrastrutture, ma anche lottare contro la precarizzazione del lavoro che ha abbassato la qualità del servizio. La sicurezza non può essere garantita con personale assunto con contratti precari, intermittenti, a tempo determinato o che non hanno le caratteristiche di stabilità necessaria per garantire una elevata qualità delle prestazioni. È quindi necessario un piano di assunzioni a tempo indeterminato che possa colmare le carenze cresciute negli ultimi decenni! Il privato si è dimostrato interessato unicamente al profitto a detrimento del servizio; per garantire gli investimenti necessari è fondamentale rimettere in mani pubbliche l’intero settore!

Parallelamente al processo di privatizzazione sono aumentate le inefficienze del trasporto ferroviario. Il calo degli addetti, il peggioramento delle condizioni di lavoro, la mancanza di investimenti, la diminuzione delle spese di manutenzione, ecc. hanno portato all’aumento degli incidenti e dei disastri ferroviari. Nel contempo è aumentato il malessere tra i lavoratori anche se permane una situazione di estrema frammentazione sindacale, nonostante diversi tentativi dei lavoratori di superare le divisioni attraverso comitati o assemblee aperte ai lavoratori di tutte le sigle sindacali, così come sono aumentate anche le proteste degli utenti e non a caso si sono costituiti diversi comitati di pendolari.

I lavoratori e gli utenti sono i primi a pagare questa situazione, a lavorare o viaggiare in condizioni di scarsa sicurezza e a morire negli incidenti ferroviari. Tuttavia, non hanno mai avuto alcuna voce in capitolo sul futuro del trasporto ferroviario (e del trasporto pubblico in generale). È proprio questa impostazione che va ribaltata.

Non è il profitto che va inseguito, ma il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita per tutti. E questo può che essere ottenuto solo attraverso il controllo dei lavoratori e degli utenti sulla rete di trasporto!

di Fortunato lania

Link: http://www.marxismo.net/content/view/2244/189/

lunedì 29 giugno 2009

Mir-Hossein Mousavi il macellaio di Beirut


La copertura unilaterale e propagandistica delle elezioni iraniane da parte dei media statunitensi ha trasformato il candidato perdente, Mousavi, in un eroe americano.

C'è da restare a bocca aperta, e domandarsi se qualcuno dei giornali nazionali o dei membri del governo ricorda ancora che Mir-Hossein Mousavi, primo ministro della Repubblica islamica iraniana dal 1981 al 1989 (il decennio successivo alla caduta del governo fantoccio americano ad opera di Khomeini), fu definito il Macellaio di Beirut e venne considerato la testa pensante dei sanguinosi attacchi contro l'ambasciata americana e la base dei marine nella capitale libanese all'epocadell'amministrazione Reagan , che fece a pezzi 241 marine, soldati e marinai.

Come ha scritto Jeff Stein in CQ Politics del 22 giugno 2009, Mousavi "aveva scelto personalmente come uomo di punta per la campagna terroristica a Beirut Ali Akbar Mohtashemi-pur, che diresse la cellula terroristica responsabile degli attentati".

Nella foto: L'allora primo ministro Mir-Hossein Mousavi a Ankara, Turchia nel 1985

Secondo l'ammiraglio a riposo James Lyons, all'epoca vicecapo delle Operazioni navali, la National Security Agency disponeva di una registrazione sull'ambasciatore iraniano in Libano. L'ammiraglio ha dichiarato a Jeff Stein che "l'ambasciatore iraniano aveva ricevuto istruzioni dal Ministro degli esteri di scegliere vari obiettivi tra il personale statunitense nel paese, e soprattutto di condurre un'azione spettacolare contro i Marine".

Stein afferma che Lyons "considerava Mousavi responsabile anche del camion bomba usato nel 1988 contro la base della flotta navale statunitense a Napoli".

Bob Baer, all'epoca responsabile della CIA per il Medio oriente, afferma che Mousavi "discusse direttamente con Imad Mughniyah", che organizzò entrambi gli attacchi.

Sono tutti fatti evaporati dalla memoria comune. I media e il governo statunitensi hanno trasformato Mousavi, il sanguinario macellaio dei militari americani, in colui che potrebbe liberare l'Iran dalla teocrazia.

Solo negli USA e tra i personaggi del profetico libro di George Orwell, 1984, possiamo trovare una tale ignoranza dei cittadini.

Ogni giorno negli Stati Uniti, o se vogliamo in Oceania (una delle tre potenze mondiali nel romanzo di Orwell, di cui faceva parte il continente nordamericano. NdT), constatiamo il crescente potere dei tre slogan del Grande Fratello: LA GUERRA È PACE, LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ, L'IGNORANZA È FORZA.

Dall'ignoranza nasce la forza per trasformare in eroe Mousavi, il terrorista nemico degli USA.

Dalla libertà nasce la protezione offerta dall'essere costantemente spiati, senza più i rischi della privacy che potrebbe impedire al Grande Fratello di scoprire un qualche complotto terroristico. E questo ci porta dalla libertà alla schiavitù di essere in stato di detenzione perpetua senza prove a carico. L'habeas corpus si è trasformato nel nemico della libertà, perché c'impedisce di essere protetti dai terroristi.

Il 23 giugno il Grande Fratello Obama, nel solco della tradizione dei Grandi Fratelli Bush e Cheney, ha dichiarato che Oceania e il "mondo intero" erano "sconvolti e indignati" per i violenti sforzi dell'Iran di porre fine alle proteste alimentate dalle interferenze straniere nelle elezioni del paese. Nel frattempo, Oceania porta avanti le sue guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan, uccidendo gente a destra e a manca, e si prepara a portare la pace in Iran. Nessuno si scandalizza per queste violenze: la guerra è pace, e chi non combatte le guerre non può elargire la pace. La pace si ottiene quando l'egemonia del Grande Fratello si estende su quelle regioni che non si rendono conto che la Guerra è Pace, la Libertà è Schiavitù, l'Ignoranza è Forza.
v "Il volto del Grande Fratello parve però indugiare per diversi secondi sullo schermo, come se l'impatto che aveva esercitato sulle pupille dei presenti fosse troppo intenso per poter essere eliminato all'improvviso. La donna dai capelli color sabbia, allungandosi al di sopra del sedile che aveva davanti, tese le braccia verso lo schermo e mosse le labbra in un tremulo bisbiglio nel quale parve di poter distinguere le parole "Mio Salvatore!", dopodiché nascose il volto tra le mani. Era chiaro che stava pregando.

"In quel momento tutti intonarono una sorta di salmodia lenta, ritmata, solenne: Grande Fratello, Grande Fratello, Grande Fratello!", incessantemente, lentamente, con una lunga pausa tra la G e la F, un murmure sordo e in un certo senso selvaggio, nel cui fondo sembrava di udire il battito cadenzato di piedi nudi e le vibrazioni dei tam-tam. Continuarono a cantare per quasi trenta secondi, seguendo un rituale che si ripeteva quasi tutte le volte in cui l'emozione si faceva particolarmente forte. Si trattava in parte di un inno alla saggezza e alla maestà del Grande Fratello, ma soprattutto di un atto di autoipnosi, di un volontario ottundimento della coscienza, raggiunto per mezzo del ritmo" [1984]

Il volontario ottundimento della coscienza, raggiunto per mezzo del ritmo, riassume in modo perfetto la funzione del Ministro della Verità di Oceania.

Quanto manca agli Americani prima che Grande Fratello e il Ministro della Verità diano vita allo Psicoreato? "Che scrivesse o meno ABBASSO IL GRANDE FRATELLO! non faceva alcuna differenza. La Psicopolizia lo avrebbe preso lo stesso. Aveva commesso quel reato fondamentale che conteneva dentro di sé tutti gli altri. Psicoreato, lo chiamavano".

In America, i neoconservatori i neoconservatori hanno creato comitati di controllo dei Psicoreati tra i professori. I membri del mondo accademico che si allontanano dalla loro linea, o la rimettono in discussione, sono additati e sottoposti a campagne denigratorie: la carriera di Sami Al-Arian, un docente di scienza informatica della Florida University, è stata distrutta dal Dipartimento della giustizia [sic!] statunitense perché aveva difeso il punto di vista palestinese.

L'operazione di spionaggio accademico dei neoconservatori è stata rilanciata da Dennis C. Blair, direttore della National Intelligence. Su CounterPunch del 23 giugno , David Price segnala che Blair ha annunciato piani per addestrare funzionari dello spionaggio, la cui identità e attività saranno celate ai docenti e agli amministratori, destinati a condurre operazioni segrete nelle aule universitarie.

Ecco avverarsi le profezie di Orwell: pensare in modo indipendente sta rapidamente diventando un grave Psicoreato. Winston Smith era l'unico, tra gli schiavi del Grande Fratello, capace di un pensiero indipendente, ma il crimine venne scoperto e punito.

Già adesso vediamo che i media nazionali sono incapaci di pensare in modo autonomo, e anche nel mondo universitario, dove le carriere dipendono dall'elargizione dei fondi statali, l'indipendenza di giudizio è quasi scomparsa. E non la troviamo certo nei think tanks, che servono gl'interessi dei donatori. Negli USA il pensiero indipendente si sta velocemente trasformando in un atto anti-americano, e di conseguenza in un atto terroristico.

Il gergo giornalistico opera incessantemente per drogare e trasformare la realtà. Le nuove generazioni, nate nel nuovo sistema, non percepiscono la differenza, e non hanno quindi bisogno di essere messe a tacere. Quando le generazioni più vecchie saranno scomparse, la verità sarà qualsiasi cosa dica il Grande Fratello.

Paul Craig Roberts [contattatelo via email ] è stato assistente nella segreteria del ministero del tesoro durante il primo mandato del presidente Reagan. È stato coeditore del Wall Street Journal. Ha ottenuto numerosi incarichi accademici (tra l'altro la William E. Simon Chair, Center for Strategic and International Studies, Georgetown University,e la Senior Research Fellow, Hoover Institution, Stanford University), ed è stato insignito della Legione d'onore dal Presidente francese Francois Mitterrand. Ha scritto Supply-Side Revolution : An Insider’s Account of Policymaking in Washington ; Alienation and the Soviet Economy e Meltdown: Inside the Soviet Economy , ed è coautore con Lawrence M. Stratton di The Tyranny of Good Intentions : How Prosecutors and Bureaucrats Are Trampling the Constitution in the Name of Justice

Fonte: http://onlinejournal.com/
Link: http://onlinejournal.com/artman/publish/article_4842.shtml

L'iran reagisce ad un colpo di Stato


In questi giorni, a chi segue le notizie provenienti dall’Iran e cerca d’interpretare la portata degli eventi in corso, non sarà sfuggito il totale allineamento pro-“dimostranti” di tutte le opinioni ammesse dal sistema mediatico occidentale. Non solo quello “ufficiale” delle tv e dei giornali ad alta visibilità (garantita dal meccanismo delle rassegne stampa), ma anche di gran parte di quello per così dire “alternativo” dei siti e delle agenzie “pacifiste”. La voce unanime che accomuna tutti costoro è che le elezioni presidenziali iraniane sono state “falsate da brogli” e che gli iraniani vogliono “libertà e democrazia”. E tanto basterebbe per convincere un pubblico naturalmente distratto e non qualificato della bontà dei motivi per cui “gli iraniani” scendono in piazza per protestare contro “il regime”. Tra tutti i motivi messi in giro dalla macchina disinformativa ci ha colpito in particolare quello di chi è giunto – in una sede considerata “autorevole”, gestita da “accademici” - a definire "resistenza" un'organizzazione come quella dei “Mujahidin del Popolo” resasi responsabile di una catena ininterrotta di attentati in tutto l’Iran (v. il famoso "terrorismo" contro cui tutti dovremmo unirci). Forse costoro credono sia giunto il loro momento di gloria? Ci si può documentare facilmente sulle imprese di questa organizzazione e la scia di sangue che sin dall’inizio della Rivoluzione del ’79 ha colpito la Repubblica Islamica dell’Iran. Purtroppo per gli sponsor di questi "resistenti", accolti non molto tempo fa con grandi onori presso il Parlamento Europeo (!) dagli agenti che in quella sede ha il partito americano-sionista, la nuova "rivoluzione colorata" (di verde!) pare già abortita prima di condurre all'agognato abbattimento del "regime". Non ce la possono fare dall'esterno, militarmente, sia perché impantanati in Iraq e Afghanistan, sia perché l'Iran è inattaccabile, iperprotetto ed armato com’è fino ai denti, quindi hanno scelto di giocare la carta della sovversione interna, resa difficilissima però dall'assenza in loco delle ONG delle "rivoluzioni colorate" e delle tv private. La macchina della propaganda occidentale, come detto, va a tutto gas, sempre più patetica e dalla fervida immaginazione. Gli inviati-fotocopia che si dolevano di non poter più "informare" a causa della scadenza dei visti (hanno mai intervistato, questi "professionisti", un sostenitore di Ahmadinejad?) si sono ridotti a smanettare su Facebook e su qualche altro arnese simile alla ricerca dell’ultimo “video-verità”. S’è narrato d’un inesistente "attentato suicida" al mausoleo dell'Imam Khomeyni, sul quale ora, guarda caso, s’allunga postumo lo zolfo della “benevolenza” del Mossad nei mesi che precedettero la rivoluzione (“potevamo ucciderlo, ma non lo facemmo: ne siamo pentiti”, hanno messo in circolazione)... Si sparano cifre tonde di "martiri" senza uno straccio di prova: anche la "martire Neda" presto si rivelerà essere l'ennesima trovata mediatica da affiancare al mitico “cormorano iracheno” inzuppato di petrolio (del Mare del Nord). In apici di sbornia mediatica s’è gridato anche all’acido lanciato dagli elicotteri dei Basij!

Le foto che circolano dalla rete anche nei tg dimostrano solo che c'è una “mobilitazione di piazza” dei sostenitori di Moussavi contro Ahmadinejad e quel che rappresenta, in politica interna ed estera. Dimostrano anche che c'è una "repressione". Ma la cosa finisce qui. Perché se i risultati delle elezioni sono veritieri (ed i "brogli" non possono essere dell'ordine dei 30 punti di scarto!), questa operazione si chiama "colpo di Stato". E come ad ogni latitudine le autorità non possono non intervenire per sedare ogni tentativo di questo tipo. Nel “democratico” Occidente, per molto meno, non succederebbe una carneficina (al di là del giudizio su quelle vicende, ci si ricordi di quel che accadde a margine del G8 di Genova)? Si assiste, inoltre, a tentativi di “colonialismo elettorale”; così, sulle prime, i “verdi” hanno sperato di far ripetere le elezioni alla presenza di "osservatori". Ma da quando un Paese sovrano accetta simili imposizioni? Ahmadinejad viene presentato sempre più come un "nuovo Hitler", mentre giganti eurasiatici del calibro di Turchia e Russia, a margine della riunione della Organizzazione della Conferenza di Shanghai gli riconoscono la rielezione (e poi sarebbero loro, due terzi d’Eurasia, che “si isolano”…). Un presidente che è amato dalle classi popolari perché incarna i valori della "tradizione", detestato dalle classi già agiate (simili a quelle mandate a ''spentolare' a Caracas nel 2002, aizzate dalla Cia e dalle tv private) che vorrebbero diventarlo sempre di più! Il Presidente iraniano – nella neolingua dei megafoni dell’informazione – sarebbe addirittura ‘reo' d'aver aumentato pensioni e stipendi, il che ha dato lo spunto, per i soliti in malafede, di dire che "è in campagna elettorale da 3 anni": insomma, non è importante cosa si fa, ma "chi fa cosa"! Quanto al posizionamento dell'Iran in politica estera, un'inversione di rotta farebbe molto comodo a Usa e soci. La linea seguita sin qui è quella giusta, compreso il "nucleare iraniano", che nasconde la vera posta in gioco, quella energetica (quindi, politica con la P maiuscola). Ecco cosa sono gli “studenti e gli operai” di cui vaneggiano vecchie ciabatte dell’”antimperialismo” totalmente a digiuno di geopolitica. Ma chiediamoci: perché tutta questa agitazione intorno all'Iran? Perché il risultato delle elezioni (alle quali ha partecipato l'85% degli aventi diritto, a differenza delle nostre elezioni, che ormai non entusiasmano più nessuno) dovrebbe essere "falsato"? Chi lo dice? Qualche istituto "indipendente"? E chi è che ha l'autorità per ficcare il naso in questo modo in casa d'altri? Noi lo sopporteremmo (in effetti lo facciamo, dal '45 in poi, passando per i "casi" Mattei, Moro, “misteri d’Italia”, servizi cosiddetti "deviati" e "terrorismo rosso” e “stragismo nero", Cermis, Mani Pulite, fino alle ultime uscite su "Papi&Noemi", e la cosa non ci fa molto onore come "popolo italiano"). Insomma, qual è il "problema" con l'Iran? Quale "pericolo" rappresenta per noi? Parliamone, magari in un confronto tra “punti di vista” divergenti così come piace alla retorica “democratica”, così vediamo di chiarire una cosa che altrimenti rischia di non assumere connotati chiari (le manfrine sui "diritti umani" lasciamole perdere, perché chi ne fa uno strumento di pressione in giro per il mondo è il primo che dovrebbe starsene zitto). La verità – oltre al dato geopolitico - è che non si vuol prendere atto da trent'anni che nel 1979 in Iran è avvenuto un evento di quelli che andrebbero studiati sui manuali di Storia, come l'89 della Rivoluzione francese o il '17 della Rivoluzione bolscevica, che a torto o a ragione sono considerate delle date-simbolo. Questo rifiuto di accettare che anche i non europei possano scrivere pagine di "storia universale" è uno dei tanti segni della boria della cosiddetta "civiltà occidentale" e dei suoi rappresentanti. Una cosa è certa: dall'esito di questa situazione in Iran dipenderà molto di quel che resta di speranza, per noi italiani ed europei, di affrancarsi dalla presa del dominio occidentale.

di Enrico Galoppini.

Link: http://www.cpeurasia.org/?read=27155

domenica 28 giugno 2009

America latina, il popolo prova a dire la sua


Oggi è una fredda domenica d’inizio inverno in sudamerica, ma è soprattutto una giornata di democrazia nel Río de la Plata e in Honduras dove si terrà il referendum per decidere se in novembre verrà eletta un’Assemblea Costituente che dovrà scrivere una Carta che metta fine a una lunga storia di disuguaglianza e ingiustizia sociale e fermare lo sfruttamento senza limiti del paese da parte delle multinazionali imposto dal Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti.

Tenere il referendum è la miglior risposta al tentativo di golpe messo in atto dall’esercito e dai poteri forti del paese centroamericano condannato dall’ONU, dall’Organizzazione degli Stati Americani (quindi Stati Uniti compresi), dall’Alba, ma non (stranezze della politica) dall’Internazionale Socialista o dall’Unione Europea. Quello honduregno sarebbe (ma la tensione è ancora alta) il secondo colpo di stato che fallisce nel XXI secolo in America latina per la reazione di massa della popolazione in difesa del governo democraticamente eletto dopo quello venezuelano dell’11 aprile 2002 ed è tanto più significativo che una reazione popolare così importante si registri nella regione più fragile, il centroamerica, della Patria grande che più lentamente del resto del Continente sta iniziando a cambiare.

Il perché il referendum di oggi abbia provocato addirittura un golpe è presto detto: sarà una pietra miliare nella storia del paese. In Honduras infatti ben il 30% del territorio nazionale è stato alienato a imprese straniere, soprattutto dei settori minerari e idrici. Le multinazionali quasi non pagano tasse in un paese dove tre quarti della popolazione vive in povertà. Così l’opposizione, al solo odore di una nuova Costituzione che affermi che per esempio l’acqua è un bene comune e che imponga per lo meno un sistema fiscale che permetta processi redistributivi, è disposta a spezzare il simulacro di democrazia rappresentativa che evidentemente considera utile solo quando sono i poteri di sempre a comandare.

Completamente diversa è la situazione in Argentina dove si svolgono elezioni parlamentari di metà mandato. E’ in ballo la maggioranza parlamentare per la presidente Cristina Fernández. Soffia un vento di destra, è stata una campagna elettorale particolarmente sporca dove i problemi reali del paese, la povertà estrema di troppi, restano sullo sfondo o sono banalizzati, tra un governo che si vanta di risultati migliori di quelli reali e un’opposizione che preferisce la deriva securitaria. La sfida più importante è a Buenos Aires dove l’ex presidente Nestor Kirchner si confronta con l’uomo della destra agraria più reazionaria, Francisco de Narváez, securitario a parole, narcotrafficante nella pratica. Dovrebbe farcela Don Nestor ma l’alternativa di sinistra tra il centro peronista e la destra arrembante è quella del Proyecto Sur di Pino Solanas, il grande regista da mezzo secolo testimone lucido della storia di un paese e di un continente.

Dall’altra parte del fiume, a Montevideo, un altro grande vecchio, José Mujica, el Pepe (nella foto), testimonierà la continuità delle ragioni di una vita di lotta. In Uruguay la metodicità delle regole democratiche è una religione. Tutti i partiti sono obbligati a tenere regolari elezioni primarie nello stesso giorno per scegliere un unico candidato alle presidenziali. El Pepe Mujica è il chiaro favorito nelle elezioni primarie del Frente Amplio (la coalizione di centro-sinistra al governo in Uruguay con Tabaré Vázquez che ha votato alle 8 di stamane nel quartiere popolare de La Teja) e sarà candidato del centro sinistra alle presidenziali di fine anno.

Guerrigliero tupamaro, fondatore di uno dei gruppi armati più interessanti al mondo le ragioni politiche e culturali del quale sono esaltate oggi, ostaggio della dittatura per 13 anni, vari dei quali passati in un pozzo con l’acqua alle ginocchia, non si è mai fatto piegare. Ministro, grande polemista, raffinato politico e antipolitico (fino a poco tempo fa già deputato continuava a vendere fiori al mercato per vivere) allo stesso tempo, ricorre da sempre in lungo e in largo la riva orientale del grande fiume venendo accolto come uno di famiglia anche nei casolari più isolati. E’ favorito su Danilo Astori, Ministro dell’economista di stampo liberale nel governo di Tabaré.

In novembre Mujica si confronterà con due pessimi candidati della destra rappresentata dai partiti tradizionali. Il Partito Nazionale, los blancos, ripresenteranno il corrotto ex-presidente Cuqui Lacalle, simbolo di un rinnovamento impossibile dove Jorge Larrañaga, l’oppositore interno più presentabile e interessante è dato perdente. Ancor peggio il Partito Colorado, i tratti riformisti del quale si perdono oramai nella memoria delle vecchie generazioni e che presentano il figlio del dittatore, ieri ricorrevano 36 anni dal golpe del 27 giugno 1973, Juan María Bordaberry. Ma gli uruguayani, rispetto agli argentini, sembrano vaccinati.

di Gennaro Carotenuto

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/8785-honduras-uruguay-argentina-domenica-di-democrazia-in-america-latina/


Cosa riceve l'Italia dalla Siria in cambio di Al Molky?


«L´Italia mi sta mandando alla forca». Youssef Maged Al Molky, 47 anni, è il capo del commando palestinese che nel 1985 sequestrò la nave da crociera Achille Lauro uccidendo un passeggero statunitense di origine ebraica, Leon Klinghofer. E ieri sera ha pronunciato queste parole prima di salire su un aereo che da Palermo lo ha portato a Roma. Dalla capitale, in nottata, un altro volo doveva portarlo in Siria. Dove rischierebbe la pena capitale. «Poiché alcuni reati legati alla vicenda dell´Achille Lauro furono compiuti nelle acque territoriali siriane - dicono i suoi avvocati Gianfranco Pagano e Maria Stella Cavallo - le possibilità che Al Molky possa essere condannato a morte sono molto alte».

ASCOLTA "Mi mandano verso la morte" di Marco Preve

Condannato a 30 anni dalla Corte d´Assise di Genova per quel sequestro e l´uccisione di Klinghofer, Al Molky ha scontato 23 anni e 8 mesi di carcere, pena ridotta per buona condotta. Poi è stato rinchiuso in un centro di permanenza temporanea e ieri, scaduti i 60 giorni di tempo massimo, è stato prelevato da agenti della questura per procedere all´estradizione. Un provvedimento deciso nonostante sia in attesa della sentenza del giudice di pace che deve pronunciarsi sulla sua richiesta di rimanere in Italia, dove ha sposato una donna piemontese.
All´improvviso, infatti, la Siria ha manifestato il proprio consenso ad accogliere il terrorista.

«Sono qui a Palermo con agenti dell´ufficio stranieri e poi devo partire per la Siria - ha detto al cellulare Al Molky alle 18 di ieri pomeriggio - Rischio la vita perché nell´85 la Siria è stata coinvolta nel caso Achille Lauro, quindi l´Italia mi sta mandando verso la forca e questo è vietato dalla Costituzione. Io ho pagato il mio debito con l´Italia e sono sposato con una cittadina italiana. Sono giordano da parte di mio padre e siriano da parte di mia madre. In questi casi si sa di cosa si tratta. Sono una merce di scambio. È strano che la Siria si sia fatta avanti.
L´Italia, scaduti i termini della permanenza nel centro, avrebbe dovuto rilasciarmi con un foglio di via e cinque giorni di tempo per lasciare il paese. Invece dicono che la Siria ha risposto, quindi c´è qualcosa di strano. Questa notte mi fanno andare in Siria. Hanno aspettato l´ultimo momento e adesso mi stanno portando via».

L´avvocato Pagano racconta che «l´Algeria si era dichiarata disposta ad accogliere Al Molky dopo l´interessamento da parte dell´Autorità palestinese. Ma lui non ha mai voluto accettare questa soluzione perché riteneva di aver ormai tutti i diritti, dopo aver scontato la pena e sposato una donna italiana, di poter restare nel nostro paese. Questo blitz è davvero assurdo».
Molky è l´ultimo dei dirottatori presenti in Italia. Pochi giorni fa nel carcere di Benevento era morto per un infarto Khalid Husayn, 73 anni, considerato uno dei registi dell´azione terroristica.

di Marco Preve

Per discendenza diretta




A parità di istruzione, genere, età, stato civile, area geografica e altri parametri, la probabilità di entrare nella pubblica amministrazione aumenta del 44 per cento per gli individui il cui padre lavora nel settore pubblico. Ma il nepotismo non è solo fonte di iniquità, ha anche costi rilevanti per le organizzazioni pubbliche, costrette a impiegare lavoratori meno competenti. E' essenziale un meccanismo che premi o penalizzi economicamente i responsabili delle selezioni sulla base della qualità delle scelte effettuate.I posti di lavoro nel settore pubblico sono particolarmente ambiti in Italia sia per un significativo premio salariale che pagano rispetto ai lavori nel settore privato, a parità di caratteristiche individuali, sia per la sicurezza dell’occupazione e le migliori condizioni di lavoro che garantiscono.

DI PADRE IN FIGLIO

Sulla base di tali considerazioni, è ragionevole pensare che molti pubblici dipendenti provino a usare la loro posizione, le informazioni privilegiate di cui dispongono e il network di relazioni sociali formate sul posto di lavoro per favorire – al di là dei loro meriti, attraverso raccomandazioni o richieste di favori – l’accesso al settore pubblico dei propri figli.
Suscitano periodicamente scalpore i casi di docenti universitari che favoriscono i propri figli nell’accesso alla carriera accademica, i politici che assicurano lauti incarichi ai familiari o le assunzioni clientelari alla Rai. (1) Ma probabilmente il fenomeno è più esteso di quanto si riesca a percepire e riguarda numerosi comparti della pubblica amministrazione.
In un recente lavoro, utilizzando dati individuali tratti dall’Indagine sui redditi e la ricchezza delle famiglie italianedella Banca d’Italia dal 1998 al 2004, cerchiamo di stimare la probabilità di ottenere un posto di lavoro pubblico, tenendo conto di una serie di caratteristiche individuali e delle condizioni dei mercati del lavoro locali, allo scopo di verificare se i figli dei dipendenti pubblici godono di un vantaggio nell’ottenere un’occupazione pubblica rispetto agli individui il cui padre non è dipendente pubblico. (2)
I risultati mostrano che la probabilità di entrare nella pubblica amministrazione aumenta di un considerevole 44 per cento per gli individui il cui padre lavora nel settore pubblico, a parità di istruzione, genere, età, stato civile, area geografica e così via. Nel campione considerato la probabilità di lavorare nel settore pubblico è di circa il 24 per cento. Se il padre è dipendente pubblico tale probabilità sale al 35 per cento, ceteris paribus. E aumenta ancora se anche la madre lavora nel settore pubblico, anche se l'effetto è meno forte.
In generale, la probabilità di lavorare nel settore pubblico dipende fortemente dagli anni di istruzione, sia per il tipo di lavoro svolto, sia perché un alto livello di istruzione consente di primeggiare nei concorsi pubblici. Il legame positivo emerge in tutte le aree geografiche, anche se con intensità diversa: per ogni anno aggiuntivo di istruzione la probabilità di diventare dipendente pubblico aumenta di 2,7 punti percentuali al Nord, di 3,2 al Centro e di 4,4 al Sud.
Il vantaggio goduto in qualità di figlio di dipendente pubblico corrisponde a circa tre anni di istruzione: così, per esempio, un diplomato il cui padre lavora nel settore pubblico ha le stesse chances di ottenere un posto pubblico di un giovane in possesso della laurea triennale, ma il cui padre lavora nel settore privato.

LA RESPONSABILITÀ DEI DIRIGENTI

Ovviamente, la maggiore probabilità di accesso goduta dai figli dei dipendenti pubblici potrebbe dipendere dapreferenze o attitudini verso il tipo di lavoro comuni a padri e figli, dalla trasmissione di capitale umano di padre in figlio piuttosto che da pratiche nepotistiche e favoritismi. Una parte della correlazione tra tipo di professione dei padri e dei figli è sicuramente da imputare a questi fattori. Tuttavia, una serie di altri risultati empirici rafforzano l’ipotesi che una parte consistente della maggiore probabilità di ottenere un posto pubblico per i figli dei dipendenti pubblici sia legato al nepotismo.
Innanzitutto, mentre l’influenza del padre dipendente pubblico risulta piccola per i soggetti che si diplomano o si laureano con i migliori voti, il vantaggio risulta molto elevato per gli individui che ottengono voti bassi, cosicché il figlio di un dipendente pubblico non ha conseguenze negative da esiti scolastici mediocri mentre gli altri subiscono un notevole decremento della probabilità di accesso alla pubblica amministrazione. La probabile spiegazione è che i genitori dei figli meno bravi si prodigano di più per favorire la loro assunzione nella Pa, dal momento che le loro opportunità alternative nel settore privato sarebbero relativamente meno buone.In secondo luogo, la probabilità di accesso alla Pa varia poco a seconda del settore di lavoro dei genitori per i soggetti che lavorano in un posto diverso dal luogo di nascita; “l’effetto padre” è invece più forte per coloro che non si spostano. Tale evidenza indica presumibilmente che “raccomandazioni” e “favoritismi” hanno efficacia solo all’interno del network sociale di appartenenza. Ancora, “l’effetto padre” è molto più accentuato nelle regioni del Mezzogiorno, affette da un maggiore grado di “familismo amorale”.
Infine, la probabilità di trasmissione del posto di lavoro da padre in figlio riscontrata nel settore pubblico è stata confrontata con la probabilità di trasmissione del posto di lavoro per gli imprenditori, liberi professionisti e altri lavoratori autonomi. Per tali categorie, è plausibile pensare che avvenga trasmissione di capitale fisico, capitale umano e “reputazione familiare” che favoriscono il passaggio di professione all’interno della famiglia. Nonostante ciò, la probabilità di trasmissione per i dipendenti pubblici risulta addirittura più elevata di imprenditori e lavoratori autonomi.
Il nepotismo rappresenta un fallimento della meritocrazia: oltre a essere fonte di iniquità, produce rilevanti costi per le organizzazioni pubbliche, costrette a impiegare lavoratori meno competenti ma “connessi”, e disincentiva i migliori a investire risorse per l’accesso a tali occupazioni.
Una delle principali cause di questo fenomeno va rintracciata negli schemi retributivi adottati nel pubblico impiego, in particolare nel fatto che generalmente i dirigenti o responsabili non sopportano economicamente le conseguenze delle scelte effettuate nelle selezioni pubbliche: se si assume il figlio incompetente del proprio collega si ottengono favori/tangenti/riconoscenza/lealtà da parte di quest’ultimo, ma praticamente nessuna penalizzazione in termini di minore remunerazione, nonostante l’organizzazione registri performance peggiori come conseguenza delle cattive selezioni. D’altra parte, la scarsa presenza di meccanismi retributivi incentivanti non penalizza nemmeno il “raccomandato” anche se svolgerà male il suo lavoro.
La riforma della pubblica amministrazione verso una più diffusa adozione di remunerazioni legate alla performance potrebbe contribuire al miglioramento della selezione della forza lavoro, ma è essenziale un meccanismo che premi o penalizzi economicamente i responsabili delle selezioni in relazione alla qualità delle scelte effettuate.


(1) Si veda in proposito il libro diRoberto Perotti, L’università truccata, Einaudi, 2008 e l'articolo di Gian Antonio Stella, “E la Regione riassume i parenti dei politici”, Corriere della Sera, del 9-4-2009.
(2)Vincenzo Scoppa, “Intergenerational Transfers of Public Sector Jobs: A Shred of Evidence on Nepotism”,Public Choice, 2009, in corso di pubblicazione.

Honduras: "È in corso un colpo di stato nel paese"


"È in corso un colpo di stato nel paese". Questa la drammatica denuncia fatta poche ore fa dal presidente dell'Honduras Manuel Zelaya, parole subito conformate dal presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Manuel D'Escoto: "Condanniamo fermamente il colpo di stato in Honduras contro il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya". La situazione è infuocata, anche se per ora il peggio pare scongiurato. Il pomo della discordia è il referendum di domenica prossima, che dovrà decidere se convocare o no l'elezione di un'assemblea Costituente voluta secondo i sondaggi dall'85 percento della popolazione. E i soliti noti non ci stanno: le élite, l'esercito, le alte gerarchie cattoliche, le casta politica, sono disposti a tutto purché nel paese neanche si parli di Assemblea Costituente.

"È bastato solo l'odore di una Carta costituzionale che per la prima volta mettesse nero su bianco diritti civili e strumenti per ottenerli, perché si mettesse in moto la macchina golpista che durante tutta la storia ha impedito giustizia sociale e democrazia in tutto il Centroamerica", spiega lo storico e giornalista Gennaro Carotenuto. Il presidente Manuel Zelaya, "Mel", di estrazione di centro-destra nel partito liberale ma che durante il suo mandato ha virato verso il centro-sinistra, aveva indetto per dopodomani domenica 28 giugno una consultazione con la quale si chiedeva ai cittadini se nel prossimo novembre si dovesse convocare o meno un'Assemblea Costituente, in contemporanea alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative già previste.

"Quella per l'Assemblea costituente sarebbe stata la "quarta urna", una svolta che secondo i sondaggi è voluta da almeno l'85 percento del paese, ma indesiderata dalle élite tradizionali, dal sistema dei partiti incluso quello del presidente che oramai si oppone apertamente a Mel, dai media di comunicazione, che in Honduras come nel resto del continente sono dominio esclusivo del potere economico, dalla Corte Suprema e dall'esercito", aggiunge. Queste né vogliono una nuova Costituzione né accettano di verificare se la maggioranza della popolazione la desidera.

Ieri, la maggioranza dell'esercito, seguaci del Capo di Stato Maggiore Romeo Vázquez, si è rifiutata di mettersi in moto in vista della consultazione, e non ha eseguito i lavori di loro competenza, come la distribuzione delle urne. "E' un referendum illegale", ha commentato, adducendo che spianerebbe la strada alla dittatura di Mel Zelaya. Di qui la destituzione del generale Vázquez, non ratificata però dalla Corte Suprema, che ha così appoggiato la sedizione.

"A questo punto le informazioni sulla notte honduregna si fanno confuse - spiega Carotenuto - Di fronte al rifiuto di Zelaya di reintegrare Vázquez come Capo di Stato Maggiore parti importanti dell'esercito avrebbero occupato punti nevralgici del paese. I movimenti popolari, indigeni e sociali che appoggiano un presidente, divenuti unici riferimenti per Zelaya osteggiato da tempo dal proprio partito, sarebbero scesi al contrattacco, avrebbero occupato sotto la pioggia battente la base militare della Forza Aerea nell'aeroporto internazionale di Tocontín, sottratto a questa le urne e le schede referendarie con l'intenzione di distribuirle comunque nel paese".

Ma gli ultimi fatti fanno ben sperare. Zelaya ha parlato al paese, ribadendo che domenica gli honduregni saranno chiamati alle urne. Inoltre, le forze armate non si sono mostrate compatte: il comandante dell'Aviazione, Generale Javier Price, si è schierato con il presidente. Intanto, i movimenti sociali si sono stretti intorno a Mel, denunciando il silenzio dei mezzi di comunicazione sugli ultimi gravi fatti e invitando a far circolare le informazioni sul tentato golpe in modo da stimolare la solidarietà internazionale. Intanto l'Oea ha convocato per domani un'assemblea straordinaria per valutare la crisi in Honduras.

di Stella Spinelli

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/16389/Tentato+golpe+in+Honduras

venerdì 26 giugno 2009

La struttura teocratica dell'Iran


Secondo la costituzione della Repubblica islamica d’Iran il vertice istituzionale dello Stato è rappresentato dalla Guida della rivoluzione (rahbar-e enghelab; cioè il giurisperito designato a rappresentare politicamente l’Imam in attesa del suo ritorno nel giorno del giudizio, in sintonia con la teoria sulla velayat-e faqih elaborata dall’ayatollah Seyyed Ruhollah Khomeini).

L’articolo 110 della costituzione iraniana (riformato nel 1989) stabilisce che questi è il comandante in capo delle forze armate, e ha, inoltre, il compito-privilegio di nominare e rimuovere i seguenti individui:
  • (1) i sei faqih del Consiglio dei guardiani (shura-ye negahban, formato da dodici giuristi, di cui i rimanenti sei devono essere dei “laici”, ovvero con una formazione derivate dal sistema educativo nazionale);
  • (2) il capo del sistema giudiziario;
  • (3) il presidente della radio e televisione nazionale;
  • (4) il comandante supremo dei Guardiani della rivoluzione (Sepah-e pasdaran);
  • (5) il comandante supremo dell’esercito regolare e dei servizi segreti. Indubbiamente, questa figura gode di una posizione di assoluta preminenza nel sistema della Repubblica. Peraltro, la Guida gode di ulteriori privilegi sia istituzionali che di fatto (Buchta 2000, pp. 46-57).
La questione essenziale, però, in una Repubblica che si auto-definisce islamica è un’altra. E cioè: la Guida della rivoluzione rappresenta la più importante figura religiosa del paese e dell’Islam sciita? La risposta, breve e indiscutibile è: NO.

L’Iran non è una Chiesa né ha una gerarchia ecclesiastica. Questo elemento è sancito dalla costituzione. Certo, è vero che nella recentissima storia della Repubblica islamica, l’Iran ha avuto la “tentazione” di proporsi come Chiesa e di proporre il suo leader come capo religioso di tutti gli sciiti. Il secondo caso, in particolare, indispensabile per la validità del primo, si è in parte verificato con il ritorno dal lungo esilio di Khomeini (1979). In tal senso, l’articolo 5 della prima parte della costituzione scritta sotto la sua influenza ideologica e presenza fisica (e approvata dal 98.2% degli aventi diritto al voto in un referendum popolare tenutosi nel 1979) prevedeva che: “Durante il tempo in cui il dodicesimo imam rimane in occultazione, nella Repubblica islamica d’Iran la tutela degli affari e l’orientamento del popolo sono affidati alla responsabilità di un giurista giusto e pio, conoscitore della propria epoca, coraggioso, dotato di energia, di iniziativa e di abilità amministrativa, che la maggioranza della popolazione riconosca ed accetti come propria Guida. Nel caso in cui nessun giurista esperto di diritto islamico ottenga tale riconoscimento maggioritario, le responsabilità sopra esposte saranno affidate ad un Consiglio direttivo di giuristi dotati dei requisiti già elencati, in conformità all’articolo 107”. Tale ruolo, anche se contestato e messo in discussione da larga parte dell’establishment religioso sciita internazionale, fu effettivamente rivestito da Khomeini in Iran (1980-1989).

Rispetto alla tradizione scolastica sciita di stampo moderno, il più rilevante dei requisiti richiesti dalle costituzione è che la Guida dovesse essere riconosciuta come la personalità religiosa più importante del paese “dalla maggioranza della popolazione”. Infatti, questo elemento riprende, istituzionalizzandola e rendendola legge dello Stato, una delle più significative e controverse elaborazioni dottrinali sciite moderne, la marja‘iyya. Sostanzialmente, tale teoria prevede che ogni credente (muqallid) debba seguire le prescrizioni islamiche così come interpretate da un (e non IL) marja’ al-taqlid (un giurisperito che ha effettuato gli studi teologici e giuridici presso la hawza ‘ilmiyya – circolo di studio religioso tradizionale – e che, da un lato, abbia ricevuto il permesso (ijaza) di effettuare l’ijtihad (e cioè di re-interpretare la tradizione giuridica islamica) da uno studioso che ricopra a sua volta tale funzione-ruolo, e dall’altro, dopo aver dimostrato la sua effettiva capacità pratica di effettuare tale ijtihad nel corso di numerosi anni, venga dunque riconosciuto come un primus inter pares dagli altri marja‘ e, infine, sia effettivamente seguito da un rilevante numero di credenti).

Con l’approssimarsi della morte di Khomeini (1989), però, la costituzione venne cambiata e lo stesso articolo oggi recita: “Durante il tempo in cui il dodicesimo imam rimane in occultazione, nella Repubblica islamica d’Iran la tutela degli affari e l’orientamento del popolo sono affidati alla responsabilità di un giurista giusto e pio, conoscitore della propria epoca, coraggioso, dotato di energia, di iniziativa e di abilità amministrativa, in conformità all’articolo 107”.Quindi, oggi, la costituzione iraniana non prevede affatto che la Guida sia la più rilevante (o una fra le più rilevanti) personalità religiosa del paese, o dell’establishment religioso sciita internazionale (queste sì identificate in base al criterio della maggioranza della popolazione sciita e del primus inter pares). Premettendo che il marja‘ va scelto fra quelli in vita e la valenza del suo ruolo è transnazionale, non è un caso che l’ayatollah Seyyed ‘Ali Hosseini Sistani (di nazionalità iraniana ma residente a Najaf, in Iraq) sia attualmente considerato il più seguito e importante marja‘ al mondo. Inoltre, volendo provare ad indicare un seguito su base nazionale, prendendo in considerazione il Libano, gli studiosi sono concordi nell’indicare Sistani come il marja‘ più importante, con al “secondo posto” l’ayatollah Seyyed Mohammad Hossein Fadlallah (a ulteriore dimostrazione di quanto si viene dicendo, aggiungo che lo stesso Fadlallah si è detto d’accordo con Khamenei sul piano politico, ma si è dichiarato indipendente – leggi superiore – sul piano religioso; cfr. Shaery-Eisenlohr, 2008, p. 76 e pp. 144-145).

Per quanto riguarda l’Iran, il numero dei marja‘ è quantomeno consistente, anche se il loro rispettivo “seguito” è difficile da quantificare. Fra gli altri cito: ‘Ali Hosseini Sistani, Hossein ‘Ali Montazeri (principale fonte di riferimento dei “riformisti” iraniani), Abdolkarim Mousavi Ardabili, Safi Golpaygani, Sane’i (altro punto di riferimento dei “riformisti”), Seyyed Kazim Haeri, Mohammad Shahroudi, Seyyed Moslem Malakouti, Hossein Mazaheri, Vahid Khorasani, M. J. Gharavi Aliari, Nasser Makatem Shirazi, Seyyed Sadeq Rohani, Mohammad Taghi Bahjat. Infine, è doveroso menzionare che negli ultimi anni anche Khamenei (www.leader.ir) si è proposto come marja’, ma, secondo i dati a disposizione degli studiosi, non sembra che questo ruolo gli venga riconosciuto da un numero consistente di muqallidun, ed anzi è fortemente contestato dagli altri primus inter pares (cfr. Butcha, pp. 52-55).

Questi brevi cenni forse possono aiutare a comprendere come da un punto di vista tanto storico che ideologico, nel caso della Repubblica islamica dell’Iran non siamo di fronte a una teocrazia, definita come un governo in cui la “sovranità sia simbolicamente esercitata dalla divinità, storicamente identificata nel governo di uomini considerati gli interpreti più attendibili della volontà divina” (Dizionario Devoto Oli-Le Monnier). (Preme segnalare che l’elemento teocratico si presenta, invece, in un paese-impero come la Gran Bretagna, dove la regima Elisabetta è sia la massima carica istituzionale (ma non di governo, ndr) della monarchia che il vertice della gerarchia ecclesiastica anglicana). Bensì, in Iran, ci troviamo di fronte al caso in cui la Guida rappresenta il vertice istituzionale della Repubblica, questo vertice gode sì di poteri e privilegi palesemente eccessivi per un sistema repubblicano, viene sì scelto fra l’establishment religioso del paese, ma non rappresenta affatto (né da un punto di vista istituzionale né da un punto di vista ideologico) la più importante personalità religiosa del paese, e ancor meno delle diverse e altre comunità sciite nel mondo.

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