mercoledì 11 febbraio 2009

Zimbabwe, il calvario è giunto alla fine?


Dopo mesi di attesa, trattative avviate e interrotte, mediazioni internazionali e colpi di mano, per Morgan Tsvangirai e lo Zimbabwe è arrivato il gran giorno. Il leader del Movement for Democratic Change, l'ex-partito di opposizione uscito vincitore dalle elezioni parlamentari dello scorso marzo, giurerà oggi quale nuovo premier, al termine di un processo di pace durato quasi un anno e più volte sul punto di collassare. Il compito del nuovo esecutivo si annuncia però tutt'altro che semplice: far uscire il Paese dalla peggior crisi economica della sua storia sembra un'impresa da Titani.
Far lievitare la produzione agricola di quello che una volta era considerato il granaio dell'Africa meridionale, e che ora è costretto a dipendere dagli aiuti internazionali per sfamare la popolazione; reintrodurre una politica monetaria efficiente, ora che il dollaro locale è stato dichiarato clinicamente morto da alcuni dei maggiori economisti del Paese, dopo che l'inflazione annuale ha toccato quota 231.000.000 percento; ridare fiducia a una popolazione depressa dalla crisi e dall'epidemia di colera, e il cui tasso di disoccupazione è schizzato al 90 percento. Saranno questi i principali problemi che dovrà risolvere il nuovo ministro delle Finanze, quel Tendai Biti, esponente di spicco del Mdc, fresco di scarcerazione dopo che, la scorsa settimana, la giustizia locale l'aveva scagionato dall'accusa di tradimento. Oltre a quello delle Finanze, stando agli accordi di pace siglati con lo Zanu-Pf, il partito del presidente Robert Mugabe, il Mdc ha ottenuto i dicasteri della Sanità, dell'Agricoltura, degli Affari Costituzionali, mentre la guida degli Interni dovrà essere spartita con un esponente dello Zanu-Pf.

A un ancora potente Mugabe rimangono alcuni dei ministeri più importanti, tra cui la Difesa, gli Esteri e la Giustizia. Ma l'aver ottenuto un accordo di pace, dopo mesi e mesi di estenuanti trattative, è comunque un mezzo successo per il Mdc, che si è anche guadagnato il controllo di cinque governi locali su dieci. Certo, all'inizio della crisi, poco dopo aver vinto il primo turno elettorale (e prima di ritirarsi dal ballottaggio presidenziale per evitare le violenze contro i propri sostenitori), Tsvangirai reclamava apertamente la presidenza, chiedendo al più che ottuagenario Mugabe, al potere dal 1980, di farsi da parte. Ma scalzare il vecchio padre dell'indipendenza, accusato di aver truccato le elezioni per rimanere al potere e sostenuto da gran parte dell'apparato statale e dalle forze dell'ordine, si è rivelato impossibile, nonostante le pressioni internazionali.
E così Tsvangirai e Mugabe, i due grandi rivali sulla scena politica dello Zimbabwe, dovranno accontentarsi di una scomoda convivenza, i cui sviluppi concreti sono tutti da testare. Molti rimangono i punti di disaccordo tra i due partiti, tra cui la creazione di una Commissione che indaghi sulle violenze pre e post elettorali (nelle quali il Mdc ha denunciato di aver perso centinaia di sostenitori) e la scarcerazione di giornalisti, attivisti politici e per i diritti umani. Soprattutto, sarà fondamentale costruire un clima di convivenza politica tra le parti, un punto tutt'altro che scontato vista la propensione di Mugabe a non dividere il potere e l'aperto boicottaggio delle trattative attuato nei mesi scorsi. Ma, per un giorno, il Paese può permettersi di festeggiare. Sperando che il calvario in cui è entrato all'inizio degli anni Duemila stia volgendo al termine.
di Matteo Fagotto

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