lunedì 22 dicembre 2008

“Olmert a Obama: ripensaci”



Ripensare a cosa? Alla politica degli Stati Uniti verso Israele in tutti questi anni, non solo bushiani ma anche clintoniani. 

Ma è davvero Olmert che parla? La stampa americana talvolta offre sorprese che il nostro mainstream ci concede sempre più raramente. L'autore di questa è un giornalista ebreo americano, Roger Cohen, commentatore di punta del New York Times, che prova a “immaginare” un dialogo tra il premier (uscente) del governo israeliano e il presidente (entrante) degli Stati Uniti. 

Dove il primo si rivolgerebbe così al secondo: «Gli Stati Uniti si sono sbagliati firmando assegni in bianco a Israele, anno dopo anno; si sono sbagliati fingendo di non vedere gl'insediamenti israeliani sulla riva occidentale; si sono sbagliati nel non essere più espliciti sulla necessità di (con)dividere Gerusalemme; si sono sbagliati nel darci armi così sofisticate da convincerci che la sola potenza militare è la risposta a tutti i nostri problemi; si sono sbagliati, infine, nel non averci aiutato a contattare la Siria. Il suo futuro segretario di Stato, Hillary Clinton, ha detto in campagna elettorale che gli Usa stanno con Israele ora e per sempre. Ebbene, non basta. Voi dovete talvolta stare contro di noi, per aiutarci a evitare una linea di eterno militarismo».

Ovviamente un tale monologo non c'è mai stato, sebbene sia di non poco interesse vederlo scritto, nero su bianco, sull'Herald Tribune. Ma, come sottolinea l'autore dell'articolo, Olmert queste cose le ha effettivamente dette, anzi scritte: in una intervista al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.

Bisogna, come si usa dire, farci la tara, perché una tale giravolta intellettuale e politica in un falco come Olmert – non si dimentichi, autore e organizzatore della guerra contro il Libano – forse si spiega con il fatto che la sua carriera politica è finita nel fango sotto accuse di corruzione molto gravi. 

Ma, come in tutti i pentimenti, bisogna tenere conto che esiste anche una voglia di sgravarsi da una parte almeno delle responsabilità morali che si è voluto, o dovuto, assumere mentre si era in carica. 

Se non altro per questo Olmert dovrebbe dunque essere preso sul serio. A Washington, prima di tutto, ma anche a Bruxelles. Roger Cohen – che sottolinea, a scanso di equivoci,  di non essere minimamente disposto a mettere a repentaglio l'esistenza e la sicurezza dello Stato d'Israele – suggerisce a Hillary Clinton, cioè a Obama, di far incidere a fuoco, sulla parete dell'ottavo piano del Dipartimento di Stato dove si collocherà il suo ufficio, le parole che Olmert ha vergato come proprio epitaffio politico: «Noi dobbiamo trovare un accordo con i palestinesi, che significhi il ritiro da quasi tutti, se non da tutti, i territori (occupati, ndr). Una certa quota di essi resterà in nostre mani, ma noi dobbiamo dare loro, da qualche altra parte, la stessa quota. Senza questo non vi sarà pace. Inclusa Gerusalemme».

Sarà capace Barack Hussein Obama di spiegarlo a Hillary Clinton?

di Giulietto Chiesa -  Megachip

I Paesi arabi e la storica occasione di cambiamento


L’attuale situazione internazionale rappresenta un’occasione unica per compiere una radicale revisione del sistema regionale arabo e dei suoi regimi statali – sostiene l’intellettuale palestinese Awni Farsakh. Questa revisione dovrebbe comprendere la riforma dei rapporti inter-arabi, un rinnovato approccio al conflitto arabo-israeliano, e la promozione dell’istruzione e della ricerca scientifica nei paesi arabi

L’appello al “cambiamento” che Obama ha lanciato con successo è indice dell’aspirazione americana a radicali trasformazioni economiche e sociali che siano in armonia con il cambiamento demografico avvenuto a vantaggio degli americani di origine africana, latinoamericana ed asiatica. Nel frattempo, la crisi finanziaria e la recessione economica nel mercato americano sono un altro segnale del crollo imminente dei sogni imperiali dei neocon – siano essi repubblicani o democratici – e della fine della fase dell’unipolarismo americano. Inoltre, in molti riconoscono che il mondo si trova sull’orlo di cambiamenti radicali negli equilibri di forza e negli orientamenti economici e sociali. Forse Sarkozy è quello che si esprime con maggior precisione a proposito dei cambiamenti futuri, quando afferma che non ci si può più basare  sui logori modelli del passato.

Se questo è vero per quanto riguarda la Francia e l’Unione Europea – come si può dedurre dalle parole del presidente francese – ciò è ancor più appropriato per quanto riguarda il sistema regionale arabo, che è quello che ha maggiormente bisogno ed urgenza di rivedere, modificare e superare la condizione arretrata e la situazione di crisi che gli Stati arabi attraversano a molti livelli. E questo è ciò che i rapporti sullo sviluppo umano nel mondo arabo, pubblicati dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), ed altri rapporti dei centri di ricerca arabi e internazionali, hanno messo in evidenza, ammonendo sulle conseguenze di questa situazione. Alcune figure rappresentative, dall’indubitabile patriottismo e dalla comprovata capacità intellettuale, sono giunte ad un tale livello di scoramento da affermare che il cittadino arabo è ormai prigioniero di una situazione politica e sociale arretrata, e non possiede gli strumenti per superarla. A questo punto, l’interrogativo centrale è il seguente: i venti del cambiamento che soffiano ai quattro angoli del pianeta scuoteranno anche il sistema regionale arabo, oppure la situazione dei politici arabi è simile a quella di un monte non scalfito dal vento?

Nel cercare di dare una risposta a questo interrogativo, osservo innanzitutto che l’arretratezza araba non è assolutamente imputabile a un difetto nella natura degli arabi, tant’è vero che circa 750.000 arabi occupano posizioni eminenti nelle università e nei centri di ricerca europei e americani più avanzati, e competono per le posizioni di leadership. Inoltre, il ruolo svolto dagli arabi nella storia della civiltà umana rappresenta la prova decisiva che l’eredità arabo-islamica non è in nessun modo la causa dell’inadeguatezza delle società arabe contemporanee. Ciò fornisce una prova inequivocabile del fatto che l’arretratezza del sistema regionale arabo e dei suoi regimi statali è il risultato dell’incapacità dei politici – in particolare – e delle elite – in generale – di impiegare al meglio ciò che la nazione araba possiede in termini di capacità umane e di patrimonio culturale. E questa non è che l’amara conseguenza delle politiche adottate a seguito della Guerra del Kippur, e della cultura della sconfitta  che si è diffusa in tutti i paesi arabi dopo il cambiamento sostanziale verificatosi nel ruolo nazionalista panarabo dell’Egitto (a seguito della firma del trattato di pace con Israele (N.d.T.) ). Alla luce dei dati della situazione internazionale e regionale, è possibile affermare che è maturata per il sistema regionale arabo, come per i singoli regimi statali, l’occasione storica di compiere una revisione ed un cambiamento a diversi livelli.

Sul piano delle relazioni regionali ed internazionali, disponiamo ormai di un grado maggiore di indipendenza decisionale, a patto di rivedere in maniera radicale i rapporti inter-arabi al fine di rimetterli al passo coi tempi, dato che i blocchi regionali sono ormai gli unici in grado di adempiere ai bisogni dei cittadini (che crescono ad un ritmo superiore rispetto a quello delle entrate nazionali), e, di conseguenza, di raggiungere un elevato grado di efficienza regionale ed internazionale. Considerando l’esperienza araba a partire dalle trattative di Alessandria per la creazione della Lega Araba nell’autunno del 1944, risulta chiaro che l’eccessivo valore attribuito alla sovranità nazionale ha rappresentato un ostacolo essenziale all’integrazione che si intendeva raggiungere attraverso la creazione della Lega. Il triste paradosso è che coloro i quali avevano attribuito un maggior valore alla sovranità nazionale rispetto all’integrazione e al coordinamento inter-arabo non hanno mostrato, nella maggior parte dei casi, alcun interesse alla salvaguardia di questa sovranità nazionale di fronte alle ingerenze esterne regionali e internazionali, ed in particolare alle ingerenze americane e israeliane.

La revisione più doverosa e urgente da compiere è quella delle posizioni ufficiali arabe riguardo al conflitto arabo-sionista, alla luce di una lettura oggettiva della realtà in tutti i suoi  aspetti. Infatti, non sfuggono ormai a nessuno gli effetti disastrosi degli accordi di Camp David e di Oslo, e l’inutilità delle interminabili trattative e della serie di concessioni gratuite sulle quali il gruppo di Oslo continua a basarsi con il beneplacito ufficiale degli arabi. Allo stesso modo, è ormai evidente la falsità delle leggende circa la superiorità sionista, così come è manifesto il venir meno del potere di deterrenza israeliano di fronte al ruolo e all’impatto crescente della resistenza. Sono molte le avvisaglie che indicano che il tempo non gioca a favore dell’entità coloniale sionista. L’ultima dimostrazione di ciò è quanto ha scritto Uri Savir, ex-direttore generale del Ministero degli Affari Esteri israeliano, sul quotidiano Maariv il 30 novembre 2008, e cioè che “il tempo non gioca a nostro vantaggio”. La posizione dei professori delle università britanniche nei confronti delle università israeliane, e l’accoglienza riservata a Shimon Peres dagli studenti di Oxford, che lo ritengono un criminale di guerra, denotano l’inizio di un cambiamento nelle posizioni degli intellettuali europei di fronte all’entità sionista. All’orizzonte non si vede nulla che suggerisca che il “processo di pace” che Bush ha lasciato in eredità a Obama possa aver successo. Infatti, l’alleanza americano-sionista non è più in grado di imporre un compromesso alle proprie condizioni, mentre la resistenza è ancora lontana dall’essere in grado di ottenere una porzione minima dei diritti legittimamente rivendicati dagli arabi. Perciò il conflitto continua. Se i regimi arabi aspirano realmente ad una “pace complessiva e giusta”, l’unico modo per raggiungerla è interrompere qualsiasi forma di riconciliazione e di normalizzazione, di accogliere le iniziative popolari a sostegno della resistenza, e di spezzare l’assedio imposto alla Striscia di Gaza. In questo modo l’alleanza americano-sionista sarà costretta a offrire le concessioni richieste. In caso contrario, si inaspriranno i conflitti inter-arabi.

Non meno importante e urgente è una revisione radicale dell’allarmante situazione dello sviluppo umano in tutte le regioni arabe, sia in relazione alla diffusione dell’analfabetismo che al declino delle università e dell’istruzione nel suo complesso – ed in particolar modo all’emarginazione della lingua araba ed all’alterazione dei programmi di storia e di educazione civica e religiosa nell’ambito dei programmi scolastici e accademici. A ciò si aggiunga la limitatezza della spesa per la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti, e la quasi totale assenza di fondi per la ricerca scientifica. Alla nazione araba non mancano le capacità umane qualificate e le possibilità materiali per produrre una rivoluzione scientifica e culturale, senza la quale nessun paese arabo potrà colmare il divario tra la propria arretratezza e il progresso scientifico e conoscitivo contemporaneo.

Vi sono molti aspetti della situazione araba che necessitano di una revisione radicale. Tuttavia, se si riuscisse a perseguire con successo i quattro punti illustrati precedentemente, ciò fornirebbe la base per progredire sul lungo percorso che dobbiamo compiere al fine di superare l’attuale condizione di crisi. A questo punto, l’ultimo interrogativo è: sapranno i politici arabi approfittare della storica occasione di cambiamento, o questa possibilità gli è preclusa?

di Awni Farsakh

Awni Farsakh è un intellettuale palestinese residente negli Emirati Arabi Uniti; scrive abitualmente sul quotidiano ‘Dar al-Khaleej’

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/21/i-regimi-arabi-e-l’occasione-per-una-revisione-storica/

Titolo originale:

النظام العربي والفرصة التاريخية للمراجعة 

Lo scottante "dossier Iran" lungo la tela arabo-occidentale



La strategia dei paesi occidentali nei confronti dell'Iran non si ferma: un'iniziativa americana in seno all'Onu ed un rapporto di intelligence che arriva dalla Francia sono le novità di questi ultimi giorni.
Il Segretario di Stato statunitense, Condoleeza Rice, come atto pratico finale del suo mandato, convoca una riunione ai massimi livelli al quartier generale delle Nazioni Unite, a New York. A partecipare sono i membri del Consiglio di Sicurezza, più la Germania, ed una serie di Paesi arabi: Bahrein, Egitto, Giordania, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi, Arabia Saudita. Tema, lo scottante dossier Iran.
La Rice ha voluto sottolineare che l'incontro non prevedeva la definizione di una strategia comune, ma ai commentatori le dichiarazioni sono sembrate di prammatica. In realtà l'incontro è senza precedenti, mai gli stati arabi erano stati coinvolti ufficialmente ed a così alto livello per discutere dei rapporti tra la comunità internazionale ed il paese degli ayatollah. 
È del resto evidente come molti paesi arabi possano essere annoverati tra i nemici strategici dell'Iran. In particolare l'Arabia Saudita, competitrice economica dei persiani e da sempre "nemica" religiosa dello sciismo islamico. Particolare ed ambiguo il rapporto tra Iraq e Iran: quasi dieci anni di guerra nel passato, forti influenze ma anche competizione tra Teheran e le componenti sciite irachene.
David Miliband, ministro degli Esteri inglese, prima di partecipare all'incontro ha rilasciato dichiarazioni alla stampa che chiariscono le tematiche in gioco. L'agenda atomica iraniana, infatti, è un elemento che viene "sempre più percepito come una minaccia alla stabilità ed alla sicurezza di tutto intero il Medio Oriente" (1), lasciando capire che l'Iran con la bomba non è una spina nel fianco solo per Israele ma anche per le monarchie sunnite del Golfo. Non è un caso che i due paesi arabi dell'area, Qatar e Oman, che hanno i più stretti rapporti con l'Iran, non hanno preso parte all'incontro.
A buttare benzina sul fuoco ci pensano i francesi. La commissione per gli affari esteri presieduta dal socialista Jean-Louis Bianco ha stilato un rapporto frutto di un lavoro di intelligence di un anno, raccogliendo pareri di esperti e testimonianze dall'interno dello stesso Iran. Il risultato? Gli iraniani stanno per avere la bomba, al massimo nel 2010, probabilmente già dal prossimo anno.
Dice Bianco: "Gli iraniani hanno arricchito 1.600 kili di uranio, ma quando li si interroga sull'avanzamento del loro programma civile sono incapaci di fornire una risposta, di produrre un qualunque progetto concreto. Perché? [...] Teheran possiede i piani della bomba nucleare, ne abbiamo la certezza, senza dubbio ottenuti grazie alla filiera pakistana. E hanno anche sviluppato un programma per la miniaturizzazione della bomba" (2). 
L'ultima affermazione è forse la più preoccupante. La capacità missilistica iraniana è nota, i loro Shahab 3 sono in grado di colpire nel raggio di migliaia di kilometri, Israele compreso, e potrebbero dunque essere dotati di mini testate atomiche da qui a due anni. Il rapporto francese contrasta però con i risultati di analoghe informazioni che arrivavano dalle Agenzie di sicurezza americane e dalla Aiea (l'Agenzia atomica internazionale) che hanno più volte smentito che l'Iran sia sul punto di ottenere la bomba atomica.
I prossimi mesi appaiono come cruciali. A gennaio entrerà alla Casa Bianca il nuovo presidente Barack Obama, che ha già dichiarato di voler aprire un dialogo con tutti, compresi i nemici, compreso l'Iran. Al contempo sostiene che l'Iran atomico è "inaccettabile", posizione del resto condivisa e sostenuta con anche maggiore forza dalle due personalità che di fatto condurranno la politica estera americana, la Segretario di Stato Hillary Clinton ed il vice-presidente Joe Biden. A febbraio ci saranno le elezioni in Israele, favorito appare al momento Benyamin Netanyahu, la cui durissima posizione sulla questione è nota: "Siamo come nel 1938. Israele è la Polonia ed Ahmadinejad è Hitler". Quindi a giugno le elezioni presidenziali proprio in Iran, per Ahmadinejad la rielezione non appare affatto scontata. 
Dall'inizio dell'anno a giugno può accadere di tutto.

(1) RIA Novosti, 18/12/2008
(2) Le Figaro, 18/12/2008

di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1069

Islanda, ricordando "i vecchi tempi"


Li chiamano già «i vecchi tempi». Negli anni migliori c’erano più Range Rover qui che in tutta la Scandinavia. E per i compleanni dei vichinghi - come avevano ribattezzato gli yuppie delle grandi banche - il regalo preferito era Elton John che intonava happy birthday. Fino a due mesi fa l’unico problema era il rumore dei jet privati in decollo dall’aeroporto cittadino. L’unica preoccupazione una casa più grande, un Suv più potente, il prossimo week end a Parigi. Ora che le gru sono ferme, le casse vuote e c’è la coda per scappare in Europa, verrebbe da dire che se la sono cercata. Se non fosse che il freddo, l’aria e la neve bianca di Reykjavik sembrano una garanzia di innocenza.

Come il sorriso di Gudny Magnusdottir che ha trentadue anni, cinque figli, è senza lavoro e si è messa in coda anche lei. Invece di lamentarsi va ogni mattina all’ufficio di collocamento, e mentre aspetta il suo turno offre a tutti biscotti alla cannella, cioccolata calda e musica natalizia con lo stereo che ha portato da casa: «Mi hanno licenziata, sono piena di debiti e il prossimo mese dovrò restituire la Skoda Oktavia che ho comprato l’altr’anno». Prende il thermos, versa una tazza anche a noi...

«È un momento difficile, ma la mia vita è bella, e non ho paura di niente».

La vita è bella in Islanda. Anche in quest’inverno con quattro ore di luce e un buco da novanta miliardi di euro. Il 6 ottobre scorso il primo ministro Geir Haarde compare in televisione per annunciare che la festa è finita. Peccato: è stato bello spingersi fino a Copenaghen per issare la bandiera dell’isola sui Magasin du nord e l’Hotel d’Angleterre, le due perle commerciali degli ex colonizzatori danesi. Ed è stato bello pensare che i tycoon dei ghiacci potessero mangiarsi i consumatori inglesi della catena di giocattoli Hamleys, dei grandi magazzini Oasis, o addirittura dei supermercati Woolworth: «Per noi è sempre stato vitale muoverci, conoscere nuovi paesi e conquistare nuovi mercati» ci dice lo scrittore Einar Már Gudmundsson. «Basti pensare che nella nostra lingua stupido si dice heimskur, letteralmente “chi resta a casa”».

Peccato: sembrava un viaggio e invece erano debiti, fuffa, illusioni, un volo finanziario che si schianta tra le pernacchie del mondo. La festa è finita, le Range Rover sono ribattezzate game over, gli ultimi bar di lusso «fanno molto 2007» e Ólöf Sigfúsdóttir, antropologa dell’Accademia di Reykjavik, sintetizza con durezza il pensiero di tanti: «Per arricchirsi i nostri banchieri hanno ipotecato il popolo». Non resta che tornare a terra: cent’anni fa erano pareti di legno, tetti di torba e menù di patate. Oggi sono una montagna di debiti che travolgono i trecentomila abitanti dell’isola: «Ho comprato casa un anno fa» ci dice la giornalista Kolfinna Baldvinsdóttir in un italiano impeccabile. «Metà l’ho pagata in contanti, metà con un mutuo. Ad agosto dovevo alla banca dodici milioni di corone, tre mesi dopo sono diventati ventotto». C’è chi la chiama tempesta perfetta, chi terremoto finanziario, Kolfinna preferisce parlare di truffa legalizzata: «Dov’erano le autorità di controllo? Che faceva il nostro governo? Perché non hanno fermato il delirio dei banchieri?». Nell’agosto 2007 Jon Heidar, trasportatore ventinovenne, si compra un furgone con un mutuo di un milione e duecentomila corone: «Un anno dopo si sono ripresi il furgone, ho perso il lavoro, ma il mio debito è cresciuto a un milione e settecentomila corone». Un incubo: la corona perde terreno, ma i debiti sono in euro, dollari e yen. E così più paghi e più devi, più aumenta il valore del mutuo e meno vale il bene per cui ti sei indebitato. Il regista Jon Gustafsson racconta di un amico che sta per vendere casa pur di liberarsi delle ipoteche sul suo Toyota Land Cruiser: «Sono stati anni folli. Io ho studiato in Canada, e quando sono rientrato nel 2005 non ci potevo credere: in città si parlava solo di cilindrate, metri quadri e investimenti azionari». Sarà vero che la vita è bella in Islanda?

Qualcosa non andava già prima. E Björk, il geniale folletto che da Reykjavik ha conquistato le platee più esigenti del mondo, il 28 giugno fa un concerto a cui assiste un islandese su dieci: lo chiama Náttúra perché vuole protestare contro la costruzione di due megaimpianti di produzione di alluminio, e ricordare che c’è anche uno sviluppo diverso, con meno profitto, meno inquinamento, più qualità e più rispetto per l’ambiente dell’isola. Oggi a Io donna dice che la crisi è unachance: «Noi islandesi siamo pochi, e quando finiamo contro il muro ci finiamo tutti assieme. Ma siamo molto determinati, e sappiamo riprenderci in fretta. Spero che useremo questo momento durissimo per mostrare a tutti che si può lavorare diversamente ». Fa male la caduta, ma quel volo andava comunque fermato… «L’Islanda» continua Björk «è stata una colonia danese per oltre seicento anni. Dopo l’indipendenza del 1944 siamo cresciuti in fretta e con troppa ingordigia. Ora è il momento di essere umili e di tornare alle cose più autenticamente islandesi». Molto naturali, supertecnologiche.

Come le coltivazioni molecolari di Orf, azienda leader nella produzione di proteine che dalla crisi di questi mesi ha tutto da guadagnare: «Finalmente anche noi potremo assumere i migliori» ci dice il Ceo Björn Orvar. «Negli ultimi cinque anni i ragazzi più promettenti correvano tutti in banca». O come il Suv di Rósa Halldórsdóttir che invece di arrancare come i gemelli di città tra un caffè e una lezione di yoga corre sulle piste innevate che dal porticciolo di Höfn puntano al Vatnajokull, il ghiacciaio più esteso d’Europa. Qui la vita d’Islanda è bella davvero, a ogni curva tocca spalancare la bocca come bambini incantati, e a ogni sosta incontriamo tipi che farebbero felice Björk: pescatori contenti perché il paese ha di nuovo bisogno di loro («il crollo delle banche è la vendetta del pesce» ci dice un omone che ha appena venduto mille tonnellate d’aringhe), contadini che immaginano lussuose spa e alberghi di nicchia dove oggi l’ultima lingua del ghiacciaio incontra la prima sorgente d’acqua termale («ci vogliono due milioni di euro, ma vedrà che li troviamo»). In compagnia del suo Mitsubishi e dei suoi tre cani siberiani, Rósa Halldórsdóttir perlustra il deserto ghiacciato, mette in rete voci di terra e di mare, promuove progetti per il mercato dell’alimentazione e del turismo. Chissà se intendeva questo Björk quando ci ha detto: «Sento che possiamo cambiare. Se ci crediamo tutti ce la facciamo di sicuro».

A cambiare pensa anche Kristin Petursdottir, che a Reykjavik è diventata una star perché guida Audur, uno dei pochi istituti finanziari sopravvissuti al ciclone: «In realtà lavoravo in una delle grandi banche che sono fallite ad ottobre, ma due anni fa mi sono detta che non era per me: come donna non potevo accettare tanta opacità, tanta voglia di bonus e quell’ossessione per i profitti di trimestre in trimestre». Come donna? «Oh, sì. Sono convinta che c’è un modo femminile di stare sul mercato: ai nostri clienti consigliamo di investire in aziende con un futuro, ci siamo sempre tenuti alla larga dai prodotti di pura speculazione». Chissà se intendeva questo Björk dicendo che «quest’emergenza è una notte piena di luci di speranza». Ma intanto sarà notte un bel po’, e bisogna decidere con chi è meglio passarla. La piccola folla che si raduna ogni sabato davanti al Parlamento non ne vuole sapere di tenersi i leader che hanno sfasciato il paese. A guidarli è Hördur Torfason, celebre chansonnier che ha alle spalle trent’anni di scontri per i diritti dei gay d’Islanda. Gli chiediamo se è più dura ora o quando fece il suo clamoroso outing nell’agosto del ‘75. Ci risponde che allora erano una minoranza, oggi sono in piazza per tutti. La folla arriva, ascolta, applaude, si disperde in silenzio nei bar del centro. Lo slogan più gettonato è splendidamente laconico: «Noi protestiamo tutti». Il freddo, l’aria e la neve di Reykjavik sembrano una garanzia che tutti finiranno per rimettersi in piedi.

di Raffaele Oriani

Link: http://www.pressante.com/politica-e-ordine-mondiale/1256-islanda-noi-popolo-di-ipotecati.html 

Pechino invia navi militari contro i pirati somali. E' la prima operazione navale in acque straniere dal 15esimo secolo


L'ultima volta che la Marina cinese uscì dalle acque asiatiche, Cristoforo Colombo doveva ancora scoprire l'America. Ma tra qualche giorno, dopo Natale, tre navi di Pechino salperanno dalla base militare di Sanya, per dar man forte alla missione voluta dall'Onu contro i pirati che operano al largo della Somalia. La "più grande spedizione navale cinese dal 15esimo secolo", come l'ha definita un quotidiano della capitale, è stata accolta con soddisfazione anche dagli Stati Uniti, perché segnala la disponibilità di Pechino a collaborare su temi che riguardano tutta la comunità internazionale. Ma il simbolismo dell'operazione viene visto con diffidenza: giunto dopo anni di crescita a due cifre delle spese militare, è un altro segnale dell'ascesa della Cina a potenza globale.Il contributo cinese alla lotta contro la pirateria sarà limitato: nel Golfo di Aden arriveranno due cacciatorpedinieri e una nave di rifornimento. Ma saranno in buona compagnia, dato che alla missione avevano già dato il loro sì gli altri quattro paesi con un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu, che il 16 dicembre ha approvato all'unanimità l'operazione. Spinta da un tam tam su Internet, e forse anche dalla competizione con un'India già attiva da tempo contro i pirati, la Cina non ha voluto restare a guardare. In gioco ci sono anche interessi economici: negli ultimi anni, Pechino ha iniziato la costruzione di infrastrutture in diversi Paesi africani, tra cui il Sudan, e il 60 percento del petrolio consumato in Cina viene dal Medio Oriente, passando in gran parte attraverso quelle acque. Nell'ultimo anno, ogni giorno al largo della Somalia sono transitate quattro navi cinesi. Secondo un portavoce della Marina cinese, circa il 20 percento ha subito attacchi dei pirati. Nell'ultimo, avvenuto il 17 dicembre, l'equipaggio disarmato ha dovuto difendersi lanciando bottiglie di birra.

Da Washington sono giunte parole di apprezzamento per il contributo cinese. Ma non è un mistero che gli Stati Uniti guardino con sospetto al potenziamento militare di Pechino, che potrebbe aumentare la pressione su Taiwan e innescare un conflitto. La Marina cinese non è ancora al livello di una grande potenza: non dispone di nessuna portaerei (gli Usa ne hanno 11), ma negli ultimi anni si è data da fare per colmare le lacune. La Cina ha comprato cacciatorpedinieri dalla Russia, ha migliorato le sue capacità di sbarco, e sta assemblando una flotta di sottomarini. Anche nucleari: lo scorso maggio, fu rivelato che Pechino stava ricavando tunnel sotto alcune colline, capaci di nascondere una ventina di sottomarini dalle spie nemiche.
Tutte operazioni che rientrano in un complessivo potenziamento delle forze armate, composte da 2,3 milioni di uomini (di cui 250mila nella Marina). Nell'ultimo anno, le spese militari cinesi sono cresciute del 17,6 percento, nel quinquennio precedente sono aumentate alla media del 15,8 percento l'anno. E questi sono i numeri ufficiali, secondo cui la Cina destina l'1,7 percento del Prodotto interno lordo alle forze armate: il Partito sostiene che la crescita del bilancio militare è necessaria dopo decenni di trascuratezza. Ma gli Stati Uniti - e anche diversi analisti indipendenti - credono che Pechino non la racconti giusta. Nel suo ultimo rapporto, il Pentagono ha stimato che le spese militari cinesi sono oltre il doppio di quanto dichiarato. Una cifra comunque inferiore rispetto a quella degli Usa, con un bilancio militare che rappresenta il 4 percento del Pil, e pari a quello che spendono per le forze armate tutte le altre nazioni. Ma pur essendo distante da Washington, al ritmo attuale di crescita la Cina impiegherà pochi anni per diventare la seconda potenza militare al mondo, superando il Regno Unito. E se i numeri ufficiali non sono veritieri, lo è già.
di Alessandro Ursic

Nubi sempre più dense sull'orizzonte dei Nobel. Il Nobel per la medicina è stato 'consigliato' da multinazionale del farmaco?

 Il Times di Londra rivela oggi un sospetto caso di corruzione che mette in dubbio la trasparenza nell'assegnazione del premio 2008 per la medicina: un gigante framaceutico, AstraZeneca, avrebbe 'pilotato' la scelta della giuria.

Un membro della giuria che decide l'attribuzione del premio risulta componente del cda dell'AstraZeneca, che è finita nel mirino della magistratura. Uno dei vincitori del Nobel per la medicina di quest'anno, Harald zur Hausen, è stato premiato per il suo lavoro sul papilloma virus (HPV), che può portare al cancro dell'utero. AstraZeneca ha due vaccini molto cari contro questo virus.  
Sembra, inoltre, che lo stesso zur Hausen abbia legami con la casa farmaceutica con base a Londra, che recentemente ha sponsorizzato il sito web dei Nobel e iniziative promozionali. AstraZeneca nega ogni addebito.  

Ma non è tutto. La magistratura svedese ha aperto un'indagine dopo che alcuni membri dei comitati per il Nobel hanno ammesso di aver beneficiato di lunghi viaggi 'tutto pagato' in Cina per illustrare le procedure attraverso le quali viene scelto il Nobel.
Fonte: nrainews24

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