sabato 28 febbraio 2009

Yemen, l'emendamento contrario alla sharia


Un recente emendamento alla legge che riguarda le donne e i bambini nello Yemen ha stabilito che una ragazza debba avere 17 anni per sposarsi. Tuttavia l’emendamento ha suscitato reazioni tra i deputati estremisti del parlamento che ritengono l’emendamento contrario alla sharia (legge coranica), infatti il testo sacro non stabilisce l’età da matrimonio, e minacciano la riapertura della discussione. Del resto quando Maometto sposò la sua ultima moglie Aicha, questa aveva solo nove anni. I tempi sono cambiati e anche lo Yemen, che finora non aveva stabilito una età legale per il matrimonio (prima della riunificazione era di 15 anni sia al sud che al nord). Lo Yemen è finito tredicesimo  tra i primi venti paesi ritenuti i peggiori al mondo proprio per i matrimoni in tenera età.  Infatti, secondo un rapporto dell’International centre for Research on Women, nel 2007 il 48,4 per cento delle donne nello Yemen si erano sposate prima dei 18 anni. Sono bambine che non possono avere una infanzia, giochi, educazione e uno sviluppo adeguato. La legge tuttavia non basterà, occorrerà una campagna di sensibilizzazione, come ha sottolineato Horiah Mashour presidente del Comitato nazionale delle donne. Perché in molti casi la data di nascita non è conosciuta e potrà facilmente essere falsificata.  Ora tra i paesi arabi resta solo l’Arabia saudita a non aver ancora fissato l’età minima per il matrimonio.
di Giuliana Sgrena

NUCLEARE, un'illusione smontata dai fisici


L’illusione nucleare, l’ultimo appiglio del consumismo terminale

Ho passato la giornata a rispondere alle chiamate telefoniche e mail di amici e amiche costernati e sdegnati per le notizie televisive, gli articoli, le interviste in favore delle proposte del governo sul ritorno delle centrali elettronucleari in Italia. 
Vedo contrapposti da una parte persone che lavorano, che leggono, che amano la famiglia, che hanno una dignità nella vita professionale e sociale italiana, dall'altra parte uomini politici e giornalisti di palese ignoranza e inoltre scienziati inaspettatamente filonucleari. 
Per quanto riguarda l'indulgenza agnostica o l'aperta simpatia filonucleare di vari illustri professori universitari di fisica il commento che ricevo dagli amici è freddo: sono uomini di potere, oramai troppo lontani dai rischi del dubbio e della analisi aperta su problemi scabrosi. 
Rispondo che ho letto questi interventi e vedo che sono fondati sulla consultazione di testi ben noti di tecnologia nucleare: vero che gli ingegneri nucleari di anno in anno perfezionano i loro progetti nella direzione della sicurezza; vero che i reattori autofertilizzanti e subcritici sono un interessante campo di lavoro futuro, la cosiddetta "IV generazione"; e infine è noto ai geologi da alcuni secoli, non da ieri, che i depositi antichi di sale sono siti geologici testimoni di grande stabilità fisico-chimica. 
Tutto ciò sulla carta è inattaccabile e chi lo dice fa bella figura. 
Ma le persone di cui parlo, educate e responsabili, vogliono capire, e non solo credere all'autorità.
Si chiedono e mi chiedono: cosa c'entra tutto ciò con la vita vera, con la dinamica del nostro lavoro e delle nostre professioni, il futuro dei nostri figli cittadini appartenenti a una nazione, non agli scaffali di un professore? 
È vero che fra dieci o vent'anni i nostri figli saranno affrancati dalla dipendenza dal petrolio comprato all'estero? 
Dove sono le risorse uranifere sul territorio italiano quelle che ci daranno il benessere economico?
Se è vero che l'Italia ha tali risorse perché il nostro paese non ne è mai stato esportatore? 
Chi pagherà la costruzione delle raffinatissime nuove centrali elettronucleari? 
Lo Stato italiano, cioè noi cittadini laboriosi. 
Verso quale Stato straniero detentore delle miniere di materiale uranifero e gestore del processo di arricchimento andranno i soldi dei futuri cittadini italiani? 
Chi sa prevedere quale sarà il costo del combustibile nucleare fra molti decenni, in tempi ben lontani dalla responsabilità del nostro governo attuale, costo che dipenderà da imprevedibili squilibri e tensioni internazionali nelle quali l'Italia sarà, come oggi, paese spettatore ma non attore? 
I filonucleari ci mostrano i depositi sotterranei dei residui radioattivi nello stato americano del Nebraska; andranno laggiù le nostre scorie? 
Certamente non saranno affidate alla camorra, vogliamo ben credere, ma saranno rigorosamente e responsabilmente protette per sempre. Tale ricovero avverrà forse gratis, per benevolenza di amici d'oltreoceano? All'opposto pagheremo un affitto perenne, ma non si dice. 
E infine la domanda più importante. 
Ma chi può sostenere che il PIL italiano fra quarant'anni sarà sostenuto da dieci o venti gigawatt di erogazione elettronucleare, chi ha fatto tali calcoli? 
O sono semplici estrapolazioni a partire dal ben poco glorioso consumismo attuale che ha concentrato il denaro in poche mani e impoverito le nazioni fino al collasso che è in atto? 
Non parlateci di "nucleare" e di"rinnovabili" a sostegno dell'utopia del consumismo, parlateci di "non consumismo" cioè della realtà. I cittadini vogliono capire se chi li governa sa rispondere a queste domande che riguardano il futuro della vita democratica.

Perché l’atomo non va bene né per l’economia né per l’ambiente

Molti sono gli aspetti che portano a un netto rifiuto del ricorso al nucleare e varrà la pena analizzarli in dettaglio tutti in futuro. Qui ne valuterò solo due che considero fra i più rilevanti: 1) la mancata convenienza economica dell’operazione; 2) la ricaduta ambientale.

Economia
I costi riguardano – costruzione – approvvigionamento combustibile (costi in aumento vertiginoso) – assicurazioni (costi in rapidissima crescita) – continua implementazione di impianti di sicurezza – lunghi periodi di inattività (per riparazioni, aggiornamento, manutenzione) – dismissione, controllo e manutenzione degli impianti dismessi.
Tutti questi elementi hanno fatto sì che il mercato bocciasse inesorabilmente la costruzione di centrali nucleari, come impresa commerciale vantaggiosa. Nessun consorzio esclusivamente privato da decenni si avventura nella costruzione di impianti di generazione di energia per via nucleare. Lo fanno gli stati, ma non per convenienza economica, per ragioni militari – i cicli produttivi ad uso militare e civile sono strettamente interconnessi.
L’approvvigionamento dell’uranio inoltre ci renderebbe dipendenti, come per il petrolio, da fornitori esterni e i giacimenti uraniferi rilevati non basterebbero forse nemmeno per tutta la durata della vita delle centrali che il governo italiano si propone di costruire e che diverrebbero operative fra decenni. Un punto essenziale va messo in forte evidenza: i prolungati costi di smantellamento degli impianti, che prevedono migliaia di anni di controlli, aggiusti, manutenzione, sono chiaramente addossati alle nuove generazioni, se saranno in grado di sopravvivere ai disastri che andiamo procurando.

Ambiente
È improprio parlare di energia pulita. La costruzione degli impianti, la confezione del combustibile e quant’altro generano emissioni di anidride carbonica valutabili dell’ordine di grandezza di un quarto, un terzo di quelle rilasciate, a parità di produzione di energia, da una centrale a gas naturale.
Il problema dello stoccaggio delle scorie poi è totalmente aperto. Il paese più avanzato in tal senso è la Finlandia, che prevede per il 2020 sia pronto un sito. Gli stati Uniti hanno avuto bocciato dalla corte d’appello del Distretto di Columbia il progetto di stoccaggio elaborato sotto le Yucca Mountains. Tutti gli altri paesi sono nella fase di studio.

Quale soluzione allora? Ricorso a fonti rinnovabili, ma soprattutto un nuovo modo di vita, con consumi drasticamente ridotti nel mondo opulento.

di Megachip, con analisi di Luigi Sertorio e Guido Cosenza

Su Nuovediscussioni vedi anche Qual'è "la prossima energia"?
Articoli correlati su SudTerrae

Qual'è "la prossima energia"?


Ahmed Zaki Yamani, l’allora potente ministro del petrolio dell'Arabia Saudita, negli anni settanta diceva che come «l'età della pietra non finì per mancanza di pietre, così l'età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio». 
Possiamo far nostro il senso di questa battuta con un occhio rivolto alle dinamiche reali dell’economia e dei mercati dell’energia. In tempi di illusioni sull’economia atomica, potremmo dire che nemmeno l’età del nucleare finirà per mancanza di uranio, per quanto sia risorsa finitissima.
Quando una risorsa diventa più scarsa e risulta più costoso produrla, emergono forti segnali di prezzo che cambiano l’orientamento della domanda e fanno emergere prodotti e soluzioni nuove.

Non è solo una questione di materie prime, ma anche di grandi tendenze nell’orientamento di governi, imprese e popolazioni. In nome dell’ambiente è cambiata l’agenda dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, con ricadute su ogni livello della vita pubblica e civile. 
Quando esistono obiettivi come quelli di Kyoto o quelli stabiliti a livello di Unione europea per la riduzione dei gas serra, quando i governi lanciano incentivi mai visti prima per le energie rinnovabili, quando infine i governi locali moltiplicano le iniziative nel settore, tutto ciò vuol dire che è in atto una tendenza robusta che crea nuovi mercati per nuove imprese energetiche. 
Non sappiamo se si farà in tempo a salvare il pianeta dalla catastrofe, ma il segnale che viene dalla nuova amministrazione USA – se non altro - travolgerà chi si attarda in soccorso della boccheggiante industria nucleare francese.

Chi produce la prossima energia sta già anticipando il prossimo paradigma, il “change over” dal petrolio verso qualcos’altro. 

A questo punto, chi lavora sull’idrogeno parla di “economia dell’idrogeno”. 

Chi punta sul metanolo – come il Nobel George Olah - divulga a sua volta l’“economia al metanolo”. 

Chi è forte sul sole decanta un futuro fotovoltaico oppure solare-termodinamico. 

Un brasiliano o un farmer del Midwest statunitense mi magnificheranno le biomasse e l’etanolo. 

Un sudtirolese, dall’alto di una casa di nuovissima concezione, mi parlerà del paradigma del risparmio come via maestra del futuro. 

Da osservatore del mercato del gas, potrei parlarvi di un “lungo” medio periodo in cui la versatilità del metano sarà la “cifra” del nostro sistema energetico, indispensabile per la transizione verso nuovi equilibri.

Il carbone, ancora stivato in immensi depositi ben distribuiti sui vari continenti, con gli attuali segnali di prezzo, e con le nuove tecnologie a emissioni zero, ispira a molti la visione di una nuova età del carbone.

In realtà l’aumento dei prezzi degli idrocarburi – oggi in pausa per la Grande Crisi, ma presto ci sarà una risalita - non porterà alla sostituzione del petrolio con un’unica nuova fonte universale.
Propriamente, alcune delle soluzioni elencate non sono nemmeno “fonti”, ma “vettori” ricavati da una molteplicità di fonti. Questo significa una sola cosa: che non esiste LA soluzione del problema petrolio, ma LE soluzioni, un portafoglio di soluzioni diverse, in corsa contro il tempo. Ogni tecnologia di successo nel campo dell’energia sarà un tassello di un mosaico energetico completamente nuovo: la prossima energia.

La prossima energia è quindi caratterizzata da una pluralità di fonti e da una pluralità di vettori, con l’auspicata tendenza a divenire neutrali nell’emissione di gas serra. 
Non solo, ma è un’energia che viene prodotta tanto in grandi quantità quanto in piccole e diffuse quantità. 
Da un lato si apre lo spazio alla ricerca e all’avventura imprenditoriale di mille soluzioni tecnologiche diverse.
Dall’altro si pone la sfida di una convergenza di nuovi standard nelle reti di distribuzione, che diventeranno un po’ meno “grid” e un po’ più “web”.

Se le nostre classi dirigenti non fossero così deboli e chiuse, l’Italia sarebbe uno dei luoghi più interessanti al mondo per affermare un nuovo paradigma produttivo energetico. Ha significative risorse sottoutilizzate come il vento e il sole, che renderebbero più diretto il passaggio a un sistema energetico con più vettori (idrogeno, elettricità, metanolo, biomasse), ma ha anche infrastrutture di grande livello per trattare il petrolio e ha anche tra le più avanzate sperimentazioni sul carbone, mentre in prospettiva avrà una disponibilità nuova di gas naturale una volta completati i nuovi gasdotti in programma. 
Gli elementi per una transizione ben guidata ci sarebbero, senza il rinvio costosissimo a una tecnologia già obsoleta come il nucleare di terza generazione.

L’intero sistema economico – a partire dalle piccole e medie imprese – ha bisogno di acquisire una piena consapevolezza di tutte le implicazioni organizzative, economiche, industriali del nuovo regime energetico, anche in raccordo agli altri sistemi energetici (rete elettrica, trasporti, energie rinnovabili) e al sistema della ricerca. 

C’è molto fervore di iniziative imprenditoriali nuove e diverse. Basta guardarsi in giro e si possono facilmente incontrare ogni giorno. Ci pongono una sfida: farle radicare, crescere, farne dei campioni che abbiano qualcosa da proporre a livello locale, ma in taluni casi anche a livello globale.

L’apparente eterogeneità dei vari settori energetici che si stanno proponendo non deve far dimenticare la presenza di forti e innovative interrelazioni dal punto di vista tecnologico e organizzativo, oltre che da quello della creazione di reti energetiche di nuova concezione per la generazione distribuita, uno dei campi più promettenti a livello mondiale. La sfida è paragonabile a quella dello sviluppo del World Wide Web.
Le carte sono da giocare ora per posizionarsi in testa a questo cambiamento, anziché sprecare tutto in un declino che sarebbe pagato caro per secoli.

Invece di buttare miliardi di euro in una vacua “azione parallela” alla Musil, quale sarebbe questo nucleare in salsa transalpina, molti progetti di nuove imprese energetiche potrebbero essere invece inseriti in un programma di investimenti industriali di tipo nuovo: un programma tutto incentrato sulle infinite applicazioni che producono e risparmiano energia con sistemi innovativi e puliti, realizzando appieno le tecnologie esistenti con acquisizioni e collaborazioni nazionali e internazionali. 

Ciò farebbe bene alla ricerca, la grande negletta del nostro paese, assieme all’istruzione tutta. E farebbe bene a quei settori che davvero innovano e hanno un qualche futuro. 

Mentre il nucleare ora presentato è un trasferimento di denaro alla ricerca già fatta in Francia, le tecnologie energetiche alternative hanno alcune caratteristiche dinamiche in comune: 

·    innovano il processo produttivo e il prodotto;
·    hanno un grande potenziale di attrazione di ricerca e fra i ricercatori danno vita a network creativi;
·    si legano fra di loro con un sistema di generazione distribuita dell’energia, che significa meno centrali-monstre da presidiare con i soldati e più capacità diffusa di raggiungere la sicurezza energetica.

Senza il grande equivoco nucleare, i “Grandi progetti” nel settore energetico possono integrarsi e radicarsi con i tanti bellissimi “piccoli progetti”.

Qualche anno fa l’allora Segretario statunitense all’Energia, Spencer Abraham, poteva permettersi di definire con una certa ironia le fonti rinnovabili come «the undiscovered energy sources». Ma poi perfino lui ha investito, e tanto, anche in queste fonti. Obama punta su di esse per evitare che il suo paese precipiti nella grande depressione. 
Dove queste sfide sono state affrontate con più tempestività e lungimiranza, come in Germania e in una parte stessa degli Stati Uniti, ciò ha permesso di assumere una leadership mondiale di settore. 
Il vento e il sole sono cambiati anche qui, la prossima energia non è certo “undiscovered”. Anche qui è il momento di incoraggiare innovatori con solide basi scientifiche a cui chiedere coraggio imprenditoriale e senso dell’occasione storica.
Purtroppo la classe dirigente è quella che è.
di Pino Cabras – Megachip

Messico, l'incidenza della crisi


Il Messico è una delle nazioni più grandi e più popolose della regione latino americana inoltre, per la sua posizione geografica, ogni sua problematica economica o sociale ha un'incidenza importante anche nei vicini Stati Uniti e nei flussi migratori, spesso clandestini.
Bisogna quindi riflettere attentamente sul dato che vede, per il terzo trimestre del 2008, una recessione che ha fatto diminuire il Pil dell'1,6%, oltre le previsioni degli analisti che avevano stimato una caduta dell' 1,09%.
Il settore che ha maggiormente risentito della crisi è l'industria che ha avuto una contrazione del 4,2% mentre il settore dei servizi, che rappresenta il 60% dell'economia, è diminuito di uno 0,9%, in controtendenza il settore agricolo in aumento del 3,3%.
Il dato aggregato del 2008 ha visto in ogni modo una crescita media dell'1,3%, inferiore all'1,5% stimato dal governo ma le previsioni per il futuro non sono incoraggianti.
Secondo César Castro Quiroz, direttore del Centro di Analisi e Proiezioni messicano il periodo più buio deve ancora arrivare tanto che si prevede per il primo trimestre 2009 una contrazione del Pil intorno al 3% da imputare soprattutto al settore automobilistico che soffre di una diminuzione della produzione e delle esportazioni (che erano indirizzate soprattutto verso gli Usa) del 50%.
Sempre secondo Castro Quiroz l'onda lunga della crisi ed i suoi effetti negativi sull'occupazione (nonostante negli ultimi tre mesi si siano persi mezzo milione di posti di lavoro) e sul consumo arriverà soltanto nei prossimi mesi.

di Paolo Menchi

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1116


venerdì 27 febbraio 2009

Sudafrica, una miniera in recessione


C'era una volta in Sudafrica una delle più fiorenti industrie minerarie del mondo. Ma la crisi economica mondiale, dopo aver colpito Usa, Europa e Asia, è giunta anche qui, costringendo alcuni dei colossi del settore a tagliare migliaia di posti di lavoro, deprimendo un settore già in declino lo scorso anno. Nonostante le autorità sperino di contrastare la recessione attraverso un massiccio piano di lavori pubblici in vista dei Mondiali, l'economia più forte del continente rischia di soffrire ancora.
Lo scorso martedì, il colosso minerario britannico Lonmin ha annunciato il taglio di 5.500 posti di lavoro nelle miniere di platino di Marikana, nella provincia del North West, e nella zona del Limpopo. Tagli che si sommano ai 10.000 già annunciati dalla Anglo Platinum, sussidiaria della Anglo American e prima produttrice di platino al mondo. Cifre che contribuiranno a deprimere un'economia che già lo scorso anno è cresciuta solamente del 3.1 percento (0.6 punti percentuali in meno delle previsioni di inizio anno), rispetto al 5,1 percento del 2007, e che nonostante il suo dinamismo deve fare i conti con una disoccupazione al 23 percento. 
L'allarme cresce se si pensa che il settore minerario contribuisce al 7 percento del prodotto interno lordo del Paese. La recessione globale, già responsabile del calo dei prezzi delle materie prime e che ha colpito in maniera particolare l'industria delle automobili, è piombata a cascata sul settore del platino, utilizzato proprio dalle case automobilistiche per le componenti catalitiche. Inoltre, lo scorso anno, più a causa di una crisi strutturale che per la congiuntura mondiale, il Sudafrica aveva perso anche la palma di maggior produttore di oro al mondo (un primato detenuto dal 1906) a favore di Cina e Stati Uniti. 
Non resta quindi che sperare nei Mondiali: il piano di lavori pubblici varato dal governo è ambizioso, e grazie all'iniezione di milioni di dollari di denaro pubblico dovrebbe servire se non altro a tamponare gli effetti della crisi globale. Una boccata d'ossigeno per un Paese che, in vista delle elezioni del prossimo aprile, si trova a dover redistribuire la ricchezza generata dalla classe media ai settori più svantaggiati della società, per evitare un'esplosione di rabbia sociale che cova latente dalla fine dell'apartheid fino ad oggi. Le violenze contro gli immigrati registratesi lo scorso maggio, proprio a causa della difficile congiuntura economica nazionale, dimostrano come la pazienza della popolazione sia già ai limiti. Nel settore minerario, stando a quanto dichiarato dai rappresentanti dei maggiori sindacati del Paese, si prospettano tempi ancora più duri, con nuovi tagli e la chiusura degli impianti meno redditizi. E non è detto che i cantieri aperti per costruire stadi e strade basteranno ad accogliere i minatori trovatisi senza lavoro.
di Matteo Fagotto

Coinvolgere Hamas!


''L'ultimo, sanguinoso conflitto fra Israele e Hamas ha dimostrato che la politica di isolamento nei confronti di Hamas non può portare stabilità. Come ex negoziatori di pace riteniamo sia di importanza vitale abbandonare la politica fallimentare dell'isolamento per coinvolgere Hamas nel processo politico, in quanto un accordo di pace israelo-palestinese senza Hamas non sarà possibile''.
Il terzo incomodo. Poche, chiare, parole. A sottoscrivere questa lettera aperta, pubblicata oggi sull'edizione online del quotidiano britannico The Times, sono undici mediatori internazionali. Personaggi della diplomazia e della politica che hanno legato il loro nome alla soluzione negoziata di conflitti. Dei professionisti degli accordi di pace, insomma. Fra gli altri, l'ex inviato in Medio Oriente per il Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu), Alvaro de Soto, l'ex ministro degli esteri israeliano Shlomo Ben-Ami, l'ex inviato dell'Ue in Bosnia Paddy Ashdown, l'ex ministro degli esteri australiano, che mediò la pace in Cambogia, Gareth Evans. Non proprio dei pacifisti che, nel presentare la loro iniziativa, citano il generale israeliano Moshe Dayan: ''Se vuoi fare la pace non parli con gli amici, ma parli con i nemici''. Sembra un discorso molto semplice e lineare, ma quando si parla d'Israele e Palestina tutto diventa sempre dannatamente complesso. ''Chi vi piaccia o no - scrivono i mediatori - Hamas non se ne andrà. Dalla sua vittoria in elezioni democratiche nel 2006, Hamas ha conservato il suo sostegno nella società palestinese malgrado i tentativi di distruggerla attraverso embarghi economici, boicottaggi politici e incursioni militari. Questo approccio non funziona, bisogna trovare una nuova strategia''.
Scambio di prigionieri. Una lettera indirizzata ai politici israeliani, ma anche all'Unione europea, alle Nazioni Unite e agli Stati Uniti di Barack Obama. Una lettera che dovrebbero leggere anche in Arabia Saudita e in tutti quei paesi arabi sunniti che vedono Hamas come una filiazione del potere sciita dell'Iran e ne osteggiano il coinvolgimento nel processo politico palestinese. Tra i destinatari andrebbe inclusa anche la nomenklatura del Fatah, ancora ostile a dividere il potere (e i soldi della comunità internazionale) con il movimento islamico. In questo senso, dal Cairo, arrivano segnali interessanti. Il governo egiziano, impegnato in una mediazione tra Hamas e Fatah, spinge per un accordo tra le fazioni palestinesi sui detenuti politici. Dopo il 'colpo di Stato' del 2007, del quale Hamas e Fatah si accusano a vicenda, che ha di fatto diviso la Palestina in due: la Striscia di Gaza nelle mani di Hamas, la Cisgiordania nelle mani di Fatah. Da quel momento a oggi, anche durante l'operazione militare d'Israele a Gaza, una sorta di regolamento di conti tra i militanti di Hamas e Fatah è andato avanti tra omicidi, arresti arbitrari e torture. Ieri, come segnale di buona volontà, ottanta prigionieri vicini a Fatah sono stati rilasciati da Hamas. Erano alcuni dei sospettati di aver attentato alla vita di Ismail Hanyieh, leader di Hamas, il 25 luglio scorso. Nell'attacco morirono cinque miliziani del movimento integralista islamico e una bambina. Ehab al-Ghsain, portavoce del ministero dell'interno di Hamas, ha spiegato che gli ottanta prigionieri sono stati rilasciati dopo che è stata accertata la loro estraneità all'attacco. Abu Mazen aveva ordinato la scorsa settimana alle sue forze di sicurezza di rilasciare gli attivisti pro-Hamas arrestati in Cisgiordania.
di Christian Elia

L'Iran e la SCO

L'Organizzazione della Cooperazione di Schang-Hai (SCO) sta considerando l'offerta dell'Iran di essere membro titolare del blocco di sicurezza regionale, ha detto martedì una fonte di SCO. Lo SCO comprende Russia, Cina, Kazakhstan, Tajikistan, Kirghizstan e Uzbekistan.
La Russia ha assunto la direzione della presidenza dell'organizzazione l'agosto scorso. L'Iran, l'India, la Mongolia ed il Pakistan hanno lo status di osservatori all'interno del organizzazione.
"La considerazione dell'offerta di Tehran sta andando avanti in conformità alle procedure standard. Penso che una decisione sulla questione potrebbe essere annunciata ad un summit dello SCO a Ekaterinburg [Russia] a giugno", ha detto la fonte.
Visto ampiamente come un contrappeso all'influenza della NATO in Eurasia, il gruppo affronta soprattutto i problemi della sicurezza, ma recentemente si è mosso verso l'adozione di progetti sull'energia e l'economia.
Il SCo ha recentemente alzato una moratoria sulla sua membership, ma non ha ancora stabilito alcuni criterio di verifica per l'accettazione di nuovi membri, secondo una fonte diplomatica Russa.
Il ministro degli affari esteri dell'Iran, Manouchehr Mottaki, ha detto lunedì che Tehran ha pensato di ricevere protezione dalla Russia nella sua operazione per aderire allo SCO. Tuttavia, la Russia e la Cina finora hanno espresso riserve sull'ammissione dell'Iran, che è coinvolto in una disputa di fondo con l'occidente e Israele sul suo programma nucleare e per il presunto supporto ai gruppi radicali nel Libano ed altri paesi.
Sia la Cina che la Russia hanno importanti interessi commerciali in Iran. La Cina vuole Petrolio e gas iraniani e vendere armi ed altre merci al paese, mentre Mosca spera di vendere più armi e tecnologia nucleare a Tehran.

di RIA Novosti
Traduzione di Alessandro Lattanzio
Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFVuykApuycOpXiif.shtml

giovedì 26 febbraio 2009

India, i cinque Stati del suicidio


Il numero di agricoltori che si sono suicidati in India tra il 1997 e il 2007 ha raggiunto ora le 182.936 unità. Quasi i due terzi di questi suicidi si sono verificati in cinque stati (l’India è composta da 28 Stati e da sette Unioni territoriali). Questi 5 grandi stati, Maharashtre, Karnataka, Andhra Pradesh, Madya e Chattisgarh, rappresentano circa un terzo della popolazione dell’intero Paese e i due terzi dei contadini suicidi. In questi stati l’indice di suicidi tra gli agricoltori è molto più alto di quello rilevato in altre fasce sociali. I suicidi di questo tipo stanno aumentando anche in altri stati del Paese.E’ significativo notare che il numero di contadini che si tolgono la vita è in aumento anche se il numero di agricoltori è in diminuzione, perciò l’indice è valutato su un numero base che si sta contraendo. Nel decennio che va dal 1991 e il 2001 quasi 8 milioni di persone hanno lasciato il lavoro nelle fattorie. Da allora l’indice di abbandono è sempre cresciuto, ma solo nel 2011 potremo avere dei dati aggiornati.Questi dati sui suicidi sono ufficiali, ma sono tendenzialmente molto sottostimati anche se già così sono abbastanza brutti. Il numero dei suicidi in India viene registrato dal National Crime Records Bureau (NCRB), un settore del Ministero degli affari interni del Governo indiano. Lo stesso NCRB sembra dare poco credito a questi dati. Tuttavia gli Stati nei quali vengono raccolti lasciano fuori migliaia di persone dalla definizione di “agricoltori” e quindi questo abbassa le cifre. Ad esempio, le donne che fanno questo lavoro non vengono usualmente accettate come “agricoltrici” (abitualmente le terre non sono quasi mai a loro nome). Esse lavorano in agricoltura ma sono considerate solo “mogli di coltivatori”. Ciò permette al governo di escludere un’ infinità di donne suicide. Infatti vengono registrate solo come “morte per suicidio”, ma non come “contadine suicide”. In ugual modo anche molte altre fasce sociali sono state escluse da questa lista.L’esplosione di suicidi fra gli agricoltori, la più grossa ondata di morti simili mai registrata nella storia, s’è verificata in parallelo al fatto che l’India ha abbracciato il neoliberismo dello 'splendido nuovo mondo' ['brave new world' citazione del romanzo di A. Huxley n.d.r.]. Su questo processo e su come abbia influenzato l’agricoltura, sono state scritte sino ad ora numerose relazioni sul sito Counterpunch. L’indice dei contadini suicidi è peggiorato in particolare dopo il 2001, anno in cui l’India seguiva già il percorso indicato dal WTO (World Trade Organization) per lo sviluppo agricolo. Il numero dei suicidi nei cinque anni che vanno dal 1997 al 2001 è stato di 78.737 unità (ovvero una media di 15.747 suicidi l’anno). Lo stesso indice nel quinquennio che va dal 2002 al 2006 è stato di 87.567 (cioè 17.513 suicidi in media all’anno). Ciò significa che nei cinque anni successivi al 2001, in media ogni 30 minuti un agricoltore, o una contadina, si sono tolti la vita. I dati del 2007 (in dettaglio più avanti) collocano anche quest’anno fra quelli con l’andamento più elevato.Che cosa hanno in comune tutti questi agricoltori suicidi? Coloro che si sono uccisi avevano grossi debiti – i debiti delle famiglie contadine sono raddoppiati nella prima decade di "riforme economiche" neoliberiste, passando dal 26 al 48,6 per cento. Abbiamo avuto questi dati dal National Sample Survey. Ma negli stati peggiori, la percentuale di questi contadini è ben più elevata. Per esempio l’82 per cento di tutti i proprietari di fattorie dell’Andhra Predesh erano indebitati a partire dal 2001/02. Quelli che si sono suicidati erano agricoltori che producevano raccolti da porre subito in vendita ["cash crop" n.d.r.] e che sono stati sopraffatti dai debiti : coltivatori di cotone, caffè, canna da zucchero, noccioline, pepe e vaniglia. (Ci sono meno suicidi fra i coltivatori di raccolti per l’alimentazione, cioè coltivatori di riso, frumento, mais e legumi). La splendida filosofia del nuovo mondo ha costretto milioni di coltivatori del Terzo Mondo a lasciare la coltivazione destinata all’alimentazione (con il mantra “l’esportazione porta alla crescita”). In India per milioni di coltivatori di prodotti per la sussistenza ciò ha significato coltivazioni a costi molto più elevati, con oneri molto più pesanti, debiti maggiori, e ritrovarsi inseriti in un mercato con prezzi soggetti alla grande volatilità del mercato globale. Questo è un settore dominato e gestito da una manciata di società multinazionali. La portata dell’impatto che lo spostamento del mercato ha avuto sui coltivatori si può rilevare da questo: di solito coltivare a riso un acro in Kerala costava più o meno 8.000 rupie (circa 165 dollari di oggi) all’ingrosso. Quando molti hanno spostato la coltivazione sulla vaniglia, il costo per acro (nel 2003/04) è salito quasi a 150.000 rupie (pari a 3.000 dollari). (Un dollaro equivale a circa 50 Rupie)Con grandi società che commerciano semi e sostituiscono i semi ibridi e le varietà tradizionali, a buon mercato, con i loro prodotti, un coltivatore di cotone avrebbe dovuto pagare alla rete di Monsanto per le semenze molto più di quanto avesse mai immaginato di spendere. Le varietà locali e quelle ibride erano state espulse dal mercato con l’entusiastico supporto dello stato. Nel 1991 potevate comperare un chilo di semenza locale per poco, più o meno per 7 Rs o per 9 Rs nelle zone più care come Vidarbha. Dal 2003 avreste dovuto pagare 350 Rs (7 dollari) per un sacchetto da 450 grammi di semi ibridi. Dal 2004 i soci di Monsanto hanno messo sul mercato un sacchetto da 450 grammi di semi di Bt Cotone per un costo che oscillava fra le 1.650 e le 1800 Rs (da 33 a 36 dollari). Questi prezzi sono drammaticamente caduti nel giro di una notte a causa di un forte intervento governativo nell’Andhra Pradesh dove il Governo era cambiato dopo le elezioni del 2004. Il prezzo è caduto abbassandosi a circa 900 Rs (18 dollari), ma resta tuttavia ancora molto più alto del 1991 e anche del 2003.Nel contempo la diseguaglianza era il grande cannibale fra le nazioni “Tigri emergenti” del mondo in via di sviluppo. La commercializzazione predatoria delle aree rurali aveva devastato tutti gli altri aspetti della vita sia per gli agricoltori che per i braccianti. I costi sanitari, ad esempio, salirono alle stelle. Migliaia di ragazzi lasciarono sia la scuola che le università per andare a lavorare con i loro genitori agricoltori (inclusi molti ricercatori). Per gli agricoltori indiani la media mensile delle spese pro capite era di 503 rupie (10 dollari) all’inizio dell’ultimo decennio. Il 60 per cento di questa cifra veniva speso per il cibo ed un altro 18 per cento per carburante, abiti e calzature.Gli agricoltori spendono così tanto per mangiare? Per cominciare, milioni di piccoli o marginali coltivatori indiani sono acquirenti di cereali. Non producono abbastanza per sfamare anche la loro famiglia e devono lavorare nei campi altrui e anche altrove per superare il problema. Dovendo acquisire sul mercato parte dei cereali di cui necessitano, vengono duramente colpiti dall’aumento dei prezzi alimentari, così come è accaduto sin dal 1991 e con particolare forza all’inizio di quest’anno. La fame, fra coloro che producono cibo, è una cosa molto diffusa e reale. A ciò s’aggiunge il fatto che la disponibilità di cereali pro capite fra gli indiani s’è drammaticamente abbassata a cominciare dall’inizio della “riforma”: dai 510 grammi per indiano del 1991 ai 422 grammi del 2005. (Non si tratta di una goccia di 88 grammi. E’ una cascata di 88 grammi moltiplicati per 365 e poi per un miliardo di indiani). Come ha sempre evidenziato con forza il professor Utsa Patnaik, il principale esperto di economia del settore agricolo, le famiglie povere oggi hanno in media 100 chili in meno di quanto avevano solo 10 anni fa – mentre l’élite mangia a più non posso. Per molti lo spostamento dal raccolto per uso alimentare a coltivazioni da porre in vendita (o esportare) ha peggiorato le cose. A fine giornata potete ancora mangiare il vostro piatto di riso. E’ difficile digerire il cotone!. Frattanto anche il settore dei cereali sta passando sotto il controllo delle aziende che truccano i prezzi. All’inizio di quest’anno le speculazioni sui mercati dei futures hanno fatto lievitare il costo del grano in tutto il mondo.Il modello neoliberista che ha forzato la crescita attraverso un certo genere di consumi, intanto , ha quasi imposto un reindirizzo di grosse quantità di denaro distogliendole dal credito rurale per alimentare lo stile di vita cui aspirano le fasce sociali alte delle città (ed anche della campagna). Migliaia di Banche rurali hanno chiuso nei quindici anni che vanno dal 1993 al 2007.I guadagni degli agricoltori sono crollati, così come i prezzi per i raccolti posti sul mercato, grazie agli osceni contributi alle corporazioni ed ai ricchi agricoltori dell’occidente, da parte degli USA e dell’Europa. La loro battaglia sui sussidi ai cotonieri (un valore di miliardi di dollari) ha distrutto gli agricoltori del settore e non solamente in India, ma anche in nazioni africane quali il Burkina Faso, il Benin, il Mali ed il Chad. Nel contempo, tutt’insieme, l’India ha cominciato a ridurre gli investimenti nell’agricoltura (la procedura standard del sistema neoliberista). La vita così è diventata sempre più impossibile per i piccoli agricoltori.Mentre i costi salgono, il credito si riduce. Il debito è fuori controllo. I sussidi hanno distrutto i loro prezzi. La mancanza di investimenti per l’agricoltura (un valore di miliardi di dollari ogni anno) ha mandato in malora le campagne. L’India ha anche tagliato gran parte dei pochi patetici aiuti che manteneva verso i suoi agricoltori. Il caos era completo. A cominciare dalla fine degli Anni Novanta i suicidi si sono susseguiti a un tasso che è apparso poi molto spedito. Infatti la crisi agraria dell’India si può riassumere in cinque parole (chiamiamola "Crisi dell’agricoltura 101"): la spinta verso l'agricoltura aziendale. La strada (in cinque parole): la commercializzazione predatoria della campagna. Il risultato: la più grande destituzione della nostra storia.Le corporazioni non hanno ancora il diretto controllo delle terre agricole indiane e non vi operano direttamente giorno per giorno. Però hanno bloccato ogni altro settore, entrate, sbocchi, distribuzione, prezzi e stanno anche intestandosi il controllo delle acque (che in India è già privatizzato in un modo o in un altro).Il più alto numero di suicidi si è verificato nello Stato del Maharashstra, che accoglie la Borsa valori di Mumbai e nella cui capitale, Mumbai appunto, vivono 21 dei 51 miliardari (in dollari) indiani ed oltre un quarto dei 100 mila milionari (in dollari) del Paese. Mumbai è balzata alla ribalta della cronaca mondiale lo scorso novembre quando i terroristi hanno massacrato 180 persone nella città durante un orribile attacco. Dal 1995, nello stato del quale Mumbai è la capitale, si sono verificati 40.666 suicidi di agricoltori, senza che la stampa vi abbia dato grande importanza.Nel Maharashstra i suicidi degli agricoltori hanno superato le 4000 unità ancora nel 2007, per la quarta volta in quattro anni, secondo i dati del National Crime Records Bureau. Quell’anno si sono tolti la vita 4.238 agricoltori e sono queste le ultime stime disponibili sul totale di 16.632 suicidi nell’intero Stato. Questa cifra totale è leggermente in decrescita rispetto ai 17.060 suicidi del 2006. Ma l’andamento degli ultimi dieci anni non sembra essersi mosso. Gli agricoltori suicidi nell’intero Paese dal 1997 a ora hanno raggiunto le 182.936 unità.Ripetiamo che le statistiche dei cinque Stati peggiori - Maharashstra, Andhra Pradesh, Karnataka, madhya Pradesh e Chattisgarh – rappresentano i due terzi di tutti gli agricoltori che si sono suicidati in India. Nel 2007, tutti insieme, hanno visto 11.026 suicidi. Il 38 per cento di questi si è verificato nello Stato di Maharashtra. L’Andhra Pradesh ha visto una riduzione di 810 suicidi rispetto al totale raggiunto nel 2006. Il Karnataka ha invece visto un aumento di 415 suicidi rispetto allo stesso periodo. Madhya Pradesh con 1.375 ha registrato una diminuzione di 112. Ma Chattisgarh con 1593 suicidi ha avuto un aumento di 110 unità rispetto al 2006.Ci sono precisi fattori, in questi Stati, che favoriscono e aumentano il problema. Queste sono zone a grande diversificazione nella commercializzazione dei prodotti agricoli, nelle quali dominai 'cash crops'. Il problema dell’acqua è sempre stato comune più o meno a tutti gli Stati ed è peggiorato con l’uso delle tecnologie quali i semi Bt che richiedono un grande quantitativo d’acqua. Sono anche fattori comuni i forti impulsi esterni sui costi così come l’uso di pesticidi e di prodotti chimici. E’ indubbio che la deregulation scava un sacco di tombe e accende moltissime pire.Il Maharashtra ha registrato una diminuzione di 215 unità nei suicidi di agricoltori nel 2007. Comunque nessun altro Stato ha ancora raggiunto le 3000 unità. E l’Andhra Pradesh (con 1.797 morti suicidi) ed il Karnataka (2.135) – gli altri due Stati peggiori – insieme non raggiungono i 4000 morti del Maharashtra. Nel Maharashstra un solo anno ha registrato una diminuzione di 221 suicidi, nel 2005, ma è stato seguito da un 2006 con 4.453 morti, un record nella statistica di suicidi. La tendenza in questo Stato non mostra modifiche e resta lugubre.I numeri del 2007 nel Maharashtra, 4.238 suicidi, giungono dopo un anno e mezzo di “pacchetti-soccorso” destinati agli agricoltori per un valore di 5000 crore di rupie (1 miliardo di dollari) ed una visita del primo ministro a metà del 2006 nella dissestata regione del Vidharbha. Lo Stato ha anche visionato una pletora di rapporti ufficiali, studi e commissioni d’inchiesta tra il 2005 e il 2007, destinate ad affrontare il problema. In ogni caso i 12.617 agricoltori suicidatisi negli stessi anni è il peggior indice mai raggiunto prima sulle stime triennali da quando lo Stato ha cominciato a registrare questi dati, e cioè dal 1995. E in realtà, gli agricoltori che si sono suicidati nel Maharashtra a cominciare da quell’anno hanno toccato le 40.000 unità. Le cause strutturali di questa crisi paiono comunque intatte.A livello nazionale, i suicidi degli agricoltori tra il 2002 e il 2007 sono stati di più rispetto al periodo che va dal 1991 al 2001. Ora sono disponibili i dati del NCRB dal 1997 al 2007 rispetto all’intero paese. Nei cinque anni sino al 2001 ci sono stati 15.747 suicidi di media all’anno. Per i sei anni successivi, dal 2002 al 2007, questa media è di 17.366 suicidi per anno. L’aumento è dolorosamente più alto negli stati dove la crisi è maggiore.


di P. SAINATH
Counterpunch

P.Sainath è l’editore della rivista rurale “The Hindu” ed è l’autore di “Everybody loves a Good Drought”. Collabora regolarmente al sito Countr Punch gli si può scrivere una mail a psainath@vsnl.com.Titolo originale: "The Largest Wave of Suicides in History "Fonte: http://www.counterpunch.orgLink12.02.2009Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PAOLA BOZZINI

COME SALVARE LE BANCHE



La soluzione della crisi non passa attraverso la nazionalizzazione delle banche. Anzi, molto probabilmente sarebbe una scelta controproducente. Cosa fare allora? Lo Stato si impegni ad acquistare fino al doppio del numero di azioni oggi in circolazione al doppio del loro recente prezzo medio, ma fra cinque anni. Un improbabile intervento futuro con un impatto immediato. Si invertirebbero le dinamiche negative dei mercati azionari e le banche potrebbero tornare a raccogliere capitale privato. Senza costi per il contribuente.
Ecco una proposta “semplice”. Lo Stato si impegna ad acquistare fino al doppio del numero di azioni oggi in circolazione al doppio del loro recente prezzo medio, ma fra cinque anni. (Naturalmente, i numeri che ho citato sono solo indicativi).Il provvedimento prefigura interventi futuri (e improbabili), ma il suo impatto immediato sarebbe enorme. In particolare, invertirebbe le dinamiche negative dei mercati azionari e permetterebbe alle banche di raccogliere capitale privato.L'effetto più diretto sarebbe un incremento superiore al 100 per cento del prezzo delle azioni delle banche, perché l'impegno preso fissa un limite minimo sui prezzi tra cinque anni, ma il potenziale di rialzo è enorme una volta superato l'ostacolo della crisi. Acquistare azioni di queste banche sarebbe come acquistare buoni del Tesoro più una “call option” al rialzo. E il rialzo si diffonderebbe immediatamente anche ai corsi delle azioni delle attività non finanziarie. I consumatori, e in particolare i pensionati, vedrebbero ricostituita almeno in parte la loro ricchezza, le compagnie di assicurazione migliorare i loro bilanci, mentre verrebbero spazzati via i venditori allo scoperto e gli speculatori (come è stato fatto a Hong Kong nel 1997): avremmo messo le fondamenta per un circolo virtuoso.
SENZA COSTI PER IL CONTRIBUENTE
Il secondo effetto, che rafforza il primo, sarebbe la stabilizzazione del settore finanziario perché le banche ora disporrebbero delle condizioni necessarie per raccogliere capitale privato. Finora le banche non hanno cercato di farlo perché ai prezzi attuali avrebbe un effetto diluizione eccessivo. E anche i potenziali investitori non hanno interesse a investire capitali perché è grande il timore di ulteriori diluizioni, attraverso gli interventi statali o, ancor peggio, direttamente attraverso le nazionalizzazioni. Un impegno a sostenere i corsi azionari in futuro, invece della nazionalizzazione a breve termine, invertirebbe queste dinamiche negative e porterebbe a una rapida ricapitalizzazione del settore bancario.E al contribuente quanto costerebbe tutto ciò? Probabilmente, niente. È molto improbabile che la crisi duri cinque anni, in particolare in presenza di una risposta energica della politica. Ed è probabile che cambi il valore di mercato delle azioni della maggior parte delle banche. Ho proposto di “raddoppiare i prezzi recenti” per ridurre l'effetto di shock, ma forse sarebbe meglio “quadruplicarli” e allungare il periodo a dieci anni.
DUE OBIETTIVI CHE SI POSSONO SEPARARE
I due obiettivi della proposta si possono raggiungere anche separatamente. Per esempio, se non piace l'idea di sollevare la borsa, ma interessa quella della ricapitalizzazione privata, si può modificare il meccanismo per garantire solo le nuove emissioni di azioni. Ciò permetterebbe alle banche di raccogliere capitale a prezzi ragionevoli e non a quelli odierni, di saldo, determinati dal panico. Non offrirebbe però garanzie agli attuali azionisti e quindi non produrrebbe alcun effetto boom sul mercato azionario.Per esempio, supponiamo che dopo aver studiato i libri contabili di una banca, il governo decida che se si valutano le attività in modo corretto, invece che agli attuali prezzi di mercato, le azioni valgono cinque volte il valore di mercato di oggi, che è un dollaro. Il governo decide anche che per resistere a una catastrofe aggregata la banca ha bisogno di una ricapitalizzazione di 5 miliardi di dollari. Garantirà allora il nuovo capitale con opzioni put sufficienti a far sì che si voglia acquistare un miliardo di azioni a 5 dollari ciascuna. Ciò diluisce gli attuali azionisti, ma solo perché sono costretti a detenere una riserva di capitale per garantire l'elasticità di sistema contro la catastrofe, non per l'emissione forzata di azioni a prezzi determinati dal panico.È possibile anche fare il contrario: sostenere semplicemente il mercato azionario, come ha fatto con successo Hong Kong nel 1997, senza però facilitare direttamente la ricapitalizzazione. Anche in questo caso, mi sembra necessario concentrarsi sulle principali istituzioni finanziarie e non sui mercati nel loro insieme. Per (almeno) tre ragioni.Primo, le vendite a prezzo di realizzo sono concentrate su queste istituzioni da quando sono iniziate le ipotesi di nazionalizzazione e i problemi di liquidità hanno distrutto il valore delle azioni.Secondo, è impossibile valutare i bilanci di un gran numero di società con la necessaria velocità, è meglio allora concentrarsi su quelle che hanno l'effetto sistemico più importante e procedere rapidamente.Terzo, il debito pubblico va tenuto sotto controllo: concentrarsi sulle maggiori istituzioni finanziarie consentirà probabilmente di mantenere l'ipotetica passività pubblica sotto i 500 miliardi di dollari.In ogni caso, l'ammontare complessivo dipende da quanto capitale è necessario a una banca per sopravvivere alla peggior catastrofe e da quale sarà il valore atteso delle sue azioni, una volta ricapitalizzata adeguatamente la banca.


* Il testo in lingua originale è pubblicato su Vox.


di Ricardo Caballero


mercoledì 25 febbraio 2009

La "Scoria" infinita


La Bosnia Erzegovina importa tutto. Anche la radioattività. Sempre più elementi portano a crederlo anche se la verità deve essere supportata da fatti e il problema è che in questi casi i fatti, cioè le prove, rimangono sempre ben nascosti. L’inizio di questa brutta storia risalirebbe agli anni 1994-1995. I Balcani a quel tempo erano un campo di esperimenti di vario tipo. Proprio in quel periodo comincia tra l'altro la storia dell’uranio impoverito. Si è parlato di questo fenomeno anche in Italia perché si ritiene che la morte di alcuni soldati italiani sia dovuta proprio al fatto che erano stati in Bosnia Erzegovina durante la guerra. Ogni tanto sulla stampa locale esce qualche notizia allucinante non solo relativa all'uranio impoverito, ma anche in merito all’esistenza di altre “scorie” radioattive. L’ultima, pubblicata il 3 febbraio scorso dal quotidiano croato “Večernji list” e poi ripresa sulla stampa della BiH, riguarda discariche radioattive nei laghi dell’Erzegovina. Le fonti, che vogliono sempre rimanere anonime (questa volta si tratta di un ex agente del SIS - servizio di informazioni e sicurezza della BiH), parlano di elicotteri militari francesi che negli anni passati avrebbero scaricato rifiuti radioattivi nei laghi di Buško (nei pressi di Livno), Ramsko e Jablaničko (tra Prozor e Jablanica). Secondo la fonte anonima si tratterebbe di blocchi di calcestruzzo con un peso di varie tonnellate, contenenti rifiuti radioattivi. I carichi radioattivi sarebbero partiti dalla Francia e attraverso il porto di Bar, in Montenegro, avrebbero attraversato Stolac (in Erzegovina) per raggiungere infine la zona dei laghi. In tutto questo periodo il trasporto di questi rifiuti sarebbe avvenuto senza alcun ostacolo. Tutta la zona era sotto il commando dello SFOR francese e nessuno dei locali era in grado di controllarlo. Ovviamente, già anni fa, qualcuno aveva intuito qualcosa di poco pulito in questa faccenda. Anche i sevizi segreti della BiH avevano provato ad intervenire, ma si ritrovarono impotenti e accusati di “controllo illegale delle forze SFOR”. Secondo quanto pubblicato dai media locali, tutte le operazioni per scaricare i rifiuti radioattivi nei tre laghi si sarebbero svolte di notte. Nessuno poteva osservare queste “attività militari” e finiva che la gente locale si lamentava solo del rumore degli elicotteri. Stando a quanto è stato pubblicato dai giornali, la Francia cercava in questo modo di risolvere il suo problema delle discariche radioattive, dopo aver avuto problemi con la Spagna per le discariche sui Pirenei. In questi giorni la notizia sulle discariche di rifiuti radioattivi sta suscitando grande scalpore. Ma non è la prima volta che accade. E poi tutto finisce nel dimenticatoio. Tempo fa si era già scritto a proposito di camion militari francesi che avrebbero scaricato materiali nelle fosse di Goranci (20 chilometri da Mostar). La gente del posto aveva protestato chiedendo di capire di che tipo di rifiuti si trattasse. Arrivarono da parte francese risposte rassicuranti, che negavano la pericolosità dei rifiuti. E tutto si fermò lì, nonostante parecchi dubbi permanessero. Negli ultimi anni il sottoscritto ha avuto occasione di sentire altre storie simili: i militari dello SFOR che avrebbero portato “carichi radioattivi” nelle miniere abbandonate vicino Jajce e altri in Bosnia centrale. Ma si trattava sempre di fonti che non erano mai in grado di mostrare uno straccio di documentazione. Tante storie ma alla fine niente di concreto. E non dimentichiamo i tanti casi di tumori tra la popolazione locale in BiH. Ma, secondo molti, la crescita dei casi di tumore potrebbe essere provocata anche da altro e non necessariamente dall’uranio impoverito. Poco tempo fa in un’area della fabbrica Mittal Steel di Zenica sono arrivati dei vagoni con rifiuti di ferro dalla Romania. E' stata registrata una certa radioattività nel “pacco”. Niente di nuovo ritengono nel partito BOSS (Bosanska Stranka). Secondo questo partito “da quando sono entrate nell’Unione europea, Bulgaria e Romania stanno cercando di liberarsi di tutte le scorie radioattive e la soluzione l’avrebbero trovata in Bosnia Erzegovina”. Nel gennaio scorso la stampa locale riporta di un altro caso, ancora più strano. Si tratta di botti contenenti pittura radioattiva, rimasta per anni nelle cantine del Parlamento della BiH. Infatti le botti sono state trovate anni fa nei pressi di Sarajevo e senza nessun controllo trasportate nel palazzo del Parlamento. Nelle vicinanze di Sarajevo dal 1994 sono state trovate altre diverse fonti di materiale radioattivo. Se lo ricorda anche l’ex comandante del Primo corpo dell’Armija BiH, Vahid Karavelić. La montagna Igman già allora era diventata una discarica di materiale radioattivo, nonostante sia una cosiddetta zona di “acque protette”. E ancora oggi nei pressi di Igman, Hadžići, Trnovo, ci sono discariche simili. Di questo si dovrebbe occupare il ministro Sredoje Jović, ritiene la professoressa Lamija Tanović, della Facoltà di Fisica di Sarajevo. “Purtroppo, l’Agenzia per la protezione contro la radiazione ionica e la radioattività in BiH è stata costituita solo di recente, e proprio dal ministero degli Affari Sociali guidato da Jović che di queste problematiche avrebbe dovuto occuparsi da tanto tempo”, conclude la Tanović. Negli ultimi anni abbiamo avuto anche altri casi di importazione di materiale pericoloso dai nostri vicini di casa. Nel 2005 la Croazia voleva liberasi di un gran numero di vecchie (più di trenta anni) bombole del gas. Più di trentamila di queste bombole al prezzo di sole due kune (mezzo euro) sono finite in Bosnia Erzegovina . Tanti piccoli e grandi casi, alcuni dei quali vengono a galla solo oggi. Anche questo articolo potrà sembrare incompleto. Mancano tante risposte e tanti argomenti per completare questa storia. Ma questa sui rifiuti radioattivi in Bosnia è una storia (e scoria) senza fine. Se ne parla adesso, e forse già fra qualche settimana si dimenticherà tutto. E così di nuovo. Nel frattempo nessuno sa su che terreno sta crescendo la Bosnia Erzegovina. 
di Dario Terzić 
Link: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10942/1/42/

Turchia, guida morale del mondo musulmano sunnita


Le recenti aspre polemiche della Turchia nei confronti di Israele sono il frutto del riaffiorare, negli ambienti del partito di governo turco, di un’idea ereditata dall’impero ottomano, secondo la quale la Turchia è la guida morale del mondo musulmano sunnita – sostiene la ricercatrice israeliana Anat Lapidot-Firilla.

Ci sono molte teorie differenti sulle ragioni del crescente atteggiamento critico espresso dalla Turchia nei confronti di Israele e del suo modo di trattare i palestinesi. Alcuni hanno suggerito che l’ostilità sarebbe dovuta alla lotta interna in Turchia tra l’establishment militare laico e il partito islamico attualmente al potere. Secondo questa logica, gli attacchi del primo ministro Recep Tayyip Erdogan ad Israele hanno l’obiettivo di mettere in difficoltà l’esercito, che ha consolidati legami con l’establishment militare israeliano. Altri vedono il sostegno verbale ad Hamas come indicativo di un’esplicita decisione, da parte del Partito “Giustizia e Sviluppo” ( AKP ), di sottrarre la Turchia all’alleanza con l’Occidente – allo stesso tempo avvicinandosi all’Iran. 

Una spiegazione che ha ottenuto seguito presso l’opposizione turca in declino è quella secondo cui la politica estera dell’AKP in generale, e particolarmente rispetto ad Israele ed Hamas, sarebbe legata all’ agenda religiosa del premier Erdogan. Altri vedono la crescente retorica anti-israeliana come un sintomo di un’atmosfera politica populista , nel momento in cui la Turchia si prepara alle elezioni locali, previste per la seconda metà di marzo. Altri ancora leggono l’accresciuta tensione attraverso la lente delle lotte per l’egemonia tanto a livello regionale che internazionale. Ma, anche i sostenitori di questo approccio hanno problemi a spiegare sia l’intensità e la tenacia dell’insistenza turca nell’accreditarsi come unico mediatore regionale, sia, allo stesso tempo, la rabbia espressa dal premier Erdogan nei confronti dei vari premier israeliani  ( non solo Ehud Olmert, ma anche Ariel Sharon prima di lui )  per non avergli portato il dovuto rispetto e per non avergli permesso di svolgere il proprio legittimo ruolo di mediatore regionale.
Certamente, le ultime dichiarazioni di Erdogan su Israele devono esser viste nel contesto dell’auto-percezione turca in costante cambiamento rispetto ai propri vicini e al resto del mondo islamico. I turchi sostengono in modo crescente una visione della loro nazione come leader morale di entrambe le aree. Vedono se stessi assumersi il fardello ereditato dai loro predecessori ottomani, il cui impero si estendeva dal Nord Africa all’Asia centrale, una missione che include il sostegno alla pace ed alla stabilità, come anche alla prosperità economica regionale.

Il “fardello dell’uomo turco” richiede sia l’assunzione di una posizione molto più critica rispetto ad Israele, sia di esser visto come il protettore dei palestinesi. Mediare tra la Siria e Israele è l’altra faccia della medaglia dell’auto-percezione turca in via di trasformazione.

In questo senso, l’aspra protesta contro l’offensiva israeliana a Gaza non si discosta molto dall’opinione comunemente diffusa in Turchia negli ultimi anni. Ma è sicuramente diventata più “tagliente” e più militante. Gli attacchi alle proprietà degli ebrei, una stampa allineata con il governo, e l’uso di istituzioni religiose ed educative   per promuovere una campagna anti-israeliana sono solo alcuni esempi. Israele è dipinto come barbarico, incivile, così come effimero, mentre i regimi arabi che  non sono corsi in difesa dei palestinesi  vengono descritti come stati dittatoriali che mancano di legittimità politica.
 
L’idea della Turchia come guida del mondo islamico sunnita non è nuova. Si deve ricordare che anche verso la fine dell’impero ottomano, quando il programma di civilizzazione lanciato dal padre fondatore  Mustafa Kemal Ataturk stava avendo inizio, coniugando occidentalismo e laicità, un sentimento di responsabilità nei confronti della periferia araba e turca si stava sviluppando. Gli agenti del programma di civilizzazione furono  inviati nelle province per diffonderne le idee, e i discendenti delle élite tribali presenti in tutto l’impero venivano convocati ad Instabul per partecipare a gruppi di rieducazione nella speranza che, una volta tornati nelle loro rispettive regioni, avrebbero diffuso i valori della civiltà turca.
A quel tempo, questo senso del  “fardello”era in competizione anche con un’idea analoga sviluppata nelle imprese culturali francesi ed americane nella regione. Nonostante tutto, con la salita al potere di Atatürk alla fine della Prima Guerra Mondiale, e poi per tutto il periodo kemalista, gli sforzi di civilizzazione furono rivolti all’interno, con una politica di disimpegno dal mondo arabo e dal Medio Oriente prevalente durante il XX secolo.

Lo stesso Erdogan ha spiegato il suo comportamento a Davos, dove si è infuriato in seguito alle critiche espresse dal presidente israeliano Shimon Peres, come un tentativo di difendere l’onore della nazione turca. Non è il primo leader turco a sentirsi investito di una tale responsabilità. Atatürk e Adnan Menderes – il primo ministro rovesciato e impiccato a seguito del golpe militare del 1960 – sono entrambi due buoni esempi. Eppure, le loro dichiarazioni si rivolgevano piuttosto alla politica interna turca.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha risvegliato alcune percezioni imperialistiche in Turchia. Tutto è cominciato con la sensazione che la Turchia fosse responsabile di diffondere la democrazia tra le popolazioni turche nelle repubbliche ex sovietiche. Attualmente, Ankara sta conducendo una campagna di informazione mirata a riposizionare la Turchia in Asia centrale, nei Balcani e nel Medio Oriente arabo. Nella sua aspirazione all’egemonia, la Turchia è in competizione sia con l’Iran che con l’Egitto – e, nella sua immaginazione, forse anche con Israele.
       
L’elite kemalista  prova un senso di disagio rispetto a questa tendenza. I suoi membri sono imbarazzati dalle uscite pubbliche del premier Erdogan, anche se le critiche ad Israele sono accettabili per la maggior parte di essi. Le uscite poco diplomatiche di Erdogan hanno infatti  spinto alcuni membri dell’establishment al punto di mettere in discussione la sua stabilità psichica.

Il nuovo “fardello” turco  mette in risalto il fatto che la Turchia è parte del Medio Oriente islamico. Proprio nel momento in cui i kemalisti si stavano preparando all’entrata nell’Unione Europea, Erdogan ha fatto riaffiorare ed ha enfatizzato  quegli stessi elementi che essi avevano cercato di stemperare per tutto il secolo passato. Proprio questa settimana, giornalisti ed accademici legati all’AKP hanno lanciato una campagna che sostiene che l’Europa non ha futuro senza la Turchia, una rivendicazione che sembra discostarsi dalle realtà del XXI secolo. La realtà, al contrario, richiede il proseguimento delle riforme e l’osservanza dei requisiti europei.  

Sebbene sia improbabile che accada, potrebbe essere arrivato, per Erdogan ed i suoi consiglieri, il momento di riesaminare la politica estera  nei  confronti sia dell’Europa che di Israele, e di abbassare i toni della retorica. L’insistenza di Erdogan sul fatto di non essere antisemita è probabilmente sincera. Ma sostenere che i media mondiali sono controllati dagli ebrei potrebbe non essere il modo migliore di dimostrarlo.  

di Anat Lapidot-Firilla   

Anat Lapidot-Firilla è senior research fellow presso il Van Leer Jerusalem Institute e insegna  alla Hebrew University

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/02/24/cosa-si-nasconde-dietro-l’antagonismo-turco-verso-israele/   Titolo originale:

Fonte: http://www.haaretz.com/

What is behind Turkey’s antagonism toward Israel?

martedì 24 febbraio 2009

Africa, la colossale discarica


La notizia arriva dalla Gran Bretagna. Una inchiesta giornalistica condotta dal quotidiano The Indipendent, da Sky News, e dall'associazione ambientalista Greenpeace, ha portato alla scoperta di un colossale traffico illegale per lo smaltimento di rifiuti pericolosi tra Regno Unito e Nigeria.
Secondo la legge inglese esistono precise norme per smaltire o riciclare elettrodomestici e apparecchiature elettroniche che possono contenere materiali e componenti pericolosi per l'ambiente e che necessitano quindi di speciali trattamenti. Da circa due anni, come recepimento di una direttiva comunitaria, sono nati presso i comuni inglesi dei centri per la raccolta e lo smaltimenti di televisori, computer, stampanti, telefonini, lavatrici, frigoriferi e quant'altro venga dismesso dalle famiglie britanniche perché rotto o semplicemente vecchio.
Questi centri dovrebbero verificare se le apparecchiature sono da buttare o possono in qualche modo essere riutilizzate come materiale usato, o almeno in qualche loro componente.
E qui la legge consente una scappatoia lucrosa: se l'apparecchio è ormai semplice rifiuto, deve essere smaltito in Gran Bretagna con protocolli appositi che evitino inquinamento e dispersione ambientale, e si tratta di procedure spesso costose. Ma, se l'apparecchio è ancora utilizzabile, può essere esportato e venduto all'estero.
Accade così che società di intermediazione acquistino in blocco i rifiuti, e senza distinzione tra materiale da smaltire o materiale di recupero, lo vendano e trasportino nel Terzo Mondo dove finisce in minima parte in qualche mercato locale, o dove, per lo più, viene smaltito senza alcun controllo ambientale.
Gli autori dell'inchiesta giornalistica hanno voluto toccare con mano il meccanismo. Hanno così seguito l'intero tragitto di un vecchio televisore del tutto inutilizzabile ma al cui interno avevano inserito un trasmettitore satellitare GPS. La televisione-spia è così passata da un centro di raccolta dello Hampshire, al porto inglese di Tilbury, da qui messo in un container e portato a Lagos, in Nigeria, dove ogni giorno arrivano una quindicina di container carichi di ogni tipo di residuo elettronico industriale. Qui gli autori dell'inchiesta si sono premuniti di riacquistare il loro televisore prima che facesse la fine di tanto altro materiale: buttato senza precauzioni in discariche a cielo aperto, immensi cimiteri di apparecchi elettronici.
Queste discariche sono la piccola fortuna di milioni di diseredati (che a Lagos vivono di ogni espediente, così come nei sobborghi di tutte le grandi città africane come nel resto del sud del mondo) che cercano di riciclare tutto il possibile: soprattutto rame, piombo, coltan. Ma pagano caro il prezzo di frugare tra le antiche ricchezze dell'opulente occidente. In queste apparecchiature sono contenuti materiali altamente nocivi per la salute, come ad esempio il mercurio che attacca reni e sistema nervoso, o il bario letale per apparato digerente e polmoni, o i tanti materiali plastici e di rivestimento che devono essere bruciati per prelevare i metalli e che sprigionano diossina e tossine cancerogene.
Si è calcolato che dalla sola Gran Bretagna siano arrivati in Africa 10mila tonnellate di televisori e 23mila tonnellate di computer classificati come rifiuti pericolosi, e che, più in generale, il 47% di tutte le scorie prodotte in Europa, Italia compresa, vengano spedite nei Paesi in via di sviluppo. I due paesi che godono maggiormente di tale fortuna sono appunto la Nigeria e la Somalia.
È possibile ritenere che questa inchiesta abbia semplicemente portato alla luce traffici di gente senza scrupoli o che sia l'intero sistema della produzione industriale occidentale predisposto per tale esito? Vogliamo qui ricordare, come fatto altrove (vedi Lawrence Summers, l'uomo di Obama che guarda all'Africa come ad una discarica) ciò che scriveva Lawrence Summers nel 1991 quando ricopriva il ruolo di alto funzionario della Banca Mondiale, prima di diventare segretario del Tesoro americano dell'amministrazione Clinton, rettore di Harvard (ovvero la più prestigiosa università americana) ed essere recentemente nominato da Barak Obama direttore del Consiglio Nazionale dell'Economia statunitense. 
Questo uomo, esempio di massimo livello della leadership occidentale, scriveva dunque quanto segue in un memorandum riservato della Banca Mondiale. Ai lettori di trarre le necessarie conseguenze:

"Vi sono [...] validi motivi per cui la Banca Mondiale dovrebbe incoraggiare un più intenso trasferimento delle industrie inquinanti verso i Paesi meno sviluppati: [...] una certa quantità di inquinamento dovrebbe venire prodotta nei Paesi con i costi minori, ovvero nei Paesi con i salari più bassi. Credo che la logica economica a sostegno dello smaltimento dei rifiuti tossici nei Paesi più poveri sia impeccabile e che noi dobbiamo accettarla. [...] Ho sempre pensato che i Paesi poco densamente popolati dell'Africa siano decisamente sotto-inquinati, paragonati a metropoli come Los Angeles o Mexico City. Solo il deplorevole fatto che la maggior parte dell'inquinamento sia generato da industrie nazionali e quindi non trasferibili (trasporti, produzione di elettricità, ecc.) e che le spese per il trasporto dei rifiuti solidi siano così alte, impedisce alle società mondiali di intensificare il "trasferimento" dell'inquinamento dell'aria e dei rifiuti. La richiesta di un ambiente pulito per motivi estetici e di salute è direttamente proporzionale al reddito di una nazione. La preoccupazione riguardo un agente inquinante che aumenti di una su un milione le probabilità di venire colpiti dal cancro, ad esempio alla prostata, sarà ovviamente molto maggiore in un Paese dove la popolazione raggiunge un'età in cui si possa sviluppare tale tipo di tumore, piuttosto che in un Paese dove la percentuale di mortalità infantile sia intorno al 200 per mille. Ricordiamo che la produzione industriale è mobile, mentre il consumo di aria pura non è commerciabile".

di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1114

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori