lunedì 29 dicembre 2008

La bolla gigantesca

Il sistema finanziario del mondo ricco si sta dirigendo verso un crollo. Per la prima volta in settant’anni si è avuto paura di una corsa indiscriminata a ritirare i depositi dalle banche, mentre il sistema bancario «ombra» - agenti, prestatori di mutui non bancari, strumenti strutturati di investimento, hedge funds, fondi monetari di mercato e società di private equity - sta correndo rischi sulle sue passività a breve termine.

Dal lato dell’economia reale, tutte le economie avanzate - che rappresentano il 55 per cento del Prodotto interno lordo globale - erano entrate in recessione anche prima del pesante shock finanziario iniziato alla fine dell’estate 2008. Di conseguenza, ci troviamo oggi di fronte a una recessione, a una crisi finanziaria severa e a una profonda crisi bancaria nelle economie avanzate.



I mercati emergenti hanno inizialmente subito le conseguenze di questa crisi solo quando gli investitori stranieri hanno cominciato a ritirare i loro investimenti. Poi il panico si è diffuso sui mercati di credito, monetari e valutari. 

Evidenziando così la vulnerabilità dei sistemi finanziari di molti Paesi in via di sviluppo e di settori aziendali che, di fronte all’espansione del credito, si sono indebitati a breve e in valute estere.

I più fragili sono stati i Paesi con un grande deficit di conto corrente e/o con un grande deficit fiscale e con forti debiti in valute estere a breve termine. Ma anche quelli con la migliore performance - come Brasile, Russia, India e Cina - sono adesso a rischio di un atterraggio brusco. Molti mercati emergenti stanno quindi rischiando una grave crisi finanziaria.

La crisi è stata causata dalla più grande bolla finanziaria e creditizia della storia, causata da un uso estremo della leva finanziaria. L’utilizzo della leva finanziaria e le bolle speculative non si sono limitati al mercato immobiliare americano, ma hanno caratterizzato il mercato immobiliare anche di altri Paesi. Inoltre, al di là del mercato immobiliare, in molti sistemi economici vi è stata un’eccessiva concessione di prestiti da parte di istituzioni finanziarie e di alcuni settori di impresa e della pubblica amministrazione. Il risultato è che ora stanno esplodendo contemporaneamente una bolla immobiliare, una bolla dei mutui ipotecari, una bolla del mercato azionario e obbligazionario, una bolla del credito, una bolla delle materie prime, una bolla del private equity e degli hedge fund.

L’illusione che la contrazione economica negli Stati Uniti e nelle altre economie avanzate sarebbe stata profonda ma breve - una recessione cioè di sei mesi a V - è stata sostituita dalla certezza che la crisi sarebbe stata una lunga e protratta recessione a U, che può durare almeno due anni negli Stati Uniti e si avvicina ai due anni in gran parte dei Paesi nel resto del mondo. In più, dato il rischio crescente di un collasso del sistema finanziario globale, non si può neppure escludere la prospettiva di una recessione a forma di L della durata di una decina d’anni: come quella vissuta dal Giappone dopo il collasso della sua bolla immobiliare e azionaria. 

Nouriel Roubini (Docente di Economia presso la New York University e presidente di RGE Monitor)
Fonte: www.lastampa.it/
Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5414&ID_sezione=&sezione

Il traffico di organi nei Balcani e le Nazioni Unite

Il controverso caso del traffico di organi tra Kosovo ed Albania dei prigionieri serbi, potrebbe giungere ad una svolta dopo che verranno rese note le indagini delle autorità serbe e delle Nazioni Unite. Dopo che le rivelazioni di Carla del Ponte hanno sconvolto il popolo serbo, le indagini condotte dalla Procura serba hanno avuto una diversa attenzione da parte della Comunità Internazionale, pur incontrando ancora molteplici ostacoli. L’Albania ha infatti respinto ogni cooperazione con la Serbia per formare una squadra comune composta da ricercatori serbi, albanesi e rappresentanti della Comunità Internazionale. Contemporaneamente, il procuratore serbo Vladimir Vukcevic si è recato un mese fa a New York per esporre i risultati del dossier elaborato dalla Serbia, chiedendo in consegna una copia del rapporto della missione ONU del 2000, dal quale erano state sottratte ben 9 pagine, le quali contenevano i nomi delle persone coinvolte direttamente nel sequestro e nella deportazione dei serbi. 

Secondo alcune fonti, il rapporto dell’ONU del 2004 rileva l’esistenza di una fossa comune ad un chilometro e mezzo da Burrel, Albania, nella quale - secondo le stesse indagini della squadra delle Nazioni Unite - sono stati probabilmente seppelliti i corpi di serbi, rom e albanesi oppositori dell’UCK, divenute poi vittime del traffico d'organi. Il rapporto ONU 2004 non è stato ancora presentato, nonostante sia stato richiesto già due volte dalla procura serba. Secondo lo stesso rapporto, gli organi venivano sottratti ai corpi in un cementificio nei pressi di Burrel, per essere poi preparati per il loro traffico nel mercato europeo. Sembra che all’interno del dossier, siano stati inserite anche le foto del cementificio e della fossa, con ulteriori dettagli dei crimini compiuti nella casa gialla d’Albania, come strumenti chirurgici e medicine. José Pablo Barajbar, membro della squadra d’investigazione ONU, ha confermato per AFP che la sua squadra ha svolto delle indagini preliminari sul traffico di organi. Rispondendo alle domande sulla reale esistenza del traffico di organi, Barajbar ha affermato che vi sono delle possibilità che tali crimini siano stati compiuti, e che serbi, rom e anche albanesi, siano stati deportati in Albania. Tuttavia, sembra davvero strano che Barajbar confermi solo ora le indagini ONU, dopo che è stato più volte accusato - anche dagli stessi colleghi membri del team di inchiesta - di aver negato l’esistenza di un'indagine sul traffico d’organi in Kosovo, nella quale egli stesso ha partecipato nel 2000, mentre esistono forti sospetti che sia lui il responsabile dell’occultamento delle 9 pagine del rapporto ONU.

Dalle indagini del team serbo, la "casa gialla" sembra sia servita per preparare i pazienti alle operazioni, che invece si tenevano presso la clinica psichiatrica di Burrel, detta "carcere 320". I prigionieri venivano deportati in vari villaggi albanesi, come Kukes, Bajram Curri, Koljs, attraverso un tunnel che collegava il Kosovo con l’Albania, nonché attraverso le frontiere non controllate di Caf, Prshit e Vrbnica. La procura serba ha scoperto inoltre che il Premier albanese Sali Berisha è collegato a Ramush Haradinaj, direttamente coinvolto nel traffico di organi dal Kosovo. Si sospetta che, proprio per questo motivo, gli ufficiali albanesi abbiano rifiutato ogni collaborazione con la Serbia. Rifiuto che è giunto poco dopo la visita di Ramush Haradinaj in Albania per incontrare Sali Berisha. Secondo la procura serba questa visita ha avuto come scopo quello di concordare la distruzione delle prove esistenti sul territorio albanese che riconducono alla mano di Haradinaj, come le tracce che conducono alle carceri e ai luoghi in cui avvenivano le operazioni sui prigionieri.
Le prove in possesso della Procura per i crimini di guerra di Belgrado dimostrano che Ramush Haradinaj, dopo la guerra nel 1999, si recava spesso in Albania per gestire personalmente il traffico di essere umani, che dalla miniera di Kruma in Kosovo, venivano deportati in Albania. Secondo la Procura, Haradinaj si recava in Albania in aereo, almeno una volta al mese, per poi fare ritorno con una borsa piena di soldi. Fonti della polizia serba sottolineano che, nel mese di settembre, sono giunti in Albania, oltre che Ramush Haradinaj, anche Hashim Tachi, Hafer Haliti e i Generali Sulejman Selimi e Sami Lushtaku, per gli stessi motivi. Tutti loro posseggono a Pristina decine di immobili , sicuramente acquistati con i soldi del traffico di organi e altre attività criminali.

Per far luce sul collegamento Albania-Kosovo, il Consiglio Europeo ha pianificato l’invio di un loro rappresentante, Dick Marty, a Tirana e a Belgrado. Questi dovrà esaminare le prove e i fatti evidenziati dal fascicolo del traffico di organi, detto "33-08", nonché i dettagli sui conti correnti bancari delle persone che inviano donazioni per finanziare l’UCK. Tra questi vi sono anche i fondatori di varie ONG, utilizzate per deviare il percorso del denaro per raccolto nel traffico degli organi. Resta ora da vedere cosa scoprirà il fascicolo di Dick Marty, per far luce non solo sui personaggi coinvolti nel traffico di organi, ma anche per dare delle risposte chiare ai familiari dei serbi, rom e albanesi che hanno perso la vita dei propri cari.

Biljana Vukicevic

Link:http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16554

Morite in pace ma morite....


E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

(testo raccolto da Francesca Borri)

di Mustafa Barghouti

Link:http://it.peacereporter.net/articolo/13403/La+vostra+indifferenza

Alcune scomode verità sulla guerra in Afghanistan


Martedì 9 Dicembre, su “La Repubblica“, Guido Rampoldi ha ridato fiato, preceduto da altri “illustri colleghi“, alla solita solfa sulle massicce offensive dei pashtun in due terzi dell’Afghanistan, prendendo a pretesto, questa volta, un “fatto di guerra“ dai contorni  molto, ma molto sospetti, come l’assalto a Peshwar, in Pakistan, di “200 terroristi” (chissà come avranno fatto a contarli) ad un deposito di camion e blindati destinati al rifornimento logistico e militare di ISAF in Afghanistan.

“Terroristi” che sarebbero misteriosamente arrivati sul posto - ce lo ha detto l’Ansa -  in quantità industriali per non dare nell’occhio, e che poi altrettanto misteriosamente si sarebbero eclissati senza lasciare tracce dopo aver incendiato un parco di camion e di blindati e prelevato, come è stato precisato, centinaia di litri di  benzina da un distributore di carburante nelle vicinanze, per evitare costi aggiuntivi sulle spese di trasferta, trafficare allo scoperto e allungare di un bel po’ i tempi del blitz. 

Insomma, per il giornalone della FINEGIL a conclusione del  clamoroso “raid“ le carcasse bruciate dei “mezzi“ di proprietà di ISAF, sorvegliati, guarda caso, da una ridottissima squadra di “polizia privata“ costretta a capitolare senza sparare un colpo, starebbero a dimostrare che i “terroristi” che fanno riferimento all’inafferrabile Mullah Omar e alla rete di al-Qa’ida  sono ormai in grado di tagliare, nelle zone di confine tra Afghanistan e Pakistan,  le linee di approvvigionamento della NATO.

La versione accreditata da “La Repubblica“, con tutta evidenza posticcia nella ricostruzione come successo di recente per “l’assalto dal mare a Mumbay“,  non può non apparire finalizzata a far da spalla e da cassa di risonanza all’allarme rosso lanciato a scadenze settimanali dai Comandi della Coalizione Isaf-Enduring Freedom: aumentata pericolosità del “nemico“, numero di attentati in vertiginosa crescita, controllo della guerriglia di intere regioni, quindi conseguente necessità dell’invio di altri  “scarponi“ e di  attrezzature belliche con destinazione Kabul da Europa e Italia, come da sollecitazione arrivata appena qualche giorno fa  agli  “Alleati“  dall’entrante Presidente Barack Obama.

Un senatore dell’ Illinois arrivato alla Casa Bianca spendendo oltre 700 milioni di dollari  raccolti dal militante sionista Rahm Emanuel.

Il coinvolgimento sempre più massiccio dei Paesi dell’Unione Europea in Afghanistan se permette agli USA, da un lato, di usurarne il livello finanziario e politico, dall’altro, rende meno traumatiche le spese del Pentagono.  

Per l’attacco a Peshawar, a pensar male, potremmo addirittura trovarci di fronte ad una “operazione coperta“, magari organizzata dalla CIA per mettere in difficoltà l’ISI e il Governo di Ali Asif Zardari ed aprire le porte a qualche inseguimento a caldo di Enduring Freedom e di ISAF nell’ovest del Waziristan sul “modello Laos e Cambogia” durante la guerra del Vietnam, con conseguente allargamento del fronte dei combattimenti, fino ad arrivare ad una occupazione “temporanea“ da parte di USA e NATO delle Aree Tribali per  debellare in Pakistan formazioni “ribelli” che applicano in Afghanistan un contrasto a macchia di leopardo e a bassa intensità.

Un avvertimento trasversale della Coalizione Alleata, Gordon Brown in primis, a Islamabad  perché annienti con  la  forza l’“estremismo islamico“ sul  suo territorio?  

Se si crede che gli USA abbiano attaccato l’Afghanistan nel Novembre del 2001 per ritorsione all’attentato dell’11 Settembre alle Twin Towers e per un coinvolgimento di  elementi di al-Qa’ida provenienti da campi di addestramento di quel Paese, vuol dire che si è fuori strada.

Nessun analista indipendente è ancora riuscito a dare una spiegazione affidabile dei perché l’Amministrazione Bush abbia dato luce verde a una nuova avventura bellica degli USA in quella parte profonda dell’Asia.

Le linee di confine di Stato in questo tumultuoso inizio di XXI secolo, una volta saltate le regole del diritto internazionale (Bosnia 1992, Serbia 1999) sono ormai elastiche e permeabili con il placet del Palazzo di Vetro. 

Il peace- keeping ed enforcing lautamente finanziato con centinaia di miliardi di dollari, raccolti  in occasione di misteriosissimi Summit da Governi Occidentali, Banca Mondiale, FMI e Organizzazioni Private come successo a Luglio 2008 con la partecipazione di  Sarkozy, Ban Ki Moon e Barroso a Parigi, è ormai una pratica ormai largamente utilizzata. 

Gli Usa e  Alleati,  facendo affidamento sulle nuove tecnologie (leggi… sistemi d’arma ad altissima efficacia distruttiva), contavamo - e contano ancora oggi - di  poter  arrivare alla totale pacificazione del “nemico“, al definitivo controllo dei territori occupati e allo  sfruttamento delle fonti energetiche, come nel caso dell’Iraq, con un impegno finanziario e militare sopportabile in cui il gioco valga la candela.

La criticità geopolitica che sta collaterando le crociate della “democrazia esportata con la forza“ dimostra invece che sia a Washington che a Bruxelles si è fatto i  conti senza l’oste.

Quando si altera con un intervento armato esterno un equilibrio religioso, culturale, etnico o territoriale preesistente in cui l’intruso viene percepito come una minaccia, la conseguenza più immediata e naturale è quella  di far uscire dal nido uno sciame di  vespe. 

La ricerca applicata ai sistemi d’arma, le capacità finanziarie, industriali e militari di USA e NATO non offrono più i mezzi per mettere in campo una politica efficace della “sicurezza“. Non lo diciamo noi, non è il nostro linguaggio. Lo sostengono  gli esperti della NATO.

L’instabilità dei teatri di guerra logora l’aggressore che opera su un territorio enormemente esteso, estraneo, ad elevata minaccia di ostilità e che lo costringe ad allungare e disperdere in mille rivoli le linee di approvvigionamento logistico e la presenza sul terreno. 

Dal Vicino Oriente al Centro Asia, dai Balcani all’Africa Sub-Sahariana o Equatoriale, le guerre, anche per procura, di USA e Alleati pur impegnando enormi risorse finanziarie non riescono più ad ottenere un risultato definitivo di pacificazione nelle aree continentali aggredite.

I conflitti più recenti come quelli in Iraq e in Afghanistan stanno lì a dimostrarlo: due regioni del mondo attraversate da differenti livelli di “civilizzazione“ ma da un identico e manifesto  rifiuto per la “democrazia“ portata con la forza delle armi. 

L’offerta di libertà di USA ed Europa non fa più breccia né nel cuore dei Popoli dell’America Indiolatina né in quelli del Vicino Oriente, di  Africa e Asia.

In Afghanistan non esistono strutture artigianali o industriali di esplosivi, né fabbriche di armi. Non c’è produzione né di nitrato d’ammonio né di magnesio, o traccia di depositi con fertilizzanti di sintesi.

Solo a Peshawar, in Pakistan, esistono botteghe dove si costruiscono artigianalmente ogni anno copie di armi corte e lunghe di fabbricazione sovietica in un numero mai superiore a qualche centinaio.

L’esplosivo per organizzazione di  sporadici “attentati“ contro blindati in transito di ISAF e di Enduring Freedom viene ricavato da giacenze datate di proiettili di artiglieria, da mortaio e da munizionamento per carri armati già in dotazione all’Armata Rossa e poi all’esercito afgano. Per ricavarne una quantità appena sufficiente a procurare danni limitati - lo ha detto chiaro e tondo anche il Gen. Mini - un nucleo pashtun deve affrontare frequentemente perdite per esplosioni accidentali dovute ad imperizia nella manipolazione e nell’assemblaggio delle cariche ancora prima di dover coprire i rischi del trasporto e i  tempi occorrenti all’ occultamento   al dileguamento dei sabotatori.  

Insomma, per USA e Alleati in Afghanistan la possibilità di andare incontro a una Little Big Horn con tanto  di colonnello Custer alla guida del 7° Cavalleria assalito e distrutto da Cheyenne e Lakota  è  totalmente da escludere.

Chiunque sostenga  il contrario, con qualche articolata menzogna, è un agente prezzolato al servizio di USA e NATO. Ferrara con “Panorama” aprì  le danze, e con “Il Foglio” continua a farlo per conto dei Poteri Forti che occupano il nostro Paese. 

La verità è che i guerriglieri “taliban“ hanno meno di archi e frecce e sopratutto non hanno cavalli da cavalcare a pelo per allontanarsi dal terreno scelto per agguato ed evitare la distruzione da terra e dall’aria.

Il materiale esplodente per cave e  sbancamenti  arriva in Afghanistan dal Pakistan o per via aerea. I depositi esistenti  sono sotto  stretto controllo  di  Isaf ed Enduring Freedom.

I nuclei di guerriglieri pashtun hanno a disposizione per contrastare la formidabile macchina bellica dei “liberatori“ solo degli AK 47 e degli RPG 7, non hanno centri comando, capacità di comunicazione e di spostamento. L’uso di qualsiasi telefono satellitare attirerebbe sul nucleo combattente, nel tempo di una-due ore, una grandinata di proiettili di mitragliatrici pesanti, di razzi e bombe a frammentazione.

Controllano qualche area dell’Afghanistan perché nativi di villaggi dispersi su altipiani e  montagne giudicati dai Comandi Alleati di scarsa o nulla importanza strategica, lontani da  rotabili e da depositi, da basi di Isaf ed Enduring Freedom.

Qualsiasi concentramento sospetto di “taliban“ vicino a  strutture militari, a commissariati, a punti di passaggio obbligato, strade, ponti, dighe, acquedotti, centrali elettriche sotto il controllo dell’Afghan Police e della Coalizione viene costantemente monitorato da Predator  ed  elicotteri  da ricognizione e attacco.

Per quando riguarda l’Italietta c’è un grumo infetto di sostegno politico e mediatico a Isaf e a Enduring Freedom.

Un grumo invasivo, con metastasi, di Poteri Forti, bancari, istituzionali e politici, che alimenta le guerre segrete della NATO travestendole da “operazioni di pace”: un’organizzazione che fa indubitabilmente capo al Quirinale e al Consiglio Supremo di Difesa.

L’ultima “sessione“ a ranghi completi del CSD si è concretizzata il  2  Ottobre,  a 24 ore dal decollo da Ciampino del generale USA David Petraeus, dopo una serie di colloqui  strettamente riservati intrecciati con Berlusconi, Frattini, La Russa eNapolitano oltre che con il  Capo di Stato Maggiore delle FF.AA. Camporini e i Comandi del Centro Operativo Interforze di Centocelle.

Una visita che sarà omaggiata anticipatamente dal CdM, riunito a Palazzo Chigi, il 23 Settembre, con la decisione d’inviare in Afghanistan  4 cacciabombardieri Tornado IDS.

Dal 1 Ottobre al 9 Dicembre sono passati poco più di 40 giorni, ed ecco che torna a farci compagnia sbarcando all’aeroporto militare di Roma il solito Petraeus, il leone dell’Iraq , il cosiddetto gestore vittorioso del “surg“, carico di decine di patacche e di un numero altrettanto incredibile di nastrini appiccicati sull’uniforme.

Questa volta non più come inviato di  un’Amministrazione Bush in liquidazione, ma come capo militare del Pentagono retto da quel Robert Gates che è stato confermato Segretario alla Difesa dall’entrante e già deludentissimo Barack Obama .

Ricevuto come un Capo di Governo da Berlusconi a Palazzo Chigi dopo aver incontrato i Ministri della Difesa, degli Esteri e, in gran segreto, Giorgio Napoletano, è tornato da dove era venuto: dalla base dell’Air Force Mac Dill di Tampa Bay in Florida, dopo aver precisato a chiare lettere che… “sarà la NATO a stabilire la necessità di altri eventuali invii di forze in Afghanistan“, ed aver espresso particolare apprezzamento per l’Arma dei Carabinieri, definendola  “gendarmeria da piedistallo“, alla pari con la fama sportiva di Michael Jordan e il suo “dream team“.

La NATO, dunque, per USA e Pentagono ormai come cardine decisionale, non i  Governi Nazionali! 

Quisquilie. Il secondo blitz a Roma di Petraeus ha avuto di fatto una duplice valenza: politica e militare. È venuto a dare ordini, che non devono essere né spediti per corriere diplomatico né passare per il Ministero della Difesa. Il Gran Capo dei Visi Pallidi vuole catene decisionali corte, cortissime e unicamente contatti faccia a faccia perché niente di quello che dice e delle riposte che riceve deve trapelare all’esterno.

Si è solo fatto sapere a mezzo Ansa che il generale a quattro botte è troppo navigato per trattare di persona qualche variazione in più nel numero dei soldati italiani da schierare in Afghanistan.

La verità è emersa una manciata di ore più tardi con una dichiarazione rilasciata ai media da La Russa, meglio conosciuto come il ‘saltimbanco di Palazzo Baracchini’ per conto dello Zio Sam, il  papà di Geronimo in omaggio e ricordo dell’ultimo capo spirituale e militare degli Apache Chiricahua sterminati dai lunghi coltelli e dai winchester dei Soldati Blu insieme a squaw, anziani e bambini. Una vergognosa foglia di fico che serve al Reggente di Alleanza Nazionale per continuare a convincere e forse a convincersi di essere diverso da quello che è: un servo prezzolato che mente, nei numeri e nelle dotazioni d’arma, consapevolmente, alla Commissione Difesa, e anche a quella Esteri  presieduta da Fiamma Nirenstein, in carica PdL. 

di Giancarlo Chetoni

Link:http://www.cpeurasia.org/?read=16253

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