martedì 10 febbraio 2009

Kiev, un vitale bisogno di denaro fresco


Come se la cosiddetta «guerra del gas» non fosse cosa di neanche un mese fa, il governo dell’Ucraina ha chiesto nei giorni scorsi alla Russia un prestito di 5 miliardi di dollari per far fronte alla gravissima crisi di bilancio che sta attanagliando il paese. Dal Cremlino la risposta è stata per ora un prudente «vediamo che si può fare», ma tanto è bastato per scatenare a Kiev un pandemonio politico e innescare una fase ancor più estrema della lotta di potere in corso da  mesi: con ogni evidenza, la crisi internazionale di gennaio non era provocata da un vero conflitto fra interessi nazionali opposti (che peraltro esistono, eccome), ma dai tentativi di modificare gli equilibri interni ucraini.
Il presidente Viktor Yushenko, che sta disperatamente cercando occasioni per attaccare la premier Yulija Timoshenko, molto più favorita di lui nelle presidenziali previste fra meno di un anno, ha subito denunciato la richiesta del prestito come «illegale», condotta in violazione di ogni norma sulle trattative internazionali e piena di «evidenti segni di corruzione». Secondo il presidente, è chiaro che i soldi chiesti a Mosca finiranno in alcune precise tasche, e che in cambio verrà svenduta la sovranità nazionale ucraina, sotto forma di cessione alla Russia di qualche «asset» rilevante come la rete dei gasdotti o i diritti sui beni dell’ex Unione sovietica, o ancora in cambio di concessioni politico-militari, per esempio a proposito della base navale russa a Sevastopol o a proposito dei progetti di adesione dell’Ucraina alla  Nato.
Qualche sospetto su quella che potrebbe essere alla fine la sostanza della transizione fra la Timoshenko (che come capo del governo ha il mandato operativo sulle questioni finanziarie) e Vladimir Putin (che ha lo stesso mandato come capo del governo russo) è in effetti abbastanza legittimo: più per quelle che sono le tradizioni dei rapporti finanziari tra i due paesi che per un’ipotetica «natura corrotta» dei due leader.
Da un lato, però, non è certo Yushenko la persona più adatta a sollevare questi sospetti, essendo  stato il difensore massimo delle operazioni più sporche sul terreno finanziario, compresa  la vicenda del gas (non si fa un errore troppo grande dicendo che la cosiddetta «guerra» del mese scorso è avvenuta soprattutto per la sua resistenza all’idea di tagliar fuori dall’affare energetico una oscura compagnia legata a certi finanzieri suoi amici). Ancora oggi Yushenko continua ad attaccare l’accordo raggiunto fra Mosca e Kiev per chiudere la contesa, affermando che gli interessi nazionali ucraini «sono stati traditi» e che «qualcuno pagherà per questo». Dall’altro lato, è vero che il bisogno di denaro fresco per Kiev è ormai vitale: la richiesta di prestiti urgenti è stata indirizzata non solo alla Russia ma anche a Stati uniti, Giappone, Unione europea e Cina, cioè le poche entità in grado di dare simili finanziamenti. Il mese scorso l’Ucraina ha ottenuto un finanziamento di 16,5 miliardi di dollari da Fondo monetario internazionale e dalla Ue, ma il giudizio degli esperti è che ci voglia ben altro per evitare un vero e proprio collasso finanziario. 
di Astrit Dakli

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