sabato 31 gennaio 2009

Spagna, la crisi si abbatte sulla stampa


I venti della crisi si abbattono sulla stampa spagnola. Licenziamenti, ristrutturazioni, testate che chiudono e gli editori che chiedono a Zapatero aiuti al settore. Solo tra i giornalisti ci sono stati oltre cinquecento licenziamenti in tre mesi. Ondata di proteste e scioperi in arrivo.

In Spagna c’è un sistema editoriale vitale, con una molteplicità di operatori, di dimensioni anche internazionali, che competono sulla base dei prodotti in un mercato aperto, nel quale non manca anche un’importante presenza italiana. È interessante per molti motivi, quindi, guardare a cosa accade in Spagna, davanti alla grande crisi che colpisce il settore dell’informazione.

Alla base di tutto c’è il crollo della domanda di spazi pubblicitari, scesa del 35% nell’intero settore della comunicazione, alla quale si aggiunge una flessione dell’audience dei media tradizionali. A fare il quadro, sembra un bollettino di guerra, a cominciare dai giganti. 
Il gruppo Prisa - un colosso editoriale che opera in mezzo mondo, il principale in Spagna - è in un momento difficile. Lo sbarco televisivo, col lancio di Cuatro, la nuova emittente nazionale in chiaro, è costato molto in quanto a valori di borsa. Partita alla grande coi diritti del campionato di calcio, li ha poi persi, ma comunque è in crescita. Il disastro c’è stato però col consorzio di televisioni locali, Localia Tv, nato anni fa, che non ottenne le frequenze per il passaggio al digitale terrestre e che il 31 dicembre ha chiuso, lasciando in strada 250 lavoratori. Ciò pesa su tutto il gruppo, non solo sul settore televisivo.
Nel quotidiano El País, in flessione di vendite anche se minore rispetto alla concorrenza, c’è stato un pesante intervento, con l’unificazione delle redazioni tradizionale e internet, che ha fatto sfiorare lo sciopero. I lavoratori di Prisa ora temono lo spettro della vendita, di testate, come la radio Cadena Ser, o di intere divisioni editoriali, dato che i vertici hanno fatto capire che intendono “disinvestire”.

Gli avversari de El Mundo - del gruppo Unidad Editorial, nel quale è presente anche Rizzoli - non se la passano meglio. Proprio da Milano pare sia venuta la pressante richiesta di riduzione dei costi del personale, per trenta milioni di euro l’anno. Il direttore del giornale, Pedro J. Ramirez, ha convocato i sindacati per informarli e chiedere proposte. Intanto, loro hanno tradotto quei trenta milioni in una riduzione del 17% dell’organico: 400 lavoratori, più o meno.

Il catalano Grupo Z, è quello che per ora paga di più la crisi. Per tutto febbraio i lavoratori terranno scioperi e mobilitazioni. Il governo autonomico ha aperto un tavolo di mediazione per un piano che prevede 531 licenziamenti su 2300 lavoratori.
Anche il gruppo basco Vocento, editore tra l’altro dello storico quotidiano conservatore Abc, si presta a licenziare 125 persone del giornale. Mentre sono già  in strada gli 83 lavoratori, la maggioranza giornalisti, di Metro, lo storico gratuito internazionale che, travolto dal crollo della pubblicità, ha chiuso le sue edizioni spagnole malgrado 1milione e 800mila lettori quotidiani lo attestassero come quinto quotidiano più letto del paese.
La crisi di un altro gratuito, Adn - che supera il milione di esemplari diffusi ma soffre il crollo delle inserzioni - porta alla chiusura Adn.es, in cui lavoravano 40 persone. Non si trattava della semplice versione on-line del giornale ma di una redazione autonoma che agiva in sinergia col giornale. Un primo tentativo di un quotidiano esclusivamente on-line, che si è rivelato un grande successo, con milioni di contatti unici quotidiani. In questo caso l’amarezza dei lavoratori è ancora più grande perché il progetto è stato affondato mentre andava come un treno, bruciando le tappe dei piani di rientro, per colpa della crisi della versione cartacea. Il gruppo Planeta, partecipato da De Agostini, ha puntato sul giornale più tradizionale decidendo di sacrificare tutto il comparto Medios Digitales. Resta in piedi, invece, AdnTv, recente iniziativa nata nell’esperienza di Adn.es.

La caduta pubblicitaria colpisce senza pietà anche i canali televisivi. Per il mese di gennaio le previsioni sono di una caduta che arriva fino al 37% rispetto allo stesso periodo del 2008, come nel caso di Telecinco. La rete Mediaset diretta da Paolo Vasile incasserà circa 30 milioni di euro in meno, a fronte di una perdita di share del 3.4%. 
Antena 3, del gruppo Planeta - De Agostini, è la seconda rete più colpita dalla contrazione delle entrate pubblicitarie, un 23% meno rispetto allo scorso gennaio, con una perdita di share dell’1,3%.
Terza, con il 23% di ingressi pubblicitari in meno, La Primera, di Television Española, a fronte però di una crescita dell’1% di share.

Nessuno degli operatori che operano nel sistema dei media spagnolo è escluso dalle conseguenze della crisi finanziaria globale, che si aggiunge alla rivoluzione tecnologica in atto, con internet che diventa la prima fonte di informazioni per sempre più persone. Anche la rete, però, a fronte di una sempre maggiore penetrazione, non vede aumentare il valore degli spazi pubblicitari.

Se il mercato editoriale soffre la brusca caduta degli investimenti pubblicitari, non vuol dire che non si scontino anche scelte sbagliate - i sindacati dei giornalisti puntano il dito verso un esagerato espansionismo imprenditoriale - a fronte delle consistenti entrate di cui gli editori hanno goduto negli ultimi 20 anni.

L’Associazione degli editori spagnoli (Aede), dal canto suo, ha lanciato un grido d’allarme per il futuro del settore, facendo una serie di richieste al governo spagnolo. Come l’applicazione dell’Iva allo 0%, attualmente è al 4. Gli editori si rifanno agli aiuti per difendere e sviluppare il pluralismo nella stampa, nati proprio che in occasione della crisi economica degli anni ’70, in vigore in molti paesi, sotto forma di rimborsi per le spese di distribuzione, di finanziamenti per lo sviluppo tecnologico, per la diffusione della lettura tra i giovani e per lo sviluppo dell’editoria web. E sottolineano l’esempio di paesi come l’Italia, la cui stampa ha ricevuto 150 milioni di euro, e la Francia, con 101 milioni.

Intanto, la situazione dell’occupazione giornalistica non è rosea. Allo scorso settembre, dei circa 50mila giornalisti spagnoli, 3.247 erano in disoccupazione, altri 4.374 in condizioni di lavoro precarie e instabili e nei tre mesi precedenti, in 450 avevano perso il posto, secondo i dati dell’Instituto Nacional de Empleo (Inem), presentati lo scorso dicembre nell’ambito del Rapporto annuale sulla professione giornalistica della Asociación de la Prensa de Madrid (Apm).

In quell’occasione, il presidente dell’Apm, Fernando González Urbaneja, ha fatto previsioni fosche per il 2009, citando un’inchiesta del Rapporto per la quale 6 direttori di testata spagnoli su 10 prevedono licenziamenti nella loro redazione. Una perdita più vicina «ai duemila che ai mille posti», secondo Urbaneja, che ha invitato gli editori a preservare la forza lavoro, gli inserzionisti a premiare la qualità e il governo a non aiutare solo gli amici e a perseguire con durezza la precarietà lavorativa. 
Se nel 2009 ci saranno «perdite superiori ai 3000 posti di lavoro - ha aggiunto Urbaneja - sarà una catastrofe».

di Ettore Siniscalchi

Link: http://www.articolo21.info/4877/editoriale/venti-della-crisi-si-abbattono-sulla-stampa.html

Raul Castro consolida la vecchia alleanza con Mosca


Mosca aprirà una linea di credito all’Havana per 20 milioni di dollari, ma questo è solo uno dei frutti del viaggio ufficiale di Raul Castro nella capitale russa.

La Russia invierà anche cento milioni di tonnellate di grano come aiuto umanitario a Cuba. Durante l’incontro, avvenuto oggi, fra il presidente russo Dmitry Medvedev e il suo collega cubano Raul Castro, i due leader hanno stabilito inoltre di firmare un accordo di massima in materia di partenership strategica.
A latere, i due Paesi hanno siglato una serie di accordi di cooperazione interministeriale per la costruzione di aeroplani e di macchine, per lo sviluppo del turismo, della pesca e dello sport.

Il presidente Medvedev ha commentato gli accordi raggiunti, lodando il potenziale sviluppo fra i due Paesi. “La cooperazione su tutti questi temi continuerà – ha detto Medvedev – Io credo ci siano buone prospettive sia in campo commerciale che in quello umanitario”. “Il giro di affari attuale di 239 milioni  – ha proseguito – è insufficiente. Il nostro obiettivo ora sarà quello riuscire a trarre il massimo dagli accordi che abbiamo raggiunto oggi”. 
Il  viaggio di Raul Castro, che sta ripristinando la vecchia alleanza fra  Mosca e Cuba e che e avviene a soli due mesi dal tour sudamericano di Medvedev, proseguirà fino al 4  febbraio.

Fonte: peacereporter

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14007/Raul+Castro,+in+visita+a+Mosca,+firma+accordi+commerciali+strategici

Come essere anonimi in rete

Chiariamo subito una cosa: essere completamente anonimi quando navighiamo in rete è un'utopia! Eppure ci sono tecniche e programmi che possono aiutarci a lasciare meno tracce quando navighiamo in Internet; tracce che possono essere innocue, tracce che possono essere sfruttate da malintenzionati...
"Che stupidate! Quali tracce lasciamo quando navighiamo?" alcuni di voi si staranno chiedendo. Avete ragione ad essere scettici perchè spesso queste tracce sono "invisibili" all'utente medio ed è per questo che dovete leggere questo articolo ancor più attentamente.
Iniziamo col dire che ci sono tantissimi modi con cui i siti "tracciano" i vostri movimenti, i vostri click, le vostre abitudini, perfino la zona dalla quale vi state connettendo. Fate un giretto su ip-adress e vedete un po' che vi dice...questo sito sa il vostro ip, sa il vostro Internet Service Provider (il fornitore col quale vi connettete ad Internet), sa il vostro browser, sa qual'è il vostro tipo di connessione e sa approssimativamente la zona da cui vi state connettendo! Il sito in questione è un sito sicuro e non c'è da preoccuparsi, ma sulla rete queste informazioni sono oro colato se qualcuno vuole attaccare le vostre "difese informatiche"...
Allora mi chiedo: c'è un modo per non dare via tutte queste informazioni? Certamente sì! Basta nascondere o camuffare il proprio ip, quel numero composto da 4 campi separati da un puntino. Questo ip serve a riconoscere univocamente ogni utente che naviga sulla rete!!! Camuffandolo, raggiungeremo un livello di anonimato certamente maggiore (ma mai totale). Per fare ciò ci serviamo di un programma free di nome Tor che potete trovare qui. Installandolo e configurandolo bene (seguite le indicazioni sul sito che vi ho linkato) la vostra connessione passerà attraverso vari computer sparsi nel mondo prima di arrivare a destinazione. Per spiegarci bene vi faccio un esempio: se io non ho Tor e voglio aprire il sito ip-adress la mia connessione parte dal mio computer e raggiunde "direttamente" il sito in questione: il risultato è che ip-adress vede immediatamente il mio computer! Se io invece installo Tor, la mia connessione passa prima in una catena di server posizionati in tutto il mondo e poi arriva al sito che volevamo visitare: il risultato è che ip-adress non vede più il nostro computer, ma l'ultimo server della catena!!!

Abbiamo raggiunto il nostro risultato: abbiamo camuffato il nostro ip in maniera assolutamente legale! Quando navigheremo in rete gli altri non vedranno noi, bensì un altro computer...

I contenuti di questo articolo non servono per camuffare il proprio ip per fare danni sulla rete. Sarebbe un utilizzo stupido di questo grande programma che è Tor...
Cercare di diventare anonimi in rete vuol dire cercare di conquistare la propria libertà digitale, non dimenticatelo mai!!!

Autore: Phoenix
Link: http://vitedigitali.blogspot.com/2007/05/cercare-di-essere-anonimi-in-rete.html

venerdì 30 gennaio 2009

Siccità Argentina


Davanti alla siccità che ha colpito il Paese nuove misure economiche per il settore agricolo.Non si vedeva una situazione simile da almeno 70 anni. Intere e sterminate campagne secche, senza una goccia d'acqua. Un intero settore merceologico, quello agricolo, in balia degli eventi gestiti da madre natura. Un problema in più per la presidente, Cristina Fernandez, che con il settore non è mai andata d'amore e d'accordo. E allora via con una serie di misure straordinarie di cui potranno beneficiare produttori, agricoltori e in generale tutto il settore fortemente colpito dalla siccità. Dopo la proclamazione dello stato d'emergenza, infatti, l'amministrazione di Buenos Aires ha deciso: i produttori colpiti dall'ondata di siccità potranno pagare le tasse dovute allo Stato con ritardo di un anno. Alcuni maligni sostengono che la misura adottata dal governo sia più che altro un gesto distensivo fra la presidente e i rappresentanti del settore agricolo che nel corso dell'ultimo anno hanno avuto diversi scontri sfociati con le proteste contro l'aumento dei dazi doganali sulle esportazioni di grano.In ogni caso gli impiegati nel settore storcono il naso. "Le misure prese sono ben lontane dal risolvere la situazione" racconta Eduardo Buzzi, leader della Federacion Agraria Argentina. Il responsabile commerciale della federazione, però, picchia ancora più duro: "Le dichiarazioni di Cristina Fernandez e le misure adottate in seguito alla grave crisi che ci sta colpendo contemplano solo il diritto di posticipare il pagamento delle tasse. E serve a poco una misura del genere quando il produttore ha perso tutto il raccolto". "Non avevo mai visto nulla di simile" racconta Juan Galletti, operatore di organizzazioni non governative di passaggio in Argentina. "Non piove, non c'è acqua. Senza acqua il seme non si sviluppa e il raccolto va a farsi benedire. Una situazione simile si può definire con una solo parola: catastrofe. E' davvero impressionante: tutti si lamentano, tutti avrebbero qualcosa da dire ai governanti. Credo, però, che a porre fine a questa situazione potrà essere solo mamma natura nel momento in cui deciderà di far piovere".E come dare torto a Galletti quando si leggono le cifre che la siccità si porta dietro. Almeno 800mila capi di bestiame sarebbero morti di stenti. In alcune regioni il 90 percento dei raccolti di mais è andato perso in altri invece le cifre dicono che probabilmente si salverà solo il 35/40 percento delle coltivazioni. E le preoccupazioni aumentano quando si pensa alla coltivazione della soia, la principale coltivazione del paese, che potrebbe vedere perdite per 4 miliardi di dollari.Non meglio va nel vicino Uruguay. La siccità, anche nel piccolo paese affacciato sull'Atlantico, non ha dato tregua e ha causato un'impennata nei prezzi della carne. Nel sud del Paese, nella regione di San Josè, non si ricordavano una siccità di questo tipo da almeno 90 anni. "Forse nel 1920 abbiamo provato qualcosa di simile" racconta un agricoltore della zona. "Ma è dall'aprile del 2007 che non siamo in grado di produrre perchè non piove". E secondo gli esperti non pioverà ancora per un bel po' di tempo. Anche in questo caso il governo ha deciso di intraprendere misure urgenti per dare una mano al settore agricolo. Ma non è tutto così semplice come sembra. "Lo stato d'emergenza dichiarato dal governo, a mio avviso arriva troppo tardi. Dovevano pensarci prima. La situazione così come è oggi va avanti ormai da quattro mesi".
di Alessandro Grandi

Chi è e cosa vuole Barack Obama?


Un'altra gloriosa guerra americana

Il Pentagono spinge con forza per un grosso aumento di truppe per l'Afghanistan. Barack Obama ha chiesto lo stesso da ben prima delle elezioni di novembre. Ascoltate i rulli di tamburo che ci dicono come la sicurezza degli Stati Uniti e del Mondo Libero hanno bisogno di un'accresciuta azione in questo posto chiamato Afghanistan. Ovvero, urgente come l'Iraq nel 2003. Perché? Che c'è in questo stato arretrato, reazionario, fallito e che odia le donne per meritare la morte di centinaia di soldati americani e della NATO? Per giustificare decine di migliaia di morti afgani dopo i primi bombardamenti USA nell'ottobre del 2001?

All'inizio di dicembre, riferisce il Washington Post, “al campo aereo di Kandahar in Afghanistan, il ministro della difesa Robert M. Gates ha detto che gli Stati Uniti si stanno assumendo un 'impegno prolungato' in quel paese, che durerà 'un periodo protratto nel tempo'.” La storia prosegue parlando di 300 milioni di dollari in progetti di costruzione in questa sola base per ospitare ulteriori forze americane, aggiungendo torri e stazioni di guardia e una recinzione perimetrale attorno all'area della caserma, installando aree per l'ispezione di veicoli, uffici per l'amministrazione, magazzini refrigerati, una nuova centrale elettrica, sistemi di distribuzione idrici ed elettrici, linee di comunicazione, alloggi per 1500 unità di personale che provvedono ai sistemi, officine per la manutenzione, magazzini [1]... La ricchezza dell'America che stilla eternamente.

In aprile il maggiore generale David Rodriguez, comandante della 82ª divisione aerotrasportata USA, quando gli era stato chiesto quanto ci sarebbe voluto per creare una “stabilità durevole” in Afghanistan, aveva risposto: “In qualche modo, o forma [...] penso una generazione.” [2] “Stabilità”, andrebbe notato, è una parola in codice che gli Stati Uniti usano regolarmente almeno dagli anni '50 per significare che il regime al potere è disposto e in grado di comportarsi come a Washington va che si comporti. È notevole, e spaventoso, leggere militari americani che scrivono di come vanno per il mondo a portare “stabilità” alla gente (spesso ingrata). Lo scorso ottobre l'esercito ha pubblicato un manuale chiamato “Stability Operations”, [3] che discute di numerosi interventi americani in tutto il mondo a partire dagli anni '90 dell'800, un esempio dopo l'altro di “stabilità” portata a popoli arretrati. Ci si possono immaginare i giovani militari americani che lo leggono, o ai quali viene propinato in conferenze, pieni dell'orgoglio di essere membri di una forza combattente così altruista.

Per i membri delle forze armate USA in Afghanistan la lezione più illuminante che potrebbero ricevere è che i piani del loro governo per quella triste terra hanno poco o nulla a che fare con il benessere del popolo afgano. Alla fine degli anni '70 e per buona parte degli anni '80 il paese ha avuto un governo che era relativamente progressista, con pieni diritti per le donne; perfino un rapporto del Pentagono dell'epoca testimoniava della realtà dei diritti delle donne nel paese. [4] E cosa accadde a quel governo? Gli Stati Uniti furono determinanti nel rovesciarlo. Fu sostituito dai Talebani. Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica le compagnie petrolifere americane hanno gareggiato con Russia, Iran e altri interessi energetici per le massicce riserve di petrolio e gas naturale non sfruttate nelle repubblica ex sovietiche dell'Asia centrale. La costruzione e protezione di oleodotti e gasdotti in Afghanistan, diretti da lì verso Pakistan, India e altrove, è stato un obiettivo chiave della politica USA da prima dell'invasione e occupazione americana del paese nel 2001, anche se il successivo disordine locale ha frapposto gravi ostacoli a piani del genere. Un gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India ha il forte appoggio di Washington perché, fra le altre ragioni, gli USA sono ansiosi di bloccare una conduttura concorrente che porterebbe il gas in Pakistan e in India dall'Iran. [5] Ma la sicurezza per simili progetti resta sconfortante, ed è qui che entrano in gioco le forze americane e della NATO.

Alla fine degli anni '90 la compagnia petrolifera americana Unocal si incontrò in Texas con funzionari talebani, per discutere delle condutture. [6] Zalmay Khalilzad, più tardi scelto come ambasciatore degli USA in Afghanistan, lavorava per la Unocal [7]; anche Hamid Karzai, più tardi scelto da Washington per essere il presidente afgano, avrebbe lavorato per la Unocal, anche se la compagnia lo nega. I colloqui della Unocal con i Talebani, di cui l'amministrazione Clinton era pienamente informata, e che non furono scoraggiati dall'estrema repressione della società talebana, continuarono fino al 2000 o al 2001.

Quanto alla NATO, non ha motivo di combattere in Afghanistan. Anzi, la NATO non ha alcun motivo legittimo di esistere. La sua paura più grande è che il “fallimento” in Afghanistan faccia tenere più presente questo pensiero al mondo. Se la NATO non avesse cominciato a intervenire al di fuori dell'Europa avrebbe evidenziato la sua inutilità e la sua assenza di missione. Si diceva “Fuori dall'area o fuori attività”.

In giugno il Canadian Center for Policy Alternatives ha pubblicato un rapporto nel quale si dice che l'attività di Talebani e insorgenti contro la presenza USA-NATO nella provincia di Kandahar mette in dubbio la fattibilità del progetto del gasdotto. Il rapporto dice che le regioni meridionali dell'Afghanistan, Kandahar compresa, dovrebbero essere ripulite entro due anni dall'attività degli insorgenti e dalle mine per soddisfare ai programmi di investimento e costruzione.

“Nessuno comincerà a interrare tubature a meno che non sarà certo che ci sia qualche ragionevole garanzia che i lavoratori alla conduttura saranno sicuri”, ha detto Howard Brown, il rappresentante canadese dell'Asian Development Bank, la maggiore agenzia finanziatrice del gasdotto.8

Se agli americani venisse chiesto cosa pensano che il loro paese stia facendo in Afghanistan, le loro risposte probabilmente sarebbero una variazione o l'altra sul tema “combattere il terrorismo”, con qualche tipo di connessione all'11 settembre. Ma cosa significa? Delle decine di migliaia di afgani uccisi da bombe americane/NATO nel corso di sette anni, quanti si può dire che avessero qualche sorta di collegamento con qualche sorta di azione terrorista antiamericana, se non nello stesso Afghanistan durante questo periodo? Nessuno, per quanto ne sappiamo. I cosiddetti “campi di addestramento per terroristi” in Afghanistan vennero creati in larga misura dai Talebani per fornire combattenti per il loro conflitto civile con l'Alleanza del Nord (appena meno religiosamente fanatica e misogina dei Talebani, ma rappresentata nell'attuale governo afgano). Come tutti sanno, nessuno dei pretesi dirottatori dell'11 settembre era afgano; 15 dei 19 venivano dall'Arabia Saudita; e la maggior parte della pianificazione per gli attacchi sembra sia stata effettuata in Germania e negli Stati Uniti. Così, naturalmente, bombardate l'Afghanistan. E continuate a bombardare l'Afghanistan. E bombardare il Pakistan. Specialmente le feste di matrimonio (finora almeno sei).

Israele e Palestina, ancora, per sempre

Niente cambia. Compreso quanto ho da dire sulla questione. Per provare quanto dico, ripeto parte di quanto scrissi in questo rapporto nel luglio 2006...

Ci sono momenti in cui penso che questo vecchio, stanco mondo è andato avanti qualche anno di troppo. Quel che sta succedendo in medio oriente è così deprimente. La maggior parte delle discussioni sull’eterno conflitto israeliano-palestinese sono variazioni sull’eterna difesa del bambino che si è comportato male – “ha cominciato lui!” Dopo qualche minuto di discussione sull’ultima manifestazione del conflitto i partecipanti ritornano al 1967, poi al 1948, poi ai tempi biblici. Non voglio impelagarmi in chi ha cominciato il casino attuale. Invece vorrei prima esprimere quelli che vedo come due essenziali fatti della vita fondamentali che rimangono da un conflitto a quello successivo:

1) L’esistenza di Israele non è in gioco e non lo è da decenni, se mai lo è stata, a prescindere dalle molte dichiarazioni militanti de rigueur rilasciate da leader arabi nel corso degli anni. Se Israele imparasse a trattare con i suoi vicini in una maniera non espansionista, non militare, umana e rispettosa, si impegnasse a scambi di prigionieri completi, e si sforzasse sinceramente per ottenere una soluzione fattibile basata su due stati, anche chi è contrario all’idea di uno stato basato su una particolare religione potrebbe accettare lo stato di Israele, e la questione del suo diritto di esistere praticamente non sorgerebbe nemmeno nelle menti della gente. Ma così come stanno le cose, Israele ancora usa il problema come una giustificazione per il proprio comportamento, così come ebrei in tutto il mondo usano l’Olocausto e confondono l’antisionismo con l’antisemitismo.

2) In un conflitto fra un gorilla da mezza tonnellata e un topo, è il gorilla che deve fare concessioni perché le due parti passino al livello successivo. Cosa possono offrire i palestinesi quanto a concessioni? Israele a questa domanda risponderebbe “Nessun attacco violento di alcun genere”. Ma questo lascerebbe com'è lo status quo ante bellum – una vita di assoluta infelicità per il popolo palestinese occupato e prigioniero, confinato nel più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo.

Si tratta di un atto ingiustificato di punizione collettiva che sta privando i palestinesi di cibo, elettricità, acqua, denaro, accesso al mondo esterno... e sonno. Israele la notte ha mandato dei jet in volo su Gaza producendo boom sonici, traumatizzando i bambini. “Voglio che a Gaza la notte nessuno dorma”, ha dichiarato il primo ministro israeliano Ehud Olmer9, parole adatte alla pietra tombale di Israele.

Israele ha creato i suoi peggiori nemici – ha aiutato a creare Hamas come contrappeso di Fatah in Palestina, e la sua occupazione del Libano ha creato Hezbollah. Ci si può aspettare che gli attuali terribili bombardamenti manterranno in funzione questo processo. Dalla sua stessa nascita Israele è stato continuamente impegnato a combattere guerre e a prendere la terra di altri popoli. Agli idealistici pionieri sionisti non è mai venuto in mente qualche modo migliore?

La domanda che potrebbe non scomparire mai: Chi è davvero Barack Obama?

Nella sua autobiografia, “I sogni di mio padre”, Barack Obama scrive che a un certo punto dopo essersi laureato nel 1983 dalla Columbia University accettò un lavoro. Descrive il suo datore di lavoro come “una ditta di consulenza di società multinazionali” a New York, e le sue funzioni come “assistente di ricerca” e “scrittore in materia finanziaria”.

La parte strana della storia di Obama è che non fa il nome del suo datore di lavoro. Tuttavia un pezzo del 2007 sul New York Times identifica la società come la Business International Corporation.10 Ugualmente strano è che il Times non ricordi ai suoi lettori che lo stesso giornale aveva rivelato nel 1977 che la Business International aveva dato copertura a quattro dipendenti della CIA in vari paesi fra 1955 e 1960.11

La rivista britannica Lobster Magazine – che, malgrado il suo nome incongruo, è una venerabile pubblicazione internazionale su questioni di intelligence – ha riferito che la Business International fu attiva negli anno '80 nel promuovere la candidatura di candidati favoriti da Washington in Australia e nelle Figi.12 Nel 1987 la CIA rovesciò il governo delle Figi dopo appena un mese che era entrato in carica per via della sua politica di mantenere l'isola una zona libera dal nucleare, il che significava che le navi americane a energia nucleare o con a bordo armi nucleari non potevano farvi scalo.13 Dopo il colpo di stato alle Figi il candidato appoggiato dalla Business International, che era molto più sensibile ai desideri nucleari di Washington, fu reinsediato al potere – R.S.K. Mara fu primo ministro o presidente delle Figi dal 1970 al 2000, meno un'interruzione di un mese nel 1987.

Nel suo libro non solo Obama non menziona il suo datore di lavoro; non dice quando ci lavorò, o perché lasciò quel lavoro. Queste omissioni potrebbero non avere alcun significato, ma nella misura in cui la Business International ha una lunga associazione con il mondo dell'intelligence, delle azioni segrete e dei tentativi di penetrare nella sinistra radicale – compreso in Students for a Democratic Society (SDS)14 – resta valido chiedersi se l'imperscrutabile signor Obama stia nascondendo qualcosa dei suoi legami con questo mondo.

Sul 50° anniversario di Cuba socialista, 1 gennaio 2009: note sull'inizio della sua indimenticabile rivoluzione.

L'esistenza di un governo rivoluzionario socialista con legami crescenti con l'Unione Sovietica ad appena 150 chilometri, insisteva il governo degli Stati Uniti, era una situazione che nessuna superpotenza che avesse rispetto di sé avrebbe tollerato, e nel 1961 intraprese un'invasione di Cuba.

Ma a meno di 80 chilometri dall'Unione Sovietica c'era il Pakistan, uno stretto alleato degli Stati Uniti, membro dal 1955 della South-East Asia Treaty Organization (SEATO), l'alleanza anticomunista creata dagli USA. Sul confine stesso dell'URSS c'era l'Iran, un alleato degli USA ancora più stretto, con le sue instancabili postazioni di ascolto elettronico, la sorveglianza aerea e le infiltrazioni in territorio russo ad opera di agenti americani. E accanto all'Iran, anch'esso al confine dell'Unione Sovietica, c'era la Turchia, membro dal 1951 del nemico mortale dei russi, la NATO.

Nel 1962, durante la “Crisi dei missili di Cuba”, Washington, apparentemente in uno stato prossimo al panico, informò il mondo che i russi stavano installando missili “offensivi” a Cuba. Gli USA istituirono prontamente una “quarantena” dell'isola – un'ostentazione di forze navali e di Marines nei Caraibi che avrebbero fermato e perquisito tutte le navi dirette a Cuba; tutte quelle che avessero avuto a bordo un carico di natura militare sarebbero state costrette a tornare indietro. Gli Stati Uniti, tuttavia, avevano missili e bombardieri già in posizione in Turchia e altri missili in Europa occidentale puntati verso l'Unione Sovietica. Il leader russo Nikita Khrushchev scrisse in seguito:

“Gli americani avevano circondato il nostro paese con basi militari e ci minacciavano con armi nucleari, e ora avrebbero solo imparato come ci si sente ad avere missili nemici puntati contro, non avremmo fatto nient'altro che dare loro un po' della loro stessa medicina. [...] Dopo tutto gli Stati Uniti non avevano contestazioni morali o legali da farci. Avevamo dati ai cubani niente di più di quello che gli americani stavano dando ai loro alleati. Avevamo gli stessi diritti e le stesse opportunità degli americani. La nostra condotta nell'arena internazionale era governata dalle stesse regole e dagli stessi limiti degli americani.”15

Perché nessuno fraintendesse, come Khrushchev apparentemente faceva, le regole in base alle quali Washington stava operando, la rivista Time fu veloce a spiegare. “Da parte dei comunisti”, dichiarò la rivista, “questa equiparazione [riferito all'offerta di Khrushchev di rimuovere vicendevolmente missili e bombardieri da Cuba e dalla Turchia] ha ovvi motivi tattici. Da parte dei neutralisti e dei pacifisti [che accoglievano con piacere l'offerta di Khrushchev] tradisce confusione morale e intellettuale.” La confusione stava, sembra, nel non vedere chiaramente chi erano i buoni e chi erano i cattivi, poiché “Lo scopo delle basi USA [in Turchia] non era ricattare la Russia ma rafforzare il sistema di difesa della NATO, che era stato creato come una salvaguardia contro l'aggressione russa. Come membro della NATO, la Turchia ha accolto con piacere le basi come un contributo alla propria difesa.” Cuba, che era stata invasa appena l'anno prima, sembra che non avrebbe potuto avere preoccupazioni del genere. Time continuò il suo sermone, che indubbiamente parlava per la maggior parte degli americani:

“Al di là di queste differenze fra i due casi, c'è un'enorme differenza morale fra gli obiettivi USA e quelli russi. [...] Equiparare basi USA e russe in effetti è equiparare scopi americani e russi. [...] Le basi USA, come quelle in Turchia, hanno aiutato a mantenere la pace dopo la seconda guerra mondiale, mentre le basi russe a Cuba hanno minacciato di sconvolgere la pace. Le basi russe sono state pensate per promuovere la conquista e la dominazione, mentre le basi USA sono state realizzate per preservare la libertà. La differenza sarebbe dovuta essere ovvia per tutti.”16

Ugualmente ovvio era il diritto degli Stati Uniti di mantenere una base militare sul suolo cubano – a nome Guantanamo Naval Base, un vestigio del colonialismo che guarda in gola al popolo cubano, che gli USA, a tutt'oggi, rifiutano di evacuare malgrado la veemente protesta del governo di Castro. Nel lessico americano, oltre a basi e missili buoni e cattivi, ci sono rivoluzioni buone e cattive. Le rivoluzioni americana e francese furono buone. La rivoluzione cubana è cattiva. Deve essere cattiva perché come suo risultato tanta gente ha lasciato Cuba.

Ma almeno 100.000 persone lasciarono le colonie britanniche in America durante e dopo la rivoluzione americana. Questi Tory non riuscivano a conformarsi ai cambiamenti sociali e politici, reali e temuti, particolarmente quel cambiamento che accompagna tutte le rivoluzioni degne di quel nome – quelli che erano guardati dall'alto in basso non sanno più stare al loro posto. (O come il Segretario di Stato si espresse dopo la rivoluzione russa: i bolscevichi cercavano “di rendere dominante sulla terra la massa ignorante e incapace dell'umanità.”17)

I Tory fuggirono nella Nuova Scozia e in Gran Bretagna portando con sé storie di rivoluzionari americani empi, dissoluti e barbarici. A quelli che restarono e rifiutarono di prestare un giuramento di fedeltà ai nuovi governi di stato furono negate praticamente tutte le libertà civili. Molti furono incarcerati, assassinati, o costretti all'esilio. Dopo la guerra di secessione altre migliaia fuggirono in Sudamerica e in altri luoghi, ancora una volta turbati dallo sconvolgimento sociale. Quanto più c'era da aspettarsi un esodo del genere in seguito alla rivoluzione cubana? – una vera rivoluzione sociale, che ha fatto sorgere cambiamenti molto più profondi di qualsiasi cosa nell'esperienza americana. Quanti di più avrebbero lasciato gli Stati Uniti se a 150 chilometri ci fosse la nazione più ricca del mondo che li accoglie con piacere e promette ogni sorta di vantaggi e ricompense?

William Blum (Anti-Report n°65)
Fonte:www.killinghope.org
Link: http://www.killinghope.org/bblum6/aer65.html

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LUCA TOMBOLESI

Rivoluzione Google


Secondo un rapporto dell'azienda, Google sta per lanciare un servizio che permetterebbe agli utenti di accedere al loro personal computer da qualunque connessione Internet. Ma i critici avvertono che ciò darebbe al behemoth della rete un controllo senza precedenti sui dati personali degli individui.

Il Google Drive, o "GDrive", potrebbe uccidere il computer da scrivania basato su un potente hard disk. Invece i file personali dell'utente e il sistema operativo potrebbero essere custoditi sui server di Google avendovi accesso tramite Internet.

Secondo il sito Web di notizie tecnologiche TG Daily, che lo descrive come "il prodotto più atteso della storia di Google", il GDrive di cui si è tanto parlato dovrebbe essere lanciato quest'anno. Esso viene visto come un cambio di paradigma, con l'allontanamento dal sistema operativo Windows di Microsoft, che gira all'interno di gran parte dei computer del mondo, in favore del "cloud computing" ["elaborazione a nuvola" N.d.t.], in cui l'elaborazione e la memorizzazione vengono effettuati a migliaia di chilometri in remoti centri dati.

Gli utenti da casa o da lavoro si stanno sempre più rivolgendo a servizi basati sul Web, solitamente gratuiti, che vanno dalle e-mail (come Hotmail e Gmail) alla memorizzazione di foto digitali (come Flickr e Picasa) e a sempre più applicazioni per documenti e fogli dati (come Google Apps). La perdita di un computer portatile o la rottura di un hard disk non mettono a repentaglio i dati perché essi sono regolarmente salvati nella "nuvola" e possono essere consultati tramite Web da qualunque macchina.

Il GDrive seguirà questa logica sino alla sua estrema conclusione spostando i contenuti dell'hard disk dell'utente nei server di Google. Il PC sarà un dispositivo più semplice ed economico che funzionerà come portale verso l'Web, forse tramite un adattamento di Android, il sistema operativo di Google per telefoni cellulari. Gli utenti penseranno al loro computer come a un software piuttosto che a un hardware.

È questa prospettiva che mette in allarme i critici delle ambizioni di Google. Peter Brown, direttore esecutivo della Free Software Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro che difende le libertà di chi utilizza il computer, non ha messo in discussione la convenienza che viene offerta, ma ha detto: "Sarebbe un po' come dire 'siamo in una dittatura, i treni viaggiano in orario'. Ma vi importa che qualcuno possa vedere tutto ciò che avete sul vostro computer? Vi importa che Google può essere in qualunque momento vincolato legalmente a consegnare tutti i vostri dati al governo americano?"

Google si è rifiutata di dare conferme sul GDrive, ma ha riconosciuto l'esistenza di una crescente domanda per il cloud computing. Dave Armstrong, direttore del dipartimento prodotti e marketing della Google Enterprise ha detto: "Vi è una chiara direzione... che allontana dall'idea ' Questo è il mio PC, questo è il mio hard disk' e porta verso ' Questo è il modo in cui interagisco con le informazioni, questo è il modo in cui interagisco con il Web'".

Titolo originale: "Google plans to make PCs history"
Traduzione per www.comedonchisciotte.org

Fonte: http://www.guardian.co.uk

Il Giappone vede la catastrofe


Calo record per la produzione industriale giapponese a dicembre. Secondo i dati diffusi dal ministero dell'economia, la produzione è scesa del 9,6% sul mese precedente superando le attese di un calo contenuto a -9%. Si tratta della contrazione più consistente di sempre. Il governo si attende -9,1% a gennaio e -4,7% a febbraio.

giovedì 29 gennaio 2009

Madagascar: il neo-colonialismo delle terre coltivabili


In Madagascar sale la tensione dopo gli scontri dello scorso fine settimana, quando Andry Rajoelina, sindaco della capitale Antananarivo, aveva guidato una manifestazione non autorizzata contro il presidente Marc Ravalomanana alla quale avevano preso parte circa 25.000 persone.
Il primo ministro Charles Rabemananjara ha scelto la linea dura, dichiarando che "ogni tipo di disobbedienza civile sarà punita. In Madagascar le leggi si rispettano, chi non lo fa ne pagherà le conseguenze."
Rajoelina è stato eletto sindaco di Antananarivo nel dicembre del 2007, e da allora ha criticato duramente il presidente Ravalomanana, soprattutto per la sua politica di vendita di vaste aree agricole alla sudcoreana Daewoo per la produzione di riso. Recentemente il colosso dell'automobile avrebbe acquisito 1,3 milioni di ettari di terra nel paese, cioè circa la metà dei terreni coltivabili dell'isola africana, ma questi accordi non sembrano portare nessun beneficio alla popolazione locale.
Infatti, mentre i prodotti agricoli delle terre vendute o affittate sono esportati in Sud Corea, il 70% degli abitanti del Madagascar soffre per carenza di cibo e malnutrizione, con il 4% che sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari. I giovani malgasci non possono neanche sperare di trovare lavoro presso la multinazionale asiatica, che a quanto pare assume personale sudafricano per gestire e amministrare le sue aziende agricole altamente meccanizzate. Alcuni media locali hanno dato risalto alla questione, ma per tutta risposta il governo ha recentemente chiuso una stazione radio-televisiva privata di proprietà del sindaco Rajoelina.
La situazione in Madagascar è solo uno dei tanti esempi di neo-colonialismo, ovvero dello sfruttamento delle risorse dei paesi in via di sviluppo da parte di interessi nazionali e privati stranieri strettamente legati alle grandi potenze economiche mondiali. Se in passato il neo-colonialismo era associato alla guerra fredda e quindi al gioco delle sfere di influenza, oggi sta assumendo nuove forme: ultimamente ad essere presi di mira, attraverso accordi tra governi o investimenti di privati, sono i terreni coltivabili, con lo scopo di aumentare le riserve di cibo. Questa nuova tendenza nasce principalmente dai recenti aumenti nei prezzi delle derrate alimentari e anche dal successo dei biocarburanti.
Questa avidità di terra riguarda soprattutto quelle nazioni che hanno risorse naturali insufficienti, come i paesi semi-desertici del Medio Oriente o quelli sovrappopolati come la Cina e la Corea del Sud. Ad esempio, molti Stati del Golfo Persico, ricchi di petrolio, non hanno accesso a terreni coltivabili o all'acqua; e così il governo del Kuwait è in cerca di terre in Sudan, Uganda, Egitto, Marocco, Birmania, Thailandia e Laos; il Qatar sta facendo sondaggi in Sudan, Cambogia, Indonesia e Vietnam; l'Arabia Saudita tratta accordi con Brasile, Sudan, Kazakistan, Turchia e Pakistan, mentre il gruppo privato dei Bin Laden si è assicurato l'accesso a circa 500.000 ettari di terreni in Indonesia, da coltivare a riso. Altri paesi che fanno operazioni simili sono gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. Data la sua enorme popolazione e la relativa scarsità di terreni coltivabili, anche la Cina ha interessi in Africa (in Zimbabwe, Mozambico, Nigeria, Uganda, Camerun e Tanzania) e in Asia (Birmania, Laos, Russia e Kazakistan), portati avanti sia attraverso accordi governativi che con investimenti privati.
Queste nuove incursioni neo-coloniali devono essere esaminate con attenzione; bisogna analizzare con obiettività il modo in cui spesso la sovranità territoriale è compromessa dalla semplice interazione con i nuovi poteri globali della finanza e del mercato. E' infatti inaccettabile come i paesi africani, dopo aver lottato duramente per liberarsi dall'oppressione coloniale e dai suoi strascichi, ora si ritrovino invasi da una nuova ondata di interessi economici che minacciano, ancora una volta, di arricchire una minoranza escludendo dal progresso le popolazioni locali.
di Marco Menchi

Il sistema Ags per il "diritto di servitù" americano a Sigonella


Quello delle intercettazioni sarà «il più grande scandalo della storia della Repubblica»: lo ha gridato sabato scorso al comizio di Olbia il premier Berlusconi. Ha invece taciuto sul fatto che, appena quattro giorni prima, il suo governo ha dato il via all’installazione in Italia di uno dei più potenti sistemi di intercettazioni del mondo, al cui confronto quello dei giudici italiani è un lavoro da dilettanti. E’ il sistema di spionaggio Nato Ags (Alliance Ground Surveillance), che sarà installato a Sigonella. La base sarà ampliata per ospitare gli 800 militari (con famiglie) addetti alla nuova installazione. Sigonella - ha detto il ministro della difesa La Russa - è stata scelta, rispetto ad altre località in Turchia e Germania, per la sua «centralità strategica nel Mediterraneo», che permetterà di concentrare in questa zona «importanti informazioni per diffonderle agli altri alleati», facendo «interagire le diverse forze dell'intelligence». Il sistema Ags - spiega la Nato - servirà a sorvegliare non solo il territorio dell’Italia e di altri paesi europei, ma quello di paesi extra-europei, soprattutto mediorientali, fornendo importanti informazioni «prima e durante le operazioni Nato». Esso sarà «uno strumento chiave per rendere più incisiva la Forza di risposta della Nato (Nrf)», in grado di essere proiettata entro cinque giorni «per qualsiasi missione in qualsiasi parte del mondo». Il sistema Ags fornirà un quadro dettagliato del territorio da occupare, permettendo anche di «individuare e prendere di mira veicoli in movimento». Ciò sarà reso possibile da vari tipi di piattaforme aeree e stazioni di controllo terrestri. Le prime consisteranno in aerei-radar (Airbus A 321 modificati) e aerei senza pilota Block 40 Global Hawk della statunitense Northrop Grumman: questi, guidati a distanza, volano per 35 ore a oltre 18mila metri di quota, trasmettendo al comando i dati rilevati dai sensori. Opererà inoltre da Sigonella un velivolo italiano Sigint, per la rilevazione delle onde elettromagnetiche, comprese quelle telefoniche (e quindi in grado di intercettare le telefonate anche in Italia). Le stazioni terrestri saranno sia fisse che mobili, ossia in grado di essere trasferite in lontani teatri bellici. Si tratta dunque del più sofisticato sistema di spionaggio elettronico, finalizzato sia al controllo dei paesi europei della Nato, sia al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area».   L’accordo per la creazione di questo sistema è stato sottoscritto dal governo Berlusconi nel novembre 2002, insieme a Stati uniti, Francia, Germania, Olanda e Spagna. E’ stato quindi costituito un «consorzio transatlantico» di industrie militari, comprendente la Northrop Grumman, General Dynamics, Eads, Thales e Galileo Avionica, che nel 2005 ha ricevuto un primo contratto per l’ammontare di 23 milioni di euro. Solo un piccolo acconto: la Nato stessa lo definisce «uno dei più costosi programmi di acquisizione intrapresi dall’Alleanza», che comporta una spesa di almeno 4 miliardi di euro. Ulteriori impegni sono stati assunti per conto dell’Italia dal governo Prodi, nell’ottobre 2006. Il ministro La Russa assicura però che l’installazione del sistema Ags a Sigonella avrà «un ritorno economico in tutta l'area». L’unico sostanziale «ritorno» sarà in realtà quello di accrescere la già pesante servitù militare di quest’area, che comporta anche rischi sanitari per la popolazione, dovuti alle forti emissioni elettromagnetiche. Nella U.S. Naval Air Station Sigonella, che ospita il centro logistico delle forze navali del Comando europeo degli Stati uniti, vi è uno dei due principali siti del sistema Gbs, gestito da tutti i settori delle forze armate Usa. E nella «dépendance» di Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne Usa, sarà installata una delle quattro stazioni terrestri del Muos (Mobile User Objective System), il sistema della U.S. Navy che collegherà - con comunicazioni ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino. Come se ciò non bastasse, arriva ora a Sigonella il nuovo sistema di spionaggio Nato, che - annuncia il ministro La Russa - conferisce all’Italia un accresciuto «ruolo di prestigio».
di Manlio Dinucci


mercoledì 28 gennaio 2009

Italiani brava gente?


Fino ad oggi, la Resistenza è considerata a ragione un punto cruciale della storia italiana. Il consenso politico alla base della fondazione della prima Repubblica parte dalla convinzione che la gran massa degli italiani abbia contribuito con le proprie forze, armi alla mano, ad abbattere la dittatura fascista e a liberare l’Italia dal dominio di terrore instaurato nell’intero continente dalla Germania nazista. A fondamento di questo consenso politico, troviamo l’assunto secondo cui gli italiani tutti si sarebbero distinti come valorosi combattenti per la libertà. Queste premesse – ecco la mia tesi centrale – hanno sortito vari effetti, sia positivi che negativi, sulla storia d’Italia successiva alla fine della seconda guerra mondiale. L’identità antifascista degli italiani ha indubbiamente favorito lo sviluppo di una cultura democratica, ma nel medesimo tempo, ha anche rappresentato un fattore di rimozione in rapporto ai trascorsi fascisti del paese. Benché la dittatura mussoliniana sia durata il doppio del terzo Reich, gli italiani non si sono mai confrontati seriamente con il loro passato interrogandosi a fondo su quali fossero gli uomini che per vent’anni e più avevano mantenuto il duce al potere sostenendone, entusiasticamente, la politica antidemocratica e aggressiva durante tutti gli anni trenta. Finita la guerra, praticamente nessuno ebbe apertamente a riconoscere il proprio passato. Non molto tempo fa Nuto Revelli, nel suo - Le due guerre - Guerra fascista e guerra partigiana, osservava in modo critico, che: “Nel Ventennio c’erano i fascisti; ed erano tanti... c’erano davvero anche se dopo il 25 aprile 1945 trovare qualcuno che avesse il coraggio di ammetterlo era difficilissimo.”

In realtà, la gran maggioranza degli italiani si considera fino ad oggi esclusivamente vittima, e non mai responsabile o complice, del fascismo. Le peggiori azioni compiute contro gli italiani dalle truppe d’occupazione tedesca – e pensiamo soltanto a Cefalonia o a Marzabotto – ebbero luogo dopo il 1943, con un effetto comprensibilmente negativo sulla memoria collettiva di un intero paese. “Nel dopoguerra l’esperienza dell’Italia come paese aggressore” scrive lo storico fiorentino Enzo Collotti “ è stata cancellata nella maniera più totale. Il cambiamento di status dell’Italia dopo l’8 settembre del 1943 e la cobelligeranza a fianco degli alleati hanno consentito da una parte di conservare la continuità militare per quanto riguarda l’esercito, la marina e l’aeronautica, e nello stesso tempo la formazione di un grosso alibi contro l’apertura dei processi per fatti compiuti in territori occupati.” Vittorio Foa, figura carismatica della Resistenza, ha anch’egli affermato, nel 1996: “Nel caso di vittime di azioni fasciste il ricordo di quello che è successo dopo, ad opera dei nazisti, oscura la memoria precedente. I tedeschi sono così diventati una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza. Ma è necessario ricordare il male della nostra parte se non vogliamo abbandonare al caso il nostro domani.”

Foa ha ragione. Proprio per rispetto dei valori morali e politici della Resistenza desidero ricordare oggi uno di questi buchi neri nella memoria collettiva degli italiani: il dominio coloniale in Libia e il genocidio compiuto in questo territorio africano. È questa una lunga storia di violenze di massa iniziatasi ben prima della Marcia su Roma, ai tempi del governo Giolitti, ma che solo nel Ventennio nero è culminata in un vero e proprio genocidio. La cosiddetta “Riconquista della Libia” ha fin dagli inizi rappresentato un obiettivo principe dell’Italia fascista. Per il regime possedere delle colonie appariva cosa tanto necessaria quanto legittima. Una nazione che, secondo i gerarchi del PNF, era sovrappopolata possedevaun diritto naturale a procacciarsi compensazioni oltremare. La “Riconquista fascista della Libia” incominciò nel 1923 durando quasi dieci anni. Contro la resistenza anticoloniale, l’Italia fascista utilizzò armi moderne e sofisticate tecniche di controguerriglia. Obiettivo delle operazioni non fu solo la “pacificazione del paese”, cioè la definitiva sottomissione delle tribù locali. Si voleva altresì scacciare le popolazioni dalle zone costiere onde fare spazio ad insediamenti di coloni italiani. Nel corso degli anni Venti gli italiani inglobarono territori sempre più vasti e fu così che molti fascisti, come Giuseppe Volpi che dal 1921 al 1925 fu governatore della Tripolitania, divennero grandi latifondisti. Molti indigeni dovettero fuggire in zone desertiche o accettare paghe da fame lavorando le terre dei coloni, ovvero costruendo strade e palazzi di rappresentanza per la potenza coloniale. Come già aveva fatto la Spagna nel suo protettorato in Marocco, anche l’aeronautica italiana impiegò gas a scopo bellico. Ciò accadde per la prima volta il 6 gennaio del 1928 a Gifa. Nel febbraio dello stesso anno si ebbe, per tre giorni, un bombardamento di fosgene contro la tribù ribelle di Mogarba. Il 31 luglio del 1930 i gas vennero lanciati contro l’oasi di Tazerbo dove si sospettava un nascondiglio dei “ribelli”. Durante l’attacco, la regia aeronautica militare sganciò 24 bombe all’iprite, ognuna pari a un peso di 21 chili: il gas procurò morte terribile ai nomadi che vivevano nell’oasi. Inutile dire che questi attacchi rendevano carta straccia il Protocollo Ginevrino del 1925 nel quale si sanciva il divieto “di usare gas soffocanti o velenosi”. A Mussolini e ai suoi generali questo non importava. La repressione fu particolarmente spietata nel Djebel al Akhdar, un altopiano della Cirenaica nel sud del paese, che si immette nel deserto libico. Qui il movimento dei Senussi aveva organizzato una forte resistenza.
Tattica esasperante
I Senussi erano una confraternita musulmana fondata nel 1833 alla Mecca da Ibn Alì al Senussi che si prefiggeva il rinnovamento dell’Islam e la liberazione dei paesi arabi da qualsiasi influenza europea. Dopo la fuga del suo leader Mohammed Idris (che doveva diventare in seguito il primo re di Libia), il movimento passò sotto la guida dello sceicco Omar al Mukthar, figura ancor oggi onorata come un eroe nella Libia di Gheddafi. I “guerrieri di Dio” guidati da Omar al Mukthar si scontrarono per anni con le truppe italiane e compirono numerosi sabotaggi. Dopo una lunga serie di fallimenti militari, il duce pretese che il conflitto libico fosse condotto a conclusione. Nel dicembre del 1928 nominò governatore della Libia il maresciallo Pietro Badoglio ordinandogli di farla finita con le bande di Omar al Mukthar. Dopo 15 mesi di campagne militari badogliane, il duce constatando l’assenza di progressi, affiancò al governatore il generale Rodolfo Graziani, in qualità di vicegovernatore della Cirenaica. Questi era un ufficiale coloniale di grande esperienza che già anni prima aveva “pacificato” la Tripolitania conquistandone larghe fette di territorio: individuo senza scrupoli che non esitava a camminare sui cadaveri. Graziani viene ancor oggi ricordato in Libia come “macellaio di arabi”. Come primo atto Graziani ordinò il disarmo di tutti i seminomandi nonché l’uccisione di tutti coloro che fossero sospettati di collaborazione con le fila della resistenza. Frattanto il maresciallo Badoglio era giunto alla conclusione che i metodi tradizionali di antiguerriglia non sortivano l’effetto di sconfiggere la resistenza libica. Risolse di essere disposto praticamente a tutto pur di ottenere la vittoria. Ordinò ai suoi migliori ufficiali di far terra bruciata attorno ai “ribelli”. I guerrieri del deserto sarebbero stati sconfitti deportando la popolazione civile. “Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa”, scrisse Badoglio il 21 giugno 1930 al generale Graziani. “Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica”.
Campi di concentramento
L’esodo forzato della Cirenaica cominciò nell’estate del 1930. Centomila seminomadi, sorvegliati dagli ascari, furono costretti a marce di settimane insieme al loro bestiame. La potenza coloniale diede le loro proprietà ai contadini italiani. Sotto il terribile sole africano il dieci per cento dei deportati non sopravvisse alla fatica. Dopo centinaia di chilometri i sopravvissuti furono internati in 15 campi di concentramento realizzati in zone desertiche. Migliaia di prigionieri morirono di fame, a causa delle malattie o per sfinimento. Le guardie punivano i tentativi di fuga con esecuzioni sommarie a cui dovevano assistere tutti gli altri prigionieri. Nel settembre 1933, quando i campi nel deserto furono smantellati, solo la metà dei deportati era sopravvissuta. All’insaputa dell’opinione pubblica mondiale, nell’inferno dei lager libici fu compiuto un vero e proprio genocidio. Non soddisfatto di ciò Graziani, per impedire che i rivoltosi po­tes­sero ottenere rifornimenti di armi e munizioni, nel 1931 fece co­struire lungo il confine con l’Egitto una rete di recinzione fatta di filo spinato, lunga 270 chilometri e larga quattro metri, sorvegliata da posti di guardia. Questo limes fascista, controllato quotidianamente da pattuglie motorizzate, andava dalla costa fin dentro il de­serto libico.
Impediva anche il commercio transfrontaliero esasperando la popolazione che era rimasta in Cirenaica. Le difficoltà aumentarono con il macello a bella posta di pecore, cammelli, cavalli e asini. Il bestiame rappresentava infatti l’unica ricchezza per le tribù di queste terre. La resistenza fu finalmente piegata nel settembre del 1931. Durante uno scontro l’ultrasettantenne Omar al Mukthar fu disarcionato da cavallo. Una unità italiana riuscì a farlo prigioniero. Il vecchio fu messo in catene e trasportato a Ben­gasi. Lì, dopo un processo farsa, fu condannato a morte per impiccagione da un tribunale militare. Omar al Mukthar verrà ucciso il16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluq davanti alla sua gente. Nel gennaio del 1932 il maresciallo Badoglio comunicò a Roma, non senza orgoglio, che dopo oltre vent’anni la colonia era finalmente pacificata. L’occupazione italiana dell’Africa del nord durò ancora dieci anni. Nel maggio del 1943, dopo la resa del corpo italo-tedesco allora sotto il comando di Jürgen von Armin (il feldmaresciallo Rommel era rientrato in Europa in marzo), la Libia fu posta sotto l’amministrazione militare anglo-francese prima di diventare, nel 1951, il primo stato sahariano indipendente.
Il regno del terrore
Non sono solo gli studiosi libici a ritenere che sotto il maresciallo Badoglio sia stato commesso a sangue freddo un genocidio pianificato. Secondo lo storico Angelo del Boca, durante la conquista della Libia, almeno centomila persone, fra partigiani e civili, furono uccise in maniera violenta. Si trattava di circa un ottavo dell’intera popolazione. L’Italia fu il primo regime fascista a deportare interi gruppi etnici per farli morire in campi di concentramento. L’Italia fu anche uno dei primi stati a utilizzare metodi di controguerriglia che, oltre a combattere la resistenza armata, miravano anche a decimare la popolazione. Il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski ha recentemente af­fer­mato che le potenze coloniali in Africa avevano cominciato a fare ciò che la Wehrmacht e le SS tedesche realizzeranno in Europa in maniera sistematica e tecnicamente perfezionata: un regno del ter­rore di cui alla fine la stessa Italia doveva restare vittima.

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di professor Aram Mattioli (Università di Lucerna)

Un’altra guerra, un’altra sconfitta



di John J. Mearsheimer*


Indubbiamente, gli Israeliani ed i loro sostenitori americani affermeranno che Israele ha imparato la lezione dopo la sua disastrosa guerra in Libano del luglio 2006 e che ha seguito una strategia vincente nella sua presente guerra contro Hamas. Naturalmente, quando arriverà un cessate il fuoco, Israele proclamerà la sua vittoria. Non credete ad una parola : Israele si è lanciato follemente in una nuova guerra che non è sul punto di vincere!

Si dice che la campagna di Gaza avrebbe due scopi : ) mettere fine ai tiri di razzi e di mortai dei Palestinesi contro Israele che continuano dal ritiro israeliano da Gaza dell’agosto 2005 ; 2) ristabilire la forza dissuasiva di Israele che, si dice, sarebbe stata intaccata dal fiasco israeliano in Libano, dal ritiro israeliano da Gaza e dall’incapacità israeliana di far mettere fine al programma nucleare dell’Iran.

Ma questi non sono i reali obiettivi dell’Operazione Piombo Fuso. In realtà, il fine è legato alla visione israeliana a lungo termine del modo in cui Israele intende vivere avendo in seno milioni di Palestinesi. Questo si integra in un più ampio obiettivo strategico : la creazione di un « Grande Israele ». Più specificamente, i dirigenti di Israele sono sempre determinati a controllare la totalità di ciò che si conviene designare con l’espressione : « Palestina mandataria », la quale include Gaza e la Cisgiordania. I Palestinesi avrebbero una limitata autonomia in un pugno di enclavi separate ed economicamente indigenti, una delle quali è precisamente la striscia di Gaza. Israele controllerebbe tutte le frontiere circostanti di questi Bantustan-francobolli, tutti i movimenti tra di essi, l’aria al di sopra e l’acqua al di sotto.

La chiave per la realizzazione di questo obiettivo consiste nell’infliggere ai Palestinesi un tale orrore di massa in modo che essi arrivino ad ammettere il fatto di essere un popolo sconfitto e che Israele sia in grandissima parte responsabile del controllo del loro futuro. Questa strategia, enunciata chiaramente per la prima volta da Ze’ev Jabotinsky negli anni 1920 e che ha fortemente influenzato la politica di Israele fin dalla sua creazione nel 1948, è definita in modo pratico dall’espressione « Muro di Ferro ».

Quello che sta accadendo a Gaza è totalmente inscritto in questa strategia. Vi si incastra perfettamente…

Tanto per cominciare, consideriamo la decisione presa nel 2005 da Israele di ritirarsi dalla striscia di Gaza. È opinione comune che Israele sia serio nella sua volontà di fare la pace con i Palestinesi e che i suoi dirigenti sperino che un ritiro da Gaza rappresenti un grande passo realizzato sulla via della creazione di uno Stato palestinese vivibile.

Secondo Thomas L. Friedman, del New York Times, Israele ha dato ai Palestinesi un’opportunità di « costruire un mini-Stato decente, laggiù (a Gaza) – un Dubai sul Mediterraneo » e se i Palestinesi partecipano al gioco, questo « darà una svolta del tutto diversa al dibattito interno ad Israele sulla questione di sapere se gli Israeliani possano o meno affidare ai Palestinesi la maggior parte della Cisgiordania ».

È uno specchietto per le allodole : ancor prima che Hamas arrivi al potere, gli Israeliani hanno già l’intenzione di creare a Gaza una prigione a cielo aperto per i Palestinesi e di infliggere il massimo di sofferenza finché essi non si piegheranno ai loro desideri. Dov Weisglass, in quel momento principale consigliere di Sharon, dichiara con totale candore che il disimpegno da Gaza mira a bloccare il processo di pace, certo non ad incoraggiarlo. Egli definisce il disimpegno israeliano« formula di cui noi abbiamo bisogno affinché non ci sia un processo politico con i Palestinesi. » Meglio : egli sottolinea che il ritiro israeliano « pone i Palestinesi sotto una terribile pressione. Questo li costringerà in un angolo in cui hanno orrore di ritrovarsi… »

Arnon Soffer, un eminente demografo israeliano, anche lui consigliere di Sharon, precisa a che cosa verosimilmente somiglierà questa pressione. « Quando due milioni e mezzo di persone vivranno in una striscia di Gaza ermeticamente chiusa, sarà una catastrofe umana. Quelle persone diventeranno ancora più animali di quanto non lo siano oggi, con l’aiuto dell’insano fondamentalismo islamista. La pressione, alla frontiera, diverrà insostenibile. Ci sarà una guerra terrificante. Così, se vogliamo restare in vita, saremo condotti ad uccidere, ad uccidere, ad uccidere. Tutti i giorni. Ogni giorno che il buon Dio farà. »

Nel gennaio 2006, cinque mesi dopo che gli Israeliani hanno tolto i loro coloni dalla striscia di Gaza, Hamas riporta una vittoria decisiva su el Fatah alle elezioni legislative palestinesi. Questo rappresenta un grande disturbo alla strategia israeliana, perché Hamas è stato eletto democraticamente, perché è ben organizzato ed integrato, contrariamente all’iper-corrotto el Fatah e, soprattutto, perché non è sul punto di «riconoscere l’esistenza di Israele ». Israele replica rafforzando la pressione economica sui Palestinesi, ma questo non funziona. Infatti la situazione prende un’altra svolta in senso negativo quando, nel marzo 2007, el Fatah e Hamas si mettono d’accordo sulla costituzione di un governo di unione nazionale. Lo statuto e la forza politica di Hamas si rafforzano e la strategia del « divide et impera » di Israele non va in porto.

Come se si ingegnasse a far peggiorare le cose (per Israele), il governo palestinese di unione nazionale comincia a proporre un cessate il fuoco a lungo termine. I Palestinesi mettono fine a tutti gli attacchi missilistici contro Israele a condizione che gli Israeliani cessino di arrestare ed assassinare dei Palestinesi ed allentino la loro garrotta economica aprendo i punti di passaggio verso la striscia di Gaza.

Gli Israeliani respingono quest’offerta e, con il tradizionale sostegno americano, si danno da fare per fomentare una guerra civile tra el Fatah e Hamas, al fine di distruggere il governo di unione nazionale e di portare al potere il solo el Fatah. Il piano diventa un boomerang quando Hamas caccia [i collaborazionisti di] el Fatah da Gaza. Dunque, Hamas si ritrova al potere a Gaza, mentre el Fatah, molto più « morbido » [di fronte ai sionisti] conserva il suo controllo sulla sola Cisgiordania. Israele decide allora di rinserrare il blocco della striscia di Gaza, causando ancora più sofferenze e difficoltà nei Palestinesi che vivono in quel territorio.

Hamas risponde proseguendo i suoi tiri di razzi e di granate da mortaio sul territorio israeliano, sottolineando di continuare a ricercare un cessate il fuoco a lungo termine, forse per una durata di dieci anni, anzi ancora di più. Questo non è un nobile gesto da parte della gente di Hamas : no, essi cercano un cessate il fuoco perché l’equilibrio delle forze è totalmente dalla parte israeliana. Gli Israeliani non hanno alcun interesse ad un cessate il fuoco e si accontentano di intensificare la pressione economica contro Gaza. Ma, alla fine della primavera 2008, le pressioni giunte dagli Israeliani che vivono sotto il fuoco degli attacchi con i razzi inducono il governo israeliano a convenire un cessate il fuoco di una durata di sei mesi a partire dal 19 giugno. L’accordo, che termina formalmente il 19 dicembre 2008, precede immediatamente l’attuale guerra la quale inizia il 27 dello stesso mese.

La posizione ufficiale israeliana accusa Hamas di aver fatto fallire il cessate il fuoco. Quest’interpretazione è stata ampiamente adottata negli Stati Uniti, ma è ingannevole. I dirigenti israeliani aborrivano fin dall’inizio il cessate il fuoco e il ministro della Difesa Ehud Barak aveva dato all’esercito israeliano l’istruzione di cominciare a prepararsi per la guerra alla quale oggi assistiamo nel momento stesso in cui il cessate il fuoco era in fase di negoziazione, ossia nel giugno 2008. In più, Dan Gillerman, ex ambasciatore d’Israele all’ONU, fa sapere che Gerusalemme ha iniziato a preparare la campagna di propaganda al fine di vendere l’attuale guerra mesi prima che essa scoppiasse. Da parte sua, Hamas durante i primi cinque mesi di cessate il fuoco riduce drasticamente il numero dei suoi attacchi missilistici. In totale, nei mesi di settembre e ottobre, su Israele vengono tirati due razzi, nessuno dei quali da Hamas. Nello stesso periodo, come si è comportato Israele ? Ha continuata ad arrestare e ad assassinare dei Palestinesi in Cisgiordania e ha proseguito il suo blocco mortale che strangola lentamente Gaza… Poi, il 4 novembre, lo stesso giorno in cui gli Americani eleggono il loro nuovo presidente, Israele distrugge un tunnel che va dall’Egitto alla striscia di Gaza, uccidendo sei Palestinesi : è la prima grande violazione del cessate il fuoco e i Palestinesi – che « erano stati attenti a mantenere il cessate il fuoco », secondo l’Intelligence and Terrorism Information Center di Israele – replicano riprendendo a lanciare razzi. È la fine della calma che aveva prevalso dal mese di giugno e Israele inasprisce ulteriormente il blocco ed i suoi attacchi all’interno della striscia dio Gaza, mentre i Palestinesi controbilanciano con maggiori razzi su Israele. È il caso di far notare che, tra il 4 novembre e il 27 dicembre (giorno in cui Israele scatena la guerra), nessun Israeliano è stato ucciso da missili palestinesi.

Mentre monta la violenza, Hamas fa sapere chiaramente di non avere intenzione di prolungare il cessate il fuoco al di là del 19 dicembre, il che non ha niente di sorprendente, dato che esso non ha funzionato come previsto. Comunque, a metà dicembre, Hamas informa Israele di essere ancora disposto a negoziare un cessate il fuoco a lungo termine, purché comporti la fine degli arresti e degli omicidi, nonché del blocco. Ma gli Israeliani, avendo messo a profitto il cessate il fuoco per preparare la guerra contro Hamas, respingono quest’apertura. Otto giorni dopo la fine formale del fallito cessate il fuoco, inizia il bombardamento di Gaza.

Se Israele avesse veramente voluto fermare gli attacchi missilistici da Gaza, avrebbe potuto farlo combinando con Hamas un cessate il fuoco a lungo termine. E se Israele fosse stato autenticamente interessato alla creazione di uno Stato palestinese vitale, avrebbe potuto lavorare con il governo [palestinese] di unione nazionale al fine di mettere all’opera un significativo cessate il fuoco e cambiando il modo di pensare di Hamas in materia di « soluzione a due Stati ». Ma Israele ha un tutt’altro progetto : è determinato ad utilizzare la strategia del Muro di Ferro per indurre i Palestinesi di Gaza ad accettare la loro sorte di soggetti impotenti di un Grande Israele.

Questa brutale politica è chiaramente riflessa nel modo in cui Israele conduce la sua guerra a Gaza. Israele e i suoi devoti proclamano che « Tsahal » fa del suo meglio per evitare vittime civili, in alcuni casi prendendo enormi rischi di mettere in pericolo dei soldati israeliani. Che sciocchezza ! Una ragione per dubitare di queste dichiarazioni è il fatto che Israele rifiuti l’ingresso di giornalisti nella zona di guerra : non voglia che il mondo veda quello che i suoi soldati e le sue bombe stanno facendo nella striscia di Gaza. Nello steso momento, Israele lancia una massiccia campagna di lavaggio dei cervelli, nella speranza di coprire con delle frottole « positive » i racconti dell’orrore che comincia a filtrare.

Comunque, la miglior prova che Israele cerca deliberatamente di punire l’insieme della popolazione civile di Gaza è la morte e la distruzione che « Tsahal » infligge a questo piccolo pezzo di terra densamente urbanizzata. Israele ha ucciso più di mille Palestinesi, ne ha feriti oltre quattromila. Più della metà degli uccisi sono civili e molti di loro sono bambini. Il 27 dicembre, la prima salva israeliana viene sparata esattamente all’ora in cui i bambini escono da scuola e quel giorno uno dei primi bersagli di Israele è un importante gruppo di cadetti tutti usciti freschi freschi dalla scuola di polizia, i quali difficilmente possono essere definiti terroristi. In quella che Ehud Barak ha definito «guerra totale contro Hamas», Israele prende di mira un’università, scuole, moschee, case, edifici abitativi, uffici governativi e anche ambulanze. Un ex ufficiale israeliano, che vuole mantenere l’anonimato, spiega la logica che sta alla base della volontà israeliana di prendere di mira tutta la popolazione : « Hamas ha molteplici manifestazioni e noi ci sforziamo di colpirne tutto il ventaglio, perché tutto si regge assieme ed ogni sfaccettatura di Hamas sostiene il terrorismo contro Israele. »

In altre parole : tutti sono terroristi e tutto è un bersaglio legittimo.

Gli Israeliani hanno la tendenza ad essere brutali e, all’occasione, dicono quello che veramente stanno facendo. Dopo che il 6 gennaio « Tsahal » ha assassinato quaranta profughi civili palestinesi in una scuola dell’ONU, il quotidiano israeliano Ha’aretz scrive che « alcuni ufficiali superiori hanno riconosciuto che l’esercito ha utilizzato un’enorme potenza di fuoco ». Un ufficiale spiega che : « per noi, essere prudente significa essere aggressivo. Dal momento in cui siamo entrati a Gaza, ci siamo comportati come se fossimo in guerra. Questo sul campo crea enormi danni… Spero vivamente che quelli che sono fuggiti dalla zona della Città di Gaza in cui noi stiamo operando DESCRIVANO BENE L’ORRORE » [sottolineatura del traduttore].

Certo, si può accettare che Israele stia conducendo una « guerra crudele e totale contro un milione e mezzo di civili palestinesi », come ha scritto Ha’aretz in uno dei suoi editoriali, ma dire che questo, in fin dei conti, gli permetterà di raggiungere i suoi obiettivi di guerra e che il resto del mondo si affretterà a dimenticare gli orrori inflitti alla popolazione di Gaza è frutto della più pure auto-intossicazione. Primo, Israele non riuscirà a fermare molto a lungo i lanci di razzi finché non accetterà di aprire le frontiere della striscia di Gaza e finché non smetterà di arrestare ed uccidere dei Palestinesi. Gli Israeliani parlano molto di fermare le forniture di razzi e granate da mortaio alla striscia di Gaza, ma le armi continueranno ad arrivarci per tunnel segreti e con piccoli battelli in grado di infiltrarsi attraverso il blocco navale israeliano. Del resto, sarà impossibile controllare tutte le merci che saranno inviate a Gaza per i canali di rifornimento legittimi.

Israele potrebbe [anche] tentare di conquistare tutta la striscia di Gaza e controllarla totalmente. Se Israele vi schierasse uomini e materiali sufficienti, probabilmente questo fermerebbe gli attacchi missilistici. Ma, in questo caso, l’esercito israeliano sarebbe invischiato in una costosa occupazione diretta contro una popolazione profondamente ostile. Alla fine, gli Israeliani sarebbero costretti a partire e i lanci di razzi riprenderebbero più di prima. E se, verosimilmente, Israele fallisse nel porre fine ai tiri dei razzi e nell’impedirne la ripresa, la sua capacità di discussione sarebbe diminuita, non aumentata.

Ma, soprattutto, vi sono ben poche ragioni per pensare che gli Israeliani possano indurre Hamas ad un ripensamento ed ottengano che i Palestinesi accettino di vivere tranquillamente in un pugno di bantustan all’interno del Grande Israele. Israele umilia, tortura ed assassina dei Palestinesi nei territori occupati senza discontinuità dal 1967 e non è alla vigilia di domarli. Infatti, la reazione di Hamas alla brutalità israeliana sembra dare conferma all’osservazione di Nietzsche, secondo la quale quello che non vi uccide vi rende più forte.

Ma, pur immaginando che si verifichi l’inatteso e che i Palestinesi cedano, Israele sarebbe ugualmente perdente, perché diverrebbe molto rapidamente un paese di apartheid. Come ha detto di recente il primo ministro israeliano Ehud Olmert, se i Palestinesi non otterranno un loro Stato vitale, Israele si troverà di fronte ad un « conflitto di tipo sudafricano ». « Se avvenisse questo », ha affermato, « lo Stato di Israele sarebbe condannato». Eppure, Olmert non ha fatto proprio niente per fermare l’espansione delle colonie e per creare uno Stato palestinese in grado di svilupparsi. Al contrario, nei confronti dei Palestinesi si è sempre basato sulla strategia del Muro di Ferro.

Vi sono ben poche possibilità che le persone che nel mondo intero seguono gli sviluppo del conflitto israelo-palestinese dimentichino tanto presto l’orribile punizione che Israele sta perpetrando a Gaza. La distruzione è semplicemente troppo schiacciante perché non la si veda e troppo numerosi sono coloro – in particolare nel mondo arabo e nel mondo musulmano – che si preoccupano della sorte dei Palestinesi. In più, il discorso su questo conflitto di vecchia data, in questi ultimi anni, ha conosciuto in Occidente un cambiamento copernicano e numerosi sono coloro, tra di noi, che erano in totale simpatia con Israele e che oggi capiscono che gli Israeliani sono i boia e i Palestinesi le vittime. Quello che sta accadendo a Gaza non farà che accelerare questo cambiamento della percezione del conflitto e lascerà una macchia indelebile sulla reputazione di Israele.

Alla fine, quale che sia l’esito sul campo di battaglia, Israele non potrà vincere la sua guerra a Gaza. In realtà, Israele sta continuando una strategia – con un enorme aiuto dei suoi presunti amici della Diapora – che a lungo andare mette gravemente in pericolo il suo futuro.

Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFFpVFkypbXvnXpLF.shtml

[* John J. Mearsheimer è professore di scienze politiche all’Università di Chicago. È coautore del libro : Le Lobby pro-israélien et la politique étrangère américaine (publié aux Editions de la Découverte)
http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index.php?ean13=9782707152619%5D
Dalla versione francese curata da Marcel Charbonnier, traduzione italiana eseguita da Belgicus.
Giustifica
Fonte:
http://www.amconmag.com/print.html?Id=AmConservative-2009jan26-00006

martedì 27 gennaio 2009

I PROBLEMI ECONOMICI DI BARACK


Sembra prendere forma in questi giorni un nuovo “Washington consensus”, secondo il quale la capacità di indebitamento dell’amministrazione Usa è limitata. Sostanzialmente, si pensa che un pieno utilizzo di ciò che resta dei fondi del piano Tarp varato dall’amministrazione Bush, circa 650 miliardi di dollari, più un pacchetto di provvedimenti da 850-1.000 miliardi di dollari per il biennio 2009-2010 sia il limite superiore oggi dell’intervento di politica fiscale negli Stati Uniti. È una visione che non può durare a lungo perché dovrebbe essere ormai chiaro che anche l’intero stanziamento del Tarp non è sufficiente per rivitalizzare il settore finanziario.

LA CONTABILITÀ PUBBLICA PRUDENTE DEGLI USA

Una delle ragioni per le quali i deficit Usa sembrano così grandi è che la contabilità pubblica degli Stati Uniti è spesso più predente di quella europea. L’elemento chiave da tenere a mente quando si leggono i rapporti sui deficit fiscali Usa è che l’autorità ufficiale , il Congressional Budget Office (Cbo) conteggia come “spesa” nell’anno fiscale 2009, che va da settembre 2008 settembre 2009, il salvataggio delle agenzie di finanziamento e garanzia dei mutui ipotecari, come Fannie Mae e Freddie Mac, per un ammontare di 240 miliardi di dollari. Inoltre, il Cbo calcola che l’elemento di sovvenzione nel Tarp sia di circa il 25 per cento, che implica un’ulteriore spesa nominale per l’anno fiscale 2009 di 180 miliardi di dollari. Le stime per il 2009 del Cbo destinano dunque 420 miliardi di dollari a capitoli che la contabilità nazionale non considererebbe “spese”. Il pacchetto di misure biennali preso in considerazione dalla nuova amministrazione dovrebbe ammontare a circa 800-900 miliardi di dollari, ovvero 400-450 miliardi l’anno. Ciò significa che riportato a dati confrontabili con quelli europei (più il pacchetto Obama, meno le spese per salvataggi sui mercati finanziari), è probabile che il deficit federale degli Stati Uniti sia vicino alla cifra prevista dal Cbo, ovvero l’8-9 per cento del Pil. (vedi tabella)

Fonte: Cbo

IL TARP È SUFFICIENTE?

Anche una ricognizione sommaria dimostra come il costo fiscale, definito come aumento del debito pubblico, di una crisi finanziaria così diffusa come l’attuale, debba essere molto alto.
Crisi di questa portata costano di solito molte decine di punti percentuali di Pil. Ma il totale dei fondi mesi a disposizione dal Tarp è di soli 700 miliardi di dollari, circa il 5 per cento del Pil. È troppo poco per far fronte alla più grave crisi degli ultimi cinquanta anni.
Una crisi che ha contagiato l’intero mercato dei mutui americani e si è estesa alla maggior parte delle altre forme di credito alle famiglie (auto, carte credito, prestiti personali e così via), non può essere risolta a buon mercato.
Il costo complessivo dove per forza essere molto superiore al 5 per cento del Pil, se solo si considera che il debito complessivo delle famiglie americane ammonta a circa 14mila miliardi di dollari, vale a dire il 100 per cento del Pil. Con i prezzi delle case che probabilmente scenderanno di un ulteriore 30 per cento (una stima ragionevole se si considera che il rapporto prezzi-affitti è ancora ben al di sopra dell’equilibrio a lungo termine) le perdite sui mutui si attesteranno probabilmente tra il 20 e il 30 per cento. Si deve poi tener presente che i mutui americani sono di fatto (e spesso di diritto) “non rinegoziabili”, il che significa che il debitore può limitarsi a mandare indietro le chiavi alla banca se il valore della casa scende al di sotto della somma che ancora deve restituire. Con un totale di mutui in sospeso di circa 10mila miliardi (70 per cento del Pil), perdite del 20-30 per cento implicherebbero perdite per il sistema finanziario di 3mila miliardi, vale a dire circa il 20 per cento del Pil. A questo si dovrebbero aggiungere le perdite di circa 4mila miliardi di credito al consumo alle famiglie e altri debiti in sospeso. Con una forte recessione in corso, l’insieme delle dei debiti per le famiglie può essere considerevole. Il totale delle perdite del solo sistema finanziario sui prestiti alle famiglie americane, deve essere perciò superiore ai 3mila miliardi. Se il sistema bancario americano e il sistema finanziario nel suo complesso vuole riprendersi, deve riuscire a ripulirsi da queste perdite. Altrimenti le banche non riprenderanno a erogare nuovamente credito. Qualsiasi operazione che vuole ripulire il settore finanziario deve perciò essere di almeno il 20-25 per cento del Pil. Questa è la dimensione della sfida che deve affrontare il neo presidente Barack Obama.

di Daniel Gros

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000897.html

QUESTO FEDERALISMO NON HA I NUMERI


Un Maestro e il suo discepolo traversano a dorso di cammello il deserto del Gobi. Il Maestro è immerso in profonde riflessioni, il discepolo gli lancia di tanto in tanto occhiate timorose. Alla fine, raccolto tutto il suo coraggio, gli rivolge una domanda.

D. Maestro, perché il grande sacerdote Tremontius non tira fuori un numero che sia uno sul federalismo fiscale? Possibile che non si possano stimare gli effetti finanziari di una legge dopo vent’anni che se ne discute?
M. Discipule, il federalismo fiscale nella legge delega è come l’elettrone, che è potenzialmente dappertutto e la cui funzione d’onda collassa determinandone la posizione solo nel momento in cui qualcuno si decide a osservarlo. Ci sono talmente tante possibili variazioni nella legge - tributi, funzioni, strumenti di perequazione, costi e fabbisogni standard e così via - che questa può implicare tutto e il contrario di tutto in termini di distribuzione delle risorse tra centro e autonomie e tra le diverse autonomie. La legge delega collasserà, determinando una posizione precisa, solo quando il governo si deciderà a osservarla, con i decreti attuativi, fornendo un’interpretazione univoca alle dozzine di variabili in gioco.

D. Maestro, ma allora perché Tremontius non lo fa subito e usciamo da quest’assurdità in cui tutti discutono di qualcosa che non si sa cos’è e il Parlamento perfino la vota?
M. Perché nel momento in cui il governo la osserva, e la legge delega collassa in un punto preciso, si determineranno vincitori e vinti, si capirà chi ci guadagna e chi ci perde, e la tenuta della maggioranza sarà a rischio. La cosa migliore per il governo sarebbe trovare una soluzione in cui, almeno all’inizio, tutti ci guadagnano e nessuno ci perde. Dati gli equilibri politici nella maggioranza, questo vorrebbe dire una soluzione in cui si riesce a lasciare un po’ più di soldi agli enti territoriali del Nord, senza toglierli a quelli del Sud. La manovra finanziaria per il 2009 e la revisione dei fondi strutturali europei anche a questo mirava. Ma la crisi economica ha tolto fiato alla strategia, si viaggia a vista, e dunque Tremontius prende tempo e rimanda.

D.Maestro, ma allora ha fatto male l’opposizione ad astenersi?
M.Discipule, le vie della politica italiana sono più difficili da interpretare di quelle delle stelle nel cielo. Non votando contro, l’opposizione ha ottenuto di rimanere in gioco in una riforma importante. E imponendo che il primo decreto attuativo sia presentato entro un anno dalla approvazione della legge, ha costretto il governo a non rinviare la questione sine die e a mostrare le carte prima del previsto, ponendolo in potenziale difficoltà.

D. Maestro, ma al comune cittadino che gliene importa in questo momento del federalismo fiscale? Non ha problemi più seri da risolvere, tipo mettere assieme il pranzo con la cena?
M.Il federalismo fiscale, nel senso di maggior autonomia in un quadro di accresciute responsabilità, fa sicuramente bene al paese e ancor più alle parti più deboli di questo, perché implica maggiore efficienza nella spesa locale, cioè nel 60 per cento della spesa pubblica, tolte pensioni e interessi. Ma implica scelte difficili, revisioni nella distribuzione delle risorse tra centro e periferia e tra le periferie, sanzioni serie nei confronti di un ceto politico locale spesso parassitario, la perdita di potere delle burocrazie nazionali. È complicato da introdurre, anche se la nostra stessa Costituzione ce lo impone.

D. Maestro, considerate tutte queste difficoltà, invece di imbarcarsi in una mega-riforma che nessuno sa dove porta, non sarebbe stato meglio agire in modo più puntuale? Per esempio, migliorare il finanziamento della sanità, rivedere il sistema tributario locale, razionalizzare i trasferimenti erariali, dare risorse e funzioni in più solo agli enti territoriali che hanno mostrato di meritarselo?
M. Qui sei ingenuo, discipule. Lo strumento della legge delega era necessario, perché l’obiettivo dichiarato è quello di riportare gli attuali sistemi di finanziamento e perequazione degli enti territoriali a quanto previsto nella Costituzione. E questo comporta comunque scelte tecniche, non riconducibili alla legislazione normale. Ma è vero che non c’era bisogno di rimettere in discussione tutto e subito. Fissato il quadro generale, si poteva procedere per gradi. Però, l’idea della “grande riforma”, il tutto e subito, risponde molto meglio alle esigenze di spettacolarizzazione della comunicazione politica.

di Massimo Bordignon
Link:
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000902.html

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