giovedì 23 aprile 2009

L'Iran gioca la sua partita


Teheran da un lato non abbandona la violenta retorica anti - israeliana, dall'altro si dichiara disponibile a collaborare sul programma nucleare con l'Occidente. Le mosse tattiche sullo scacchiere internazionale celano la realtà di un paese davanti a un bivio importante, quello delle elezioni politiche. L'impressione, tuttavia, è che se dovesse tramontare un astro del fondamentalismo laico come l'attuale presidente anche l'eventuale tecnocrate suo concorrente, Moussavi, non sposterebbe orientamenti e valori verso l'occidente



C'è l'Iran che accusa, come nelle schermaglie sul razzismo a Durban 2 (anche oggi Ahmadinejad da Teheran ha rincarato la dose su Israele ricordandone i crimini di guerra a Gaza e parlando della sua pulizia etnica), e l'Iran che dialoga per bocca del capo negoziatore della Repubblica islamica Said Jalili, 




che ha annunciato la piena disponibilità alla collaborazione per il programma nucleare col gruppo dei cosiddetti Paesi "cinque più uno" (Stati Uniti, Francia, Russia, Cina, Gran Bretagna e Germania). L'avvicinamento già apparso lo scorso 8 aprile, con gli Usa aperti da Obama al dialogo anche con Teheran, pur escludendone dotazioni nucleari belliche, potrà continuare se si riscontrerà reciproca fiducia su esigenze e limiti del piano nucleare. Il Consiglio Supremo per la Sicurezza iraniano, come aveva già recentemente annunciato proprio Ahmadinejad, presenterà alle potenze mondiali un piano nucleare. Sarebbe un aggiornamento di quello già mostrato un anno fa e giudicato inadeguato dalle stesse. Il rischio dell'impasse c'è, soprattutto se l'attuale Capo di Stato venisse riconfermato dopo il 12 giugno.

Ma non è detto, le stesse aperture iraniane vanno ben oltre la figura presidenziale, rappresentativa più che decisionale. Certo la diplomazia mondiale guarda con interesse a un eventuale ricambio al vertice d'una nazione che conserva nel clero sciita e nella Suprema Guida Khamenei, a loro dire, le garanzie di un'emancipazione dall'imperialismo. Ma se dovesse tramontare un astro del fondamentalismo laico come l'attuale presidente anche l'eventuale tecnocrate suo concorrente, Moussavi, non sposterebbe orientamenti e valori verso l'occidente. Negli anni passati la gestione riformista dell'illuminato teologo Khatami ha gradualmente introdotto nella società iraniana il distacco dal cupo conservatorismo degli ayatollah ipertradizionalisti come Khamenei, e più di lui Mesbah-Yazdi difensore del principio del governo del clero, ma non a vantaggio dell'occidentalizzazione delle usanze. Gli stessi universitari contestatori del rude Ahmadinejad, coloro che si scontrarono coi militanti basij, solo in qualche caso sporadico aprono indiscriminatamente all'Occidente.

L'islamizzazione è diffusamente sentita ed è fieramente un simbolo, che va oltre il fanatismo religioso, coinvolge comportamenti e costumi sociali. Ne sono un esempio proprio le donne - trent'anni fa vittime delle repressioni delle truppe khomeiniste - che attraverso il velo, inizialmente imposto in maniera ferrea dagli ayatollah, manifestano un'appartenenza che ha modificato nel tempo molti aspetti sia della sedicente emancipazione dell'era dello Shah sia i tradizionali costumi maschilisti (poligamia), la subalternità assoluta della donna al marito e la sua assenza dalla vita pubblica. Proprio nel decennio scorso il movimento per i diritti delle donne esprimeva esigenze talmente diffuse su cui il Potere ha, pur forzatamente, piegato il turbante. Naturalmente il fronte dei diritti civili deve ancora raggiungere parecchi obiettivi, però proprio la vicinanza che si è creata in questi anni fra le islamiste aperte, definite moderniste, e quelle laiche può rappresentare una tendenza capace di avere la meglio su ritorni di conservatorismo talebano e occidentalizzazione forzata.

Naturalmente i leader, a cominciare da Ahmadinejad, sanno che non possono prescindere dai rapporti con l'Occidente per non rivivere gli anni bui dell'isolamento. Perciò nei mesi a venire - ben oltre le elezioni presidenziali - questioni come il nucleare e i rapporti internazionali nel Grande Medio Oriente terranno sulla scena mondiale la popolosa nazione islamica e la sua leadership. A smorzare i furori antiamericani potrà contribuire la crisi economica che pone il Paese in una condizione di bisogno di svincolarsi dai vecchi embarghi e cercare scambi commerciali al di là della sicurezza fornita dalle riserve petrolifere. Ma anche gli Usa dovranno fare dei passi, uscire dalla "Guerra fredda del Terzo Millennio" gonfiata ad arte dalla gestione Bush, comprendere come altre potenze collocate a est sono interessate a tessere buoni rapporti col Paese degli ayatollah, in un'area che con Iraq, Afghanistan e Pakistan rappresenta l'attuale polveriera del globo. Nei delicatissimi rapporti futuri casi relativi ai diritti umani come quello della giornalista (o spia) iraniano-americana Roxana Saberi, condannata dopo un processo a porte chiuse a otto anni di carcere, costituiscono emblematici momenti che possono favorire avvicinamenti o decretare nuove fratture. Le mosse d'un ayatollah, Mahmoud Hashemi Shahroudi, che giudica di valutare la vicenda con un equo esame dei fatti (ci sarà Appello), paiono segnali di maggior attenzione ai rapporti da riallacciare con la Satanica nazione d'un tempo. Ben altre grane attendono gli inquilini di Washington e Teheran.
di Enrico Campofreda

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