mercoledì 11 febbraio 2009

L'imperativo geografico israeliano

L’estensione territoriale e la struttura topografica sono due elementi fondamentali per la sicurezza di qualsiasi stato. La vulnerabilità di Israele, nel caso in cui si ritirasse entro i confini del 1967, è qualcosa di cui qualsiasi futuro governo, che pensi di cedere la Cisgiordania ai palestinesi, dovrebbe assolutamente tenere conto – afferma il professore israeliano Martin Sherman

“Se uno stato palestinese verrà creato, sarà armato fino ai denti. Al suo interno vi saranno le basi delle forze terroriste più estreme, che saranno equipaggiate con razzi anticarro e antiaerei, mettendo in pericolo non soltanto eventuali passanti, ma anche ogni aereo ed elicottero che decollerà nei cieli di Israele, ed ogni veicolo in viaggio lungo le principali arterie stradali della pianura costiera”.
(Shimon Peres – Tomorrow is Now)

Fra breve gli israeliani voteranno per eleggere un nuovo governo, il quale probabilmente dovrà far fronte a quelle che, sotto molti aspetti, sono sfide senza precedenti per la loro complessità e la loro importanza strategica. E’ perciò essenziale che il maggior numero possibile di votanti comprenda pienamente le implicazioni delle politiche stabilite dai partiti per i quali essi intendono votare.

Con pochissime eccezioni, è ormai comunemente accettato, in maniera virtualmente incontestata, che alla fine Israele dovrà ritirarsi da ampie porzioni (se non da tutte) della Cisgiordania. Invariabilmente, è l’“imperativo demografico” che viene citato come ragione incontrovertibile per cui un simile ritiro è non solo desiderabile, ma inevitabile. Pur non volendo in alcun modo sminuire la reale gravità di questo problema, e la minaccia che esso pone per il futuro di Israele come Stato-nazione degli ebrei, l’opinione pubblica dovrebbe essere consapevole del fatto che vi è un altro imperativo, ugualmente grave – e più immediato – che ostacola fortemente questo ritiro.

E’ l’ “imperativo geografico”. Come Hans Morgenthau – probabilmente il più insigne dei “padri fondatori” della disciplina della politica internazionale, intesa come ambito di sforzo intellettuale consegnato all’analisi razionale sistematica – sottolinea inequivocabilmente, esso è un elemento cruciale per la potenza nazionale di qualunque stato, ed include due componenti: l’estensione territoriale e la struttura topografica. Questi fattori determinano in grande misura – anche se non in maniera esclusiva – la vulnerabilità strategica di un paese, ovvero la facilità con cui obiettivi strategici vitali all’interno dei suoi confini possono essere colpiti.

Date le minuscole dimensioni territoriali di Israele, questa è una considerazione che acquista una cruciale importanza – oltre a essere una questione che va adeguatamente affrontata prima che qualsiasi governo israeliano responsabile possa contemplare la possibilità di cedere il controllo della Giudea e della Samaria (la “Cisgiordania”) ad un regime palestinese. Infatti dai pendii delle colline calcaree che si elevano appena al di là della frontiera del 1967, e che comprendono buona parte del territorio che dovrebbe costituire il futuro stato palestinese, tutti i seguenti obiettivi saranno facilmente alla portata di armi attualmente usate contro Israele da territori in precedenza ceduti al governo (o piuttosto al malgoverno) palestinese:

- I principali campi d’aviazione (civili e militari), incluso l’unico aeroporto internazionale del paese
- I principali porti e le maggiori basi navali
- Installazioni infrastrutturali vitali (linee elettriche, acquedotti, reti di comunicazione)
- Le principali vie di trasporto (strade e ferrovie)
- Le principali centrali elettriche
- Il parlamento nazionale e la maggior parte dei ministeri
- I centri vitali dell’amministrazione civile e dei comandi militari
- L’80% della popolazione civile e delle attività commerciali del paese.

Le seguenti fotografie sono scattate da aree destinate al futuro stato palestinese nel “processo di pace”.

Esse illustrano in maniera molto eloquente la serietà dell’imperativo geografico ed i potenziali pericoli che il non tenerne conto comporta. Esse rivelano molto chiaramente quanto esposti e vulnerabili sarebbero località strategiche vitali ed importanti centri urbani, se Israele dovesse trasferire ad un regime palestinese il controllo delle regioni collinari a est della pianura costiera – e sottolineano drammaticamente la posizione di vantaggio che avrebbero i palestinesi:

- I grattacieli dell’Azrieli Center ed il centro di Tel Aviv

- L’area della Borsa dei diamanti, a Ramat Gan (nel distretto di Tel Aviv)

- Orot Rabin, la centrale elettrica di Hadera, e le vicinanze di Caesaria

Alla luce delle recenti ostilità, il rischio che queste minacce si materializzino non può più essere liquidato come pure speculazioni prive di sostanza o come allarmismo strumentale dell’estrema destra. In effetti, guardando a queste prove evidenti, non è difficile capire perché perfino il prof. Amnon Rubinstein, che ricoprì una serie di incarichi ministeriali per il partito di sinistra Meretz, fra cui quello di ministro dell’istruzione, una volta si sentì obbligato a mettere in guardia che uno stato palestinese in queste aree “può diventare una freccia puntata al cuore di Israele con tutta la forza dell’intero mondo arabo dietro di essa”.

Dunque, prima di votare, cari elettori, dovreste riesaminare la piattaforma elettorale del partito che avete scelto. Dovreste chiedervi se essa offre un programma convincente per combattere le minacce che potrebbero nascere dall’imperativo geografico – piuttosto che sperare semplicemente che esse non si materializzino.

di Martin Sherman

Martin Sherman è stato consigliere ministeriale nel governo Shamir del 1991-1992; attualmente insegna scienze politiche all’Università di Tel Aviv

Titolo originale:

The Geographic Imperative

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/02/10/israele-e-l’imperativo-geografico/

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