mercoledì 24 dicembre 2008

All'ombra della svastica


Provo ad aprire la mano per stringere la sua, ma non faccio in tempo. Un breve contatto e le sue dita aperte scorrono sotto il mio avambraccio per chiudersi quasi all’altezza del gomito. D’istinto, anche le mie premono sul suo gomito, e il gesto è quasi simultaneo. Metropolitana Tretiakovskaya, cuore di Mosca, sette di sera. Come Sergei, anche gli altri adolescenti, giunti con qualche minuto di ritardo all’appuntamento stabilito, si presentano a me con lo stesso rituale saluto, in un reciproco impugnarsi l’avambraccio. Hanno il cranio rasato e l’abbigliamento conforme ai dettami della loro sub-cultura: pantaloni con i risvolti in fondo, a mostrare gli anfibi lucidi, fibbie con svastiche e croci celtiche, tatuaggi, catenine di metallo che escono dalle tasche, piercing. Sono i giovani esemplari della nuova generazione russa diskinhead.Delitti razziali. ‘Paièhali’, fa Sergei. ‘Andiamo’, e ci mettiamo in marcia verso il luogo dell’‘incontro’. Un luogo che fino ad ora mi è stato tenuto segreto. Mentre seguo i loro passi sulla neve fresca non posso che pensare al mio volto. Per tentare di dissimulare le mie chiare origini caucasiche ho provato a radermi. Ma so che non basterà certo questo a mettermi al riparo da qualche sguardo sospettoso, se non da eventuali, spiacevoli sorprese. Nel solo mese di gennaio, secondo i dati dell’organizzazione di monitoraggio indipendente ‘Sova’, i delitti a sfondo razziale in Russia sono stati tredici. Metà sono stati commessi a Mosca. Si ammazzano i ceceni, gli azeri, i kazaki, i tagiki, gli armeni, i georgiani. Si ammazzano i caucasici, appunto. I ‘culi neri’, come qui li chiamano quelli che li disprezzano. Li ammazzano gli skinhead. Appunto.Revival slavo. La sorpresa, a prima vista, è invece piacevole: un palazzo ottocentesco ben curato e illuminato, di colore giallo ocra, con gli stucchi bianchi e i tendoni amaranto. La scritta rossa sul cancello recita: ‘Fondazione per la conservazione della cultura slava’. E’ uno degli istituti – mi viene detto – più onorati e finanziati del Paese. Specie da quando i russi, riavutisi dal collasso economico, dallo smarrimento sociale e dal trauma psicologico seguito alla dissoluzione dell’impero, si sono riscoperti russi. L’ascesa al potere di Putin si è accompagnata a una nuova ondata di nazionalismo, e la retorica anti-occidentale dell’ex presidente ha alimentato una frenetica riscoperta dei simboli, delle istituzioni e della cultura slava. In questo rinascimento identitario è stata la chiesa ortodossa a farsi veicolo della coscienza e dell’orgoglio nazionale. Infatti: dopo che il guardarobiere all’ingresso, incurante della provenienza e dell’abbigliamento degli ospiti, ha raccolto i giubbotti, vengo introdotto in un’ampio salone e presentato a unpope, un prete ortodosso. Gli otto ragazzi e le quattro ragazze skinhead si siedono attorno a un enorme tavolo circolare.La fede che purifica. Padre Pavel, occhi azzurri e barba folta, lunga fino al petto, comincia così il suo informale sermone: “Preparatevi a difendere la vostra madrepatria”. La predica abbonda di metafore, riferimenti storici, richiami al mito. Come un maestro di scuola media con i propri allievi, dopo l’esposizione di ogni concetto, il religioso fa una pausa per verificare la loro attenzione. Li scruta, uno ad uno, mentre procede nell’opera di indottrinamento. “Bisogna pregare, perché è nella fede che si trova l’antidoto al male. La fede può salvarvi da ogni peccato”. Qualcuno sghignazza, altri si lanciano occhiate complici. I più attenti hanno lo sguardo sostenuto, le braccia conserte e i tatuaggi in bella vista. “Solo con la preghiera l’animo si può purificare”. Pone anche domande, padre Pavel: “Perché bisogna difendere la nostra madrepatria?”. “Per evitare le invasioni, le aggressioni che minacciano il Paese”, gli viene risposto. “Durante il periodo imperiale – continua il sacerdote – il crimine più grave era quello contro la fede ortodossa. Sappiate che anche oggi il nostro Paese sta subendo un’occupazione. Anche oggi la fede e la nazione sono minacciate. E poiché la fede è lo spirito della nazione, può essere necessario difenderla anche con la spada. Ma se non potete combattere contro il male, almeno non dovrete prendervi parte”.Ebrei e musulmani. Le allegorie a volte lasciano il posto ad allusioni ben precise, e il ‘male’ prende progressivamente forma, incarnandosi non più in un generico nemico esterno, ma in qualcosa dalla fisionomia ben più concreta: “Guardate i musulmani cos’hanno fatto ai nostri fratelli, prigionieri in Afghanistan e in Cecenia. Come si può torturare e uccidere in nome di Dio? Le moschee stanno spuntando come funghi in Russia. Se non combattiamo questa pericolosa tendenza, un giorno ci sveglieremo e la Russia sarà musulmana”. Poi, nuovamente, un appello alla fede e alla preghiera: “Solo con l’aiuto della fede ci si può salvare. Le preghiere purificano e difendono l’uomo in battaglia. Conoscete la storia di quel soldato russo che, nella Seconda guerra mondiale, pregò tutta la notte e il giorno successivo riuscì a uccidere in battaglia diciannove tedeschi, e senza sprecare un proiettile?”.La difesa della patria. “Padre, ma allora uccidere è o no peccato?”. “Poiché la vita non è perfetta – dice il pope, evitando sempre di rispondere direttamente alla domanda – a volte bisogna impugnare la spada e punire. Ricordate però che il miglior modo per difendere la nostra terra dai colonizzatori è quella di purificare le loro anime con la fede”. “Padre – fa uno – abbiamo diritto all’estremismo in casa nostra?”. “Dato che non è possibile cacciare definitivamente gli scarafaggi di casa – senza ovviamente citare chi siano gli scarafaggi – allora è necessario tenere pulita la casa. Ricordate anche – a degna conclusione del ragionamento – che l’ebraismo è come il satanismo. La sopravvivenza della madrepatria dipende da voi”. Qualche secondo di pausa e, prima che il discorso termini, estraggo la macchina fotografica dallo zaino. Improvvisamente i ragazzi si agitano. Alcuni si coprono il volto, altri mi fanno cenno di ‘no’ con la mano. Il padre continua imperturbabile a parlare, mentre mi allontano per evitare primi piani indesiderati. Riesco a cogliere solo alcune immagini d’insieme.Wehrmacht originale. Padre Pavel ha finito. Uno dei ragazzi, arrivato nel salone quando l’incontro era già iniziato da un pezzo, mi si avvicina: ‘Giurnalist?’. ‘Sì’, faccio io. In un gesto di spavalda vanteria si alza la felpa e mi mostra un tatuaggio con la bandiera russa, sotto la quale c’è scritto ‘russo’ come un marchio di fabbrica. La fibbia della cintura è originale, dice, apparteneva a un ufficiale della Wehrmacht, l’esercito nazista. A ruota, anche gli altri scoprono il petto, le braccia, i polpacci per mostrarmi i loro tatuaggi. Una ragazza ha la fibbia con la croce celtica, un’altra una svastica con decorazioni tribali sulla gamba. Quello che si è scoperto per primo si chiama Igor, ha 28 anni ed è il capo dei giovani di Slavianskiy Soyuz (Unione slava), l’organizzazione neo-nazista che mi ha fornito il contatto con Sergei e consentito di partecipare all’incontro con padre Pavel. “Sarò uno skinhead fino alla morte”, esclama Igor, con la voce rauca. “Sono membro dell’organizzazione da un anno circa. Cercavo un movimento che fosse in grado di arrestare il declino del nostro Paese. E l’ho trovato in Slavianskiy Soyuz”.Supremazia ariana. Prendete parte a pestaggi e omicidi di stranieri? “Io personalmente non mi batto più in strada. Ma se vedo uno straniero che si comporta male verso un cittadino russo, allora certo che difendo il mio connazionale”. Saprò più tardi che il suo predecessore è stato condannato a dodici anni per omicidio. Sergei, invece, di anni ne ha 21. Sa come imporre il suo credo, basato su rispetto e onore: “Quando mi trovo in strada, se uno non ci sente a parole, uso le mani. Io, quando un ceceno o un daghestano dice a una nostra donna ‘Vieni qui, bella figa’, mi sento personalmente insultato. Così come mi offende vedere una nostra donna che esce con un caucasico, quelli pieni di soldi, coi macchinoni. Quelli arroganti. Non considero russi i loro bambini. Noi facciamo quello che la polizia non fa”. “Siamo per la razza ariana”, lo interrompe uno, a cui fa eco una ragazza poco più che maggiorenne: “Siamo per la supremazia dei bianchi”. Lo dice con un sorriso, spalleggiata dagli altri, che si mettono in posa per una foto con il braccio alzato. Sorridono tutti, mentre fanno il saluto fascista. Come se fosse un gioco. Quale sarà la reazione di questi adolescenti alle parole di padre Pavel? Cosa faranno una volta che si troveranno davanti il ‘male’?
L'ideologo. Sono venuto qui per avere un’idea di chi fossero i militanti skinheaddi Slavianskiy Soyuz, due parole le cui iniziali formano un inquietante accostamento. Mi ci ha mandato il capo del movimento in persona: giorni prima aveva accettato un’intervista dopo che, sul suo sito, avevo trovato il suo numero di cellulare. Si chiama Dimitry Demushkin, e non immaginavo sarebbe stato tanto facile contattarlo. L’idea che mi ero fatto era di un soggetto che agisce in totale clandestinità, ricercato dalla polizia e perseguitato dalla legge, in quanto leader di un’organizzazione che esalta la superiorità bianca e incita al razzismo. E che, per di più, ha visto un centinaio di suoi membri incarcerati, 40 dei quali nella sola Mosca, perché accusati di svariati omicidi a sfondo etnico. “Rigettiamo categoricamente ogni accusa”, ha esordito quando ci ha accolto nel suo ufficio, in un caseggiato anonimo fuori della metro Kolomenskaya, poco più a sud del centro. Il locale è disadorno, due scrivanie da un lato, alcuni scatoloni, pacchi e depliant sparsi qua e là, un mobile-libreria in legno nero sul quale troneggia una collezione di icone ortodosse. Per rendere l’ambiente più idoneo all’occasione, un collaboratore di Demushkin tira fuori una bandiera rossa con la scritta Slavianskiy Soyuz e l’appende al muro.Nazionalsocialismo russo. Il leader diSs non guarda mai negli occhi quando risponde alle domande. E’ uno skinhead anche lei? “Lo sono stato. Ho fondato io il primo gruppo organizzato di skinheadrussi, il Beye Bulldogi (Bulldog Bianchi), agli inizi degli anni ’90”. Cosa vuol dire essere skinhead? “Partecipare a una sottocultura di protesta giovanile che si sta sviluppando in una forma molto attiva”. Come è nato il suo movimento? “Da una scheggia di Unità Nazionale Russa (partito e formazione paramilitare di estrema destra al bando, ndr)”. Ci spiega in cosa consiste, qual è la sua ideologia, quanti membri ha? “Non è possibile fare stime precise. Anche se i membri attivi non sono molti, la nostra capacità di influenza è abbastanza estesa, anche tra soggetti eterogenei. Un gruppo musicale che si chiamaZyklon B, per esempio, ha un fan club di circa un centinaio di persone. Non sono membri, ma ‘simpatizzano’ per noi. Un altro gruppo di simpatizzanti di Ss è costituita dai capi delle bande di bikers (motociclisti, ndr). In Russia, Ss è il gruppo nazionalsocialista più influente. Alcuni membri del governo e del parlamento condividono la nostra ideologia, così come sportivi, scienziati, intellettuali. Dal '99 la nostra posizione è rimasta intransigente, rigorosa, dal punto di vista ideologico. Siamo per la tutela della lingua, della cultura e dell’unità del popolo slavo. Siamo una formazione nazional-socialista, che ha profondi legami con la religione ortodossa. La finalità della nostra organizzazione è la propaganda, con tutti i mezzi possibili”. Quanti siete? “Circa cinquemila”. Quaranta dei quali sono finiti in carcere. “Quelli finiti in carcere hanno agito per conto proprio. Noi rigettiamo categoricamente ogni accusa”. Per cosa sono stati condannati? “Per estremismo, percosse, incitamento all'odio etnico, omicidio, terrorismo e altro”. Quindi lei non si sente responsabile della campagna di odio, dei pestaggi e degli omicidi commessi dagli estremisti di Ss in questi anni? “No, assolutamente. Chi ha commesso questi delitti ha agito non in nome dell'organizzazione, ma stravolgendo il suo credo ideologico. Quando non possono condannare l'organizzazione, cercano di condannare i singoli membri.”. Che lavoro fa? “Un po’ di tutto. Organizzo concerti, festival, corse motociclistiche, eventi sportivi. Adesso stiamo preparando il campionato mondiale di lotta senza regole. Mi interessa il mondo informale, quello che succede nelle strade. Mi interssa la cultura alternativa”.La denuncia della Politkovskaya. Mi congedo con una stretta di mano neutra, che nulla ha a che fare con il saluto dei giovani skinhead che avrei ‘imparato’ qualche giorno dopo. In apparenza, quest’uomo potrebbe essere un banale impiegato, che lavora in un ufficio banale e fa un lavoro banale. Eppure, sul suo sito, www.demushkin.com, fino allo scorso anno comparivano svastiche, link a siti di skinhead, braccia levate nel saluto romano, e un manuale dal titolo 'Nazional-socialismo mistico: 1488 parole'. L’88 è il saluto nazista (Heil Hitler, essendo la ‘H’ l’ottava lettera dell’alfabeto), le 14 parole sono: “Noi dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro popolo e il futuro per i bambini bianchi”. Lo stesso Demushkin fu arrestato nel 2006 in relazione a un attentato a una moschea, dove una bomba esplose senza provocare vittime. La sua casa fu perquisita e alcune bandiere di Ss sequestrate. Il 20 agosto 2004, l’organizzazione antifascista ‘Movimento giovanile per i diritti umani’ ricevette una lettera che minacciava una “notte dei lunghi coltelli” per “Yurov e Alekseeva”, che sarebbero stati “i prossimi dopo Girenko”. In allegato, la foto di un cecchino. Andrey Yurov era all’epoca il presidente del Movimento giovanile per i diritti umani, Ludmila Alekseeva la direttrice del Moscow Helsinki Group, istituzione nata per opporsi al neo-nazismo. Nikolay Girenko, un consulente antifascista le cui perizie servirono a incarcerare diversi skinhead, fu assassinato il 19 giugno 2004. L’autore della lettera, secondo il sito d’informazione russo ‘MosNews’, era proprio Dimitry Demushkin. “Slavianskiy Soyuz – la cui sigla in russo è Ss – divulgava sul suo sito che l’omicidio era preparato da tempo. Appariva un giovane vestito con l’uniforme delle guardie d’assalto nazionaliste, pistola alla mano e, sotto, la frase: 'In Memoriam, Girenko'. I siti non sono stati chiusi. I loro proprietari e moderatori non sono stati incriminati”. Così scriveva Anna Politkovskaya, nel suo Diario russo, il 19 giugno 2004.Zyklon B. In Russia molte aggressioni a sfondo razziale non vengono denunciate per paura. La risposta delle autorità è stata in passato assai debole, se non del tutto inefficace, perché la giustizia penale russa solitamente classifica tali episodi come come ‘atti di vandalismo’, invece di far riferimento all’articolo 282 del Codice penale, che li qualifica espressamente come ‘delitti razziali’. Per qualche oscura associazione mentale, ripensando all'intervista a Demushkin torna alla memoria il nome del gruppo musicale da lui citato, ‘Zyklon B’. Solo ora ricordo perché il nome mi era in qualche modo familiare. Solo ora che mi appare davanti agli occhi una stanza delle baracche di Auschwitz, quella adibita a museo. In un angolo, accanto alle matasse dei capelli, alle scarpe, ai vestiti degli scomparsi, c’era una catasta di barattoli vuoti. Contenevano il gas letale che uccise milioni di persone. Su ciascuno, la stessa scritta: ‘Zyklon B’.
Luca Galassi

I migliori servizi per creare nick name per Msn

Msn Messenger è senza dubbio il client per instant messaging più utilizzato in Italia e forse nel mondo, per questo motivo esistono centinaia di tool che permettono di personalizzare il programma in ogni suo aspetto. Ma la parte più importante di questo è senza dubbio il nickname di ognuno di noi, l’unica cosa che ci contraddistingue. Esistono centinaia di servizi che potremo definire crea nick di msn, per questo motivo Geekissimo ha deciso di recensire per voi i più interessanti.

Crea nickname Msn

  • Wallpaperspecial: il primo servizio crea nickname msn della lista, molto semplice da utilizzare, potremo scegliere tra diverse lettere, con forme e stili differenti e caratteri speciali. Dopo di che racchiudere il nostro nick in cornici particolari, dopo di che per utilizzare il nick appena creato ci basterà effettuare un semplice copia ed incolla.
  • Hacker MSN Name Generator: Un servizio che crea dei nick name msn in stile hacker, tutto quello che dovremo fare sarà scrivere il nostro nickname e dopo di che cliccare su Convert per vedere come appare il nostro nick in “scrittura” hacker.

    Crea nick name Msn

    • Displayus: Un servizio crea nick msn che funziona come quello precedente con l’unica differenza che oltre a convertire il testo in stile “hacker” ci permette di scegliere una tra le decine di cornici disponibili, una volta creato il nostro nick potremo ricorrere al vecchio copia ed incolla per iniziare ad utilizzarlo.
    • Batkhela: Tramite questo tool potremo semplicemente cambiare lo stile del nostro nickname, ci basterà cliccare su Convert fino a quando non troviamo lo stile desiderato. Forse il modo per creare nickname msn più semplice da utilizzare.
    • CreaNick: Un po come la prima applicazione recensita, potremo scegliere tra vari formati delle lettera, ma con la differenza che con questo “crea nick name per msn” potremo scegliere tra moltissime cornici, basterà cliccare su una di queste per selezionarla.
    • Webbolo: Il servizio crea nick msn che preferisco, infatti dopo aver digitato il nostro nome e vedere come questo appare nei vari stili: Fantasy, Hacker, Old Style, Chinese, Futuristik, Balls, BrEeZaH dovremo copiare il testo scelto e cliccareCrea Cornicetta e Colora testo per ottenere un nick praticamente unico.
    • MSN Plus! Name 3: L’ultimo servizio che recensiamo a differenza degli altri crea nick msn non è un tool online bensì un plugin per la famosa estensione Msg Plus, tramite il quale potremo colorare il nick, inserire sfondi, ingigantire il nostro nick, e salvare il risultato del nostro lavoro in un comodo file di testo.

I vertici porporati, intoccabili, ingiudicabili, improcessabili, qualsiasi sia il crimine o l’ingiustizia da loro commessa


Crimini e silenzio

L’intera storia della Chiesa Cattolica, soprattutto nell’esercizio del suo potere temporale, è costellata di crimini, scandali, violenze, soprusi, menzogne e mistificazioni. Da secoli e per secoli l’Istituzione cattolica romana ha costruito il suo impero sull’inganno diventando uno degli attori principali di quel sistema mondiale che ha diviso il pianeta in ricchi predatori e in poverissimi depredati. Quello che solo oggi è visibile agli occhi di tutti è la risultante di centinaia di anni di prevaricazione e prepotenza che hanno determinato l’incolmabile divario tra i popoli, tra le razze e la devastazione del sistema ambientale ad esclusivo beneficio di pochi potenti, intoccabili e impuniti che ingrassano le loro smisurate ricchezze affamando interi popoli. Anche il Vaticano è responsabile del miliardo di persone che ogni giorno muore nel genocidio più drammatico di tutti i tempi, quello provocato dalla fame e dalla estrema povertà, perché ha stretto accordi e affari con i dominatori disonesti di ogni dove, prestando le sue segrete stanze ai criminali di ogni tempo, dittatori, mafiosi, assassini, speculatori, finanzieri senza scrupoli, politici corrotti, tutti illustri colletti bianchi e porpora. Solo di alcuni di questi, dei più piccoli e più sacrificabili tra i pesci, si sono potute ricostruire le storie criminali e senza mai alcuna conseguenza per gli alti prelati vaticani, protetti dalle solide e sontuose mura di alabastro e dal silenzio compiacente dei maggiori  mass-media che sono controllati dai medesimi gruppi di potere in cui siedono cardinali e vescovi.
Non deve meravigliare perciò che di tutto il rumoreggiar che si è fatto dello scandalo dei cosiddetti “furbetti del quartierino”, dagli sms privati al vergognoso attacco che ha destituito il pg Clementina Forleo dalle proprie funzioni, poco, pochissimo risalto ha avuto invece un risvolto di questa inchiesta, a mio avviso, per niente secondario. Solo l’attenta penna di Curzio Maltese su Repubblica e un paio di ottimi libri (Capitalismo di rapina, Biondani, Malagutti, Gerevini Ed. Chiarelettere e Onorevoli wanted, Travaglio e Gomez Ed. Riuniti) hanno riportato quanto uno dei principali protagonisti di quest’ennesima truffa ai danni degli italiani, Gian Piero Fiorani, ha raccontato in un brevissimo verbale ai magistrati che lo interrogavano.
Prima però facciamo un piccolo passo indietro.

Nuove facce, un unico infallibile metodo

Gian Piero Fiorani è un uomo brillante e carismatico. Ha solo 19 anni quando entra alla Banca popolare di Lodi. Le sue doti emergono immediatamente e nel giro di pochi anni sale i gradini della gerarchia interna alla Bpl conquistandosi la fiducia personale del grande patron Angelo Mazza che gli affida incarichi sempre più delicati in diverse parti d’Italia, a Firenze e in Sicilia, per farne poi uno dei suoi prediletti. Il giovane pupillo viene infatti a conoscenza dei conti segreti esteri di cui dispone la banca e apprende con grande celerità il sistema per guadagnare, far guadagnare e intraprendere una sfolgorante carriera. Il destino gli serve presto l’occasione per mettere in pratica tutto quanto assimilato con tanta perspicacia. Mazza muore improvvisamente a soli 58 anni nel 1997 e viene sostituito da Ambrogio Sfondrini ma solo per due anni; nel 1999, infatti, l’amministratore delegato della Banca di Lodi è Gian Piero Fiorani.
Fino al 2005, quando la sua stella precipiterà dal firmamento della finanza Fiorani farà compiere un enorme salto di “qualità” alla Bpl inserendola nella rosa dei primi dieci istituti finanziari italiani. Il metodo è vincente. Si circonda di un gruppo di fedelissimi che inserisce ai vertici dei vari posti di comando, gratifica i suoi dipendenti più audaci e molto poco schizzinosi con bonus da favola e traghetta una banca di provincia tra i colossi italiani fino a sfidare un Golia europeo come l’olandese Abn Amro.
Il tutto, come dimostrerà la magistratura, truccando le carte e violando ogni regola e, naturalmente non da solo. 
Oltre ai suoi fidati Gianfranco Boni, “mago della finanza”, Attilio Savaré suo alter ego in amministrazione, Giovanni Vismara, suo consigliere in strategie e Donato Patrini, sua longa manus nei delicatissimi rapporti con i politici, Fiorani stringe alleanze fondamentali con i nomi di primo piano della scena nazionale italiana, imprenditoria e finanza comprese.
Grazie ad un sofisticato sistema di truffe e speculazioni ai danni dei correntisti e dei risparmiatori, grazie soprattutto ad accurate e continue operazioni di insider trading (ossia sapere in anticipo notizie riservate sugli investimenti ndr.) Fiorani e i suoi creano e rimpinguano a dismisura un infinito numero di conti correnti esteri sparsi in tutto il mondo, dalle Cayman a Singapore passando per la Svizzera e il Liechtenstein, ai quali attingere per foraggiare questo o quel personaggio a seconda delle necessità e delle ambizioni.
Forte di questa rete l’Ad della Bpl, che poi nel 2005 cambierà il suo nome in Banca Popolare Italiana, prepara il big business, il colpo più importante della sua vita: la scalata all’Antonveneta.
Il tipico scandalo italiano che rivela, ancora una volta, l’intreccio affaristico-criminale tra interi pezzi della classe dirigente del nostro Paese che specula e ingrassa sulle spalle di ignari e inermi cittadini.
E’ l’estate del 2004 quando Fiorani rivela a un selezionatissimo gruppo di uomini collocati nei punti strategici la sua intenzione, almeno la prima: assumere il controllo di Antonveneta assieme al gruppo di azionisti di Hopa, la creatura finanziaria di Emilio Gnutti (Hopa sta per Holding di partecipazioni ndr).
Fiorani informa per primo Gnutti, ovviamente, e poi Luigi Grillo, esponente di Forza Italia affinché metta al corrente Berlusconi delle sue mire, Ennio Doris, presidente berlusconiano di Mediolanum, Bruno Bianchi, uno degli ispettori di Bankitalia, Fabio Pelenzona vice presidente di Unicredit, consigliere di Mediobanca, esponente della Margherita e molto utile per i suoi contatti con la famiglia Benetton che detiene quote di Antonveneta, Don Gianni Bignami, prete esperto di finanza molto ben introdotto in Vaticano e soprattutto il suo interlocutore più importante Antonio Fazio, il presidente della Banca d’Italia, dalla cui firma dipende il successo del suo piano.
Fiorani inizia a muoversi per dotarsi degli elementi fondamentali di cui necessita: il consenso di coloro che contano, la situazione politica favorevole e fidati amici cui far rastrellare illegalmente le azioni Antonveneta con il denaro fornito con infiniti giri dall’estero proprio dalle casse occulte della Bpl. Gli ostacoli? Molti, ma non sono un problema: si superano comprando o ricattando, sono tali e tanti i favori che ha elargito in ogni direzione da poter passare a batter cassa in ogni sponda. 
Quando infatti la Lega Nord dichiara di voler votare le nuove norme sul risparmio andando di fatto a limitare il potere di Fazio basterà una sola telefonata di Fiorani a ricordare ai vertici del partito di quel favorino che fece loro salvando dal crack certo la Credieuronord, la banca dei “purissimi” contro “Roma ladrona” fatta fallire a tempo di record con un debito enorme che si sarebbe scaricato sulle spalle degli esigenti imprenditori padani.
Il banchiere di provincia non perde un colpo, si trasferisce letteralmente al Senato e cura di persona, uno per uno, i rapporti con i vari politici per proteggere la posizione di Fazio che, naturalmente, contraccambia tanta sollecitudine.
Quando la Abn Amro nel marzo del 2005 annuncia l’Offerta pubblica di Acquisto (Opa) su Antonveneta, Fazio limita e dilata la scalata olandese favorendo quella ancora non dichiarata da Fiorani che nel contempo è riuscito a mettere insieme altri 18 investitori prestanome e denaro sufficienti per realizzare il suo sogno. 
A comprare in sordina le quote della banca padovana sono tra gli altri un gruppo di rapaci imprenditori bresciani legati a Gnutti, Stefano Ricucci, Francesco Bellavista Caltagirone e altri tutti in percentuali sotto i limiti per cui andrebbero dichiarate sul mercato (2% per la Consob e 5 % per Bankitalia ndr).
Tuttavia il capo della banca olandese Rijkman Groenik ha già cominciato a sentire puzza di bruciato. E’ il momento di ingaggiare le contromosse premendo anche sugli organismi di vigilanza europea che avviano le prime richieste di verifica. Fiorani però non si perde d’animo e con la complicità di Fazio riesce a far credere che le azioni comprate dai 18 investitori non rientrano nella cosiddetta “azione di concerto”, cioè non agiscono sotto la sua regia. Nessuno, nemmeno la Consob, andrà a verificare che i soldi per l’acquisto delle azioni vengono dalla Bpl.
Nel frattempo il Banco di Bilbao lancia l’Opa sulla Bnl in cordata con le Generali e Della Valle. Ad opporsi un altro eterogeneo gruppo di “furbetti” tra cui gli immobiliaristi Danilo Coppola, Statuto e altri investitori tra cui sempre Ricucci, Gnutti e soprattutto Caltagirone. 
Quando Giovanni Consorte, il numero uno di Unipol, super appoggiato da D’Alema e Fassino come rivelano le intercettazioni che non sentiremo mai e per le quali il gip Forleo ha perso il suo posto, lancia la sua Opa su Bnl, tutti i “furbetti del quartierino” gli venderanno le loro quote realizzando guadagni da capogiro e favorendo la scalata italiana sponsorizzata a gran voce dai politici nostrani che per difendere i propri interessi tuonano contro l’assalto delle banche estere a quelle italiane.
Le pressioni europee però mettono in difficoltà Bankitalia all’interno della quale si crea una vera e propria spaccatura tra gli uomini del presidente Fazio che difendono a spada tratta Fiorani e altri che invece redigono un rapporto nel quale considerano la Bpl non in grado di far fronte alla gestione di Antonveneta. Un braccio di ferro intestino che si arresta solo con l’intervento della magistratura che già da diverso tempo, grazie ad un testimone, Egidio Menclossi, scaricato da Fiorani perché faceva troppe domande, sta indagando su Fiorani e compagni. Il mago di Lodi verrà arrestato trascinando in rovina per primo Fazio e poi tutta la brigata di avventurieri che avevano trafficato e lucrato con lui. Antonveneta come noto sarà poi acquisita da Abn Amro e Bnl da Bnp Paris Bas. 
Sarà quindi la magistratura ancora una volta a riportare ordine dopo l’assalto di pirateria con cui questa nuova razza predona ha fatto e continua a fare scempio dei profitti del lavoro onesto dei cittadini, assumendosi, da sola, la responsabilità del controllo e della sanzione che invece dovrebbe venire anche dagli altri organi preposti oltre che, manco a dirlo, da una politica e da un’imprenditoria onesta e trasparente. Ma non è così che funziona il sistema, anzi è anche peggio.
30 miliardi e Amen
Si è discusso a lungo di tutta questa faccenda sui giornali italiani, in particolare per alimentare la solita bagarre politica necessaria a nascondere sotto il gigantesco tappeto le molte responsabilità e le molte cointeressenze nelle scalate bancarie. Non si è parlato quasi per niente invece di alcuni cruciali passaggi della carriera di Gian Piero Fiorani alle cui origini c’è la sua naturale predisposizione agli ambienti cattolici e della Dc. Ancora prima di entrare in banca il giovane lodigiano scriveva su Il cittadino di Lodi e su L’Avvenire ed è proprio grazie alla frequentazione di Antonio Fazio che viene introdotto nelle alte sfere dell’episcopato. Nel 2000, poco dopo essere diventato amministratore delegato della Bpl, entra in contatto con il cardinale Ruini, presidente della Cei, (la conferenza episcopale italiana, cioe’ il parlamento del vaticano) con il quale mette a punto una serie di progetti per la ristrutturazione e la costruzione di parrocchie. Per analogia si potrebbe paragonare il ruolo di Fiorani e della Banca di Lodi a quello che ebbero Roberto Calvi e l’Ambrosiano anche se in proporzioni minori e fortunatamente con un epilogo meno drammatico. Entrambi però sono stati banchieri spericolati che si sono fatti strada nel mondo della finanza anche per il giusto altolocato contatto con la finanza vaticana. Della reale entità del rapporto di Fiorani con il Vaticano si conosce appena un accenno, quello che il banchiere stesso rivela ai magistrati di Milano che lo interrogano il 10 luglio 2007.
E’ Fiorani a introdurre l’argomento e lo fa con una lamentela: “Io ho perso ogni tipo di credibilità, di referenza con la Chiesa – spiega al pm Fusco – Mi dispiace dirglielo, l’ho persa completamene… (…) L’ho contestato al Cardinale Re, che ho rivisto, l’ho contestato ad altri personaggi perché ho detto: ‘Voi siete un’associazione che è la peggiore che c’è al mondo, no un conto è la fede, un conto è la Chiesa’ (…) ‘Voi vedete uno che vi dà i soldi, come io vi ho sempre dato i soldi in contanti, contabile che ho, ma andava tutto bene. Dall’altra parte quando una persona poi è in disgrazia, non fate neanche una chiamata a sua moglie per sapere se sta bene o male’. Io l’ho apertamente detto. Sa cosa mi hanno risposto? Che la chiesa è fatta di uomini e gli uomini sbagliano”.
Lo sfogo prosegue con una confessione e una pseudo minaccia di vendetta: “… io contesterò nelle sedi opportune… perché io i primi soldi neri li ho dati al Cardinale Castillo Lara, quando ho comprato la Cassa Lombarda. Che mi ha chiesto di dargli 30 miliardi delle vecchie lire possibilmente su conto estero, non sul conto del Vaticano. Io allora beh, tranquillo, con Mazza dico: ‘Allora, mi dia il conto del Vaticano che bonifichiamo la somma’, ‘No, bonifichiamo Bsi (Banca Svizzera Italiana) Lugano, mi dice’.
Alle domande del pm Fiorani chiarisce tutto l’antefatto. Una quota della Cassa Lombarda, il 30%, è di proprietà dell’Aspa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) di cui dal 1989 è presidente il cardinale venezuelano Rosario Josè Castillo Lara. Il quale, secondo la ricostruzione del banchiere, avrebbe chiesto di far transitare il denaro tramite conti esteri per farlo poi depositare in un conto presso la Bsi di Lugano. La quota del Vaticano fu infatti prima intestata ad una società della Banca Svizzera poi girata alla famiglia Trabaldo Togna proprietaria della Cassa Lombarda che poi avrebbe venduto alla Lodi.
La ragione di questo giro è presto detta: “Noi abbiamo dichiarato un valore troppo basso – gli dice il cardinale – paghiamo troppe plusvalenze, allora facciamo un’operazione estero su estero”. E Mazza, al tempo patron di Bdl, siamo nel 1995, ordina al suo giovane pupillo di eseguire: “Va beh, vai là, fallo”.
Così Fiorani trasferisce con un bonifico bancario i 30 miliardi delle vecchie lire su questo conto svizzero e aggiunge al magistrato: “Ci sono tre conti del Vaticano (alla Bsi di Lugano ndr.) che erano su penso, non esagero, dai due ai tre miliardi di Euro.!”.
Inutile dire che non è stato possibile effettuare alcun accertamento sulle dichiarazioni di Fiorani che riguardano la finanza Vaticana come in nessuno dei casi che in passato hanno coinvolto i vertici porporati. Intoccabili, ingiudicabili, improcessabili, qualsiasi sia il crimine o l’ingiustizia da loro commessa.

C'è chi intravedeva il tracollo



Si sprecano le parole di sorpresa per la Grande Crisi in corso. Se ne parla il più delle volte come di un evento improvviso e imprevedibile.
In realtà c’era già chi riusciva a intravedere il tracollo, anche senza andare a spulciare le vecchie carte americane dei soliti ottimi Nouriel Roubini e Joseph Stiglitz. Prendiamo ad esempio il compianto Paolo Sylos Labini. 
In un appassionato intervento a un convegno della Cgil nell’ormai lontano 2002 il grande economista italiano fece una lucida analisi sull'imminente indebolimento del dollaro e l’insostenibilità del debito pubblico e privato negli Stati Uniti. Una disamina ricca di dati precisi, cui corrispondevano analisi poi rivelatesi esatte. Un anno dopo, al momento di ripubblicare quell’opera, Sylos Labini scriveva: «esprimevo gravi preoccupazioni sulle prospettive dell’economia americana, che condiziona fortemente le economie degli altri paesi e, in particolare, quelle europee. La mia diagnosi fu giudicata da molti pessimista, ma i fatti, finora, mi hanno dato ragione. Oggi la mia diagnosi è ancora più pessimista, ma, giusta o sbagliata che sia, essa si fonda non su intuizioni o sul fiuto, bensì su un’analisi approfondita.» La chiave giusta di quello studio era proprio la profondità. Conviene leggerlo per intero, è una lettura veramente istruttiva: [QUI]

Contrariamente a quegli economisti-sacerdoti che in questi ultimi anni hanno officiato i riti e i dogmi neoliberisti, Sylos Labini usava la memoria plurisecolare delle scienze economiche, interessandosi ai cicli economici prosperi e a quelli recessivi o perfino depressivi del capitalismo: «Da almeno due anni avevo notato alcune rassomiglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella più grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America», ricordava Sylos Labini. « Il motore dello sviluppo ciclico è costituito dalle innovazioni: più sono importanti, più sono diffuse le occasioni di investimento che offrono e più dura la fase di prosperità. Al tempo stesso, però, sono più vigorose le ondate speculative, più frequenti sono gli errori dei manager e più crescono i debiti, le cui dimensioni, cessata la prosperità, condizionano la durata della crisi.» 
Certo, Sylos Labini non era tanto di moda, nelle pagine economiche della nostra grande stampa, compresa quella economica. 
Si preferiva dar retta ai signori del ‘rating’, quelli che ancora pochi giorni prima che Lehman Brothers sprofondasse nel gorgo dei debiti, quest’anno, le attribuivano uno sconsiderato AAA. Per loro era una bestemmia pensare che i manager potessero commettere errori, per giunta «più frequenti».

L’analogia con gli anni venti non finiva qui. L’altra grande affinità (dalle conseguenze enormi, ricordava Sylos Labini) era la disuguaglianza distributiva: «si indebolisce la domanda di beni di consumo e vengono alimentate le operazioni speculative e i debiti contratti per finanziarle.» Ecco le bolle speculative, che nel capitalismo di oggi diventano più grosse del PIL mondiale e si contagiano istantaneamente.
Sylos Labini non riteneva che quei debiti fossero una scatola nera misteriosa, da tralasciare. Rivendicava anzi la necessità di una «teoria dell’instabilità finanziaria fondata sull’indebitamento». Nel mondo bastava una mano a contare, oltre a lui, gli economisti che se ne occupavano. Ma era in ottima compagnia: fra questi c’era Paul Krugman, un signore che poi nel 2008 ha vinto il Nobel per l’Economia.

Al centro della riflessione era la nuova fabbrica dei debiti, gli Stati Uniti. L’insostenibilità dei tanti modi d’indebitarsi compresenti nel sistema statunitense, per i comuni cittadini come per il sistema-Paese, era evidente a uno sguardo attento. Il Nobel dell’economia Joseph Stiglitz lo faceva in qualche modo notare, ma rimaneva anche lui inascoltato. Stiglitz ricordava che nel gli USA prendevano a prestito dal resto del mondo oltre due miliardi di dollari al giorno: «è improbabile che si possa andare avanti così; […] rimane vero che qualsiasi cosa sia insostenibile non è sostenibile per sempre».

Il mainstream preferiva amplificare le enunciazioni autogratificanti dell’amministrazione Bush che vantavano una crescita economica sostenuta del prodotto interno lordo USA. Invece la qualità dell’occupazione era in decadimento, la produzione interna crollava e l’economia nel suo complesso si riorientava verso la guerra. Il debito con l’estero già da anni era a un livello critico, senza precedenti per un paese industrializzato. I giornali ignoravano perfino allarmi del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che vedevano in questa situazione – ad oggi precipitata – un serio pericolo per l’economia mondiale.
Non ammaestrati dalla crisi delle borse dopo la bolla della New Economy, i media riportavano acriticamente i comunicati trionfali diffusi a fine 2003 dal Dipartimento del Commercio USA, proprio nel momento in cui i tassi d’interesse erano minimi e partiva la bolla immobiliare, così come decollavano alla grande i fondi d’investimento che si portavano in pancia una finanza opaca e incomprensibile che rendeva illeggibili i rischi e i debiti, la finanza dei derivati e delle «posizioni su veicoli di investimento strutturati». Con un rialzo dell’8,2% del PIL per il terzo trimestre, si magnificava il fatto che il paese non avesse mai conosciuto una crescita così forte da 19 anni. La stampa salutava «il ritorno della crescita negli Stati Uniti».
Sylos Labini smontava già allora pezzo per pezzo questa euforia irresponsabile. 
Alle osservazioni dell’economista possiamo aggiungere il nostro senno di poi. Intanto aumentava la disoccupazione. Ma soprattutto l’entusiasmo rimuoveva due questioni di eccezionale importanza. E cioè il fatto che le performance di crescita del PIL erano legate a una spirale d’indebitamento e a una riallocazione della enorme spesa pubblica in direzione del settore militare. L’incapacità operativa di fronte all’uragano Katrina – che nel 2005 spazzò via New Orleans – è uno dei più terribili sintomi di questa riallocazione delle priorità. Obama punterà molte carte sulla manutenzione. Aumenterà la domanda aggregata di beni e darà segni tangibili di cura del bene comune.

La base della crescita degli Stati Uniti prima del Grande Crollo borsistico del 2008 si è fondata finanziariamente sull’indebitamento. Mentre negli anni della presidenza di Bill Clinton si arrivò addirittura a un forte surplus, nel 2002, per la prima volta dal 1997 gli USA scontarono di nuovo un deficit di bilancio. Era all’1,5% nel 2002, al 3,5% nel 2003, al 4,2% nel 2004. L’aumento delle spese militari non si bilanciava nemmeno con i pesanti tagli sociali, come l’abbattimento del sistema di assistenza sanitaria Medicare. Negli ultimi mesi del 2008 questi parametri impazziscono. È come se si buttassero banconote dagli elicotteri. Il deficit schizza verso l’alto, la massa monetaria esplode, e per il momento viene accalappiata dalla più tipica “trappola della liquidità” keynesiana. Ma è una bomba a tempo.

Possiamo solo immaginare quale sarebbe stato lo sguardo di Sylos Labini di fronte al pauroso grafico che segue, che mostra l’aumento della base monetaria negli Stati Uniti a partire dalla prima guerra mondiale. Alti e bassi, com’è ovvio. Eppure mai - neanche durante la costosissima seconda guerra mondiale - la Federal Reserve aveva osato espandere la crescita della base monetaria a tassi del 300% su base annua, come è avvenuto nel 2008. Praticamente un asintoto.
                                       
Tutta questa immane massa di moneta resta oggi disperatamente congelata nei buoni del tesoro statunitensi. Poiché oggi questi buoni perdono meno rispetto ad investimenti alternativi, le banche li comprano, anche per mostrarsi meno avventuriste rispetto al passato. Il fatto è che se i buoni del tesoro a breve non rendono o addirittura fanno perdere qualcosa, tanto vale ricorrere al vecchio materasso: non guadagni interessi da una banconota, ma di sicuro non ne perdi. Nessuno presta denaro, e questo per ora si traduce in deflazione. Ma per quanto? L’acquisto dei titoli del debito pubblico statunitense è l’ennesima bolla, forse la più devastante delle “bolle atomiche”. 

Nel corso del 2009 gli Stati Uniti per poter sperare di reggere in qualche modo dovranno emettere nuovi titoli per un valore di 2 trilioni (due milioni di milioni) di dollari. I compratori sono ormai pochi e stanno fuori dagli Stati Uniti. Pretenderanno che ci sia un certo rendimento. Ecco perché non è da escludere che si avvii la macchina trituratrice dell’inflazione, in grado di far collassare il sistema basato sul dollaro. Quando la bolla scoppierà potrà interagire con le altre terribili bolle compresenti e da tutti temute. Salteranno in aria gli hedge funds. Non potranno reggere molti soggetti finanziari che emettono carte di credito, per le troppe insolvenze dei debitori (un buco previsto con valori che oscillano intorno ai cento miliardi di dollari). 
Non dimentichiamo che il valore nozionale dei derivati finanziari - ossia futures, options, swaps, tutta la materia cosiddetta “Over the Counter” (OTC) in gestione fuori dai bilanci supera varie volte il PIL di tutto il mondo.

Non parliamo dell’esplosione del debito estero. In questo quadro, un’anomalia pur gigantesca rischia di apparire poca cosa.

Le tendenze convergono dunque per l’indebitamento privato e per quello pubblico. Nel 2004, secondo l’Ufficio di Bilancio del Congresso, il debito avrebbe dovuto spingersi fino a 14mila miliardi entro il 2014. L’ex Ministro del Tesoro Paul O’Neill – oggi una figura molto critica nei confronti dell’amministrazione Bush, perfino sul punto dell’11 settembre – aveva fatto proiezioni ancora più pessimistiche. Tutte queste previsioni hanno avuto una brusca accelerazione.

È prevedibile che ancora per un po’, la “bolla estrema” riesca daccapo ad assorbire buona parte dell’extra-risparmio dei paesi con attivo delle partite correnti. 
Fino al 2000 i risparmiatori del resto del mondo finanziavano la crescita degli investimenti americani. Dopo l’11 settembre la crescita dei consumi. Ora sono chiamati a finanziare la crescita dei debiti che tentano disperatamente di salvare il sistema in panico, mentre si prosciuga la possibilità di finanziare investimenti produttivi.
Se non si troveranno più acquirenti per questi titoli si stamperà moneta. Il famoso elicottero di Ben Bernanke che volteggerà a lanciare banconote su Main Street.

Un altro economista che non si era fatto ammaliare dal mainstream, lo statunitense Robert Freeman, nel 2004 – mentre osservava l’aumento eccessivo del debito che sormontava di gran lunga la solvibilità del paese – si chiedeva quali possibili strategie d’uscita avrebbe potuto usare l’amministrazione statunitense.
Sopra tutte le strategie, ciascuna con le sue specifiche controindicazioni (aumentare le imposte, stampare dollari, privatizzare gli asset nazionali e svenderli all’estero in un perfetto contrappasso del Washington Consensus, rifiutarsi di onorare i debiti secondo una sorta di ‘soluzione bolscevica’) Freeman vedeva una strategia più estrema: il saccheggio: «Quando il rimborso del debito di una nazione diviene così imponente che diventa impossibile rassicurare i creditori, questo paese deve cercare una qualche sorgente di ricchezza, non importa quale sia la fonte.» 
Non dimentichiamo che la vera uscita dalla Grande Depressione avvenne con una guerra mondiale. 

Nella brochure della UK Defence Conference, tenutasi a Londra il 10 settembre 2007, sul tema “Defence in 2020 and beyond” (La Difesa nel 2020 e oltre, ndt), il testo riassumeva le sfide affrontate – anche con errori – in materia di politica di Difesa, e proiettandosi sul 2020 lasciava cadere, come se niente fosse, la seguente frase: «Il Joint Doctrine and Concepts Centre delle forze armate britanniche prevede un collasso generale dell’ordine globale nel prossimo decennio, e altri pensatori strategici sono parimenti pessimistici.»
Il Joint Doctrine and Concepts Centre è l’organo più importante di pianificazione e valutazione preventiva delle forze armate del Regno Unito. Con una certa noncuranza ci ha informati sul fatto che i grandi strateghi intendono prepararsi al peggio.

Di sicuro c’è un senso paralizzante di attesa anche nei piani alti della finanza. In un’intervista a «El Pais» del 21 dicembre 2008, il governatore della Banca di Spagna, Miguel Ángel Fernández Ordóñez, lamenta che «la sfiducia è totale» e teme un collasso generale, nel momento in cui la velocità di circolazione della moneta è spaventosamente bassa.

Molti elementi portano a fare previsioni, ma non sono in gioco soltanto variabili strettamente finanziarie. Da sempre in molti raccomandano “Never Bet Against FED”, mai scommettere contro la banca centrale federale degli USA. 

Allora torniamo all’opera di Paolo Sylos Labini. Era una critica competente dei difetti del sistema, ma conteneva molti apprezzabili elementi di prudenza che non spingevano la sua analisi sino a studiare la scena ancora ipotetica di un crollo sistemico. Esprimeva semmai un ragionamento sull’intervento pubblico, che avrebbe prodotto grandi risultati se fosse stato applicato per tempo. Abbiamo invece visto che l’improvvisa corsa allo statalismo da parte delle ex vestali del liberismo è stata disordinata e sbigottita.

Sylos Labini citava la prospettiva, deprimente, fatta da John Maynard Keynes nella sua Teoria generale, quando osservava che «una caratteristica preminente del sistema economico nel quale viviamo è che […] esso sembra capace di rimanere in una condizione cronica di attività inferiore al normale per un periodo considerevole, senza una tendenza decisa verso la ripresa o verso la rovina totale».

Quale soluzione pubblica, dunque? Per Sylos Labini «Il problema centrale, che a mio parere rende incerta e probabilmente lontana la ripresa, è quello dei debiti a lungo termine, ossia degli immobilizzi. Non credo che convenga riesumare la formula IRI, come pare voglia fare il Giappone. Forse bisognerà pensare a un’altra soluzione, in cui tuttavia l’intervento pubblico svolga pur sempre un ruolo di rilievo per rendere sostenibili i debiti a lungo termine, promuovendo attivamente, nello stesso tempo, misure per la ripresa. Si potrebbero ottenere effetti importanti attraverso un accordo fra i principali paesi industrializzati volto a stimolare l’espansione reciproca dei mercati: penso a una serie coordinata di trattati commerciali, che fra loro s’intarsino e promuovano una politica opposta a quella del protezionismo emulativo (beggar-my-neighbour policy), adottata dai paesi industrializzati negli anni Trenta e ripescata da Bush con le sue misure protezionistiche. Per uscire dalla crisi penso anche a misure di tipo keynesiano, con un forte aumento delle spese pubbliche in deficit e tagli fiscali.»

Ora, noi possiamo immaginare come una politica di questo tipo, sebbene sospinta dalla necessità, potrebbe essere resa inefficace dalle strutture corrotte del potere di un paese come l’Italia, in deficit di morale e perciò segnato in troppe sue fibre da amoralità, immoralità e demoralizzazione. 
Sylos Labini ricordava che comunque era necessaria una grande e mobilitante riforma intellettuale e morale, perché «tale strategia comporterebbe l’impegno di tante e tante persone per attività, retribuite e volontarie, e potrebbe offrire ideali degni di essere perseguiti dalle nuove generazioni, in luogo dell’ossessiva caccia ai soldi che oggi domina e immiserisce la vita sociale dei paesi sviluppati: i giovani hanno un bisogno addirittura biologico di ideali.»

Il 2009 inaugurerà una crisi durissima che colpirà pesantemente il lavoro. Non ci sono ricette per uscirne magicamente. Siamo entrati in un territorio senza mappe, dove non funzionano i GPS. È il momento in cui riacquistano dignità pensieri e idee trascurate, nonché studiosi di straordinario spessore, che ridanno un’anima alla “scienza triste”, l’economia. Sylos Labini è fra questi. E ci sarebbe anche un autore da lui citato, Irving Fisher, un economista eclettico che aveva studiato a fondo il problema del debito e della velocità di circolazione della moneta (proprio quel che oggi si è quasi fermato). Fisher era arrivato a scrivere un librettino di straordinario interesse («Stamp Scrip») che conteneva la proposta di instaurare la moneta deperibile, un sistema con le banconote bollate. Fisher propose a Franklin D. Roosevelt si sperimentare il sistema in dimensione nazionale. Ogni banconota andava bollata ogni settimana, recando un bollo pari al 2% del valore facciale. Era impossibile speculare con una simile moneta, intaccata dal punto di vista della funzione di riserva di valore, ma sicuramente si risvegliava la velocità di circolazione. Alcuni esperimenti realizzati in Austria avevano funzionato così bene da essere spenti bruscamente dalle autorità monetarie.
Il Congresso bocciò un disegno di legge che proponeva l’adozione del sistema.
Si badi che Fisher non era un “eretico”, ma un economista capace di inserirsi bene nel sistema. Soprattutto aveva una conoscenza profonda dell’economia, capace di scardinare le pretese dogmatiche di “teologi” di scarsa scienza. Altre sue proposte andavano in direzione di una finanza più ancorata alla dotazione materiale dell’economia, senza i sostituti monetari che l’ingegneria finanziaria è in grado di creare in totale contiguità con poteri forti e intrinsecamente criminali.

Mentre aspettiamo Godot, cioè la nuova Bretton Woods, le banche centrali lanciano la loro liquidità dagli elicotteri, non tanto al cittadino comune, quanto ai soliti speculatori. Basterebbe una legge di un solo articolo per porre fine allo scempio. Ma il Grande Casinò vive alla giornata, e rinvia ancora, di poco, il conto più salato, che intanto iniziano a pagare milioni di persone.
di Pino Cabras – Megachip

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