martedì 23 dicembre 2008

Scaricare video da YouTube

Scaricare video da YouTube è ormai diventato un qualcosa di fondamentale.
Dai video musicali a quelli divertenti, passando per spot pubblicitari e materiale creato da artisti emergenti di ogni tipo, ce n’è davvero per tutti i gusti ed anche chi non dispone di una connessione ad altissima velocità può godersi tutto ciò gratuitamente.

Oggi vi vogliamo quindi proporre degli strumenti sia on-line che software perscaricare video da YouTube (e simili) in modo facile, veloce e totalmente gratuito. Buona lettura:

SERVIZI ON-LINE:

KeepVid: Probabilmente uno dei migliori servizi web utili a scaricare video da YouTube, basta infatti inserire nell’apposita barra di testo l’url del video, cliccare sul pulsante “Download” ed il gioco è fatto.

Vixy: Dal funzionamento simile a KeepVid, questo sito permette anche la conversione on-line del video scaricato in formati come: avi, mov, mp4, 3gp o mp3 (quindi solo audio).
DownThisVideo!: Simile a KeepVid, mette a disposizione anche un comodissimobookmarklet per velocizzare il download dei video da YouTube.

KCoolOnLine: Buon servizio on-line, che oltre YouTube supporta il download di video da oltre 100 siti simili.

SOFTWARE FREEWARE:

Orbit Downloader - Download manager che integra funzioni per scaricare video da YouTube (e simili).

Ares Tube - Converte i video di YouTube e li aggiunge alla libreria di iTunes.

KeepV - Scarica video da YouTube, MySpace, e Google e ne permette la conversione in formati come: MOV, 3GP, AVI, iPod o PSP.

YouTubeGrabber - Permette semplicemente di scaricare video da YouTube.

Matteo Messina Denaro, quando "Il discorso parte da là....da Castelvetrano..."


C’era lo «zio Franco», al secolo Franco Luppino di Campobello di Mazara, a tenere i rapporti tra i mafiosi che volevano riorganizzare la «cupola» della provincia di Palermo (arrestati dai Carabinieri nel maxi blitz «Perseo») e il capo mafia belicino, il super latitante di Castelvetrano Matteo Messina Denaro. Era questo «zio», forse lo stesso che frequentava il covo di Giardinello dove sono stati trovati i boss Lo Piccolo, ad avere tra le mani un filo di collegamento tra i palermitani e il boss di Castelvetrano. «Matteo vi manda a salutare» è stato sentito dire il bagherese Pino Scaduto (tra gli arrestati), che con Messina Denaro si sarebbe raccordato «per corrispondenza» (con i pizzini) e che invece con l’«intermediario», lo «zio Franco» si incontrava, così come facevano altri due palermitani, Sandro Capizzi e Giovanni Adelfio (anche loro in manette). 

I carabinieri li hanno sentiti parlare di Matteo: «Il discorso parte da là....da Castelvetrano...dobbiamo creare qualcosa in armonia». Messina Denaro oltre ai saluti avrebbe mandato a dire anche altro: «Ognuno si deve guardare le sue cose, ma se volete “noi” siamo a disposizione»; che in pratica significa che in questo capitolo della storia mafiosa palermitana «è stato lui, (Messina Denaro ndr) a decidere di non entrarci». Ma un fatto è non «mettere mano nella riorganizzazione mafiosa palermitana» e un’altro e non interessarsene del tutto. Il boss del Belice è fuori dalle «logiche» del nuovo potere mafioso palermitano ma non tanto da non fare conoscere il suo pensiero sulla «nuova cupola»: «Rispettate i figli di chi è in galera e rispettate quelli che sono in galera».

Due operazioni antimafia nel giro di otto giorni tra Trapani (Cosa Nostra resort) e Palermo (Perseo), ad opera di Polizia e Finanza la prima e Carabinieri la seconda, hanno svelato le «facce» e le intenzioni delle organizzazioni mafiose nella Sicilia Occidentale. Se a Palermo Cosa Nostra cerca di trovare nuovo assetto, a Trapani la mafia c’è ed è viva e vegeta, «costituisce un blocco monolitico» assoldato a Matteo Messina Denaro come hanno messo in evidenza magistrati, come il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e investigatori come il capo della Mobile Giuseppe Linares.

La mafia trapanese ha i boss che dal carcere continuano a comandare, riescono a passare gli ordini, a gestire appalti e forniture, a veicolare finanziamenti pubblici a favore delle proprie aziende, a tenere a bada politici e a corrompere funzionari per intascare i fondi delle 488, a gestire le false fatturazioni, a parlare attraverso internediari con prefetti. A Trapani la mafia non ha convenienza a fare le estorsioni, meglio le imposizioni nelle forniture, cemento, ferro e sabbia, materiali inerti, la mafia è oramai una «holding» imprenditoriale. 

A Palermo le indagini antimafia fino ad ora non hanno intaccato poteri pubblici, funzionari, non si scoprono appalti pilotati, il «terzo livello» nel capoluogo dell'isola resta inviolato. A Trapani questo è successo e resiste semmai l’incredulità di tanti quando si scopre il coinvolgimento di politici e professionisti. Palermo vive di estorsioni ai commercianti, traffica in droga e non ha leadership mafiosa, Trapani è saldamente in mano a Messina Denaro che è boss riconosciuto anche da quei mafiosi della vecchia mafia nel frattempo tornati liberi. Un «potere» che non si discute e che non ha bisogno di «grandi summit» quello di Messina Denaro circondato da diversi complici. Le ultime indagini antimafia trapanesi lo hanno certificato. 

A Trapani Matteo Messina Denaro comanda le 17 «famiglie», ha posto il pacecoto Francesco Pace a capo della «cupola» di Trapani. La mafia trapanese ha cambiato pelle e al posto degli uomini d'onore ci sono i «colletti bianchi» che hanno anche il compito di rendere la mafia sommersa, che così dalle stragi è passata al controllo degli appalti. Gli ultimi interessi dicono sono per i lavori pubblici per le grosse condotte idriche. Su un altro bisogno della gente, quello di avere l'acqua nelle proprie case, i mafiosi sono pronti a mettere le loro mani.
di Rino Giacalone

Madoff, da imbroglio a impero globale da circa 50 miliardi di dollari


Il mistero di Bernard Madoff tra cento anni sarà leggenda. Come il più grande criminale finanziario della storia, ha preso un semplice imbroglio da dilettanti – lo schema di Ponzi – e lo ha trasformato in un impero globale da circa 50 miliardi di dollari.

Un ingrediente base è stato l'intelligenza finanziaria. Madoff ne possedeva a secchi. All'inizio della sua carriera, era un genio, un vero innovatore. Ha unito questo con una stupefacente assenza di coscienza, dato che il suo raggiro era basato fondamentalmente sulla menzogne e sul furto. La differenza fra lui e tutti quelli che l'hanno preceduto è stata la sua dimensione grandiosa, la più grandiosa dimensione immaginabile.

C'è un detto nel mondo dell'economia austriaca sul ciclo economico. La sfida non è di spiegare i fallimenti aziendali. Essi fanno parte del normale corso della vita e sono il segno di un'economia sana. La sfida è di spiegare “il grappolo di errori” che si verifica all'inizio di una recessione. Come potrebbero così tanti sbagliare così tanto tutti all'incirca nello stesso momento? Il ciclo economico è un fallimento sistemico, non soltanto un errato giudizio di pochi.

Nella foto: Bernard Madoff

Così è con lo schema di Madoff. Il mistero non è come una persona abbia potuto imbrogliare poche altre. Lo schema in cui gli “investitori” di ieri sono pagati con i soldi delle nuove vittime è noto ovunque e probabilmente da sempre – e sempre va a gambe all'aria fino al disonore totale del suo creatore. È un esempio classico di come le leggi morali siano auto-imposte nel mondo dell'economia.

La differenza critica questa volta è che Madoff ha messo in atto il suo schema durante un boom economico, un periodo in cui il normale senso d'incredulità della gente è relegato in soffitta. Ciò fa parte della grave distorsione culturale introdotta dal denaro allegro. Il denaro è il bene più ampiamente richiesto nella società e la Fed ne produce nuove quantità non come riflesso di una nuova ricchezza reale, ma puramente per decreto amministrativo.

In un certo senso il denaro allegro fa letteralmente impazzire tutti, conducendo a ciò che talvolta viene chiamato “follia delle folle.” Guido Hulsmann spiega tutto ciò nel suo nuovo libro notevolmente attuale e rivelatore: The Ethics of Money Production. Con lo stimolo artificiale della macchina del credito, le moltitudini sono disposte a credere in qualcosa che non potrebbe mai essere vero. Nel caso di Madoff, che avrebbe potuto, anche con i mercati in calo, guadagnare il 15-20% l'anno senza rischio.

Perché no? Quasi tutti hanno creduto in una certa versione del mito. Abbiamo creduto che i prezzi delle case sarebbero aumentati sempre di più malgrado la realtà che le case sono cose fisiche che si deteriorano a partire dall'instante in cui sono finite, proprio come le automobili o i computer o qualsiasi altra cosa. Perché abbiamo creduto questo delle case? Di nuovo, dovete guardare al sistema monetario fraudolento per capire il perché.

E abbiamo creduto di poter diventare tutti milionari mettendo i nostri soldi nelle azioni di aziende che in realtà non stavano guadagnando o pagando i dividendi, aziende la cui ricchezza era interamente basata sulle infusioni di contanti dal mercato azionario che a loro volta erano basate sulla convinzione che altri avrebbero comprato le azioni ecc. Cioè abbiamo creduto che ottenere qualcosa dal nulla fosse possibile e che chiunque non lo credeva fosse un fesso. È esattamente ciò che la gente ha creduto durante le altre grandi inflazioni della storia.

Peggio ancora, abbiamo creduto che comprare quelle azioni non costituisse un consumo, ma un risparmio per il futuro. Infatti, la gente ha attaccato regolarmente i dati ufficiali sul risparmio perché non includevano quel che la gente stava “risparmiando” nei termini dei loro portafogli azionari. In modo simile, la gente misurava la nostra ricchezza nazionale non in termini di capitale accumulato, ma piuttosto con i dati del consumo, come se i ripiani da cucina in granito in case più grandi fossero una misura di ricchezza anziché l'opposto: un consumo della ricchezza.

La sinistra è brava ad attaccare gli stipendi delle banche d'investimento ed essi erano effettivamente fuori dal mondo. Ma anche questi non rappresentavano un problema unico, ma un'ulteriore prova di una finanza inflazionistica. In un'economia di bolla, i soldi inseguono cos'è più di moda e i servizi finanziari lo erano. Così gli stipendi erano mercato. Ad essere sfrenatamente distorto era il mercato in sé.

Parliamo ora della finanza governativa durante questi anni. Il mercato ha provato a correggersi a partire dal 1999-2001, ma il governo non lo avrebbe tollerato. Al contrario, ha usato ogni segno di discesa come giustificazione per mantenere l'illusione, creando miliardi e miliardi di nuovi dollari. La Fed ha abbassato sempre più i tassi di interesse malgrado l'inesistenza di risparmio disponibile che li giustificasse.

(I tassi a basso interesse in un sistema monetario sano sono un riflesso di capitale accumulato e consumo rinviato. Quando la Fed li abbassa durante un boom, sta creando un pericoloso miraggio.) Si è fermato qualcuno a chiedersi dove il governo trovava tutti questi soldi per pompare il sistema? Sì, gli economisti austriaci ci avevano avvertiti. Le pagine di Mises.org e di LewRockwell.com erano piene di allarmi. Ma era qualcosa che la gente non voleva sapere. Stiamo parlando della natura umana: il desiderio di credere in cose che non esistono. Il governo era felice di alimentare questo desiderio perché dava alla Fed, alle sue industrie collegate ed allo stato più potere e denaro a breve termine.

Lo schema di Madoff ha sfruttato la credenza che non fosse necessario lavorare per ottenere la ricchezza, ma che bastasse progettarla. Che poteva essere creata giocandosi bene le proprie carte, agganciandosi nelle giuste reti e trovando i giusti “investimenti.” Le persone con le quali ha trattato avevano, così risulta, una qualche sensazione interna che ci fosse qualcosa un po' oscuro nell'intera operazione. Ma si sbarazzavano di questa sensazione all'arrivo dei grassi assegni e concludevano che qualunque cosa facesse funzionare questa macchina del moto perpetuo, funzionava. 

Ma ascoltate: il governo sta ora usando la stessa tattica per convincervi che vi sta salvando dalla recessione. L'intero piano condivide quello stesso rifiuto della realtà che caratterizzava lo schema di Madoff. E non sto parlando solo della previdenza sociale, che è quasi una replica esatta della versione di Ponzi, salvo che almeno Charles Ponzi non obbligava la gente a dargli i soldi. Sto parlando di qualcosa di più vasto. L'intero sistema finanziario che sorretto dal Ministero del Tesoro e dalla Fed è basato sulla stessa idea: che ottenere qualcosa dal nulla sia possibile.

Così metteranno Madoff in galera. Wall Street lo frusterebbe se potesse. Per la storia sarà un disgraziato. Ma nel frattempo, i Bush, i Bernanke, i Paulson, gli Obama e tutti gli altri volano ancora alti, anche se il loro schema è ben più grande e pericoloso.

Alla maggior parte di noi piace credere che non siamo stati ingannati da Madoff. Ma non siete forse ingannati dalle élite che sostengono di poter far apparire come per incanto trilioni di dollari per stabilizzare la nostra economia pigiando alcuni tasti sulla tastiera di un computer? La maggior parte della gente lo è. Certamente la stampa sembra essersela bevuta. Molte persone sono state fregate da Madoff. Molte altre oggi vengono fregate dal governo e dalla sua banca centrale. E finirà tutto nel disonore e nel disastro, solo su una scala molto, molto più grande.

Versione originale:

Llewellyn H. Rockwell, Jr.
Fonte: http://mises.org
Link: http://mises.org/story/3272

Versione italiana

Fonte: http://gongoro.blogspot.com/
Link: http://gongoro.blogspot.com/2008/12/madoff-come-metafora.html

I Balcani e la guerra in atto "per l’UE"


La guerra "per l’UE" in atto tra Slovenia e Croazia vede schierate le stessi armi che Lubiana ha usato negli ’90 per la frantumazione della Jugoslavia. Non appena è entrata nell’UE, in maniera sempre prepotente e senza considerarsi mai un paese balcanico, ha cominciato a mettere in atto pressioni e ricatti. La vittima stavolta è stata la Croazia con la quale non ha mai avuto dei buoni rapporti, a causa delle controversie per la decisione delle frontiere dopo la frantumazione della Jugoslavia. I problemi tra pescatori sloveni e croati esistono da anni, e molti in passato hanno cercato di risolvere le questioni irrisolte, come l'ex Premier Ivica Racan e Janez Drnovsek, tramite un arbitraggio coinvolgendo la stessa Comunità Europea. A tutto questo dobbiamo aggiungere anche la questione la centrale nucleare a Krsko, che si trova sul territorio comune dei due Stati, e il cui capitale e la cui produzione di energia vengono ripartiti in pari uguali.

La guerra per l’adesione potrebbe dunque diventare un nuovo campo di scontro "nel cuore dell’UE". A questo punto, sia la Commissione Europea che l’UE hanno capito cosa ha significato accogliere la Slovenia nel loro stesso gruppo, e mentre il Commissario per l’allargamento dell’UE Olli Rhen chiede di "controllare gli emozioni forti" per calmare la situazione e che, dopo le feste natalizie - che portano a tutti "pace e serenità" - occorrerà discutere per risolvere la situazione. La superficialità intellettuale slovena forse non era conosciuta dagli europei, ma sicuramente da tutti i popoli che hanno convissuto con loro nella Jugoslavia, e sanno bene cosa vuol dire essere sempre offesi dagli sloveni con epiteti come "stupidi balcanici". La loro intelligenza è servita solo per trasformare le risorse delle terre slave in un perfetto prodotto di marketing sloveno, imbrogliando il mercato europeo con immagini manipolate per vendere i miglior prodotti dell’intera regione come di proprietà esclusiva. 
Il loro brand Lesnina cerca di imitare la Ikea, utilizzando il legname delle foreste della Bosnia e della Croazia; l’industria di elettrodomestici Gorenje utilizza componenti prodotti in Serbia e comunque non è mai riuscita ad essere come la Elektrolux; la frutta e l’uva serba è diventa "Fructal" e i vini "made in Slovenia". In questo modo, gli sloveni della ex Jugoslavia si sono arricchiti alle spalle delle altre regioni "più balcaniche", in cui però vi sono tutte le industrie produttrici dei prodotti che loro vendono soltanto. La Slovenia è diventata la "piccola svizzera", con stazioni sciistiche di lusso e turismo di élite, ma sempre con l’occhio sveglio per scorgere se riescono ad imbrogliare ancora qualcun altro al di fuori del loro confine. Essere parte della Jugoslavia è sempre stato motivo di insoddisfazione per gli sloveni, sentendosi intellettualmente superiori, "al pari degli europei". Invece nel Sud-Est Europeo sono meglio conosciuti come servi fedeli degli austro-ungheresi, coloro che sono riusciti, più di tutti, ad adeguarsi alle regole dei colonizzatori che altri hanno sempre cercato di combattere. In questo modo hanno imparato bene la lezione su come usare gli altri, mentre non hanno dimenticato i loro complessi di schiavitù.

Le patologiche conseguenze di una politica interna ed estera senza orientamento viene subita ora dalla Croazia, dopo che per molti anni sono stati i serbi i principali bersagli, e in questi anni non hanno ancora imparato la lezione come ci si deve comportare con i propri vicini. Guardando la Slovenia si può capire bene come si comporta un Paese che esce da una guerra e entra in Europa prima di ogni altro Stato della regione. Gli sloveni hanno imposto il veto all'integrazione croata, e non vedono in esso un atto "poco europeo" e "poco civile". "Non siamo in una situazione in cui dobbiamo ascoltare le lezioni su come ci si deve comportare in Europa", dichiara il Presidente sloveno Danilo Turk, con la speranza che il loro veto sia presto supportato anche dagli altri Stati membri. Il Presidente Turk forse è troppo sicuro che ogni mossa slovena venga accettata senza discussione, dimenticando che gran parte dell’economia slovena è proprio in funzione dell'esistenza dei mercati degli Stati che tanto snobbano e disprezzano. Il Premier Ivo Sanader e il Presidente Stipe Mesicsono rimasti loro stessi sorpresi del fatto che, i loro amici di indipendenza, hanno chiesto una parte del territorio croato per continuare il percorso dell’integrazione europea della Croazia. Secondo il Premier Sanader il veto non fermerà la Croazia, forse rallenterà le negoziazioni ma non bloccherà certo l’adesione di Zagabria, mentre Mesic ha sottolineato che "la Croazia deve comportarsi civilmente, risolvere i problemi e allo stesso tempo non deve rifiutare alle prove evidenti che dimostrano le sue ragioni".
Da parte nostra, rimaniamo sempre senza parole su come i croati ragionano in maniera civilizzata, come ad esempio con la Serbia, quando, dopo aver cacciato dal Paese circa 250.000 serbi per creare un Paese pulito, hanno accusato i serbi per genocidio. Allo stesso modo rimaniamo increduli del fatto che la Serbia come non ha reagito in nessun modo, ha chiesto scusa, e non ha posto nessun divieto alla aziende croate di entrare nel mercato serbo, anche dopo che la Croazia ha riconosciuto il Kosovo.

È ovvio che l’ "alta diplomazia" ha sempre una doppia faccia, e prima delle parole arrivano i fatti. La Croazia in questi giorni sta minacciando di imporre alla Slovenia il blocco commerciale, ma in realtà la chiusura delle dogane è già cominciata. Lungo i confini verso l’Unione Europea le auto croate sostano ore ed ore, subendo inutili e minuziosi controlli, smontando persino le ruote solo per provocare un disagio e creare interminabili code per i passeggeri diretti in Europa. Nei negozi di arredamento sloveni Lesnina della capitale croata, la gente non vuole comprare più "i prodotti sloveni", mentre si stanno riducendo anche le commesse croate verso la Slovenia. Stessa situazione nei bar del centro, dove si espongono cartelli "non si vende la birra slovena Lasko". E così, mentre i croati fanno il vero boicottaggio della merce slovena, i serbi con il loro "patriottismo masochista" accolgono l’ennesimo centro di grande distribuzione croato, Pevec. Dopo le accuse di genocidio e le scuse di Tadic, dopo l'indipendenza kosovara e il Pevec, la diplomazia serba fallisce ancora una volta.

Al contrario, la Serbia diventa "meta slovena" di solidarietà, e dalla Slovenia partiranno per Capodanno lunghi treni diretti a grandi feste a presti scontanti, che non troverebbero in a nessun altro posto dell’UE. L’agenzia turistica slovena Supertrevel è la capofila della campagna pubblicitaria "Belgrado, il posto più vivace d'Europa", confermando che i cari sloveni considerano Belgrado una città europea "senza prefisso balcanico". Al contrario, altre agenzie stanno preparando "Capodano 2009 alla maniera balcanica", dove Belgrado diventa la città più divertente con le donne più belle: un treno-disco con 600 persone partirà da Lubiana diretto ai grandi party di Belgrado, mentre una guida condurrà i turisti anche nei luoghi bombardati dalla NATO. L’assurdità dei Pesi balcanici la si può descrivere ammettendo che la loro bizzarria ha un certo fascino. Scadarlia, Terazie e Kalemegdan, le perle di Belgrado dove il"fiume Sava bacia il Danubio", nella notte di Capodano saranno dei luoghi incantati dove si dimenticheranno tutte le diversità e le divisioni politiche, e si sentiranno solo risate e clamore di quei popoli che sono, nonostante tutto, sempre vicini. La Serbia è sempre stata vera Europa, e la cultura millenaria serba potrà essere vista anche in questa, nella sua capacità di chiedere scusa e di accogliere nella propria terra "familiari e vicini".

di Biljana Vukicevic

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16437



La civiltà arabo-islamica e l'abbandono della visione "eurocentrica"


Riconoscere il contributo determinante che la cultura arabo-islamica ha dato alla civiltà umana nel corso dei secoli, e l’importante ruolo che essa ha giocato nel processo di formazione della civiltà occidentale, favorirebbe il dialogo ed il riavvicinamento fra il mondo islamico e l’Occidente – sostiene il direttore dell’ISESCO Abdulaziz Othman al-Twaijri

Di recente, ho partecipato alla conferenza internazionale tenutasi presso la sede dell’UNESCO di Parigi, nel quadro del programma dell’UNESCO per lo sviluppo della cultura araba (programma noto con il nome di“Arabia plan” ), e su iniziativa della delegazione del Sultanato dell’Oman presso l’UNESCO. Tale conferenza era intitolata: “Intercultural Encounters on the Shores of the Mediterranean, the Alchemy of an Uninterrupted Dialogue” .

In un’epoca in cui la coscienza degli uomini si apre alla scelta del dialogo fra le culture e le civiltà, inteso come metodo di comprensione e di convivenza per allontanare le cause che portano al divampare dei conflitti fra le nazioni sull’onda del fanatismo e dalla chiusura culturale, ritornare alla storia per trarne i dovuti insegnamenti e per conoscere le posizioni occupate nel passato sulla mappa della civiltà, evitando di scivolare nell’intransigenza, nell’estremismo, nel rifiuto dell’altro e nella chiusura in se stessi, è un’azione assolutamente saggia e ragionevole.

L’argomento della conferenza mi ha spinto a ritornare su preziosi scritti riguardanti la civiltà islamica e la sua influenza sulla civiltà occidentale. Sono infatti convinto che la conclusione che possiamo trarre dallo studio della storia è che la civiltà umana è un fiume traboccante nel quale confluiscono le civiltà delle nazioni e dei popoli, accrescendone il flusso e colmandolo di conoscenze, e di conseguenza fecondandolo e facendo sì che esso porti nuovi frutti.

La civiltà arabo-islamica fu tra le più importanti sorgenti di conoscenza per circa otto secoli, e fu tra i principali canali attraverso cui le scienze si trasmisero in tutto il mondo. Gli storici più equilibrati ed imparziali (europei, americani, e non solo) arrivano ad affermare che le scienze della Grecia, dell’Egitto, dell’India e della Persia giunsero in Occidente grazie ai ponti che gli arabi e i musulmani gettarono su quel fiume traboccante, il fiume della civiltà umana che nel volgere delle epoche non fa che crescere di estensione e di portata.

Se non fosse stato per le ricerche e per gli sforzi scientifici profusi dagli arabi e dai musulmani, non sarebbero giunte in Occidente la cultura greca, la cultura dell’antico Egitto, la cultura persiana ed indiana, quella della Mesopotamia e dell’Asia Centrale. Quegli eccezionali scienziati e studiosi che fecero parte della civiltà islamica, tra i quali figurano musulmani e non musulmani, sono coloro che protessero e salvaguardarono le scienze antiche, arricchendole, e poi trasmettendole all’Europa attraverso tre canali: il primo è l’Andalusia, nella quale fiorirono le scienze, il sapere e la cultura in tutte le loro forme e ramificazioni; il secondo è rappresentato dalle isole del Mediterraneo, come la Sicilia, Cipro, ed altre isole che per molti secoli appartennero alla civiltà arabo-islamica, dove le scienze ebbero ampio sviluppo; il terzo è il contatto diretto che si verificò tra gli europei da un lato e gli arabi ed i musulmani dall’altro nel corso di quelle che nelle fonti medievali occidentali sono note come “le crociate”, e che nelle fonti arabe sono conosciute come “le guerre franche”.

Se l’approccio eurocentrico, che considera l’Europa come l’unico ed eterno centro delle scienze e del sapere, ha dominato il pensiero occidentale, occultando agli europei molte verità storiche, l’onestà, l’imparzialità e l’oggettività ci impongono di essere equilibrati nella nostra visione delle cose, di far riemergere la verità, e di essere leali nei confronti di quelle generazioni di eminenti studiosi e scienziati che furono al servizio della conoscenza umana, diffondendola in tutto il mondo.

E’ storicamente provato che la scienza presso gli arabi ed i musulmani fiorì e prosperò in conseguenza del fatto che essi credevano che cercare la conoscenza fosse una prescrizione divina, che servire la scienza fosse un dovere, e che diffonderla fosse una responsabilità. L’Islam esortava a cercare la conoscenza. Esso l’ha incoraggiata, ed ha eliminato qualsiasi ostacolo che impedisse di approfondire la ricerca scientifica, di indagare la verità, e di studiare per giungere ai più alti livelli della conoscenza. Sulla base di questi insegnamenti, schiere di scienziati si impegnarono nella ricerca della conoscenza, indagando le vie per giungere ad essa. Perciò gli scienziati arabo-islamici si rivolsero alle fonti del sapere presso quelle nazioni che erano note per il fiorire delle scienze al loro interno, e tradussero in arabo molte delle loro opere. Furono tradotte opere dal greco, dal siriaco, e da altre lingue antiche. Queste traduzioni furono la premessa per trasmettere le scienze dall’Oriente all’Occidente attraverso la mediazione arabo-islamica.

Dotti e scienziati arabo-islamici come Jabir Ibn Hayyan, al-Khwarizmi, al-Farghani, al-Kindi, ar-Razi, al-Farabi, Ibn al-Jazzar, al-Zahrawi, Ibn Sina, Ibn al-Haytham, al-Biruni, Ibn Zuhr, Ibn Rushd, Ibn al-Bitar, Ibn Khaldun, Ibn al-Nafis (si tratta di matematici, fisici, alchimisti, medici, geografi, filosofi vissuti in epoca medievale, che spesso erano noti in Europa con nomi latinizzati; fra tutti, ricordiamo al-Farabi (Alpharabius), al-Kindi (Alkindus), Ibn Sina (Avicenna) e Ibn Rushd (Averroè) (N.d.T.) ), ed altri eminenti studiosi, dovrebbero occupare il posto che meritano nella storia della civiltà e della conoscenza, e dovrebbero essere conosciuti in Occidente, poiché hanno contribuito al progresso del sapere e della conoscenza con le loro teorie e le loro invenzioni in molteplici campi.

Numerosi libri ed enciclopedie riconoscono il ruolo giocato dagli scienziati e dai dotti arabo-islamici nel trasmettere la conoscenza in Occidente. Fra le tante, ricordo tre opere di studiosi che meritano ogni considerazione: George Sarton, autore di “Introduction to the History of Science”; Will Durant, autore dell’enciclopedia “The Story of Civilization”; e Sigrid Hunke, autrice di “Allahs Sonne über dem Abendland” (Il sole di Allah sull’Occidente), un libro che è stato tradotto in arabo con il titolo “Il sole degli arabi sull’Occidente”. Le opere che abbiamo citato non sono che un esempio delle centinaia di libri che riconoscono agli scienziati arabo-islamici il merito di aver trasmesso le scienze all’Occidente e di aver creato delle connessioni fra la conoscenza orientale e la conoscenza occidentale. Su questa premessa si fondò il Rinascimento europeo.

Il dialogo fra le culture ebbe inizio con il sorgere del “sole” della cultura arabo-islamica, visto che la grande opera storica che gli scienziati e gli studiosi arabo-islamici hanno compiuto trasmettendo all’Occidente la loro scienza e le loro invenzioni, ma anche le scienze delle civiltà orientali e delle civiltà del Mediterraneo, ha rappresentato un importante episodio di dialogo fra le culture e di alleanza fra le civiltà, nel senso più ampio di queste espressioni.

E’ tempo che l’Occidente riconosca – visto che “riconoscere il merito” è una virtù dei saggi – che gli arabi e i musulmani hanno contribuito alla costruzione della civiltà occidentale. Dunque è nel loro diritto che l’Occidente riconosca loro pienamente il posto che meritano. Questo riconoscimento della verità aprirebbe la strada ad un riavvicinamento fra il mondo islamico e l’Occidente, rafforzando la spinta alla comprensione ed alla convivenza, e concedendo a ciascuno le dovute opportunità di dialogo e di pace, in particolar modo in questa fase in cui si moltiplicano le sfide e gli incitamenti all’odio ed alla violenza, e sono sempre più frequenti le offese nei confronti delle culture e delle religioni. Tuttavia, è in questa stessa fase che gli arabi e i musulmani stanno partecipando in maniera molto seria alle iniziative mondiali per il dialogo, la comprensione e l’alleanza fra le civiltà. La maggior parte di queste iniziative ha visto la luce proprio nel mondo islamico, in conformità con i valori della nostra civiltà e con gli insegnamenti islamici che ribadiscono la fede nel carattere unitario delle religioni per quanto concerne la loro origine divina, nella fratellanza dei profeti e del loro messaggio unificante, e nella dignità e nell’uguaglianza di tutti gli uomini.

In questo modo usciremo da quell’ambito parziale e riduttivo nel quale ci aveva costretto la maggior parte delle scuole di pensiero europee, con la loro pretesa secondo cui la scienza e la conoscenza sarebbero una prerogativa della civiltà occidentale, e le altre civiltà e culture dell’umanità non avrebbero fatto altro che attingere ad essa.

di Abdulaziz Othman al-Twaijri

Abdulaziz Othman al-Twaijri è direttore generale dell’Islamic Educational, Scientific and Cultural Organization (ISESCO); è di nazionalità saudita

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/23/abbandonare-l’approccio-eurocentrico/

Titolo originale:

الـخـروج من دائرة المركزية الحضارية الأوروبية

Gli automobilisti di Vladivostok, Putin e il consenso che scricchiola


Che la crisi globale avrebbe prodotto prima o poi una rottura del granitico consenso da anni esistente intorno a Vladimir Putin, lo prevedevano in molti. Che il punto di rottura sarebbe stata l’automobile, e in particolare gli automobilisti della remota Vladivostok, è stata invece una sorpresa che lo stesso Putin è andato a cercarsi con la sua azione di governo, quando per far fronte all’incombente e imprevista crisi del settore - è di ieri la notizia che la maggiore azienda automobilistica russa, la Vaz, ha sospeso la produzione da qui al 5 febbraio – ha deciso di alzare le tasse sulle importazioni di auto nuove e usate dall’estero. Se nella Russia europea questo ha colpito più che altro gli acquirenti di auto di lusso, che alla fine non stanno tanto a guardare qualche centinaio o anche qualche migliaio di dollari in più o in meno, in Siberia invece - e soprattutto nell’estremo Oriente, l’azione fiscale decisa dal governo ha colpito la classe media e medio-bassa, che fin dai primi anni novanta si è motorizzata soprattutto importando auto usate e a basso prezzo dal vicino Giappone. Non soltanto a Vladivostok importare un’auto di buona qualità dal Giappone, usata un paio d’anni, costa meno che farne arrivare una nuova di qualità più scarsa da Togliattigrad; ma in città – e altrove nella regione – è anche sorto un vero e proprio mondo di «indotto» legato a questo commercio. Di fatto in tutta la regione della Siberia orientale si guida stando pericolosamente «dalla parte sbagliata» (in Giappone si circola a sinistra e le auto hanno il volante a destra), tanto che si vorrebbero cambiare ad hoc le regole di circolazione; e poi meccanici, ricambisti, ecc. sono tutti «sintonizzati» su quel tipo di auto e il brusco calo delle importazioni che la nuova tassazione provocherà è visto come un grave pericolo. La protesta è iniziata già una decina di giorni fa, dapprima con riunioni, petizioni, piccoli meeting, poi con azioni sempre più esplicite e clamorose, e in collegamento con gruppi di iniziativa spontanea formatisi in altre città del paese; fino allo showdown di domenica in cui i corpi speciali della polizia (Omon) sono intervenuti a reprimere una manifestazione di mille persone, facendolo alla loro maniera stupida e violenta e rendendo la protesta enormemente più conosciuta di quanto non sarebbe riuscita a fare da sola. Le botte e gli arresti, totalmente gratuiti visto che nessuno dei manifestanti aveva fatto niente di male, sono finiti su tutti i media mondiali, oltre che russi; il pestaggio di alcuni giornalisti presenti ha provocato la reazione indignata addirittura dell’Unione dei giornalisti russa, solitamente molto molto cauta nel criticare l’operato del potere. Non è detto che la protesta degli automobilisti di Vladivostok duri ancora a lungo o si allarghi fino a diventare un vero e proprio movimento antigovernativo – anche se altre manifestazioni ci sono state nel frattempo in parecchie città del paese. Ma certo quei cartelli «Putin dimettiti», «Abbasso il governo», «Mosca non ci rappresenta», rappresentano un segnale d’allarme molto serio per il Cremlino, in vista dei tempi duri che stanno per cominciare. Se dagli automobilisti si comincerà a passare agli operai dei grandi centri industriali, saranno guai: il malcontento è già palesse ovunque e i prossimi mesi – il massimo pericolo viene visto dagli esperti per febbraio-marzo – potrebbero vedere un’ondata di proteste antigovernative che in altri paesi sarebbero tutto sommato fisiologiche e «digeribili» senza troppi problemi ma in Russia no. Difficile dire come potrebbe reagire il Cremlino, che non è abituato all’impopolarità; a suo vantaggio, va detto che può contare soprattutto sull’assenza – finora – di qualsiasi vera opposizione politica organizzata. Gli ingredienti per una miscela pericolosa sono già tutti lì. Nei centri siderurgici e minerari come il bacino del Kuzbass, gli Urali, le città del medio Volga, la maggior parte delle grandi imprese non hanno licenziato gente ma hanno tagliato di brutto le paghe - del 30, 40 per cento e anche di più – imponendo ferie obbligate o riduzioni dell’orario settimanale. La settimana di quattro giorni pare essere ormai la regola, da Novokuznetsk a Ekaterinburg, da San Pietroburgo a Togliatti; e la botta di riflesso è arrivata anche sul commercio - i negozi e le catene di supermercati ormai offrono la merce a metà prezzo, visto il crollo della domanda. Il fatto è che un paese come la Russia, che ha fatto dell’export di materie prime grezze o lavorate (petrolio, carburanti, carbone, acciaio, leghe leggere ecc.) il fulcro della propria economia, oggi soffre moltissimo della recessione che ha colpito le economie occidentali; e non ha ancora al suo interno i mezzi per reggere da solo, come forse potrà fare la Cina.
di Astrit Dakli

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