lunedì 20 aprile 2009

Moldavia: quello che i grandi media non dicono


Di solito quando vincono i comunisti si dice che non vale. Si grida al broglio, si denuncia la longa manus di qualche potenza straniera e magari si fa succedere qualcosa per far salire la tensione. Nulla di strano che sia successo anche il mese scorso in Moldavia. Quel che è curioso è che la stampa occidentale si ostini a non dir nulla sul contenuto della scelta del popolo al crocevia tra l’Europa occidentale e il mondo russo.
Ecco lo scarno racconto dei media mainstream.
Si è votato tra accuse di irregolarità e intimidazioni. Le denunce erano quantomeno attendibili, visto che si è trattato di un plebiscito per i comunisti, che non solo si sono confermati al vertice, ma hanno addirittura conquistato la maggioranza assoluta, grazie anche all’affluenza sospetta di oltre il sessanta per cento, che diventa di fatto l’ottanta se si considera che circa un quinto degli elettori vive all’estero. A scrutinio ancora in corso, quando è risultato evidente l’esito delle controverse elezioni è esplosa, spontanea, la rabbia collettiva.  



A innescare la miccia è stata la smentita da parte del governo della notizia di un accordo con l’opposizione per rivotare, o quantomeno per ricontare le schede. Immediatamente la gente è uscita dalle case e, spuntando da ovunque nella capitale Chisinau e anche da fuori, è corsa nella zona del Parlamento e della Presidenza. Una folla inferocita di ventimila persone, in larga parte studenti, che in breve tempo è riuscita a penetrare negli edifici del potere, danneggiando il danneggiabile, buttando mobili fuori dalle finestre e appiccando roghi. Solo dopo ore di tafferugli le forze dell’ordine hanno ripristinato la calma, non senza evitare il bilancio pesantissimo di duecentosettanta feriti, tra cui centosettanta agenti, una donna morta – secondo la versione ufficiale soffocata dal fumo - e ben centonovantatre arresti. Il presidente Voronin, egli stesso comunista, ha subito liquidato la protesta come abitualmente fanno i regimi, parlando di “sventato colpo di Stato”, con l’amico russo Putin a mettere subito in guardia l’Europa, e la Romania in primis, da “violazioni della sovranità e della volontà del popolo moldavo”.

Ecco invece quel che non si è scritto.
Qualche ora prima degli scontri, Petros Efthymiou, capo della delegazione dell’Assemblea parlamentare dell’Osce – le cui disamine dei processi elettorali ricevono solitamente il plauso dell’Occidente -, si dichiarava “lieto dei progressi della democrazia in Moldavia. Queste elezioni sono state molto buone. I cittadini devono ricevere le nostre congratulazioni per la giornata del voto, democratica, serena e ben gestita”. Niente brogli, dunque. La “spontaneità” dei tumulti, poi, risulta poco credibile, dato lo scientifico schieramento dei minorenni prima a inibire la risposta dei poliziotti e le schiere armate di oggetti contundenti a intervenire in seconda battuta. Un’organizzazione che si spiega solo con una potente regia. Che non manca all’opposizione, a cominciare da Anatol Stati, uomo molto vicino al magnate americano George Soros, ritenuto il regista della “rivoluzione arancione” a Kiev. E Anatol non è un missionario, bensì l’uomo più ricco della Moldavia, con i suoi affari nel gas e nel petrolio in Kazakistan e in mezza Africa. La natura sovversiva della manifestazione, nonché il suo supporto esterno, risultano del resto chiare anche dalle sole immagini: oltre alla presa del palazzo, l’affissione della bandiera rumena e l’uso di slogan quali “Non servono elezioni, il Parlamento l’abbiamo già, a Bucarest”. La tentata ingerenza dunque c’era, ma arrivava da Ovest. Non certo da Mosca: i comunisti moldavi non sono filorussi, avendo conquistato l’indipendenza nel ’92, conservando non pochi problemi con la minoranza russa indipendentista della Transnistria e dichiarandosi essi stessi vicini all’Unione Europea.

Il voto è stato allora eminentemente politico. Lo hanno raccontato i pochissimi blogger che si sono degnati di chiedere le ragioni ai diretti interessati. La risposta era sempre quella: “Non vogliamo finire come la Romania che ha demolito il welfare senza migliorare il potere d’acquisto. I salari e le pensioni sono limitate. Ma arrivano, sempre e puntuali”.
di Alessandro Cisilin – da «Galatea European Magazine»

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