martedì 31 marzo 2009

Il piano Geithner e il nodo dei prezzi



Il Tesoro americano vara il piano teso alla stabilizzazione del sistema bancario: si fonda sull'utilizzo di capitale pubblico e privato per comprare i titoli tossici. Sembra un progetto credibile, per cui elimina incertezza sul comportamento futuro del Tesoro. Ma il meccanismo sembra anche una riproposizione dell'approccio Paulson. E il nodo della questione, ora come allora, è il prezzo a cui gli attivi tossici vanno comprati. Il grosso rischio è che la pulizia dei bilanci bancari e la riattivazione del credito avvengano a un costo enorme per i contribuenti.

Il Tesoro americano ha reso pubblici i contorni generali dell’iniziativa tesa alla stabilizzazione del sistema bancario. Essenzialmente l’idea è quella di usarecapitale pubblico e privato per comprare i cosiddetti ‘toxic assets’ - gli attivi tossici che il Tesoro americano sta cercando di ribattezzare ‘legacy assets’ - che attualmente infestano i bilanci delle banche.

IL TESORO USA HA DUE PIANI

Ci sono due piani distinti. Il primo, chiamato Legacy Loans Program, userà tra75 e 100 miliardi di dollari dei fondi Tarp, quelli che vennero allocati per il bailoutl’autunno scorso, cercando al tempo stesso di mobilitare capitale privato e i fondi dell’ente di assicurazione dei depositi, un ente pubblico che si finanzia con i premi che le banche pagano per l’assicurazione, la cui sigla è Fdic. Questo piano è destinato all’acquisto di prestiti ipotecari attualmente posseduti dalle banche e che al momento risultano altamente illiquidi. In breve, e per quel che è dato capire finora, il sistema funziona come segue. Primo, le banche, assistite dalla Fdic, identificano i prestiti ipotecari che vogliono vendere e l’ente stabilisce quanto desidera dare a prestito a chi compra tali attivi. Secondo, gli attivi vengono messi all’asta tra diversi possibili acquirenti e viene determinato un prezzo. Gli acquirenti che competono nelle aste, e che quindi determinano i prezzi, sono investitori privati. Terzo, il Tesoro e la Fdic danno agli investitori una grossa parte dei soldi con cui comprare tali asset. Nell’esempio fatto sul sito del Tesoro, la Fdic decide di finanziare sei a uno, ossia sei dollari di finanziamento a mezzo debito per ciascun dollaro di equity, l’acquisto di una obbligazione con valore facciale 100. Se il prezzo che si determina all’asta è 84, allora la parte di equity, ossia il capitale che viene effettivamente rischiato dagli investitori, è un settimo, ossia 12. I rimanenti 72 li mette la Fdic come prestito. In realtà i privati devono mettere solo metà dei soldi; l’altra metà la mette il Tesoro. In questo esempio, l’investitore privato mette 6. Ovviamente però questo significa anche che metà della proprietà va al Tesoro. Il vero zuccherino è dato dal fatto che il prestito della Fdic è un cosiddetto “no recourse loan”. Significa che il pagamento del debito è legato al valore dell’attivo che si compra. Se le cose vanno male e il valore dell’attivo va a zero, per esempio, l’investitore privato non deve più pagare nulla del debito.
Il secondo piano, chiamato Legacy Securities Program, funziona in modo simile, ma con fondi, per ora non è ben chiaro quanti, della Fed, la banca centrale Usa. Ed è indirizzato all’acquisto di obbligazioni basate sulle ipoteche. Anch'esse al momento sono illiquide e pesano come un macigno sui bilanci delle banche. In questo caso, il piano prevede di creare fondi d'investimento con capitale privato aventi l’obiettivo di comprare queste obbligazioni. Per ogni dollaro di capitale privato il fondo riceverà un dollaro di fondi pubblici. In più, riceverà tra un dollaro e due di prestito, sempre con fondi pubblici. Quindi, per ogni dollaro di capitale privato arriveranno tra due e tre dollari di fondi pubblici. Anche in questo caso i prestiti sono “no recourse”. Questi fondi con capitale misto privato e pubblico verranno gestiti in modo autonomo dagli investitori privati, anche se l’aspettativa è che la strategia sia di comprare le obbligazioni e tenerle fino alla loro scadenza.
L’idea generale, si dichiara, è quella di far ripartire il mercato per questi attivi, oggi completamente bloccato. Per garantire maggiore sprint, si cerca di coinvolgere non solo capitale pubblico, ma anche capitale privato. In tal modo si spera di mobilizzare una massa più grande di capitale, arrivando a ripulire i bilanci delle banche dagli attivi tossici.

IL NODO DEI PREZZI

Che giudizio dobbiamo dare del piano? In questi casi i dettagli sono importanti, e siccome alcuni  non sono ancora noti, è difficile dare un giudizio definitivo. Vorrei in particolare avere maggiori informazioni su alcuni punti.
Primo, mediante quale processo verrano scelti gli attivi tossici da mettere in vendita: sembra esistere un ruolo per la Fdic, ma il meccanismo non è completamente chiaro. Secondo, vorrei sapere più esattamente come verrano determinati i prezzi, ossia come verranno organizzate le aste e quanti potenziali compratori vi parteciperanno. Terzo, per capire come viene ripartito il rischio e quali sono i potenziali di guadagno delle diverse parti è ovviamente importante sapere qual è il tasso di interesse a cui la Fdic e la Fed faranno i prestiti.
Al di là dei dettagli, però, a me pare che il meccanismo sia una riproposizione con qualche abbellimento dell’approccio del piano Paulson, fallito nell’autunno scorso. Il nodo della questione, ora come allora, è il prezzo a cui gli attivi tossici vanno comprati. I manager delle banche insistono nell’affermare che tali attivi valgono molto di più di quello che il mercato desidera pagarli. Ovviamente hanno tutto l’interesse a farlo, ma altrettanto ovviamente le loro affermazioni non sono credibili e infatti non vengono credute. In autunno non venne mai chiarito come determinare tali prezzi e il Tesoro passò a un approccio differente, ossia dare direttamente soldi alle banche. Ora invece si dice che i prezzi vanno determinati mediante asta (ma, di nuovo, vanno chiariti i dettagli) e al tempo stesso si annunciano sostanziali sussidi per gli investitori privati che parteciperanno alle aste.
Quello che trovo veramente più difficile da digerire è l'affermazione che in tal modo si faranno ripartire i mercati per gli attivi tossici, ora bloccati. Esattamente come dovrebbe succedere questo? I prezzi che si determineranno alle aste saranno ovviamente prezzi drogati dal sussidio pubblico e quindi non saranno utili come prezzi di mercato a cui effettuare ulteriori transazioni.
Il problema cruciale è quello dell’asimmetria di informazione riguardo agli attivi. I banchieri, possiamo sospettare, sanno quali sono quelli più tossici, i potenziali acquirenti no. Questo è ciò che ha bloccato il mercato. L’unica cosa che fa il piano Geithner al riguardo, per quel che mi è dato capire, è di far partecipare la Fdic alla selezione degli attivi da vendere. Possiamo solo sperare che ciò sia sufficiente, ma è difficile crederci. C’è quindi il grosso pericolo che la pulizia dei bilanci bancari venga fatta a spese del pubblico.

UN ESEMPIO DI QUELLO CHE POTREBBE ACCADERE

Per avere un’idea di come le cose possano andar storte, guardiamo a un esempio semplificato. Supponiamo che una banca abbia due ipoteche. Una è ‘buona’, il debitore è solido e ci si può ragionevolmente aspettare che pagherà puntualmente le rate. Il valore di tale ipoteca, se ci fosse informazione perfetta, sarebbe uguale al facciale di 100. L’altra ipoteca invece rischia di finir male, il debitore probabilmente dichiarerà bancarotta e la banca dovrà prendere possesso della casa e venderla a basso prezzo. Diciamo che tale ipoteca, con informazione perfetta, varrebbe 50. Ma non c’è informazione perfetta, quindi chi deve comprare non sa quale ipoteca è buona e quale è cattiva. Immaginiamo ora che un investitore privato offra 84 dollari per ciascuna delle due ipoteche, finanziate nel modo sopra detto: 6 li mette lui, 6 il Tesoro e 72 la Fdic come prestito. La banca fa un affarone, dato che vende ipoteche che valgono in totale 150 a un prezzo di 168. Ma i 18 dollari che guadagna la banca li deve perdere qualcun altro.
Il primo prestito, quello buono, frutta 100. Di questi, 72 vanno alla Fdic per ripagare il prestito e i rimanenti 28 sono divisi a metà tra l’investitore privato e il Tesoro. Con il secondo prestito, quello cattivo che frutta 50, sia l’investitore privato sia il Tesoro perdono tutto il capitale. I 50 vanno alla Fdic che quindi perde 22. Risultato: in totale l’investitore privato investe 12 dollari e ne riceve 14, guadagnandone 2. Lo stesso vale per il Tesoro. Ma, sfortunatamente, la Fdic perde in totale 22 dollari (ossia la somma dei guadagni degli altri). Se guardiamo al conto consolidato di Tesoro e Fdic la perdita netta è di 20. Questa perdita finanzia il guadagno di 18 della banca e di 2 dell’investitore privato.
Anche se è semplificato, credo che l’esempio chiarisca perché le banche sembrano contente del piano Geithner e anche perché sarà probabilmente possible trovare investitori privati che accetteranno di parteciparvi. Chiarisce anche perché il piano è invece assai rischioso per chi fornisce i prestiti ‘no recourse’, si tratti della Fdic o della Fed.
Va detto che almeno il piano sembra credibile, per cui elimina incertezza sul comportamento futuro del Tesoro. Questo, di per sé, è un bene. Il piano è anche probabilmente meglio che non far nulla e aspettare e sperare che la situazione si risolva da sola, mantenendo nel frattempo bloccato il sistema creditizio con conseguenze nefande per l’economia. Ma c’è il grosso rischio che la pulizia dei bilanci bancari e la riattivazione del credito avvengano a un costo enorme per i contribuenti.
di Sandro Brusco 24.03.2009

LOTTA ALL'EVASIONE: CONTINUA?


Ha avuto larga eco la notizia che nel 2008 le somme riscosse dall'Agenzia delle Entrate in seguito alla lotta all'evasione hanno raggiunto i 6,9 miliardi. Si è sottolineata la crescita del dato rispetto all'anno precedente, senza tuttavia estendere il confronto al 2006. Ma se si va a guardare le riscossioni di quell'anno, la prospettiva si rovescia: il 2008 risulta un anno di netta decelerazione rispetto alla crescita avvenuta nel 2007. Per il 2009, il primo anno i cui risultati potranno essere attribuiti interamente al governo in carica, il rischio di stallo è elevato.

Lo scorso 23 marzo l'Agenzia delle Entrate ha tenuto una conferenza stampa per mostrare, numeri alla mano, che "la lotta contro l’evasione fiscale va avanti", come afferma la sintesi nell’home page dell’Agenzia.
Per chi teme che la tolleranza verso l'evasione possa tornare a essere uno degli assi portanti del "patto sociale", si tratta di una sorpresa che merita un supplemento di indagine.

UN CONFRONTO PIÙ CORRETTO

Nella presentazione , si trovano solo i dati relativi al 2007 e al 2008: nella seconda diapositiva, le "Somme riscosse a seguito della complessiva azione di contrasto degli inadempimenti dei contribuenti" mostrano per il 2008 una crescita di 500 milioni di euro rispetto all’anno precedente (da 6,4 a 6,9 miliardi di euro), pari all'8 per cento.
I dati relativi al 2006 si possono trovare, con una certa fatica, sul sito dell'Agenzia grazie a una c
onferenza stampa del dicembre 2007. Confrontando questi dati con quelli definitivi 2007 citati nella conferenza stampa del 23 marzo, dal 2006 (anno di passaggio tra due legislature) al 2007 (anno interamente attribuibile al governo Prodi) la crescita delle riscossioni risulta pari a 2 miliardi (da 4,4 a 6,4 miliardi di euro), cioè al 45 per cento(vedi la tabella 1).
Visto in prospettiva, il risultato del 2008, di nuovo un anno di passaggio tra due legislature,  acquista quindi tutt’altro senso: secondo questo indicatore di efficacia, la dinamica della lotta all'evasione è
 rallentatavistosamente.
Ma non è finita qui: la previsione
 per il 2009 avanzata nella conferenza stampa comporta una ulteriore riduzione del tasso di crescita delle riscossioni: dall’8 al 4 per cento. Questa previsione programmatica appare incoerente con quanto afferma il direttore dell'Agenzia, Attilio Befera: “il contrasto all’evasione (...) diventa ancor più determinante nei momenti di crisi, come quello attuale, quando la concorrenza sleale rischia di essere un fattore che taglia fuori dal mercato le imprese sane”.
Il 2009, periodo che presumibilmente andrà attribuito per intero al governo Berlusconi, sarà comunque l'anno in cui si potranno osservare i risultati della politica anti-evasione del governo per così dire
 in vitro, al netto sia dei mesi in cui era in carica il governo precedente, sia del "trascinamento" della sua azione di contrasto – i cui effetti sulle riscossioni ovviamente non sono istantanei, ma si realizzano con un certo ritardo, come è stato fatto notare giustamente da vari commentatori. Vedremo se la promessa relativa a quest’anno, pur così poco ambiziosa, sarà mantenuta.

di Gaetano Proto 27.03.2009

Fonte: http://www.lavoce.info/

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001026.html

* L'articolo riflette le opinioni dell'autore e non impegna la responsabilità dell'Istituto di appartenenza.

 

Tabella 1: Somme riscosse a seguito della complessiva azione di contrasto degli inadempimenti dei contribuenti
(gli importi sono espressi in miliardi  di euro)

 

2008

2007

2006

Riscosso complessivo

6,9

6,4

4,4

di cui

Ruoli

3,3

3,2

1,7

Versamenti diretti

3,6

3,2

2,6

Fonte: per il 2006, Conferenza stampa 18/12/07; per il 2007-08, 2008.ppt, entrambi inwww.agenziaentrate.gov.it.

"Il piano Geithner è terribilmente difettoso”, parola di Joseph Stiglitz


L'economista premio Nobel Joseph Stiglitz martedì ha dichiarato che il piano del governo USA per ripulire le banche dai beni tossici rapinerà i contribuenti americani, esponendoli ad un eccessivo rischio, ed è improbabile che funzioni mentre l'economia rimane debole. 
"Il piano Geithner è terribilmente difettoso”, ha detto Stiglitz ad un'intervista della Reuters durante la Credit Suisse Asian Investment Conference a Hong Kong. 
Il piano del Segretario al Tesoro USA Timothy Geithner, che è stato rivelato lunedì, per cancellare mille miliardi di dollari di cattivi debiti dai bilanci delle banche ha offerto “incentivi perversi”, ha detto Stiglitz.
“In pratica il governo USA sta usando il denaro dei contribuenti per offrire garanzie sui rischi collaterali sul valore di questi beni mentre gira gli attivi, cioè i potenziali profitti, agli investitori privati”, ha detto.
“Piuttosto francamente ciò equivale a rapinare il popolo americano. Non penso che funzionerà perchè credo vi sarà grande rabbia per aver messo così tanto le perdite sulle spalle dei contribuenti americani.”
Ha detto che anche se il piano cancellasse una grande quantità di debito tossico, le paure per la situazione economica implicheranno che le banche non saranno disposte a fare nuovi prestiti, mentre le prospettive di una maggiore pressione fiscale per pagare i vari piani di stimolo economico del governo potrebbero ulteriormente danneggiare i consumatori USA. 
Alcuni politici repubblicani hanno anche espresso preoccupazione per gli incentivi offerti dal governo, che potrebbero finire col dare agli investitori privati più del 90% dei fondi necessari a comprare i beni in difficoltà.
Anche se il presidente Barack Obama ha detto che il piano è critico per la ripresa dell'economia USA, Stiglitz, professore alla Columbia University di New York ed ex economista capo della Banca Mondiale, ha anche spinto i leader del G20 del prossimo summit di Londra ad impegnarsi a fornire risorse ai paesi in via di sviluppo e ha detto che la Cina dovrebbe avere maggiori diritti di voto all'interno del Fondo Monetario Internazionale.
“Le voci dei paesi in via di sviluppo, e di paesi come la Cina che forniranno grandi quantità di denaro, non vengono ascoltate”.
La Cina verrà fortemente spinta a raggiungere il suo obiettivo dell'8% di crescita quest'anno, ma la cosa importante è che almeno l'economia cinese sia ancora in crecita, ha detto Stiglitz.
Stiglitz ha dato il benvenuto alla proposta cinese di lunedì di una revisione del sistema monetario mondiale, proposta con la quale Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Popolare Cinese, ha detto che i Diritti Speciali di Prelievo del FMI hanno la potenzialità per diventare una valuta di riserva sovra-nazionale.
Stiglitz chiede da tempo che il dollaro USA venga sostituito nel ruolo di unica valuta di riserva.
Basare un sistema di riserva su una sola valuta la cui forza dipende dalla fiducia nella sua stessa economia non è una buona base per il sistema globale, ha dichiarato.
“Potremmo essere all'inizio di una perdita di fiducia (nel sistema di riserva USA)”, ha detto. “Penso ci sia consenso in favore di un qualche tipo di sistema di riserva globale”: 

A CURA DI REUTERS
Titolo originale: "Geithner Plan Will Rob US Taxpayers: Stiglitz"
Fonte: http://www.cnbc.com
Link
24.03.2009
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

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L'allargamento del raggio operativo israeliano


Le notizie sugli attacchi che Israele avrebbe condotto in Sudan, nel corso del mese di gennaio e febbraio, con velivoli teleguidati, meritano una grande attenzione per più ragioni.
In primo luogo dimostrano che il raggio operativo di Israele si sta pericolosamente allargando fuori dei propri confini, nei teatri dell'Africa e del Mediterraneo: dopo l'attacco contro una presunta installazione atomica in Siria e dopo le esercitazioni aeree nel cielo di Creta la scorsa estate, questa operazione rivela che le dichiarazioni del premier isareliano uscente Olmert non sono da considerare mera vanteria: "Non vi è luogo dove lo Stato di Israele non sia in grado di agire. Noi operiamo vicino e lontano e sviluppiamo attacchi in una maniera che rafforzi la nostra deterrenza".
Risulta ormai evidente che Israele sta proponendo la propria capacità militare come strumento strategico ben oltre la semplice deterrenza difensiva, ma dimostrando crescente disponibilità ad operare con le proprie forze armate in modo offensivo, senza tenere in alcuna considerazione le norme internazionali. 
Queste nuove ripetute operazioni che, ricordiamo, sarebbero state almeno tre, di cui due contro convogli terrestri ed una contro una nave iraniana nel Mar Rosso (Haaretz, 29 marzo 2009), dimostrano anche che lo Stato ebraico sta facendo un uso assai attivo e spregiudicato del protocollo di intesa strategica siglato con gli Stati Uniti (Vedi (qui)) come condizione per concludere l'operazione Piombo Fuso contro Gaza. Questo significa anche che gli Stati Uniti hanno consapevolmente accettato di lasciare briglia sciolta all'alleato israeliano, pur conoscendone la crescente volontà di estendere il proprio braccio militare.
La cosa mostra in modo molto chiaro che Israele sta operando anche per condizionare in modo massiccio la politica mediorientale statunitense, ponendo la nuova amministrazioine di fronte al fatto compiuto: una cosa è però la distruzione delle abitazioni palestinesi a Gerusalemme est, avvenuta proprio in coincidenza con la presenza di Hillary Clinton nel Paese, una cosa è condurre attacchi aerei nello spazio aereo-navale di Stati distanti centinaia di chilometri, in aperta violazione di qualsiasi norma del diritto delle genti.
Difficile sfuggire all'impressione che queste spregiudicate aggressioni stiano in realtà preparando l'opinione pubblica mondiale a qualcosa di ancora più grave e pericoloso in Medio Oriente, probabilmente in direzione dell'Iran.
di Alfatau

lunedì 30 marzo 2009

Colpi di stato africani, la nuova stagione


Andry Rajoelina, il nuovo presidente "fai da te" del Madagascar ed ex-leader dell'opposizione, si è ufficialmente insediato ieri, dopo aver giurato sulla Costituzione. Che, paradossalmente, gli vieterebbe di diventare capo di stato, visto che Rajoelina ha 16 anni in meno dell'età minima prevista per ricoprire la presidenza. Con il suo arrivo al potere, salgono così a tre i colpi di stato andati a buon fine nel continente africano negli ultimi nove mesi. Una tendenza che l'Unione Africana non sembra avere i mezzi per arginare, e che rischia di dare il la a una pericolosa stagione di instabilità nel continente.

Mauritania, Guinea, Madagascar: la mappa dei nuovi golpe africani si arricchisce così di un nuovo capitolo, il più pericoloso forse, visto il modo insolito in cui Rajoelina ha ottenuto il potere. Il problema che l'Unione Africana si trova ad affrontare non è di poco conto: gli scarsi poteri economici e politici dell'organizzazione le hanno permesso finora solo di sospendere gli stati "cattivi" fino all'indizione di nuove elezioni. Qualsiasi giunta o singolo desideroso di rovesciare un presidente può insomma farlo, salvo poi indire elezioni che vengono rimandate in continuazione o, nel migliore dei modi, organizzate dagli stessi golpisti. I quali possono facilmente controllarne e direzionarne l'esito. Un corto circuito a cui l'UA sta tentando di porre rimedio, cercando nuovi equilibri interni e un nuovo atteggiamento nei confronti di chi viola le regole.

Da questo punto di vista, i precedenti non sono certo incoraggianti: la giunta militare mauritana, che prese il potere la scorsa estate, non ha ancora fissato un termine per la restituzione del potere ai civili; stessa situazione in Guinea, dove il nuovo presidente militare, Moussa Dadis Camara, dopo aver promesso consultazioni democratiche in tempi brevi, sta cambiando lentamente idea, sostenendo la necessità di "ripulire" prima il Paese dalla corruzione e da una classe politica non all'altezza. Per quanto riguarda Rajoelina, finora l'ex-dj non si è sbilanciato, limitandosi a promettere nuove elezioni una volta approvata una nuova carta costituzionale. Ma il 34 enne ex sindaco di Antananarivo ha dimostrato nelle ultime settimane una scaltrezza politica che gli permetterebbe facilmente di aggirare i blandi paletti dell'UA.

Ad Addis Abeba, nella sede dell'organizzazione, i delegati dei vari stati stanno discutendo nuove misure da approntare per scoraggiare la nuova stagione golpista. L'imposizione di sanzioni economiche pare difficilmente percorribile, soprattutto per le critiche mosse in passato dagli stessi governi africani nei confronti di simili misure, giudicate inefficaci. Un'altra opzione, testata con successo l'anno scorso nell'arcipelago delle Comore, sarebbe quella dell'intervento militare per rimuovere gli "usurpatori". Ma il fatto che la misura si sia rivelata efficace nei confronti del praticamente inesistente esercito dell'isola di Anjouan non garantisce un risultato soddisfacente nei confronti di stati più forti. Tra guerre e operazioni di peacekeeping in Darfur e Somalia, nessuno stato africano ha intenzione di impelagare i propri contingenti in guerre vere e proprie. Il rischio è che, alla prossima occasione, l'Unione Africana venga messa nuovamente di fronte al fatto compiuto, senza la possibilità di fornire soluzioni efficaci.

Parte del problema è riconducibile alle deficienze basilari di un'organizzazione che, nata per far diventare il continente africano una sorta di Unione Europea, sta palesando tutti i suoi limiti: mancanza di un budget adeguato per avviare programmi e riforme, litigiosità interna (52 stati, al posto dei 27 dell'UE, sono decisamente tanti) e, di conseguenza, una tendenza ormai consolidata ad andare a rimorchio di altri soggetti più forti: i membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, le Nazioni Unite stesse o l'Unione Europea. Ma le recenti crisi politiche nel continente richiedono velocemente impegni seri e soluzioni nuove. Mancare anche questo treno potrebbe rivelarsi fatale per i politici riuniti ad Addis Abeba.

di Matteo Fagotto

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14806/Africa,+la+nuova+stagione+dei+golpe

Che sia l’inizio della fine?


L’ultimo documento emesso dal Dipartimento della Difesa USA, partendo da un pomposo e autocelebrativo  “… the US military, the strongest and most capable in the word…“ e da un grafico di fondi erogati a Navy, Air Force, Army, Marines,  Guard Coast, National Guard e US National Veterans con rispettivamente 534.5,  600.9,  646.0,  654.7 miliardi di dollari dal 2006 al  2009  e di  altri  671.1 trilioni nel  2010, parla chiaro: gli Stati Uniti d’America continuano a incrementare, di anno in anno, gli stanziamenti per le loro Forze Armate.
Un segnale che non parla certo di pace o di  epocali cambiamenti di rotta nella politica estera di Washington.
Stanziamenti che hanno raggiunto e superato l’intero ammontare del resto del mondo, comprese  Inghilterra, Francia, Cina e Russia, al di là della progressiva paralisi che investe la ricerca applicata  aerospaziale e la struttura militare degli  USA.
Salgono alle stelle gli stanziamenti per personale e materiali impiegati sui fronti di guerra e decrescono a rotta di  collo  le  produzioni  “record“  dei  comparti  militari  ad  alta tecnologia  che hanno  consentito agli Stati Uniti d’America dagli anni  50 ai 90 di essere un’indiscussa potenza planetaria, sia in campo convenzionale che nucleare. 
La guerra  ai  ribelli  “straccioni“ impoverisce  la ricerca avanzata, assorbe  risorse colossali alla tecnologia navale e aerea militare di punta, mentre  Russia, Cina e India  la incrementano senza soste. 
Un processo di  “deperimento“  in qualità e quantità che si manifesta sulle catene di montaggio della Boeing, della Lookheed-Martin  e del  complessi  di “eccellenza“ a  partire dalla NASA. 
Con un sistema finanziario, bancario, assicurativo, industriale e sociale che si sta letteralmente spappolando dal  3°  quadrimestre del 2008, con un debito pubblico devastante che non verrà mai né ammortizzato né restituito ai creditori internazionali - tra i principali, Cina, Giappone, Emirati del Golfo e Arabia Saudita -, in presenza di dati macroeconomici che porteranno alla  bancarotta l’Unione degli Stati Americani, il democratico Barack Obama a quanto pare continuerà a spendere e spandere nel segmento militare a bassi contenuti di tecnologia il 4.2 % in più nel 2010 sul 2009, per  gestire le “guerre permanenti“ lasciategli in eredità dal suo predecessore, il repubblicano George W.  Bush.
Dopo essersi rimangiato alla svelta le promesse fatte agli elettori americani di sganciarsi “immediatamente“ dall’ Iraq, per vedere  col nuovo inquilino della Casa Bianca una sostanziale diminuzione a 35.000-50.000 uomini  su quel terreno occorrerà aspettare, salvo allungamenti che non possono certo essere esclusi per la permanenza in quel Paese di enormi tensioni etniche, culturali e religiose, almeno l’Agosto-Dicembre del 2010, mentre aumenteranno nello stesso periodo di 14.500  nell’anno in corso e di altre 19.000 il successivo le truppe  da “allocare“ in Afghanistan  con  Enduring Freedom.
I militari USA (fonte  Ria Novosti–Interfax) per quella data raggiungeranno le 65.000 unità schierate sul campo.
Rimandata al 2010 dal nuovo Zio Sam anche la chiusura del carcere di Guantanamo che da “immediata“ è diventata un “obbiettivo a tempo“, con la prevista dispersione negli Stati dell’Unione Europea (Italia compresa, rapidamente accodatasi con  Frattini ai diktat del nuovo Ministro della Giustizia USA Eric Holder) dei detenuti  sottoposti ad anni  di  torture e una dura segregazione senza processo  e che li riconosce “combattenti nemici“ in base alle “leggi  di guerra“.
Un capitolo, meritevole di grande attenzione, che solleva, da solo, enormi interrogativi a livello di diritto  internazionale e che amplierebbe, una volta attuato, il coinvolgimento del Governo Berlusconi in  pratiche illecite di detenzione,  condannate anche da Amnesty International.
Prodi, da parte sua,  ha  reso possibile  la carcerazione  con il 42 bis nei penitenziari  di massima  sicurezza  del Bel Paese  di  militari e civili di nazionalità serba  condannati  a pesanti pene detentive o all’ergastolo dal  TPI dell’Aja.
Un segreto rimasto nascosto  con la complicità dell’intera categoria dei trombettieri della carta stampata, di Rai  e Mediaset, al servizio del “governo“ e della “opposizione“.
La partita di giro Iraq-Afghanistan - perché di questo si tratta, anche se non ce lo dicono - comporterà per quella data un aumento pressoché analogo di militari  NATO  inquadrati in ISAF per una sorta di operante già da tempo “fifthy-fifthy“  tra USA e UE, Canada e Australia  per una “equa condivisione delle risorse finanziarie e militari e degli obbiettivi di stabilizzazione“ contro la  asserita traboccante guerriglia pashtun del mullah Omar e delle formazioni “terroriste” di al-Qa’ida guidate dal sempre più evanescente Osama bin Laden.
È quindi prevedibile già da ora il contingente ITALFOR sia destinato a raddoppiare dai 3.200 (attualmente fluttuanti) ai  6.000 militari entro 36- 48  mesi con un analogo aumento di mezzi nel supporto aereo-terrestre, di ricognizione, attacco  e perlustrazione.
La lievitazione di costi  a carico del  nostro (?) ultrasfiatato  erario  per  la “pace“  in Afghanistan a partire dal 2010  aumenterà  di altri  0.5 miliardi di  euro a  semestre.
Per la parziale uscita dall’Iraq la Segretaria di Stato Hillary Clinton intanto ha già intavolato il 23 Febbraio 2009 con la Turchia colloqui preliminari per far transitare le truppe USA utilizzando il territorio di Ankara.
Secondo il quotidiano “Hurriyet”, 800 Ranger del Genio sarebbero già impegnati a consolidare i ponti e gli attraversamenti stradali della Turchia per permettere il transito di tutto il materiale logistico pesante, dei blindati  e dei  carri armati Bradley e Abraham M 1 scampati  al massacro degli  IED e degli  RGP delle milizie del Ba‘th.
I convogli USA utilizzeranno la viabilità del  Kurdistan sotto la  protezione peshmerga per attraversare la frontiera  dirigendosi verso le città portuali di Iskenderun e Mersin sulla  costa occidentale turca. Le tappe intermedie per il rientro negli Usa, Via Gibilterra,  dei convogli navali prevedono soste tecniche negli approdi  NATO  sul territorio  nazionale.
Dal 1 Maggio 2003, quando Bush atterrò sulla portaerei nucleare A. Lincoln accolto da un gigantesco striscione di  “mission accomplished“ sono passati  7 anni.
Cosa si lascino dietro, gli Usa, tagliando la corda dalla parte opposta da cui erano arrivati per evitare l’umiliazione di colossali lanci di scarpe e di sberleffi da Baghdad a Bassora è  ormai conosciuto e condannato a livello planetario, al di là della vergognosa accondiscendenza  espressa  dall’ONU  alle Amministrazioni di Washington dal 1991 al 2010-2011 (?).
Rinnovate inoltre da Barack Obama le sanzioni all’Iran per il programma  nucleare civile portato avanti da Teheran nonostante la totale liceità  della messa in opera sotto controllo AIEA del primo NPP da 1000 Megawatt di Bushher, compresi i contenitori a barre sigillati per 82 tonnellate fatti transitare su pontoni in 4 successive spedizioni dalla Russia via Mar Caspio in Iran.
Lo ha reso noto il portavoce della Casa Bianca il 13 Marzo con la motivazione che il Paese del Golfo Persico continua a rappresentare “una minaccia di straordinaria importanza  per la  sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America“.
Sanzioni che sono state rinnovate di anno in anno dal 1995 dalle Amministrazioni USA e dall’ Unione Europea a partire dal 23 Giugno 2008, di cui il  Governatore della Banca d’Italia Draghi si è fatto sollecito interprete per inibire  l’attività della Banca Melli di proprietà dell’Iran, mentre il Ministro degli Interni Maroni ha bloccato il visto d’ingresso in Italia per funzionari e personale diplomatico compreso nella lista di Bruxelles.  Dal canto loro D’Alema  e Frattini nel frattempo si  sono dati da fare a deprimere l’import-export Roma-Teheran come risulta dai  dati  ICE  con decrementi annuali che hanno sfiorato il 18-20%.
Il portavoce di Teheran Ali Zabihi ha inoltre denunciato il complotto ordito a Roma il  3 Giugno 2008 contro il Presidente Ahmadinejad in visita  alla Conferenza FAO e l’Ambasciatore dell’ Iran Abolfaz Zehrehvand mediante una massiccia irradiazione di raggi X  da attuarsi  durante un controllo “metal detector“ nei saloni FAO e il posizionamento all’esterno dell’Ambasciata dell’Iran, in prossimità dei varchi carrabili, di materiale emanante altissimi livelli di radioattività.
Spargimento né semplice né facile, che l’Agenzia Fars  ha individuato come effettuato da agenti nemici  per conto USA  in territorio italiano. Un territorio sottoposto al controllo dell’Agenzia Italiana Sicurezza Interna. 
Per un focolaio di guerra in Medio Oriente che potrebbe, forse, far regredire le Amministrazioni USA, per una sorta di maledizione alimentano sempre nuovi  incendi. Uno tra i più pericolosi per la vastità del retroterra coinvolto (l’Eurasia) e degli equilibri politici e militari  che compromette è quello attizzato con un crescendo di dichiarazioni, di  espresse intenzioni e di contatti preliminari avviati  dall’allora Segretario di Stato Rice nel Giugno 2007 con i Presidenti di  Repubblica Ceca e  Polonia  per  la collocazione in questi due Paesi, rispettivamente, di  un apparato radar e di silos per il lancio per  missili intercettori USA che fanno parte integrante del sistema (schermo) spaziale USA voluto dai neocon del Pentagono e dal Presidente Reagan, portato segretamente avanti da Clinton, esploso poi  nei suoi effetti più dirompenti nei rapporti con la Russia  nell’anno 2008 con l’approssimarsi  dell’uscita di scena dell’Amministrazione Bush .
Argomento su cui il “presidente abbronzato” non ha ancora espresso mezza parola. 
Vedremo successivamente con un breve dettaglio tecnico di cosa si tratta, dal momento che l’argomento, per qualche misteriosissima ragione, è rimasto un grosso buco nero non solo in televisione e sui giornali ma anche sulle più accreditate riviste specializzate del settore  militare.
Intanto, dopo Grecia e Turchia, saltano altri punti focali della NATO e dell’Europa Occidentale nell’ex cortina di ferro. Il Presidente di turno dell’Unione Europea, il premier Topolanek, un falco dell’Alleanza Atlantica, è stato sfiduciato dal Parlamento Ceco appena pochi giorni fa, mentre la Spagna ha ritirato unilateralmente il suo contingente di 800 militari dalla Kfor in Kosovo suscitando sdegnate reazioni di condanna al Comando Generale di Bruxelles e del Segretario Generale De Hoop Sheffer. 
In Bosnia, sia l’Italia che la  NATO si  apprestano a una riduzione dei contingenti militari sotto la spinta di priorità di “sicurezza“ più immediate in Ciad, in Darfur, nel Somaliland, a Gibuti e nel  Golfo Persico. Le rivoluzioni gialle e arancioni in giro per il mondo  boccheggiano.
Che sia l’inizio della fine per i nemici della  Nostra Europa?
Ci sono solidissime premesse.
di Giancarlo Chetoni

Zimbabwe, esproprio si, esproprio no


Il primo ministro dello Zimbabwe, Morgan Tsvangirai, ha dichiarato che d'ora in poi, chiunque invada o requisisca le proprietà terriere, per la maggior parte in mano ai bianchi, verrà arrestato.
L'affermazione giunge in netto contrasto con quanto proclamato dal presidente Robert Mugabe che, in occasione del suo compleanno, aveva annunciato nuovi espropri.
"Coloro che continueranno a intraprendere queste azioni, saranno arrestati e processati davanti ad una corte" ha detto Tsvangirai, che ha definito le ultime invasioni "dei veri e propri saccheggi". Tsvangirai ha specificato di aver incaricato il ministro degli Interni di assicurarsi che tutti i responsabili di questo crimine vengano portati davanti alla giustizia. La misura, però, non è detto che venga attuata, dal momento che nel governo di unità nazionale esistono due ministri degli Interni, un escamotage nato per assicurare a entrambe la fazioni in lotta il controllo formale della polizia. 
Le espropriazioni di terra a danno dai proprietari bianchi sono state una pratica costante nella politica del presidente Mugabe, che però, secondo gli avversari, ha portato al tracollo economico del Paese.

sabato 28 marzo 2009

Crisi e terrore. In che mani siamo, dunque?


I professionisti dell’ottimismo cercano di scorgere una ripresa, una luce in fondo al tunnel della Grande Crisi. Noi, che pure non siamo professionisti del pessimismo, ci limitiamo a osservare sgomenti l’inanità degli sforzi dell’amministrazione Obama, tesa a salvare il sistema senza avere soluzioni. Ancora dollari, migliaia di miliardi (ossia milioni di milioni) sono iniettati nel sistema finanziario in un’operazione disperata di costosissimo “mesmerismo”. Come il signor Valdemar descritto da Edgar Allan Poe, il sistema è morto ma la trance degli infiniti “salvataggi” in limine mortis ci fa giungere ancora le sue voci aspre e spezzate, mentre la decomposizione avanza. Il racconto di Poe si conclude così: «di fronte a tutti i presenti, non rimase che una massa quasi liquida di putridume ributtante, spaventoso». Chiameremo così anche l’inflazione?
Nel giro di pochi mesi, gli Stati Uniti hanno incenerito il denaro di un po’ di generazioni a venire. Il problema della solvibilità dell’Impero più potente della Storia si presenterà ormai con un rendiconto ineludibile. A breve.
L’economista Paul Krugman, ancora fresco di Nobel, è sempre più sconfortato, di fronte alla coazione a ripetere del Tesoro USA. Uno dopo l’altro, i “bailout” senza fondo vanno a beneficio delle banche e delle assicurazioni. I cinesi cominciano a porre come un’urgenza assoluta la questione della valuta di riferimento mondiale. Il dollaro così com’è non ha più credibilità. Gli USA non puntano nemmeno ai prestiti, come hanno fatto nell’ultimo scellerato decennio. Pensano solo a oliare bene le stampatrici della zecca.

Per la Grande Depressione degli anni trenta la soluzione adottata dagli USA fu il “New Deal”, che fece riacquistare fiducia e speranza al grande malato, con un forte ancoraggio a Main Street anziché a Wall Street. Oggi si punta sulla finanza, nell’idea che ripristinando il credito privato tutta la macchina economica ripartirà. Si tratterebbe di bonificare dai veleni i bilanci delle banche, sgonfiare fino in fondo la bolla dei debiti di chi vive al di sopra dei propri mezzi nella classe media, e lasciare però le banche così come sono, perché presto o tardi riattiveranno il credito. Una cifra pari al PIL degli USA è già stata stanziata allo scopo, un quarto di essa è già stato speso, eppure il credito non riparte. La strategia non serve dunque a questo scopo. 

Non c’è più nulla che possa essere in grado di puntellare ideologicamente le dottrine del mercato in piedi fino a pochi mesi fa. Appare solo il potere della Superclasse finanziaria globale in tutta la sua brutalità. L’economia, la vita di miliardi di persone, è di fatto sotto gli effetti di una coercizione istantanea e violenta, «extraeconomica». Di norma nel capitalismo sviluppato la classe dominante usa queste brutalità come «stato di eccezione», mentre fu invece uno dei mezzi principali adottati nel periodo della «accumulazione originaria», per dirla con Marx. 

Oggi c’è invece una sorta di «decumulazione originaria», un crollo che non tutti affronteranno con gli stessi mezzi. La Superclasse sta già profittando della sua forza extraeconomica per decidere chi salvare e chi sommergere. 
Non si vuole salvare l’economia. Si vogliono strappare al tracollo – costi quel che costi – rapporti di forza e di potere. Come si tradurrà una parola come democrazia nel linguaggio delle locuste? Il verso che emettono, per ora, è sempre uno: “bonus”, a dispetto di tutto. 
Continuano così la loro vita da nababbi a spese anche dei nostri futuri nipoti, in nome della legalità contrattuale, difesa da squadre di avvocati e da terrificanti giornalisti economici, proprio mentre moltitudini di lavoratori rivedono i contratti e accettano decurtazioni per la dura congiuntura. Per essi, per i loro contratti da onorare, i milioni di milioni non ci sono. 

La Superclasse ha stracciato qualsiasi contratto sociale e parla ancora di legalità, intanto che giustifica lo scandalo del permanere dei propri folli status e stili di vita. Il prossimo passo sarà abbattere anche questo ultimo ridicolo paravento. È vero sì che ci sono già un po’ di rivolte. In Europa dell’Est (l’effimera Nuova Europa decantata da Rumsfeld) son già caduti i governi di tre paesi. Ma non è che si parli troppo di queste ribellioni. Il mainstream informativo tronca e sopisce, e comunque le agitazioni non sono ancora all’altezza della crisi. Di questa crisi.
Così come pochi sanno che i primi 25 manager di hedge fund del mondo, nel 2008, alla facciaccia di tutti, hanno incamerato profitti per oltre 11 miliardi di dollari scommettendo sui disastri di questa o quella economia nazionale. Fra gli scommettitori troviamo il solito George Soros, con 1,1 miliardi di profitti in un anno. Equivalgono a 35mila dollari al secondo, anche il sabato e la domenica, anche quando dorme. Buonanotte.

Lo scandalo dei bonus, però, è solo la bistecchina sapientemente usata per ammansire i frodati e sviare la questione vera.  I sovrani della grassazione finanziaria, aggrappati al loro «diritto» ai premi e ululanti contro la “caccia alle streghe”, dovrebbero subire ben altro che la perdita dei bonus, perché gli impegni che avevano assunto non avevano copertura e quindi violavano eccome il diritto. Ma per ora in galera c’è solo il capro espiatorio, un caprone bello grosso per la verità, di nome Bernard Madoff.

Giusto scandalizzarci, insomma, ma non perdiamo di vista il fatto che il sistema non è stato riformato. Sebbene banche e assicurazioni importantissime siano ormai a tutti gli effetti nazionalizzate, sono tuttavia dominate dagli stessi soggetti privati che le avevano guidate fin qui e che continuano a ridistribuirsi cifre immani, lasciando che industrie e società intere vadano in malora. 
La AIG – la grande assicurazione che prima dei tanti salvataggi consecutivi non aveva copertura per le scommesse perdute dalle banche  - ha trasferito denaro pubblico per oltre 150 miliardi a banche del calibro di Goldman Sachs, Société Générale, Deutsche Bank, Barclays, HSBC e cosi via. Si tratta di rimborsi integrali, 100 centesimi per un dollaro. 
Rendiamoci conto dell’abominio: quel che viene pagato a spese della collettività non sono attivi di bilancio, bensìdebiti di gioco. Naturalmente molti hanno perso tutto. Ma non certe banche. AIG è il signor Valdemar dei nostri giorni, non muore ma è morto, perché Goldman Sachs non può morire. Si va oltre il mesmerismo.

Vi aspettereste che aumenti la velocità di circolazione della moneta, che si dia respiro alle industrie e ai mutuatari strangolati. Illusi. Ecco invece Goldman Sachs lanciarsi nelle scommesse del momento, speculazioni letali contro alcune monete, riassicurazioni contro il rischio paese di certe economie nazionali. Ecco i banchieri puntare su aspettative di crolli che si autoadempiono, tutto come prima, per spolpare ancora quel che c’è da spolpare.
Obama ha minacciato fuoco e fiamme contro i bonus. Ma non ha reso illegali i terribili meccanismi della speculazione. Quelli rimangono tutti. Per i pescecani della finanza è un’amnistia di fatto, e la festa continua. 

Il senatore indipendente Bernie Sanders, del Vermont,  si è accorto dell’assurdità di avere parlamenti che si scannano per giorni nel discutere provvedimenti da qualche decina di milioni, rispettando le delicatezze dei bilanciamenti dei poteri, quando invece la Federal Reserve si inventa in un baleno stanziamenti da trilioni di dollarisenza far sapere i destinatari. Il sistema bancario ombra beneficia di un vero e proprio governo ombra con un budget di gran lunga superiore a quello amministrato dai poteri costituzionali, ed è gestito con poteri dittatoriali e meccanismi segreti.

Il collasso globale e i piani di salvataggio hanno gli effetti di un golpe rivoluzionario senza precedenti. 
Sulle istituzioni si forma una banchisa polare che segue alla lentissima nevicata che pian piano, per decenni, ha tolto loro qualsiasi calore democratico: oggi – scrive Matt Taibbi su «Rolling Stone» -  trova la sua consistenza finale «la conquista graduale del governo da parte di una ristretta classe di complici, che usavano il denaro per controllare le elezioni, comprare capacità d’influenza, e indebolire sistematicamente le regole e i limiti per la finanza». Il re è nudo, e se ne frega. L’usura sta compiendo la sua rivoluzione con ingordigia suicida. Edgar Allan Poe non avrebbe potuto immaginare un “personaggio” altrettanto inquietante, così avido, incapace, sconsiderato e criminale quanto il capitalismo terminale. Un capitalismo così mortifero e ghiacciato da non poterlo ancora fissare in un concetto di “normalizzazione”, perché ci introduce comunque a un’epoca di pericolosa instabilità. 
In che mani siamo, dunque? Taibbi è drastico: « Queste persone non sono altro che tizi che trasformano i soldi in soldi, al fine di fare più soldi ancora; tutto sommato sono assimilabili alle persone assuefatte al crack o ai maniaci sessuali che ti entrano in casa per rubare le mutande. Eppure è questa la gente nelle cui mani ora riposa l’intero nostro futuro politico.»
di Pino Cabras - Megachip

Caracas - Mosca, un investimento coeso


Il ministro venezuelano dell'energia, Rafael Ramírez, ha annunciato la firma di un importante accordo con la Russia che prevede investimenti per sei miliardi di dollari per lo sfruttamento delle riserve petrolifere nella zona dell'Orinoco.
La società mista sarà in grado di produrre 200.000 barili di petrolio al giorno e Ramirez, presidente anche della compagnia petrolifera nazionale PDVSA, ha voluto sottolineare l'importanza strategica di un'alleanza con una nazione come la Russia, tra le più preparate nel settore petrolifero, che potrà fornire al Venezuela un importante valore aggiunto per sfruttare al meglio le sue vaste risorse naturali.
Già in passato il presidente Chavez era riuscito a stringere importanti accordi in ambito petrolifero con la stessa Russia e con la Cina per cercare di diminuire la dipendenza dagli Stati Uniti, il suo principale cliente con 1,15 milioni di barili venduti giornalmente ma che, nella visione neo socialista di Chavez, rappresenta anche una sorta di "impero del male" da combattere.
Ramirez ha dichiarato anche che il suo paese spingerà affinché L'Opec, di cui fa parte, nella riunione del prossimo 28 maqgio, riduca la produzione di petrolio in modo tale che il suo prezzo non vada sotto i 70 dollari al barile, ritenuto limite invalicabile per permettere gli investimenti necessari per la sua estrazione.
Il Venezuela è uno dei principali paesi esportatori di petrolio. Secondo i dati ufficiali sono 3 milioni i barili estratti giornalmente, anche se fonti indipendenti parlano di 2,1 milioni di barili come reale volume di produzione giornaliera.
di Paolo Menchi

venerdì 27 marzo 2009

LOGICA E CONSEGUENZE DEL PIANO CASA


Il varo del piano casa è imminente. Chi lo critica prospetta i rischi di una cementificazione indiscriminata del paese, ma sembra dare per scontati gli effetti positivi sull'economia. Che nel breve periodo ci sarebbero davvero: il piano farebbe aumentare il Pil dell'1,4 per cento. Ma nel medio periodo i benefici sarebbero annullati da un calo dei consumi dovuto alla diminuzione della ricchezza delle famiglie. Perché la rimozione dei vincoli amministrativi accrescerebbe l'offerta di abitazioni, facendo scendere di conseguenza il loro prezzo.

Il governo è in procinto di approvare il cosiddetto piano casa. In estrema sintesi, il piano prevede la possibilità di aumentare il volume delle case del 20 per cento (35 per cento in caso di demolizione) senza richiedere permessi, ma con una semplice notifica e una dichiarazione del progettista. Chi amplierà la prima casa otterrà anche uno sconto del 50 per cento sul contributo per il Comune. Sono fatti salvi i vincoli sulle aree non edificabili, gli immobili abusivi e gli immobili privati sulle aree del demanio.
Il piano ha suscitato un acceso dibattito: i suoi critici ritengono che prefiguri un’indiscriminata “licenza di costruire” che porterà nuova cementificazione e degrado urbano.
Molte di queste critiche sembrano dare per scontato che, almeno sotto lo stretto profilo economico, il piano avrà effetti positivisull’economia. È proprio così?

LOGICA E CONSEGUENZE DEL PIANO

La logica economica che ispira il piano casa sembra essere la seguente.

1. Il settore delle costruzioni soffre di asfissia a causa di un eccesso di vincoli amministrativi-burocratici-urbanistici-paesaggistici. Ciò comporta che si costruisca troppo poco, e che il prezzo delle abitazioni sia troppo alto. (1)
2. Basta allentare questi vincoli all’offerta (del 20 per cento) per dare slancio al mercato. (2)

Ammettiamo che questa impostazione sia corretta e che il piano provochi un aumento del 20 per cento delle “cubature” delle abitazioni. Quali sarebbero le implicazioni per l’economia? Per rispondere si deve distinguere tra breve e medio termine.

Breve termine

Intanto osserviamo che il settore costruzioni contribuisce al totale del valore aggiunto nazionale per circa il 5,3 per cento. (3) Dunque, un aumento del 20 per cento di questo settore equivarrebbe a uno shock di spesa dell’1 per cento circa del Pil. Se ipotizziamo che per ogni euro di spesa addizionale, l’effetto moltiplicativo sul reddito (nuovi consumi e effetto ”indotto”) faccia aumentare il reddito nazionale di 1,4 euro, nel breve periodo il piano casa farebbe aumentare il Pil dell’1,4 per cento, ovvero di circa 22 miliardi di euro.

Medio termine

Poiché la rimozione dei vincoli amministrativi accresce l’offerta, il prezzo delle abitazioni dovrà nel tempo scendere. Di quanto? L’evidenza empirica suggerisce che un aumento dell’offerta abitativa del 20 per cento riduce il prezzo di equilibrio delle abitazioni del 33-50 per cento. (4) Ne segue che il valore delle abitazioni di proprietà delle famiglie calerà e l'effetto ricchezza, negativo, tenderà a deprimere i consumi. I dati di Banca d’Italia sul valore delle abitazioni nel 2007 e la letteratura sul comportamento del consumo delle famiglie in Italia suggeriscono che nell’arco dei prossimi due-tre anni i consumi delle famiglie si ridurranno per questa via di 15 - 34 miliardi di euro. (5)
In definitiva, il piano casa avrà un considerevole effetto di stimolo nel breve termine (+1,4 per cento di Pil), ma questi effetti saranno in seguito annullati, o più che compensati, dal calo dei consumi indotto dalla riduzione dei prezzi delle case. Alla fine, otterremo (o dovremo pagare) poco in cambio di città più brutte.

(1) Parliamo qui del mercato per i servizi abitativi, ovvero delle locazioni. Se l’affitto rappresenta il pagamento per usufruire del servizio abitativo (generato dalla proprietà di un appartamento) il valore di quest’ultimo sarà dato dalla somma cumulata degli affitti. Dunque, per un dato tasso di interesse, vi è una corrispondenza diretta tra il “prezzo” di una locazione e il “prezzo” di una casa.
(2) Per una rappresentazione grafica di queste idee si può vedere la versione dell’articolo sul mio blog,http://paolomanasse.blogspot.com/ 
(3) Si veda Istat, Conti economici trimestrali, IV trimestre 2008, Tabella 4,http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/contitri/20090312_00/testointegrale20090312.pdf
(4) Le stime dell’elasticità della domanda di abitazioni suggerite dalla letteratura sono comprese tra 0.4 e 0.6, si veda ad esempio Hanushek, Quigley, “What is the elasticity if housing demand?”, Review of Economic Studies(1980), o più recentemente Ioannides e Zabel, “Neighbourhood effects an housing Demand”, Journal of Applied Econometrics, 2003.

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