sabato 20 dicembre 2008

Dallo scoppio della bolla dell’inflazione al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione


I primi segnali del tracollo del prezzo del petrolio e del dollaro non sono bastati a mettere in allarme le Banche Centrali e i Governi sull’immediato cambiamento dello scenario economico. La bolla dell’inflazione è subito scoppiata, e ora siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione in cui l’economia è entrata. In realtà gli Stati Uniti sono già nell’occhio del ciclone della deflazione, dopo che nel mese di ottobre si è assistito ad un calo dell'1% dei prezzi al consumo, la più alta che sia stata mai registrata su base mensile in questi ultimi sessant’anni. I prezzi al consumo sono diminuiti quasi della metà, mentre le quotazioni immobiliari, dopo un crollo del 17% in un anno negli Stati Uniti, cominciano a ridursi anche in Europa dopo la crescita incontrollata di soli pochi mesi fa. L’iperinflazione ha infatti reso domanda e offerta eccessivamente sensibili, creando speculazioni e bolle finanziarie destinate a mantenere sollevato solo artificialmente il mercato. Questa fase è stata, tuttavia, solo temporanea  in quanto dopo pochi mesi si sono azionate le dinamiche di stagflazione, che hanno invertito i processi dell’inflazione: l’aumento dei prezzi non ha spinto ad un aumento della produzione in quanto la domanda si è rallentata sempre di più, considerando che il potere d’acquisto dei salari non è cresciuto di conseguenza. L’indebitamento generalizzato delle persone e delle imprese, se in una prima fase ha alimentato un consumismo sfrenato, successivamente ha avuto un’onda d’urto spaventosa.  

Ed è proprio il blocco della produzione e la liquidazione dei debiti a creare questa spinta deflazionistica. Gli operatori economici sono troppo indebitati e vendono i loro beni a basso prezzo, mentre, dall’altra parte, difficilmente troveranno qualcuno disposto ad acquistarli, in quanto l’accesso al credito è scarso e manca liquidità nelle casse dei Governo e delle imprese. Pian piano le persone vedono i propri beni svalutarsi con il logorio della riduzione dei prezzi generalizzata, e dunque le proprietà, le case, le auto perdono man mano il loro valore, dopo che lo stesso mercato le aveva sopravvalutate.  A questo punto però subentra un’altra dinamica, che è quella psicologica del consumatore, che continua a rinviare i propri acquisti per via della crisi o perché spera che si riducano ancora di più, e delle imprese, che rinviano gli investimenti o le assunzioni, perché temono delle conseguenze rischiose o sperano di ottenere manodopera a più basso prezzo. La caduta dei prezzi aumenta, inoltre, anche l'onere del debito, che, quando i prezzi diminuiscono, è sempre troppo costoso. Ed è proprio sul costo del debito che le Istituzioni finanziarie possono far leva, in maniera da annullare anche il costo del denaro, il quale dovrebbe divenire neutrale rispetto alla dinamica degli acquisti. In tale direzione va la decisione del Governatore della Federal Reserve Ben Bernanke, che ha deciso di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds ( il tasso del mercato interbancario americano ) stabilendo una forchetta che va dallo zero allo 0,25%, proprio come fece la Banca del Giappone (Boj) negli anni ’90 portando il costo del denaro a quota zero . Allo stesso tempo, annuncia che la Federal Reserve acquisterà titoli pubblici a più lungo termine, al fine di stabilizzare anche in futuro i tassi di interessante, riducendo l'aspettativa di un rialzo nei mesi successivi. Tuttavia, come la storia recente insegna, tali misure possono rivelarsi anche inefficaci, come accaduto in Giappone, che dopo una breve ripresa dell’economia è caduto di nuovo nella spirale deflazionistica, sulla spinta delle dinamiche globali. 

A muoversi contro la deflazione, sono anche i produttori di petrolio che, allarmati dalla continua riduzione della quotazione del barile di greggio, hanno ufficialmente annunciato un calo della produzione di 2,2 milioni di barili al giorno, mentre a partire da settembre l’offerta di petrolio sarà pari a 4,2  miloni di barili. A muoversi con l’OPEC è anche la Russia, che annuncia una riduzione di 485-488 milioni di tonnellate entro la fine del 2008, decidendo di non aderire al cartello - in quanto il suo meccanismo non è direttamente applicabile alla Russia - e di limitarsi alla semplice stabilizzazione della produzione. Riteniamo, però, opportuno osservare che questa contrazione del prezzo del petrolio non dipende dal mercato del petrolio, bensì da quello della produzione e dell’economia reale. Se il prezzo del petrolio diminuisce è perché si sta riducendo la domanda, e non perché c’è un’eccessiva offerta che va a rendere il prezzo della materia prima più conveniente. Come l’aumento del costo del greggio era stato indotto, nei mesi scorsi, dalla speculazione del dollaro, così oggi la sua riduzione deriva da dinamiche esterne, come la riduzione degli acquisti a causa del rallentamento dell’economia, o magari della stessa crisi, che spinge gli Stati ad utilizzare maggiormente le proprie scorte o fonti di energia diverse.

Il rallentamento della produzione industriale non è da sottovalutare, considerando che rappresenta il risultato di una dinamica che, a catena, coinvolge molti settori. Basta prendere in considerazione il blocco del settore automobilistico, che ha provocato non solo la riduzione della produzione di veicoli, ma anche delle componenti, della distribuzione e dunque della logistica, per non parlare dell’impatto sul settore siderurgico ed estrattivo.  Solo l’industria dell’acciaio ha ridotto la sua produzione del 20%, con maggiori conseguenze per la Cina (-12%) e il Nord America (-38,4%), per un volume di 89 milioni di tonnellate. Il calo ha raggiunto il 24,8% nell'Unione europea, 16,1% nel resto d'Europa, 17,8% in Sud America, il 35% in Africa e 9,2% in Oceania. E così, mentre il gigante dell'acciaio Arcelor Mittal sta progettando significativi tagli e riduzioni significative nella produzione, il gruppo svedese SSAB (acciai speciali) ha recentemente annunciato che si sarebbe eliminare 1.300 posti di lavoro a causa del forte rallentamento della domanda. La crescita della produzione nei primi undici mesi del 2008 è stata ridotta allo 0,9%, pari a 1,224 miliardi di tonnellate, secondo il World Steel Association (ex International Iron and Steel Institute, IISI). Proviamo adesso a sommare il calo di produzione di ogni settore, e a moltiplicarlo per la relativa domanda di energia: otterremmo di conseguenza una riduzione degli acquisti di petrolio, carbone e derivati.

Ciò premesso, l'OPEC potrà solo contenere nel breve periodo le loro perdite, ma se non vi sarà una ripresa dell’industria, non ripartirà neanche il mercato del petrolio. In tal senso, forse la Russia ha preso una saggia decisione nel non aderire al cartello e di mantenere una propria indipendenza, in quanto in questo modo avrà la possibilità di negoziare sulle singole trattative a seconda della reale domanda. Ad ogni modo, è in questa fase delicata per le economie dei Paesi più industrializzati e di quelli in via di sviluppo, agire sugli investimenti energetici, in particolar modo nelle fonti rinnovabili. In tal modo sarà possibile far ripartire la produzione industriale delle piccole e medie imprese, creare occupazione e dare ossigeno all’intero sistema del credito e del consumo. Si potrà anche frenare quelle dinamiche di deflazione indotte dalla "svendita" delle risorse e dei beni, in quanto si andrà a creare una prospettiva futura di crescita. Per quanto riguarda invece l'indebitamento di grandi Banche e industrie, è in atto un processo che difficilmente potrà essere arrestato, e fin quanto non vi sarà la stabilizzazione dell'economia su un nuovo livello di produzione, con la redistribuzione di ricchezza che ne deriva, non ci sarà stabilità per il mercato. La deflazione sicuramente si fermerà, ma in una situazione di gravi squilibri, può solo causare nuove bolle speculative.

di Fulvia Novellino

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16310

Il vaccino anti-malaria nelle vite di milioni di bambini africani


L'utilizzo del vaccino anti-malaria attualmente più sviluppato, capace di dimezzare l'incidenza della malattia nei bambini africani, potrebbe essere autorizzato entro il 2011. Conosciuto come RTS,S/AS01, il nuovo vaccino può essere tranquillamente incluso nei programmi di immunizzazione già esistenti nei singoli paesi, senza rischio di interferire con i comuni vaccini infantili contro poliomielite, difterite, pertosse, tetano e Hib (Haemofilus Influenzae di tipo B). 
Dei recenti studi realizzati in Kenya e Tanzania mostrano che, nei bambini tra i 5 e i 17 mesi, i casi di contagio si ridurrebbero del 53% lungo un periodo di otto mesi dalla vaccinazione. A partire dal prossimo marzo, sedicimila bambini africani saranno sottoposti a dei test finali, estesi anche a Burkina Faso, Gabon, Ghana, Malawi e Mozambico.
La malaria provoca la morte di circa un milione di persone all'anno, soprattutto neonati e bambini dell'Africa sub-sahariana. La malattia contribuisce anche all'anemia nei bambini e nelle donne incinta, a un basso peso del neonato, a parti prematuri e danni neurologici. Si stimano dai 300 a 500 milioni di casi ogni anno, mentre circa 3,2 miliardi di persone sono a rischio di contagio.
Cristian Loucq, della Malaria Vaccine Initiative, ha dichiarato che gli investimenti nello sviluppo di vaccini anti-malaria cominciano a dare i loro frutti: "Il vaccino ha un buon profilo di sicurezza e un livello significativo di efficienza. Possiamo già intravedere l'enorme cambiamento che questa conquista scientifica porterà nelle vite di milioni di bambini africani, che ogni anno soffrono e muoiono a causa di questa malattia".
di Marco Menchi

Il declino degli Imperi. Gli Stati uniti capiranno la lezione?


La Spagna nel XVI secolo e l'Olanda nel XVII crearono grandi imperi.
Ma la Gran Bretagna, dal XVIII fino alla metà del XX secolo, e gli Stati uniti, dopo di allora, sono i soli esempi di imperi globalizzati, forti di risorse distribuite in tutto il mondo e con ambizioni internazionali fondate su una vasta rete di basi militari. La supremazia navale ha dato potere alla Gran Bretagna, la capacità distruttiva dei bombardamenti lo assicura agli Stati uniti.
Tuttavia, le vittorie militari non sono mai state sufficienti a garantire la durata degli imperi (...), Gran Bretagna e Stati uniti hanno goduto di una chance in più, possibile solo nel quadro di un'economia globalizzata: entrambe hanno dominato l'industria mondiale. Prima di tutto con la forza di un apparato produttivo che ne faceva le «industrie del mondo». Già durante gli anni '20, e poi dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati uniti rappresentavano circa il 40% della produzione industriale del pianeta. Ancora oggi, questa cifra oscilla tra il 22% e il 25%.
I due imperi erano diventati anche dei modelli, che gli altri paesi cercavano di imitare. Situati all'incrocio dei flussi degli scambi internazionali, le loro scelte di bilancio, finanziarie e commerciali condizionavano contenuto, volume e destinazione dei flussi stessi.
Inoltre, entrambi i paesi hanno esercitato un'influenza culturale sproporzionata, in particolare grazie alla straordinaria diffusione dell'inglese. (...) Al di là di questi elementi comuni, esistono però anche molte differenze tra i due paesi. La più evidente riguarda le loro dimensioni. La Gran Bretagna è un'isola, non un continente, e non ha mai avuto frontiere nel senso americano. Ha fatto parte di diversi imperi europei: all'epoca romana, dopo la conquista normanna e, per un breve periodo, quando Maria Tudor sposò Filippo II di Spagna, nel 1554. Ma di questi imperi non è mai stata il centro. Quando nel paese si verificava un sovrappiù di popolazione, questa emigrava o fondava colonie, facendo delle isole britanniche un'importante fonte di emigrazione. Al contrario, gli Stati uniti sono soprattutto una terra di accoglienza, che ha riempito i suoi immensi spazi grazie alla crescita della popolazione e a notevoli ondate di immigrazione, provenienti, fino agli anni 1880, per lo più dall'Europa occidentale. Insieme alla Russia, quello americano è il solo impero a non aver mai conosciuto la diaspora.
(...) Diritto naturale ai benefici della libertà L'impero americano è il logico prodotto di un'espansione basata su un'identificazione pressoché totale tra paese e continente. Agli immigranti europei, abituati ad elevate densità di popolazione, gli spazi americani dovevano sembrare insieme infiniti e deserti. Impressione rafforzata dalla eliminazione pressoché totale delle popolazioni locali a causa delle malattie diffuse, volontariamente o meno, dai coloni. (...) Ma, senza contare la convinzione che fosse Dio ad avergli fatto dono di questa terra, l'europeo doveva semplicemente eliminare le tribù nomadi per imporre il proprio sistema economico e l'agricoltura intensiva. Di conseguenza, la Costituzione americana esclude esplicitamente gli indiani dal corpo politico formato da coloro che godevano di un «diritto naturale ai benefici della libertà». (...) Altra differenza con la Gran Bretagna e l'Europa in generale: gli Stati uniti non si sono mai sentiti parte integrante di un sistema internazionale formato da nazioni di potenza comparabile. La stessa nozione di colonia era incompatibile con la loro visione, in quanto la totalità del continente nordamericano, compreso il Canada, doveva alla fine diventare un unico paese. Ed è per questo che gli Stati uniti, Hawaii a parte, non hanno mai cercato veramente di incorporare regioni che non fossero già popolate o colonizzate dagli anglosassoni, quali Porto Rico, Cuba o le isole del Pacifico. L'egemonia americana oltre le frontiere del suo territorio-continente non poteva assumere la forma né dell'impero coloniale britannico né quella del Commonwealth.
Non avendo inviato coloni in giro per il mondo, non poteva dare vita a dominions, cioè a quelle colonie bianche, con o senza popolazioni native, che progressivamente si resero autonome (ad esempio Canada, Australia, Nuova Zelanda o Sudafrica). Dopo la vittoria del Nord, diventata ormai impensabile qualsiasi secessione dall'Unione sia sul piano legale che su quello politico ed ideologico, la potenza americana non poteva esprimersi oltre le sue frontiere che in un sistema di stati satelliti o vassalli. Seconda differenza fondamentale tra i due paesi, gli Stati uniti sono nati da una rivoluzione durata forse più a lungo di tutte quelle ispirate agli ideali del secolo dei Lumi. Dovendo costruire un impero, non potevano farlo che a partire dalla convinzione messianica che la loro società «libera» fosse superiore a tutte le altre, e quindi destinata a diventare un modello per il resto del mondo. Come aveva capito Alexis de Tocqueville, l'orientamento politico di una tale impresa non poteva che essere populista e antielitario. In Gran Bretagna, l'Inghilterra e la Scozia hanno fatto la loro rivoluzione nel XVI e XVII secolo. Ma sono state rivoluzioni di breve durata.
Si sono poi riciclate in un regime capitalista orientato verso la modernità, ma molto gerarchizzato e assai poco ugualitario, controllato, fino al XX secolo, da grandi famiglie di proprietari terrieri. La Gran Bretagna era certamente convinta della propria superiorità rispetto alle altre società, ma non aveva né la convinzione messianica né la volontà di convertire gli altri popoli al tipo di governo britannico, o al protestantesimo. L'Impero britannico non è stato costruito da o per missionari. Terza differenza, dal Domesday Book (1) nel XI secolo, il regno d'Inghilterra - e, dopo il 1707, la Gran Bretagna - si è costituito attorno ad un sistema giudiziario e ad un governo molto centralizzati, che ne fanno la più antica nazione europea. Negli Stati uniti, la libertà è il vero avversario del governo centrale, così come di qualsiasi altra autorità statale, che è deliberatamente paralizzata dalla separazione dei poteri. (...) Non dimentichiamo un'altra differenza fondamentale: la loro rispettiva età. Oltre a una bandiera o a un inno, ogni stato-nazione ha bisogno di miti fondatori rintracciabili nella propria storia. Ma gli Stati uniti, diversamente dall'Inghilterra, dalla Francia rivoluzionaria, o anche dall'Urss, non avevano ancora una storia da cui attingere tali miti. I loro antenati più lontani non andavano oltre i primi coloni inglesi, in quanto i puritani si erano auto-dichiarati non indiani e gli indigeni, come gli schiavi, erano per definizione esclusi dal «popolo» al quale facevano riferimento i Padri fondatori.
(...) Infine, visto che gli Stati uniti, nel corso della rivoluzione, si erano definiti nella contrapposizione agli inglesi, il solo legame accettabile con la vecchia patria si riduceva alla lingua. L'identità nazionale americana non poteva dunque costituirsi a partire da un passato comune con la Gran Bretagna, anche prima dell'afflusso di immigranti non anglosassoni. Poteva realizzarsi solo a partire dalla sua ideologia rivoluzionaria e dalle nuove istituzioni repubblicane.
La maggior parte delle nazioni europee ha avuto paesi vicini e nemici rispetto ai quali definirsi. Gli Stati uniti, la cui esistenza non è mai stata minacciata, salvo che dalla guerra di Secessione, non possono definire i loro nemici sul piano storico, di conseguenza non resta che il piano ideologico: nemico è chi rifiuta il modo di vita americano. Gli imperi sono come gli stati. (...) L'impero, nel senso stretto o informale, è stato un elemento costitutivo dello sviluppo economico britannico e della sua potenza internazionale. Non è mai stato così per gli Stati uniti, la cui decisione più importante è stata quella di non diventare uno stato tra gli altri, ma un gigante di dimensioni continentali. La terra, e non il mare, ha svolto un ruolo centrale nel loro sviluppo. Sono sempre stati espansionisti, ma non alla maniera degli imperi marittimi castigliano o portoghese del XVI secolo, olandese del XVII o britannico, in quanto tutte queste metropoli erano pur sempre stati di dimensioni modeste.
Gli Stati uniti ricordano di più la Russia, che ha esteso anch'essa la propria influenza attraverso vaste pianure, «da un mare all'altro», dal Baltico al mar Nero e al Pacifico. Anche in mancanza di un impero, gli Stati uniti resterebbero sempre la nazione più popolata dell'emisfero occidentale e la terza su scala planetaria. Al contrario, privata del suo impero, la Gran Bretagna non sarebbe stata che una media economia pari a tante altre, realtà di cui aveva piena coscienza, anche quando governava un quarto della popolazione mondiale.
Mostrare i muscoli a sostegno della propria economia Ancora più importante... Dato che l'economia britannica era presente nella maggior parte degli scambi internazionali, l'impero è stato un elemento centrale nello sviluppo dell'economia mondiale del XIX secolo. Fino al 1950, almeno tre quarti degli enormi investimenti britannici erano destinati a paesi in via di sviluppo. E, tra le due guerre mondiali, più della metà delle esportazioni dalla Gran Bretagna erano dirette in regioni appartenenti alla zona d'influenza britannica. Con l'industrializzazione dell'Europa e degli Stati uniti, la Gran Bretagna cessa di essere l'industria del mondo, ma resta la responsabile della rete di trasporto internazionale. Controlla il commercio e rimane il banchiere del resto del mondo, oltre che il primo esportatore di capitale. (...) L'economia americana non ha mai avuto un legame così simbiotico con l'economia mondiale. Ma, essendo di gran lunga il più grande produttore industriale del pianeta, ha un peso significativo semplicemente per l'immensità del suo mercato interno. Le innovazioni americane in materia di tecnologia e di organizzazione del lavoro ne hanno fatto un modello a partire dalla seconda metà dell'800 e soprattutto nel XX secolo, quando l'America diventa la prima società consumistica di massa.
Fino al periodo tra le due guerre mondiali, questa economia, molto protetta, si è sviluppata principalmente grazie alle proprie risorse e al mercato interno. (...) Il predominio economico del Nuovo mondo sul Vecchio si è istaurato durante la guerra fredda. Niente permette di affermare che durerà ancora a lungo. (...) In reazione all'industrializzazione dell'Europa e degli Stati uniti, la Gran Bretagna vittoriana, già massicciamente industrializzata e sempre primo esportatore di capitali, diresse gli investimenti verso la propria zona d'influenza imperiale. Gli Stati uniti del XXI secolo non hanno questa possibilità. (...) In un mondo globalizzato, il predominio culturale americano è sempre meno sinonimo di dominazione economica. Gli Stati uniti hanno inventato il supermercato, ma è il gruppo Carrefour che ha conquistato l'America latina e la Cina.
Conseguenza di questa differenza fondamentale con la Gran Bretagna, è il fatto che l'impero americano ha sempre dovuto mostrare i muscoli per sostenere la propria economia.
Ci saranno sempre più disordini, conflitti, barbarie?
Senza la sottomissione del «mondo libero» alle esigenze della guerra fredda, la dimensione dell'economia americana sarebbe bastata a farne un modello per il resto del mondo? A instaurare il predominio delle agenzie di rating finanziarie, delle norme contabili o del diritto degli interessi americani? A definire il «Washington Consensus» come bibbia del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale?
Si può dubitarne.
Per tutte queste ragioni, non si può considerare l'impero britannico come un modello che permetta di comprendere il progetto egemonico americano. Tanto più che la Gran Bretagna era consapevole dei propri limiti, in particolare quelli del suo potere militare. Peso medio cosciente di non poter mantenere in eterno il titolo di campione del mondo degli apprendisti dominatori del mondo, ha costruito un impero più vasto di quelli che qualunque altro paese abbia mai posseduto, e potrà mai possedere. Ma sapeva di non poter dominare il mondo intero e non tentò mai di farlo. Al contrario, cercò di rendere il resto del mondo abbastanza stabile da poter prosperare, ma senza cercare d'imporre ovunque la sua volontà.
Quando l'era degli imperi marittimi giunse alla fine, a metà del XX secolo, la Gran Bretagna sentì girare il vento prima delle altre potenze coloniali. Poiché il suo potere economico non dipendeva dalla forza militare, ma dal commercio, si adattò più facilmente alla perdita dell'impero, come aveva già fatto di fronte al più grave rovescio della sua storia, la perdita delle colonie americane.
Gli Stati uniti capiranno la lezione? O cercheranno di mantenere un predominio globale con la sola potenza politica e militare, causando così sempre più disordine, conflitti e barbarie?

di Eric Hobsbawm *

note:
* Storico, autore in particolare di L'Age des extrêmes. Histoire du court XXe siècle, coedizione André Versaille editore - Le Monde diplomatique, Bruxelles, 2008. Il testo è estratto da un'opera che verrà pubblicata all'inizio del 2009 da André Versaille editore e Le Monde diplomatique.

(1) Documento catastale voluto da Guglielmo il Conquistatore e finito nel 1086; doveva servire da base per calcolare l'imposta reale.
(Traduzione di G. P.) 

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2008/Dicembre08/20-12-08DeclinoImperi.htm

Come partizionare l' hard disk per Linux (parte 3)

Finalmente arriva la parte pratica in cui vedremo come utilizzare il tool a riga di comando fdisk. Ho deciso di impostare l' articolo proprio su fdsik e non su un' altro programma perchè fdisk è lo strumento a riga di comando più diffuso per partizionare l' hard disk e potrebbe capitarci di doverlo usare per completare la fase di installazione di qualche distribuzione che non prevede tool grafici.
Prima di tutto dobbiamo sapere che in Linux possiamo riferirici al nostro hard disk tramite l' interfaccia astratta /dev/hda se il nostro sistema utilizza drive IDE oppure tramite l' interfaccia /dev/sda se invece il nostro sistema utilizza drive SATA o SCSI. Ogni hard disk ha un' interfaccia diversa, quidi se noi abbiamo 3 hard disk con drive IDE, noi potremo riferirci ad essi tramite le seguenti interfacce: /dev/hda/dev/hdb e /dev/hdc.
Ogni hard disk come ormai dovremmo aver capito, può avere varie partizioni ed ogni partizione può essere riferita aggiungendo il suo numero al nome dell' interfaccia. Per esempio /dev/hda1 indicherà la prima partizione sul primo hard disk. Mentre /dev/hdc3 indicherà la terza partizione del terzo hard disk. Vi ricordate che nello scorso articolo vi ho detto che il limite di partizioni primarie è 4? Questo vuol dire che se noi vediamo un numero maggiore di 4 nel nome dell' interfaccia del nostro hard disk, questa indicherà una partizione logica e non primaria. Per esempio /dev/hda5 indicherà la prima partizione logica del primo hard disk.
Per chiarire ulteriormente le idee a chi non avesse ancora capito, ecco come è partizionato il mio hard disk dopo aver eseguito un' installazione default di Ubuntu:



Come si può vedere, il mio hard disk presenta una partizione primaria/dev/hda1 ed una partizione estesa /dev/hda2 che contiene completamente una partizione logica /dev/hda5 (che è la partizione di swap). Alcuni di voi forse si staranno meravigliando del fatto che non ci sono le partizioni /dev/hda3 e /dev/hda4. Ma è perfettamente normale, perchè come abbiamo detto le partizioni primarie hanno numeri che vanno da 1 a 4 mentre le partizioni logiche vanno da 5 in su.
Il comando che ci permette di vedere le partizioni dei nostri hard disk è fdisk -le dobbiamo avere privilegi di amministratore per poter eseguirlo.

Se vogliamo partizionare un hard disk (per esempio /dev/hda) dobbiamo digitare il seguente comando in un terminale: fdisk /dev/hda. Ripeto ancora una volta che fdisk può essere utilizzato solo se abbiamo privilegi da amministratore. A questo punto comparirà il prompt dei comandi:


Come potete vedere è possibile che compaia anche un messaggio di warning che ci avvisa che il numero di cilindri del nostro hard disk è maggiore di 1024. Il problema dei 1024 cilindri è molto conosciuto tra gli utenti Linux. I BIOS meno recenti riescono ad accedere solo ai primi 1024 cilindri dell' hard disk e quindi è consigliabile che il boot loader (esempio LILO o GRUB) ed anche l' immagine del kernel siano contenuti completamente nei primi 1024 cilindri.
Per vedere la tabella delle partizioni basta digitare p e premere invio. Per cancellare una partizione dobbiamo digitare il tasto d, premere invio e poi digitare il numero della partizione da cancellare. Da questo momento la partizione che abbiamo deciso di cancellare non sarà più presente nella tabella delle partizioni ma non è stata ancora cancellata. In realtà con il comando d noi scheduliamo le partizioni che devono essere cancellate. Tali partizioni verranno cancellate definitivamente solo quando confermeremo il tutto digitando il tastow. Quindi anche dopo aver dato il comando d, se vogliamo uscire senza salvare le modifiche basterà digitare il tasto q e nessuna partizione verrà cancellata. Per cancellare tutte le partizioni dovremo digitare il comando d per ogni singola partizione.
Dopo aver cancellato tutte le partizioni del nostro hard disk, dovremo crearne delle nuove. Per creare una partizione digitiamo il tasto n e potremo scegliere il tipo di partizione:



Digitiamo p per creare una partizione primaria oppure l per creare una partizione logica. Dopo aver scelto il tipo di partizione, il programma ci chiederà il numero di partizione: se prima abbiamo cancellato tutte le partizioni ed abbiamo deciso di crearne una primaria, la nuova partizione avrà numero 1. Dopo aver scelto il numero della partizione, dobbiamo scegliere il primo cilindro della partizione. Possiamo premere invio per confermare automaticamente il cilindro di partenza di default (consigliato se non si è sicuri) oppure possiamo digitare il numero del cilindro scelto da noi. Poi dobbiamo decidere quanto deve essere grande la partizione: possiamo scegliere la grandezza in megabyte, kilobyte oppure se siamo sicuri possiamo anche scrivere il numero esatto di cilindri. Se per esempio vogliamo una partizione che sia grande 80 megabyte basterà scrivere +80M e premere invio. Se al momento della scelta della grandezza voi premete solo invio, la partizione occuperà tutto lo spazio libero sull' hard disk.
Ricordiamoci di rendere avviabile la partizione che contiene l' immagine del kernel. Per fare ciò basta digitare il tasto a e poi digitare il numero della partizione che contiene l' immagine del kernel. Per verificare che non abbiamo fatto errori, osserviamo la tabella delle partizioni (premendo il tasto p) e se tutto sarà andato bene dovremo vedere un asterisco vicino al nome della partizione avviabile. Ci sono due cose da dire sulle partizioni avviabili: la prima è che solitamente la partizione avviabile in Linux è quella che contiene la directory/boot. La seconda cosa da dire è che cercando in rete ho letto che rendere avviabile una partizione non è necessario con Linux ma ho letto anche che a volte ci sono dei BIOS recenti che richiedono per forza almeno una partizione avviabile. Quindi, per essere sicuri io vi consiglio sempre di rendere avviabile la partizione che contiene l' immagine del kernel anche perchè questo è il procedimento consigliato nel manuale di Gentoo.

Per creare una partizione di swap, digitiamo sempre il tasto n per creare una nuova partizione, poi scegliamo il tipo di partizione, digitiamo il numero della partizione, scegliamo il primo cilindro ed impostiamo la dimensione della partizione. Dopo aver fatto questo dobbiamo digitare il tasto t per cambiare il tipo di partizione. Dopo aver digitato il tasto t, scriviamo il numero della partizione di swap che abbiamo appena creato e poi scriviamo 82. Questo numero serve ad identificare una partizione di swap. Per verificare che non abbiamo fatto errori possiamo sempre osservare la tabella delle partizioni digitando il tasto p.

Adesso sappiamo creare partizioni primarie (avviabili e non) e sappiamo creare partizioni di swap. Vediamo adesso come creare partizioni estese che contengono partizioni logiche.
Prima di tutto digitiamo il tasto n per creare una nuova partizione, poi digitiamo il tasto p perchè una partizione estesa è pur sempre una partizione primaria, digitiamo il numero della partizione, scegliamo il cilindro di partenza ed infine scegliamo la dimensione della partizione. A questo punto abbiamo creato una partizione primaria! Per farla diventare una partizione estesa dobbiamo digitare il tasto t, scrivere il numero della partizione e poi digitare 5. Il valore 5 identifica una partizione estesa (così come avevamo il valore 82 per le partizioni swap).
Ora che abbiamo la nostra partizione estesa, osserviamo un attimo la tabella delle partizioni con il tasto p e vediamo qual'è il primo cilindro e l' ultimo cilindro della partizione estesa. Quando creiamo le partizioni logiche (che dovranno essere contenute nella partizone estesa), dobbiamo ricordarci che devono riempire tutto lo spazio della partizione estesa. Quindi, la prima partizione logica inizierà dallo stesso cilindro iniziale della partizione estesa mentre l' ultima partizione logica che creeremo terminerà sull' ultimo cilindro della partizione estesa.
Ecco un semplice esempio:




Come potete vedere l' hard disk qui sopra presenta una partizione primaria/dev/hda1 ed una partizione estesa /dev/hda2. Quest' ultima partizione inizia al cilindro 9408 e termina al cilindro 9726. Inoltre la partizione estesa contiene due partizioni logiche che sono /dev/hda5 e /dev/hda6. Come si può facilmente notare, le due partizioni logiche occupano completamente tutto lo spazio della partizione estesa. Ciò vuol dire che la prima partizione logica deve iniziare al cilindro 9408 che è il primo cilindro della partizione estesa e l' ultima partizione logica deve finire sul cilindro 9726 che è l' ultimo cilindro della partizione estesa.
Spero sia stato sufficientemente chiaro.

Dopo aver creato tutte le partizioni, ricordiamoci sempre di dare uno sguardo alla tabella delle partizioni. Se tutto va bene, possiamo salvare le modifiche e scrivere la nuova tabella delle partizioni digitando il tasto w e premendo invio.


Se avete letto tutte le 3 parti della guida "Come partizionare l' hard disk per Linux" non avrete perso tempo. Sicuramente ne saprete molto di più rispetto a coloro che sanno solo utilizzare tool grafici senza però capire cosa stanno realmente facendo.


NOTA: l' amico Paso ha pubblicato oggi 5 dicembre un interessante articolo che spiega come installare, partizionare, formattare e montare all' avvio un nuovo hard disk interno su Linux. Sebbene gli argomenti trattati possano sembrare simili alla mia guida, posso assicurarvi che nell' articolo di Paso troverete molte informazioni interessanti che io non ho trattato. Il suo articolo è ottimo e vi consiglio caldamente di dargli uno sguardo anche perchè oggi è sempre più difficile trovare una guida scritta bene, chiara ed allo stesso tempo molto istruttiva.

Come partizionare l' hard disk per Linux (parte 2)

Nello scorso articolo abbiamo visto quali sono i vantaggi e gli svantaggi del partizionamento ed abbiamo capito che dietro ad ogni buon partizionamento c'è sempre un buono schema progettuale.
Prima di parlare di schemi e startegie progettuali, vediamo che tipo di partizioni possiamo creare. Ci sono 3 tipologie di partizioni:
1) partizione primaria
2) partizione estesa
3) partizione logica

Una partizione primaria è una partizione le cui informazioni risiedono nel MBR (Master Boot Record). Poichè il MBR è molto piccolo (512 byte), è possibile creare solo 4 partizioni primarie. Questo limite ovviamente è molto vincolante e quindi con il passare del tempo si è deciso di introdurre un altro tipo di partizione: lapartizione estesa. La partizione estesa è una partizione primaria che però può essere a sua volta suddivisa in altre partizioni che si chiameranno partizioni logiche. Non è difficile, vero?
Facciamo un paio di semplici esempi: se abbiamo deciso di suddividere il nostro hard disk in 4 partizioni, non abbiamo bisogno di creare partizioni estese perchè rientriamo nel limite massimo di 4 partizioni primarie. Se invece vogliamo suddividere il nostro hard disk in 6 partizioni, non possiamo creare 6 partizioni primarie ma possiamo creare 3 partizioni primarie + una partizione estesa che contiene 3 partizioni logiche.

Ora che abbiamo capito (spero!) quali tipi di partizioni possiamo creare, cerchiamo di capire come possiamo organizzare il nostro schema di partizionamento. Prima di tutto voglio dire che per un "utente alle prime armi" che si sta avvicinando da poco al mondo Linux è consigliabile adottare anche uno schema base come il seguente: 1 partizione primaria / + 1 partizione di swap. Vedremo prossimamente quanto deve essere grande la partizione di swap.
Per chi invece ha già una certa esperienza con Linux il mio primo consiglio è chiedersi: quale utilizzo devo fare con il mio computer? Lo schema di partizionamento può cambiare notevolmente in base all' utilizzo (server o desktop). Se utilizziamo il nostro computer solo ed esclusivamente come postazione desktop per uso casalingo, potremo adottare uno schema simile al seguente: 1 partizione primaria /boot 1 partizione primaria /home 1 partizione primaria / + 1 partizione di swap. In questo modo abbiamo creato una piccola partizione (50 MB circa) dedicata a contenere l' immagine del kernel ed altri file necessari per eseguire il boot. Poi abbiamo dedicato una partizione più grande (anche alcuni Gigabyte) per la directory /home che solitamente su un computer desktop contiene una grande quantità di file e può tornare utile se volessimo fare il backup dei nostri dati. Per finire c'è sempre la partizione root e la partizione swap.
Questo ovviamente vuole essere solo un esempio di schema di partizionamento che non deve essere adottato automaticamente senza un' attenta riflessione.
Per un computer dedicato ad un utilizzo server, le directory /var/tmp/homeed /usr sono delle ottime candidate ad avere una partizione dedicata. In questo modo avremo a disposizione una partizione che conterrà i file temporanei, una partizione per i file di log ed altri file dinamici, una partizione per le directory degli utenti ed una partizione per gli eseguibili degli utenti (e non solo). Così possiamo avere un controllo maggiore sui dati contenuti nell' hard disk.

Un consiglio molto utile che posso darvi per capire quante partizioni creare e soprattutto la grandezza delle partizioni, è il seguente: proviamo uno schema di partizionamento anche semplice, facciamo passare qualche mese durante il quale utilizziamo normalmente la nostra macchina, infine utilizziamo uno strumento che permette di analizzare lo spazio occupato da ogni singola directory. Un' ottimo strumento è Baobab che può essere utilizzato con Gnome e che si trova già nella distribuzione Ubuntu (Applicazioni, Accessori, Analizzatore di utilizzo del disco). In questo modo possiamo vedere come è ripartito lo spazio del disco tra le varie directory e possiamo avere una idea più chiara sull' utilizzo che facciamo del nostro computer. Qui sotto potete osservare la schermata di Baobab su Ubuntu relativa al mio computer:


clicca per ingrandire l' immagine


Si può facilmente notare come è ripartito lo spazio del disco sulla mia macchina che viene utilizzata quotidianamente per uso personale. Le directory che occupano più spazio sono /home che contiene una miriade di file personali (audio, video, immagini, ecc...) e la directory /usr che contiene un gran numero di eseguibili e file vari. Adesso, dopo aver effettuato questo controllo, so che se volessi installare un' altra distribuzione sul mio computer (dopo aver formattato completamente l' hard disk) potrei adottare il seguente schema di partizionamento: 1 partizione primaria /boot + 1 partizione estesa che contiene la partizione logica /home e la partizione logica /usr + 1 partizione primaria / + 1 partizione swap.
La partizione /boot sarà grande al massimo 50MB, la partizione logica /home potrei farla di 7GB per avere sempre un certo margine visto che è una directory che si ingrandisce costantemente, la partizione logica /usr la farei di 3.5GB visto che la dimensione di questa directory solitamente si stabilizza, la partizione swap la farei di una dimensione pari a quella della RAM di cui dispongo ed infine la partizione primaria / potrebbe occupare il rimanente spazio.
In questo schema ho dovuto adottare la partizione estesa perchè se non l' avessi fatto avrei superato il limite di 4 partizioni primarie.

Questo schema sarà sicuramente più adatto rispetto ad uno schema base che prevede solo un' unica partizione in cui risiederanno tutti i file, vero?

Due parole infine devono essere spese sulla partizione di swap. Prima di tutto non siamo obbligati a creare una partizione di swap, in teoria possiamo benissimo farne a meno. In pratica può essere molto utile e qualche volta può salvarci da situazioni critiche. La partizione di swap infatti serve come supporto alla memoria principale (RAM) e viene utilizzata quando il sistema ha bisogno di ulteriore memoria. Se non avessimo una partizione di swap e se il nostro sistema richiedesse una quantità di memoria superiore alla nostra RAM, molto probabilmente il nostro computer andrebbe in crash.
Quanto deve essere grande la partizione di swap? Inizialmente era buona norma creare sempre una partizione di swap che fosse il doppio della memoria RAM del nostro computer. Attualmente con i computer che facilmente hanno qualche gigabyte di RAM, conviene avere una partizione che sia uguale alla RAM e non il doppio. Questa regola però non è fissa perchè se per esempio dobbiamo utilizzare il nostro computer per eseguire calcoli computazionali molto pesanti allora conviene avere una partizione che sia il doppio della RAM.

Vorrei concludere l' articolo con un concetto molto importante: progettare il giusto schema per la nostra macchina è un qualcosa che non è semplice e richiede esperienza. Questo articolo non vuole avere la presunzione di spiegarvi il metodo sicuro che vi permette di progettare degli schemi perfetti per la vostra macchina. Anche io devo imparare ancora molte cose sul partizionamento e sto accrescendo la mia esperienza a riguardo giorno dopo giorno.

La guida su come partizionare l' hard disk ovviamente non finisce qui! Dopo aver terminato la parte teorica ora arriva la parte pratica. Nel prossimo articolo impareremo ad utilizzare un tool a riga di comando molto potente che si chiamafdisk e che potremmo dover usare durante la fase di installazione di molte distribuzioni.

Come partizionare l' hard disk per Linux (parte 1)

Per un utente che si sta avvicinando al mondo Linux e che ha deciso di installare questo sistema operativo sul proprio computer, arriva sempre un momento di fondamentale importanza: il partizionamento. In realtà partizionare un hard disk utilizzando tool a riga di comando (come fdisk) è un procedimento che può creare qualche difficoltà anche ad utenti Linux che sono ormai troppo abituati a tool grafici di rapido utilizzo (come Gparted).
Partizionare un hard disk vuol dire semplicemente suddividere l' hard disk (unità fisica) in più unità logiche e permette di ottenere i seguenti vantaggi:
1) si possono installare più sistemi operativi su uno stesso hard disk
2) si possono condividere delle partizioni tra più sistemi operativi
3) in caso di problemi ad una partizione, nella maggior parte dei casi le altre partizioni non vengono danneggiate
4) si possono effettuare dei controlli su singole partizioni, velocizzando ed ottimizzando i controlli stessi
5) si possono formattare le singole partizioni con filesystem diversi, ottimizzando al meglio l' hard disk
6) si possono applicare delle politiche di sicurezza per ogni partizione (partizione read-only, non eseguibile, ecc...)

Prima di inziare il partizionamento bisogna dire alcune cose: prima di operare sul vostro hard disk è sempre meglio fare un backup dei vostri dati (se presenti) perchè l' imprevisto è sempre dietro l' angolo. Una buona procedura di partizionamento si basa sempre su uno schema di partizionamento che voi avete progettato e semmai appuntato su un foglio di carta. Lo schema di partizionamento rappresenta il modo in cui volete suddividere il vostro hard disk. Progettare uno schema corretto non è una cosa semplice da fare e richiede esperienza. Inoltre ogni schema viene progettato per una determinata macchina e per un determinato utilizzo, quindi non dovrebbe essere copiato ed adattato per altri computer senza averci riflettuto abbastanza.

Il partizionamento è un procedimento molto delicato che se viene fatto in maniera scorretta può anche portare dei grossi svantaggi (e squilibri) per l' intero sistema: frammentazione, utilizzo non ottimizzato dell' hard disk, rallentamenti del sistema, abbassamento del livello di sicurezza, ecc...

Nel prossimo articolo vedremo quali sono i tipi di partizioni che si possono creare e cercheremo di capire quali startegie possiamo adottare per creare degli schemi di partizionamento adatti alla nostra macchina.

L’Esercito USA ha assegnato un plotone di aerei senza pilota (UAV) “Shadow 200” alla 173^ Brigata Aerotrasportata di Vicenza


L’Esercito USA ha assegnato un plotone di aerei senza pilota (UAV) “Shadow 200” alla 173^ Brigata Aerotrasportata di Vicenza. Lo ha reso noto il comandante del “Joint Multinational Training Command” dell’US Army, colonnello Tim Touzinsky. Annunciando l’intenzione del Pentagono di realizzare a Grafenwöhr, Germania, la principale area addestrativa in Europa dei nuovi aerei spia, Touzinsky ha accennato all’attivazione di tre plotoni “Shadow”, il primo presso la 172^ Brigata di Fanteria di Grafenwöhr, il secondo presso il 2° Reggimento di cavalleria di Vilseck (Germania), e il terzo presso la 173^ Brigata di Vicenza.

“Costruiremo una facility per i nuovi velivoli senza pilota, completa di pista aerea di 1.000 metri di lunghezza ed hangar, nel cuore dell’area di addestramento di Grafenwöhr”, ha dichiarato il colonnello dell’US Army. “Abbiamo due aeroporti in Germania in cui sono stati assegnati gli UAV all’esercito,Vilseck ed Hohenfels, ma gli Shadow non possono essere utilizzati perché devono essere tenuti lontani da aree residenziali. Questi tipi di aerei hanno bisogno di 800 piedi di piste per decollare o atterrare. Ma ci sono delle restrizioni su come possono volare ai margini dell’area di addestramento dato il pericolo d’incidente nel caso in cui si perda il collegamento radio”.

I residenti che vivono attorno all’aeroporto Dal Molin di Vicenza sono avvisati. Gli aerei spia “Shadow 200” hanno una spiccata propensione a schiantarsi a terra dopo il decollo, come è confermato dalle cronache dei primi voli sperimentali eseguiti in Kosovo nel 2004. Nei soli primi due giorni d’addestramento, l’US Army perdette due velivoli e fu costretta a sospenderne la sperimentazione. Dopo la “correzione” di alcuni problemi tecnici agli apparati di bordo furono riprese le operazioni, ma altri due gravi incidenti imposero un lungo stop ai nuovi aerei senza pilota. Furono poi testati negli scenari di guerra afghano ed iracheno. Qualche mese fa, gli “Shadow 200” sono stati dislocati dalla 172^ Brigata di Fanteria dell’US Army presso la base avanzata “Warhorse” di Baqubah, Iraq.

Lo Shadow è un aereo teleguidato ed è equipaggiato con sofisticati sensori e telecamere; viene utilizzato per sostenere le operazioni di riconoscimento diurno e notturno, sorveglianza, acquisizione dei target e danneggiamento dei sistemi di comando di guerra avversari. In particolare, il velivolo può sovraintendere alle operazioni di combattimento terrestre e ai raid aerei, fornire assistenza agli interventi di bombardamento e alle attività di ricerca e riscatto del personale disperso nei campi di battaglia.

Il nuovo sistema d’arma si caratterizza per l’alta mobilità e la facilità di trasporto. Può essere infatti trasferito via terra su speciali tir dotati di centri di comando e controllo, shelter e lanciatori. Lo “Shadow 200” è un velivolo “tattico”, potendo contare su un raggio massimo d’azione di 125 chilometri ed un’autonomia di volo per non oltre 12-14 ore. Ma ciò che lo caratterizza come uno dei più avanzati strumenti di spionaggio e d’attacco è la sua capacità di volare a grandi altitudini (tra gli 8.000 e i 10.000 piedi d’altezza in condizioni di luminosità e tra i 6.000 e gli 8.000 piedi durante la notte) e di poter registrare con estrema nitidezza e trasmettere a distanza le immagini rilevate a terra. Qualità d’intelligence che accrescono il potere di fuoco dei reparti schierati in un teatro terrestre particolarmente insidioso, come già è stato per Afghanistan e Iraq e come certamente sarà presto per il continente africano.

L’attribuzione di un plotone di “Shadow 200” alla 173^ Brigata Aviotrasportata di Vicenza va infatti interpretata nel quadro dei nuovi piani USA di penetrazione in Africa, insieme alla recentissima trasformazione del comando SETAF (Southern European Task Force) - ospitato anch’esso nella città veneta - in US Army Africa, la componente terrestre di Africom. Il 9 dicembre 2008, alla presenza dei due massimi rappresentanti dell’esercito USA in Europa, il generale William E. Ward, comandante Africom, e il generale Carter Ham, comandante di US Army Europe, la SETAF ha mutato emblema e bandiera, assumendo il ruolo di reparto d’élite per l’intervento armato nel continente africano. In realtà, per la SETAF di Vicenza non si tratterrà di un debutto in Africa. La forza aerotrasportata ha infatti una lunga storia operativa in questa vasta area geografica. Nel 1994, gli uomini della 173^ Brigata furono inviati in Rwanda per un’ambigua operazione di “peacekeeping” che non impedì lo sterminio di centinaia di migliaia di civili durante il conflitto interno. Due anni più tardi la SETAF fu mobilitata per facilitare l’evacuazione di personale USA presente a Monrovia, Liberia.

Ancora nel 1996, i reparti USA di Vicenza presero parte alla “Joint Task Force Guardian Assistance” inviata in Uganda e Rwanda per “assistere” le operazioni di rimpatrio dei rifugiati ruandesi dall’allora Zaire. Quando una parte dei rifugiati rientrò nel paese d’origine, la missione USA si trasformò in assistenza militare e logistica a favore delle nuove autorità del Rwanda. Nel 1997 fu la volta della Repubblica del Congo, dove la 173^ Brigata fu schierata per fornire “assistenza” all’evacuazione di popolazione non combattente proveniente dallo Zaire. Quando il paese fu nominato “Repubblica Democratica del Congo”, gli obiettivi della missione furono ridisegnati, e i militari USA si trasformarono in “consiglieri” del governo di transizione. 

di Antonio Mazzeo

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2008/Dicembre08/20-12-08AereiSpiaShadow.htm

USA: arrivano 17,4 miliardi di dollari "pubblici" ai colossi dell'auto


Il governo Usa fornira' aiuti per 17,4 miliardi di dollari a breve termine alle compagnie automobilistiche in difficoltà: Ford, Chrysler e General Motors. Il piano di salvataggio prevede anche una scadenza, quella del 31 marzo 2009, termine entro il quale le compagnie dovranno avere dimostrato di essere vitali e quindi di aver avviato una profonda ristrutturazione. "I termini e le condizioni del finanziamento fornito dal Tesoro - si legge nel comunicato della Casa Bianca - faciliteranno la ristrutturazione della nostra industria dell'auto, eviteranno disordinate bancarotte nella fase di difficolta' economica e proteggeranno i contribuenti, assicurando che solo aziende risanate riceveranno i finanziamenti". "Le compagnie automobilistiche - si legge nella nota della Casa Bianca - dovranno usare queste risorse per ritornare finanziariamente vitali. Se questo non dovesse succedere, entro il 31 marzo 2009, il prestito sara' revocato e i soldi torneranno al Tesoro". Oltre ai 13,4 miliardi dollari il governo fornira' a febbraio un'altra trance da 4 miliardi di dollari. "Il popolo americano - dice Bush - vuole che le compagnie automobilistiche escano vincenti e lo voglio anch'io". "La crisi finanziaria - spiega - ha portato le compagnie automobilistiche sull'orlo della bancarotta prima di quanto pensassero". "Non avevano effettuato la preparazione legale e finanziaria necessaria per ottenere una procedura di bancarotta ordinata, in grado di avviare una ristrutturazione vincente". "La convergenza di questi fattori - prosegue Bush - avrebbe comportato il grave rischio di passare dalla bancarotta alla liquidazione. I miei consiglieri economici ritengono che un simile collasso avrebbe comportato un doloroso colpo per i lavoratori americani ben al di la' del settore dell'auto".
Fonte: peacereporter

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