mercoledì 20 maggio 2009

La fine della Tigre Tamil


“Sono fiero di annunciare che il mio governo, con l'impegno totale delle nostre forze armate in un’operazione umanitaria senza precedenti, ha finalmente sconfitto militarmente l'Ltte”. Devono essere brillati gli occhi al presidente srilankese Mahinda Rajapakse, quando ieri, con orgoglio e una buona dose di coraggio, ha pronunciato le parole che da tempo si era preparato. Da Amman, in Giordania, dove si trovava nei giorni scorsi per un vertice G11, rientrerà oggi a Colombo come “leader di una nazione che ha sconfitto il terrorismo”. L’ “offensiva umanitaria” contro le Tigri dell’Ltte (Tigri per la liberazione del Tamil Eelam), che da gennaio ad oggi ha fatto oltre 6500 vittime civili, è quasi giunta al termine. Ieri all’alba l’esercito ha conquistato la zona costiera dei due chilometri quadrati e mezzo o poco più di giungla dove sono ancora asserragliati gli ultimi ribelli insieme a migliaia di civili. Perso anche l’accesso al mare, l’ultima via di scampo, le Tigri sono con le spalle al muro. Ancora quarantott’ore ore e tutto sarà finito, fanno sapere dal ministero della Difesa, capeggiato da Gothabaya Rajapakse, fratello del presidente. Bandiere sventolanti su tutti gli edifici pubblici per festeggiare la conquista della costa ed accogliere il presidente trionfante. Ma alle dichiarazioni di vittoria non sono seguite spiegazioni su cosa accadrà nelle prossime ore. Solo un avvertimento: le Tigri sono pronte al suicidio di massa. Una notizia circolata sulla stampa srilankese, che cita fonti dell’esercito secondo cui i ribelli, insieme ai civili, sarebbero pronti al sacrificio finale piuttosto che arrendersi. In caso di carneficina, insomma, la responsabilità sarà delle Tigri. Un’altra notizia, per ora non ufficialmente confermata, dà Velupillai Prabhakaran, il leader fondatore dell’Ltte, per catturato, non si sa se vivo o morto. Dopo 26 anni di guerra civile, insomma, sembra che Colombo sia riuscita a piegare le Tigri, perlomeno in questa fase. Che l’abbia fatto a scapito di migliaia di Tamil uccisi e oltre 200mila sfollati detenuti ora in campi in condizioni disumane, non importa. “L’intento del governo di porre fine alla guerra i 48 con un bagno di sangue non risolverà un conflitto che dura da decenni, ma porterà la crisi a livelli imprevedibili”. Le parole minacciose di Selvarasa Pathmanathan, capo delle relazioni internazionali dell’Ltte, ricercato dall’Interpol e latitante, hanno un fondo di verità. Non sarà di certo con la fine di quest’offensiva che Colombo potrà cantar vittoria, perchè il problema della minoranza Tamil continuerà ad esistere. Ma Rajapakse ha sconfitto il terrore, come va dicendo, e la comunità internazionale che tanto si è sbracciata nelle ultime settimane per chiedere una tregua, Gran Bretagna e Usa in primis, dovrà adesso tacere. Il bilancio finale e reale della carneficina che si è consumata in questi mesi nella giungla di Vanni, nel nord-est dell’isola, sarà noto solo quando le organizzazioni internazionali saranno riammesse nella regione, ma già è chiaro che saranno numeri esorbitanti che peseranno come macigni sulle coscienze di chi non ha voluto o potuto fare nulla per fermarla. I ripetuti appelli alle due parti per la protezione dei civili sono caduti nel vuoto, le bombe dell’esercito hanno continuato a cadere sugli ospedali stracolmi di feriti e l’eventualità di accuse per crimini di guerra non è servita a fermare gli attacchi indiscriminati dei militari. L’unico tentativo concreto per convincere Colombo a desistere è stata la minaccia degli Usa di “ritardare” – giammai bloccare – un megaprestito di quasi 2 miliardi di dollari che il governo srilankese aspetta dal Fondo monetario internazionale per cercare di sanare una situazione economica disastrosa. Troppo poco, anche perchè il Fmi ha già fatto sapere che i soldi arriveranno nelle prossime settimane. Quanto al Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’unico ad avere qualche arma più convincente, è stato messo fuori gioco dagli amici di Colombo, Cina e Russia, che si sono sempre opposte a una risoluzione a favore dei civili Tamil, ribadendo il principio di non ingerenza negli affari interni del paese. Ma l’appoggio di Pechino e Mosca va ben oltre il Consiglio di sicurezza. Il capo della Difesa, Gothabaya Rajapakse, ha siglato venerdì con la Russia un accordo fresco fresco per la fornitura di elicotteri militari, armi e altri equipaggiamenti. “Stiamo già usando velivoli russi e ce ne serviranno di più in futuro”, ha fatto sapere il ministro, dicendosi intenzionato a stringere rapporti militari più stretti con Mosca. Per l’offensiva finale e militarmente massiccia contro le Tigri, Rajapakse ha potuto contare sull’aiuto della Cina, che dal 2007, quando gli Stati Uniti hanno interrotto i rapporti commerciali per il mancato rispetto dei diritti umani da parte di Colombo, è diventato il principale partner di Colombo nel commercio di armi, munizioni e velivoli bellici (tra cui 6 jet F7 da combattimento forniti gratuitamente) e ha superato il Giappone come donatore più generoso. E non è un caso. Pechino, infatti, sta costruendo un gigantesco porto da 1 miliardo di dollari a Hambantota, ex villaggio di pescatori nel sud-est dell’isola. Ufficialmente un porto commerciale, che si trova però in una posizione militarmente strategica per il rifornimento delle navi cinesi nell’Oceano Indiano mandate a proteggere i suoi rifornimenti di petrolio dalla pirateria e che andrà ad aggiungersi ad altrettanti scali in costruzione in Pakistan, Bangladesh e Birmania. L’urgenza di “pacificare” il nord del paese in pochi mesi dopo quasi 30 anni di guerra civile si spiega anche così.
di Junko Terao

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