martedì 19 maggio 2009

Una partita decisiva per Israele


La partita sull'Iran ed il Medio Oriente si fa sempre più interessante e crediamo darà molto lavoro agli storici futuri, a prescindere dai suoi esiti. Siamo alla vigilia del viaggio negli Stati Uniti del nuovo primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che vi gioca una partita decisiva per Israele: la posta è niente di meno che il futuro assetto del Medio Oriente dopo l'evidente fallimento della strategia americana di quasi un ventennio, motivata con l'esigenza di introdurvi a tutti i costi la democrazia liberal-capitalista.
La strategia del premier e del suo ministro degli esteri punta a due obiettivi fondamentali: chiudere definitivamente l'esperienza ventennale del cosiddetto "processo di pace" in Palestina e saldare una volta per tutte i conti con l'Iran. Il terzo obiettivo, che è in realtà il primo in ordine cronologico, e che si deciderà proprio in questi giorni a Washington, è quello di portare sulle posizioni israeliane gli Stati Uniti.
Se il capo del governo israeliano riuscirà in questo, Israele avrà stabilito un'inattaccabile egemonia su tutto il Vicino Oriente: sarebbe infatti provata la già consistente ipotesi secondo cui ormai da un trentennio è la politica estera Usa ad essere strategicamente determinata dallo Stato ebraico e non viceversa.
Il ministro degli esteri Lieberman, in una impressionante intervista rilasciata qualche settimana fa ad un giornale israeliano (The Jerusalem Post, 28 aprile 2009), ha introdotto in modo esplicito e radicale un nuovo concetto secondo il quale non può esservi pace con i Palestinesi fino a quando penderà su Israele la minaccia nucleare iraniana. In tal modo Israele gioca con rara spregiudicatezza la carta di collegare la ripresa del processo di pace coi Palestinesi alla vera o presunta minaccia iraniana: si è trovata così una giustificazione al ribadito abbandono dell'idea dello scambio "pace- contro-territori" che già veniva respinta da Netanhyau negli anni Novanta..
Liebermann con molta chiarezza ha dichiarato infatti che il problema palestinese non è un problema politico ma un problema economico. La sua visione del problema merita una citazione testuale: "Che cosa è più importante per i Palestinesi? Io credo che anche questo sia molto chiaro, l'economia. Io parlo ora come un colono, noi a Nokdim (l'insediamento ebraico nella West Bank in cui abita Liebermann) siamo i più grandi datori di lavoro nella nostra area. Io ho frequenti incontri con i Palestinesi dei villaggi circostanti che non credono affatto nel processo politico, nei processi di pace, né nei summit nelle conferenze, nelle dichiarazioni... Hanno una disoccupazione del 30-40 per cento, specialmente nella Striscia di Gaza, con famiglie che vivono con 200 dollari al mese. Come tutte le persone normali essi desiderano prima di tutto, lavoro per dar da mangiare alle loro famiglie, per dare una educazione ai loro figli, servizi sanitari, sicurezza per le persone. Quindi il valore chiave per i Palestinesi è l'economia."
In tal modo risulta evidente la spregiudicatezza con cui la classe dirigente israeliana, che ha creato questa drammatica situazione economica per le popolazioni palestinesi durante un'occupazione di oltre sessantanni, possano ora addirittura utilizzarla come motivazione per rifiutare loro la sovranità politica!
Se in questo modo viene liquidato il problema del processo di pace, la questione si sposta sulla capacità dello Stato ebraico di convincere gli Usa della gravità e della immediatezza della minaccia nucleare iraniana: a questo scopo è ben noto che si sono svolti numerosi incontri ai massimi livelli diplomatici, militari e di intelligence fra i vertici israeliani ed americani e la stampa ebraica non ha avuto difficoltà a dichiarare che sono questi i rapporti che contano, nel senso che "i politici passano, i capi di stati maggiore restano" ed è con questi ultimi che lo Stato ebraico mantiene da anni ottimi rapporti (Haaretz, 3 aprile 2009). 
Haaretz citava esplicitamente gli ottimi rapporti che intercorrono fra il capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, generale Gabi Ashkenazi, e i più alti vertici americani, quali il generale David Petraeus, comandante delCentocom, o il generale Michael Mullen, che presiede lo stato maggiore generale statunitense, o il generale James Jones, attuale presidente del National Security Council americano, la suprema autorità statunitense in materia militare e di intelligence: proprio con quest'ultimo, Ashkenazi ha avuto un incontro nel corso di mese di marzo, per illustrare le valutazioni israeliane sul problema iraniano.
Mentre lo stesso premier israeliano ha avuto tre settimane fa un lungo incontro con Leon E. Panetta, il direttore della Cia, recatosi a Gerusalemme allo scopo (International Herald Tribune, 15 maggio 2009).
Con una disinvoltura che non sta trovando nessuna eco nella stampa internazionale, si sta apertamente discutendo delle modalità tecniche di un attacco israeliano alle installazioni iraniane, dando per scontato un "diritto di attacco preventivo" che gli Israeliani si sono presi con la forza, in spregio a tutte le norme dello jus gentium, con la distruzione della centrale di Osiak nel 1981 e con il recente attacco contro il presunto reattore nucleare siriano di Dayr az-Zawr del settembre 2007.
Questo utilizzo della forza, giustificata in nome della propria sicurezza, e fatto proprio in buona misura anche dagli Stati Uniti, in occasione dell'attacco all'Iraq del 2003, sta diventando sempre più pericoloso dato che proprio l'esperienza del 2003 ha rivelato che le informazioni che giustificarono la guerra all'Iraq erano del tutto pretestuose e basate su clamorose operazioni di deception: una tecnica spionistico-propagandistica utilizzata con grande successo dagli Alleati nel corso della Seconda Guerra Mondiale che gli israeliani sembrano avere per proprio conto perfettamente assimilato e adattato ai nuovi contesti politici militari e mediatici.
Negli ultimi giorni, è stata quindi data ampia informazione da parte della stampa israeliana in merito ad accurato studio di Abdullah Toukan e Anthony Cordesman del Center for Strategic and International Studies, il più grande dei pensatoi statunitensi in materia di studi internazionali e strategici statunitensi, da sempre collocato alla "destra" dello schieramento politico-intellettuale americano. Dopo avere analizzato in dettaglio da un punto di vista tecnico-militare le possibili modalità con cui l'attacco all'Iran potrebbe essere realizzato dallo Stato ebraico, lo studio conclude così: "Un attacco israeliano contro le strutture nucleari iraniane è possibile (...) pur essendo complesso e ad alto rischio e senza alcuna certezza che la missione nel suo complesso possa avere un'elevata probabilità di successo" (Haaretz, 15 maggio 2009).
Si tratta a questo punto di capire se gli Israeliani sono pronti ad agire anche per proprio conto e ad esercitare di conseguenza pressioni sugli Usa in questo senso, approfittando dell'evidente difficoltà in cui versa l'amministrazione Obama di delineare una nuova strategia per il Medio Oriente: mettere la nuova amministrazione di fronte ad un fatto compiuto potrebbe essere una scelta assai azzardata ma non del tutto priva di significato.
Il problema di fondo è comprendere quale è la visione di fondo del nuovo establishment israeliano: cioè a dire quale sia il reale obiettivo strategico al quale puntano i tre obiettivi di cui abbiamo detto al principio.
Se la ragione reale della perdurante volontà di chiudere la partita con l'Iran fosse infatti realmente collegata alla percezione di un pericolo reale, il governo israeliano dovrebbe a rigor di logica attendere che le elezioni in giugno in Iran modifichino i rapporti politici interni di quel Paese e magari introducano delle novità nella sua politica nucleare. Non si comprenderebbe in tal caso la evidente fretta con cui gli Israeliani vogliono chiudere la partita.
Se, viceversa, la visione è rivolta a ridefinire una volta per tutte a favore di Israele l'intero quadro mediorientale, allora la questione cambia e di molto. In questo ultimo caso, non vi è dubbio che il momento attuale è il più favorevole per lo Stato ebraico. I Paesi arabi sono completamente privi di una propria capacità di elaborare delle strategie nuove e seguono pedissequamente le indicazioni americane, nel timore di ulteriori destabilizzazioni che potrebbero avere ricadute devastanti anche sui loro equilibri interni.
Israele non ha quindi altri nemici nell'area, oltre all'Iran e ad Hezbollah: la loro sconfitta militare trascinerebbe con sé anche la Siria, piegandola ad una sistemazione dell'annoso problema del Golan. La questione palestinese sarebbe a quel punto congelata sine die, risolvendo il problema di fondo della sistemazione geopolitica della Terra Santa e dello Stato ebraico in un puro rapporto di forza del tutto favorevole a Israele.
Non dobbiamo dimenticare, a tale proposito, che questo quadro è stato già analiticamente descritto fin dagli anni Novanta, nel famoso documento Clean Break: a new strategy for securing the realm. Non dobbiamo dimenticare che quello studio di scenario era stato elaborato dietro richiesta proprio dell'attuale premier israeliano Netanyahu ed a lui fu presentato nel luglio del 1996 dallo IASPS - Institute for Advanced Strategic and Political Studies. È opportuno rileggerlo ora, perché è di una sorprendente aderenza al quadro strategico attuale, giacché pare proprio che da allora, attraverso passaggi sanguinosi e complessi, sia stato di fatto raggiunto l'obiettivo di fare della politica israeliana "un importante - se non il più importante elemento nella storia del Medio Oriente".
Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che gli estensori di quello studio erano un gruppo di autorevoli personaggi di quella classe internazionale integrata israelo-statunitense che ha tanto profondamente influenzato le scelte di fondo della politica nordamericana in Medio Oriente negli ultimi trent'anni: una classe dirigente che non si cambia semplicemente eleggendo un nuovo presidente.
È dunque questa la classe dirigente internazionale che in questi giorni prenderà decisioni che tanta importanza avranno per il futuro del Medio Oriente e per il nostro.
di Alberto Terenzi

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