giovedì 5 febbraio 2009

CRISI:dalla Spagna delle meraviglie alla Spagna degli orrori?


La crisi non risparmia il paese più invidiato d'Europa per le sue performance politiche, economiche e sociali, ma per ora non lo spinge a destra: Zapatero non perde e non guadagna popolarità. Non si ferma però la discesa agli inferi della sinistra radicale
Dalla Spagna delle meraviglie alla Spagna degli orrori? In pochi mesi il paese più lodato e invidiato d'Europa per le sue performances economiche, politiche e anche sociali sembra essersi rovesciato nel suo contrario. E oggi rischia di divenire quello dell'euro-zona che paga il conto più salato del crack della finanza e dell'economia mondiali.
Tutti gli indici che destavano tanta ammirazione sono saltati. Per il 2009 (e quanti anni a seguire?), secondo le nere previsioni fornite pochi giorni fa dal super-ministro dell'economia Pedro Solbes, recessione (fra l'1.6 e il 2%), disoccupazione in aumento vertiginoso (11-12% nel 2008, 16-19% nel 2009 contro la media europea del 9.3), superavit fiscale convertito in un deficit pubblico da far inorridire Maastricht (meno 5.8% quest'anno), solvibilità finanziaria per la prima volta messa in dubbio dall'agenzia di rating Standard & Poor's. «Solbes anuncia la peor recesion en medio siglo», ha titolato El Pais, «La fiesta è finita» l'Economist.
Era ovvio che la Spagna non avrebbe potuto essere risparmiata dall'uragano. Ma il premier socialista José Luis Rodriguez Zapatero è stato prima reticente a vederlo arrivare, poi lento a rispondere, e anche ora si aggrappa alla speranza che «la Spagna è meglio attrezzata di altri» a resistere o - come il garrulo Tremonti in Italia - che le previsioni più nere si rivelino infondate. Di fronte alla cruda realtà dei fatti, fra ottobre e novembre, ha dovuto darsi da fare: 50 poi 100 miliardi di euro alle banche per facilitare la liquidità e il credito, 11 miliardi per un programma straordinario di investimenti pubblici.
Più di don Carlos Marx, a cui secondo il Times di Londra la crisi sta facendo vivere una seconda giovinezza, lord Keynes. Tuttavia la Spagna zapaterista conferma una sua specificità: è fra i pochissimi paesi in cui la crisi - per il momento almeno - non butta a destra. Quasi un anno dopo le elezioni del marzo 2008, i sondaggi indicano che se Zapatero - come è spiegabile - non guadagna in popolarità, almeno non perde e Mariano Rajoy, il leader del Partido popular non sembra saper approfittare della crisi per conquistare consensi.
Rajoy non avanza sulla destra, però neanche Izquierda unida avanza sulla sinistra. Come se la sinistra spagnola, nel quadro del bipartitismo forzoso uscito dalla transizione e del mainstream dopo la caduta del muro, non potesse essere altra cosa, nel bene e nel male, che il Psoe.
La discesa agli inferi della sinistra radicale spagnola presenta una certa analogia con quella della sinistra radicale italiana. Anche Iu parla di «rifondazione» (o sparizione) entro il 2010, in vista delle elezioni del 2012. Dal voto del 9 marzo scorso è uscita con le ossa rotte. Vittima del «voto utile» chiesto da Zapatero, della paura di un ritorno al potere della destra dopo gli 8 anni di Aznar, di una legge elettorale iniqua e, soprattutto, dei propri equivoci ed errori che vengono ormai da almeno un decennio o addirittura dalla sua nascita nell'86 sull'onda del referendum (onorevolmente perduto) per decidere l'entrata della Spagna nella Nato e del «tradimento» del Psoe, passato dal no al sì dopo il trionfo di Felipe Gonzalez nelle elezioni dell'82. 
Il 9 marzo Iu ha avuto il 3.8% dei voti, l'1.2% in meno dell'aprile 2004, quando Zapatero vinse a sorpresa la prima volta. Da 8 a 5 seggi nel 2004, da 5 a 2 seggi nel 2008. Una sinistra residuale, non ancora extra-parlamentare come in Italia ma sulla stessa strada. Se non cambia qualcosa, anzi tutto.
Non è capzioso il discorso su una legge elettorale che fin dal '77 premia eccessivamente i due partiti maggiori e quelli regionali ma penalizza i partiti nazionali minori: nel marzo 2008 il Psoe e il Pp con l'80% dei voti hanno avuto il 90% dei seggi. Con un sistema proporzionale oggi siederebbero alle Cortes 12 deputati di Izquierda unida invece di 2. Ogni seggio le è costato 481 mila voti, 7 volte di più che al Psoe e al Pp, quasi 10 volte di più che ai nazionalisti baschi del Pnv.
Tuttavia non è solo il costo di una legge che garantisce la governabilità ma «fucila la democrazia». Izquierda unida nacque dopo il crollo del Pce di Santiago Carrillo nelle elezioni dell'82, quando il Psoe sfondò e i comunisti crollarono al 4% con 4 deputati. Nel '79 avevano avuto il 10.8% e 23 seggi e quello fu e resta il loro miglior risultato dalla morte di Franco nel '75 e l'avvento della transizione democratica. Eppure fu al tempo stesso deludente perché il Pce, il partito che aveva più resistito al franchismo e pagato il prezzo maggiore alla repressione, non era più il partito egemone della sinistra (nonostante la sua moderazione sancita nei Patti delle Moncloa e nell'accettazione della monarchia) ma arrancava molto indietro al Psoe «rinnovato» e moderato dei giovani Felipe Gonzalez e Alfonso Guerra vittoriosi nel congresso di Suresnes del '74. Dopo la débacle dell'82 un comunista spritoso disse che il grande Pce della Pasionaria, di Carrillo e di Marcelino Camacho «stava tutto in un taxi», dopo quella del marzo scorso qualcuno ha ripreso e aggiornato quella battuta amara: «ora basta una bicicletta».
Iu era nata come una «formazione plurale», imperniata sul Pce - o i suoi resti dopo la breve avventura e le speranze deluse dell'euro-comunismo - ma aperto a nuove forze non strettamente comuniste. Socialisti critici, socialdemocratici di sinistra, cattolici progressisti, ecologisti, femministe, pacifisti. Quel progetto in larga misura è rimasto sulla carta. Julio Anguita, il «califfo rosso» (e sindaco) di Cordoba, divenuto segretario del Pce e coordinatore generale di Iu dall'89 al 2000, recuperò voti e seggi, cercò - insieme al Pp di Aznar da destra - di stringere il Psoe di un Gonzalez sempre più eroso dal potere (e dalla corruzione) in una «pinza» e di spingerlo una volta per tutte al centro. Ma a trarre i frutti politici di quella strategia «di sinistra» che faceva di Psoe e Pp «due facce della stessa medaglia liberista» fu la destra di Aznar, che vinse le elezioni del '96. Dal 2000 fino al novembre scorso Iu si è dedicata a un'incessante opera di masturbazione politica fra l'apparato del Pce e le altre 3 o 4 «famiglie» interne. Un infighting senza soste fra quella che il saggista Antonio Elorza, antico militante di Iu, chiama «la minoranza paleo-comunista» guidata, dopo il ritiro di Anguita, da Francisco Frutos e Felipe Alcaraz, e il coordinatore generale Gaspar Llamazares, anche lui con tessera del Pce del resto, costretto a dimettersi dopo la catastrofe del marzo 2008. Alla fine di novembre un'assemblea federale ha eletto al suo posto Cayo Lara, uno della «minoranza paleo-comunista», che è così riuscita dopo 8 anni nell'intento di riprendere il timone di una nave che assomiglia molto al Titanic. Lara ha auspicato che Iu «la smetta di guardarsi l'ombelico», ha chiesto e promesso fine dei settarismi e unità. E' stata nominata una direzione collegiale di 23 membri e si è data 18 mesi per «rifondarsi». Come? L'apparato del Pce rimproverava a Llamazares troppa «dipendenza» da Zapatero e chiedeva a Iu di non essere più «uno zapaterismo di sinistra» ma una forza «alternativa». «I nostri elettori chiedono più distanza dal Psoe», ha detto Lara nella sua prima intervista da coordinador, criticando la scelta del governo socialista di «prendere i soldi dei contribuenti per tappare i buchi delle banche» e minacciando un prossimo sciopero generale. Come quello del dicembre '88, il primo che i sindacati organizzarono contro il social-liberismo del compagno Felipe Gonzalez, solo che questa volta rischierebbe di essere o apparire come l'alternativa - e quindi una dichiarazione di guerra - alla concertazione sociale sul lavoro e sui salari che è stato il segno distintivo non solo di Candido Mendez, il segretario della Ugt socialista, ma anche di José Maria Fidalgo, il segretario delle Comisiones Obreras (più o meno) «comuniste».
Le proposte di questo impervio cammino verso la rifondazione non sono molto lontane da quelle con cui Iu si presentò vent'anni fa: una «sinistra anticapitalista», una «democrazia radicale», il «federalismo», la «lotta alla corruzione» (dilagante anche in Spagna), l'obiettivo della «terza repubblica», una forza politica «utile».
Un cammino praticabile? «E' la nostra ultima possibilità», dice Rosa Aguilar, apprezzata sindaco di Cordoba, l'ultima delle capitali governata dai comunisti. Ma per Javier Pradera, ex comunista divenuto influente analista del Pais, ormai «Iu non dispone di un proprio spazio politico», e «le sue pene non hanno rimedio né al fianco dei socialisti né senza di loro», perché «come alleato perde l'indipendenza e come avversario favorisce la destra». Al contrario, per l'ex comunista Antonio Elorza «le possibilità esistono»: è vero che Zapatero è stato bravissimo in questi anni a prendere di petto una serie di temi sui diritti civili (soprattutto) e (in minor misura) sociali e politici - il ritiro delle truppe dall'Iraq, le leggi sull'aborto e sulla famiglia, la parità di genere, la violenza maschile, la laicità dello stato, il recupero della memoria storica, l'immigrazione, la chiusura «graduale» delle centrali nucleari -, ma le differenze e gli spazi fra «le due sinistre» restano profondi su altri temi - l'eutanasia e l'ampliamento della legge sull'aborto, la politica fiscale e salariale, la precarietà del lavoro, la «deroga immediata» degli accordi con il Vaticano, la rapida chiusura delle centrali nucleari, il ritiro dei contingenti militari anche dall'Afghanistan, la riforma della «iniqua e anticostituzionale» legge elettorale ...Le possibilità esistono ma resta il dubbio che (anche) in Spagna finiscano per essere solo il requiem della sinistra radicale e l'approdo della disunita Izquierda unida nell'irrilevanza politica. 
(6. Fine. Le precedenti puntate di questa inchiesta sulle sinistre europee di fronte alla crisi, di Alberto D'Argenzio (Strasburgo), Anna Maria Merlo (Francia), Astrit Dakli (Russia), Aldo Garzia (Svezia), Guido Ambrosino (Germania) sono uscite rispettivamente il 14/12 e il 17/12/08, il 2/1, 7/1, 9/1/09).
di Maurizio Matteuzzi

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