venerdì 19 dicembre 2008

Prima di sparare il primo colpo contro l’elefante del Golfo è necessario aprire la porta al dialogo

La sicurezza dei paesi arabi del Golfo non può più basarsi esclusivamente sulla protezione del “poliziotto” americano, e sull’incitamento all’odio ed alla contrapposizione che Washington sembra prediligere nel suo approccio nei confronti dell’Iran – sostiene la professoressa Madawi al-Rasheed

George Orwell scrisse il suo famoso saggio intitolato “Sparare all’elefante” negli anni ’30 del secolo scorso, quando la Gran Bretagna ricopriva il proprio ruolo di incontrastato poliziotto dei mari. Essa aveva tuttavia cominciato a logorarsi e ad indebolirsi sotto la pressione della grande guerra, che segnò l’inizio della fine del colonialismo britannico, la cui ultima fase si concluse dopo la seconda guerra mondiale.

Il saggio racconta la storia di un poliziotto britannico logorato dalla vita coloniale, il quale aveva cominciato a dubitare di voler continuare ad impersonare il ruolo del colonizzatore dispotico. Questo poliziotto fu costretto ad uccidere un elefante che era entrato nel villaggio di Moulmein, in Birmania. Dopo che l’elefante aveva distrutto alcune capanne e botteghe, ed aveva ucciso un uomo, gli abitanti del villaggio avevano chiesto aiuto al poliziotto inglese perché uccidesse l’elefante. Il poliziotto, armato di fucile, dopo una lunga ricerca aveva finalmente trovato l’animale, il quale sembrava riposarsi un po’, dopo la sfuriata che aveva terrorizzato la gente del villaggio, oltre a provocare la morte di uno di loro.

Il poliziotto si fermò davanti all’elefante. Dietro di lui, centinaia di abitanti della zona gridavano incoraggiandolo ad uccidere l’animale, anche per potersi impadronire della sua pelle, della sua carne e sue delle zanne. Questo poliziotto, che era responsabile della sicurezza ed allo stesso tempo dell’oppressione degli abitanti del villaggio, in quel frangente era diventato il loro eroe, ed essi lo spingevano ad uccidere l’elefante. Egli, tuttavia, indugiava. Forse era stufo di ricoprire il ruolo del poliziotto che rappresentava il colonizzatore straniero. Non voleva uccidere l’elefante, tanto più che quest’ultimo si era stancato, dopo aver devastato il villaggio. Il poliziotto aveva in effetti perso la propria libertà e la propria possibilità di scegliere. La gente che stava a guardare gli chiedeva di svolgere il ruolo del forte tiranno, e non del debole sfibrato, ormai all’ultimo stadio della colonizzazione britannica.

Avendo perduto la propria libertà, il poliziotto fu costretto ad imbracciare il fucile ed a sparare tre colpi in direzione dell’elefante, facendolo crollare morto, in mezzo a una folla plaudente ed esultante di oltre duemila persone. Il poliziotto sapeva di essere odiato dalla popolazione che aveva colonizzato, la quale non sopportava la sua prepotenza e la sua arroganza. E tuttavia, nel momento in cui egli aveva ucciso l’elefante, era diventato un eroe ai loro occhi. Gli abitanti del villaggio lo avevano costretto ad uccidere contro la sua volontà. Le loro grida e i loro sguardi lo avevano spinto a commettere un crimine che egli non aveva scelto di compiere.

Questo racconto di George Orwell in sostanza spiega come il poliziotto oppressore perde la propria libertà nel momento in cui gli uomini si trasformano in tiranni come lui. Il poliziotto armato di fucile perde la sua capacità di scegliere in qualità di essere umano, e – cosa ancora più importante – lo vediamo distruggere la propria umanità e la propria libertà prima ancora di aver annientato l’umanità degli altri. Questo sconcertante racconto preannunciava la fine dell’impero britannico.

Quando comparve una nuova generazione britannica che si rese conto che, all’ombra della politica coloniale del proprio paese, essa aveva perso la propria libertà e la propria possibilità di scegliere, questo fu l’inizio del declino dell’influenza britannica in molte regioni del mondo, fra cui la Birmania, dove è ambientato questo racconto.

Il segretario americano alla Difesa Robert Gates ha presieduto in questi giorni la ‘Conferenza sul Dialogo’ a Manama (la capitale del Bahrain), incentrata sulla sicurezza del Golfo, alla presenza di membri del Congresso americano, e di rappresentanti della NATO e di alcuni paesi europei. Ciascuno di questi protagonisti aspira a giocare il ruolo di “poliziotto del Golfo”, per contrastare minacce reali o immaginarie. Tutti sanno che negli ultimi trent’anni gli Stati Uniti sono stati in prima fila nella missione di proteggere i paesi del Golfo, per mezzo di accordi di sicurezza, di basi militari, e di aiuti enormemente dispendiosi il cui costo è stato pagato da questi paesi, i quali sono fra gli stati che spendono di più al mondo nel settore bellico. Malgrado questa spesa crescente, i paesi del Golfo continuano a dipendere totalmente dall’importazione di attrezzature militari, ed il “poliziotto americano” è presente in tutti questi stati come osservatore, addestratore, e combattente, e addirittura come colonizzatore arrogante, esattamente come lo era il poliziotto britannico della Birmania.

Quando gli Stati Uniti impersonano il ruolo di “poliziotto del Golfo”, soprattutto in una fase di declino dell’influenza mondiale americana, dopo la guerra in Afghanistan ed in Iraq, essi richiamano alla mente il poliziotto del villaggio di Moulmein in Birmania. Gli Stati Uniti sanno perfettamente di trovarsi fra l’incudine e il martello, perfino nel Golfo. Da un lato essi sono amici fidati di regimi che hanno soffocato i loro popoli e che riescono a sopravvivere soltanto a prezzo di una totale dipendenza dalla protezione straniera; dall’altro possono leggere negli occhi dei popoli della regione messaggi di disgusto e di malcontento, completamente differenti rispetto ai messaggi di amore appassionato lanciati nei loro confronti dai regimi della regione e da quell’elite di scrittori, economisti ed intellettuali che si stringe attorno a questi ultimi.

Gli Stati Uniti sono caduti in una terribile trappola quando si sono autonominati “poliziotto del Golfo”, approfittando del vuoto di potere determinato dal ritiro britannico dalla regione all’inizio degli anni ’70, e dall’incapacità dei regimi del Golfo di garantire la sicurezza nazionale dei loro paesi senza ricorrere all’aiuto straniero. La sicurezza di questi paesi è stata di conseguenza affidata alle truppe americane, che i popoli della regione considerano mercenari pagati con i proventi del petrolio. Questi regimi non badano alle conseguenze derivanti da questa totale dipendenza dal “poliziotto straniero”. Quanto al “poliziotto”, si trova nella stessa posizione di colui che era caduto prigioniero di masse che si attendevano che egli mostrasse i muscoli ad apparisse risoluto e forte di fronte a nemici immaginari, e non di fronte a un elefante infuriato. L’America ha perso la propria possibilità di scegliere, ed ha distrutto la propria libertà con le proprie mani, e non per mano di coloro di fronte ai quali fa sfoggio della propria arroganza nei loro paesi.

Ci auguriamo che Robert Gates legga il racconto di Orwell, e che ne sappia trarre i dovuti insegnamenti, fra cui il più importante è che la forza militare non è sempre l’unica soluzione alle crisi della regione del Golfo e del mondo arabo. Molte di queste crisi sono state causate dal “poliziotto” stesso, che ha fomentato la guerra Iran-Iraq negli anni ’80, e che poi ha trascinato l’intera regione in conflitti sanguinosi di cui alcuni paesi del Golfo – ed in particolare l’Arabia Saudita – ancora pagano il prezzo.

Il “poliziotto” americano ha provocato conflitti nella regione del Golfo senza che la sua presenza fosse in grado di “uccidere l’elefante” e di sbarazzarsi definitivamente della sua furia, come fece il poliziotto britannico in Birmania (l’ “elefante” a cui fa riferimento l’autrice è in questo caso l’Iran (N.d.T.) ). Ma non è nell’interesse del “poliziotto” americano sbarazzarsi definitivamente dell’elefante, poiché ciò potrebbe determinare la fine del suo ruolo nella regione. Ma, se l’elefante della Birmania era umorale e dal carattere incostante, l’elefante del Golfo ha una strategia di lungo periodo basata sulla logica della forza, e non sulla stizza e sulla suscettibilità. Lo aiuta in questo la totale mancanza di forza della sponda araba (malgrado le possibilità economiche di cui gli arabi dispongono), e la sua totale dipendenza dai mercenari stranieri.

Prima di perdere del tutto la propria libertà e la propria capacità di scelta, il “poliziotto” americano dovrebbe prendere le proprie decisioni (prima che decidano per lui quelli della sua stessa razza), sbarazzandosi della politica dell’arroganza che è stata praticata nel Golfo per tutta l’era della presenza americana nella regione – una presenza affermatasi non tanto per mezzo delle armi,  ma soprattutto del petrolio. Ed ecco che il petrolio che destava gli appetiti del “poliziotto” americano ha raggiunto una fase di stagnazione e di declino, a causa dell’attuale crisi economica e del calo della domanda. I partecipanti alla Conferenza di Manama probabilmente non hanno approfondito questo punto, anche perché essi concepiscono la sicurezza esclusivamente in termini militari. Ma noi riteniamo che la sicurezza economica sia più importante, soprattutto se teniamo conto che la regione del Golfo continua a dipendere totalmente da una merce il cui valore è soggetto alla legge della domanda e dell’offerta, malgrado i tentativi di alcuni paesi del Golfo (come Dubai) di uscire dal ristretto ambito dell’economia petrolifera.

La regione del Golfo Persico è stata, e continua ad essere, un bacino commerciale che si basa sulla sua metà araba da un lato, e sulla sua metà iraniana ed asiatica dall’altro. I tentativi di trasmettere l’odio e le tensioni da una parte all’altra non saranno di alcuna utilità, anche se i legami storici, sociali e di civiltà dovessero essere più forti dei tentativi stranieri di “stuzzicare l’elefante”.

Se gli Stati Uniti persevereranno nella loro arroganza e nel loro discorso di contrapposizione nei confronti della controparte iraniana, trascinando la regione del Golfo in una spirale di conflitti senza fine, il loro destino sarà analogo a quello del poliziotto britannico che aveva perso la propria libertà e la capacità di determinare il proprio destino. La prepotenza genera altra prepotenza. E’ tempo che i governanti del Golfo circoscrivano il pericolo derivante dal fatto di dipendere da un “poliziotto” straniero che sfida la sorte pur di uccidere l’elefante, anche se ciò dovesse andare a spese dei suoi interessi nazionali. Questa propensione a sfidare il destino potrebbe essere conseguenza del fatto che il “poliziotto” mercenario ha perso la propria libertà di giudizio; tuttavia i paesi del Golfo non dovrebbero perdere anch’essi la loro capacità di discernimento, lasciandosi trascinare al seguito di una superpotenza logorata dalle precedenti guerre, e che non riesce a vincerle né ad opporvisi poiché ha perso la propria libertà di scegliere – ed anzi è stata lei a distruggerla, al punto da essere costretta ad utilizzare la forza laddove esistono altre vie d’uscita dalle crisi mondiali.

Prima di sparare il primo colpo contro l’elefante del Golfo è necessario aprire la porta al dialogo affinché la regione ritrovi il suo pluralismo, la sua cultura, la sua storia e la sua economia, che si sono sviluppate solo per effetto dei contatti con il vicino prossimo, sull’altra sponda del Golfo Persico.

di Madawi al-Rasheed 

Madawi al-Rasheed è una studiosa di origini saudite; insegna antropologia delle religioni al King’s College di Londra

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/18/la-sicurezza-del-golfo-e-l’uccisione-dell’elefante/

Titolo originale:

أمن الخليج واطلاق الرصاص على الفيل

Ma tutta la sfacciata propaganda antirussa, alla fine, conviene ai suoi entusiastici e intruppati propalatori?

Certamente, come ha constatato a proprie spese CNN, tra gli utilizzatori dell’internet non rende.

Fiera del proprio battage antirusso estremo di questi giorni, l'importantissimo network statunitense che ha minimizzato i massacri georgiani di Ckhinvali (Tskhinvali secondo la traslitterazione inglese), e ha servito a centinaia di milioni di telespettatori nel mondo la retorica del dittatore di Tbilisi e delle sue deliranti menzogne direttamente in inglese (la vittoria a portata di mano, l'abbattimento di un centinaio di aerei russi, il bombardamento russo della capitale georgiana, stragi di civili causate dai russi, Russia paese di sotto-civilizzati sanguinari, ecc. ecc.), ha pensato bene di lanciare sul proprio sito web una votazione fra i lettori: l'operazione militare russa è per il mantenimento della pace, o è piuttosto un'aggressione? Beh, il 92% dei 32.528 partecipanti ha votato: è per il mantenimento della pace. Naturalmente, l'emittente si è affrettata a far sparire la pagina dal web, ancor prima che Google la indicizzasse e ne realizzasse una copia cache* (*riguardo a Google questa almeno è la mia personale interpretazione, la cosa potrebbe essere ancora peggiore, si veda http://www.uruknet.info/?p=s8156&hd=&size=1&l=i ). Ma ne abbiamo qui le eloquenti tracce: http://digg.com/politics/92_of_CNN_readers_Russia_s_actions_in_Georgia_justified .

Molto divertenti i commenti di questo blog statunitense, come: "Io e i miei amici, gli americani, non abbiamo alcun dubbio che la Russia protegge secondo giustizia i propri cittadini. La Georgia ha attaccato a tradimento l'Ossezia del Sud. Che ora la Georgia ne paghi le conseguenze. E il nostro presidente, Bush, vuole tirarsi fuori dall'aver aiutato la Georgia. Mentre tutti sanno che gli aerei americani hanno aiutato a trasferire i georgiani dall'Iraq alla Georgia". O ancora: "Ma certo che Saakhashvilli è un assassino. Quando il parlamento russo avvisava molti paesi della possibile aggressione georgiana, nessuno gli ha dato retta. Adesso soltanto la Russia può intervenire per la pace e fermare il fascismo in Georgia, e probabilmente in molti altri paesi (che tra l'altro sta soffrendo una tremenda crisi economica)". O ancora: "Buffo, ma il sondaggio lì non c'è più. Probabilmente perché non si tratta della "verità" che si aspettava CNN".

Gli utilizzatori dell’internet rappresentano una percentuale ancora piccola della popolazione alfabetizzata. Generalmente hanno una discreta cultura, ad es. conoscono una o più lingue straniere. Hanno così un facile accesso a più fonti, diverse e diversificate, rispetto alla maggioranza che deve sorbirsi l'informazione 
mainstream della tv e dei periodici cartacei, in Occidente controllata da pochi blocchi di potere multinazionali. Innanzitutto gli internetnauti possono confrontare tra loro le tesi dei mezzi d'informazione di massa di provenienza diversa, e già da questo rilevare eventuali ed interessanti discrepanze o omologazioni. Nel caso della guerra russo-georgiana si sono accorti che tutti i media occidentali si muovevano sincronizzati nel dare la massima rilevanza alle fonti – assai dubbie, fin dall'inizio – del regime georgiano, e nel mettere in cattiva luce non soltanto e non tanto la Russia, quanto l'attuale capo del governo Vladimir Putin, a sua volta oggetto di una campagna denigratoria da molti anni, più irritante per la popolazione russa che per il Cremlino; hanno potuto ascoltare le tesi della stampa russa, nonché i racconti dei giornalisti realmente sul terreno, e dei profughi scampati. Poco conta che dopo la crisi, risolta con la vittoria russa, qualche testata torni timidamente al suo ruolo critico per non sprofondare nel ridicolo l'intero sistema (si vedano ad es. gli ultimi numeri di The Times).

In secondo luogo gli utilizzatori dell’internet possono discutere facilmente con altre persone in tutto il mondo, persino sulla scena dell'evento, di quello che sta accadendo. E' quello che è avvenuto e sta avvenendo con testimoni oculari dall'Ossezia del Sud e dalla Georgia. Ciò aiuta l'analisi e la riflessione su molti pretesi "fatti" riportati dai media di massa. E' su internet, ad es., che ci accorgiamo che le foto Reuters lanciate in tutto il mondo per denunciare presunte uccisioni russe, sono state realizzate con attori, a meno che non si ammetta che la zona abbonderebbe misteriosamente di gemelli omozigoti ( 
http://russia-insider.livejournal.com/25329.html ). La nostra stampa ha lasciato passare la smentita di alcuni turisti e tecnici italiani, riguardo ai pretesi bombardamenti di Tbilisi annunciati da Saakashvili e riportati dai broadcast europei e americani, ma ha poi provveduto a non tornarci più su. Su internet quell'informazione non solo è stata diffusa, analizzata e verificata, ma soprattutto è stata ricordata. Perché – terzo punto –  internet ha anche una memoria, una memoria che il flusso mediatico della cosiddetta informazione non ha, e attivamente cerca di non far avere ai suoi fruitori. La notizia "non conforme" viene depotenziata dall'utilizzo di titoli che sostengono il contrario di quel che la notizia indica, da un taglio malizioso, dall'uso di immagini fuori contesto ("Può non tradurre?" chiedeva Himmler all'interprete mentre seguiva un cinegiornale russo sull'invasione tedesca, prima di usarlo per accusare la Russia di aggressione), ma sopra ogni cosa, dal silenzio a seguire. Se una bugia ripetuta mille volte diventa una mezza verità, la verità taciuta viene ridotta a una mezza bugia. E' il caso, nella nostra vicenda, del massacro di Ckhinvali (una mezza notizia), della richiesta russa dell'intervento ONU (una notizia minima) e dell'opposizione di USA e Gran Bretagna (una non notizia) alla quale seguì la decisione di Medvedev di inviare le proprie truppe in Ossezia. Notizia del tutto fantasma, infine, le denunce russe dei mesi precedenti riguardo all'ammassarsi di truppe georgiane al confine dell'Ossezia del Sud e dei bombardamenti georgiani con l'uso di droni di fabbricazione israeliana. Tutto ciò, su internet, è reperibile con discreta facilità.

Naturalmente un mezzo così potente è facilmente soggetto a divenire un'arma a doppio taglio, e a propalare con estrema rapidità bufale, avvelenamenti, falsità. Se nella guerra dei media ciò non è ancora avvenuto è solo perché i numeri dei fruitori dell’internet è ancora relativamente basso.

Certamente, insomma, la propaganda di massa paga: se qualche decina di migliaia di smanettoni del PC raggiunge posizioni diverse, chi se ne frega? Internet è una mosca ronzante per il potere che manipola milioni di persone. E quando crescerà significativamente da un punto di visto democratico-politico, cioè diventerà anch'essa un mezzo di comunicazione di massa, verrà opportunamente invasa, regolamentata, controllata, e soprattutto uniformata nelle sue differenze che riflettono le preziose differenze tra gli uomini. I mezzi ci sono, senza andare troppo lontano alle poche macchine che gestiscono il flusso mondiale della rete, si pensi al potere pressoché monopolistico di Google. Quel tempo è probabilmente assai vicino, e se CNN per ora scappa, è solo perché ha imparato la lezione.

di Stefano Serafini

Link: http://www.cpeurasia.org/?read=12501&

La sfiducia deteriorata che sta uccidendo l'economia americana e gli abusi perpetrati dal governo Bush



La sfiducia deteriorata che sta uccidendo la nostra economia non si attenuerà finché non sarà resa pubblica la verità sugli abusi perpetrati dal nostro governo

Oltre ai fattori tecnici che hanno causato la crisi finanziaria – l’enorme bolla speculativa e l'effetto leva, i derivati, il sistema bancario a riserva frazionaria, lo spendere oltre i propri mezzi e così via – c’è un altro fattore importante.

Come hanno scritto in ottobre gli psicologi del mercato Richard L. Peterson e Frank Murtha:

“Questa crisi è fondamentalmente psicologica. 

La fiducia è la benzina nel motore del capitalismo. Senza di quella, il motore si blocca. 

La fede è come la benzina, senza di quella la macchina non si muoverebbe.

La fiducia se ne è andata, non c’è più fiducia tra le controparti nel sistema finanziario. Come se non bastasse, la fede è ai livelli minimi. Gli investitori hanno perso fiducia nella possibilità che le azioni forniscano dei rendimenti decenti (poiché non l’hanno più).

Ora si tratta di un problema PSICOLOGICO.”


Comprensibilmente, il rifiuto della Fed di rivelare a chi ha dato i 2.000 miliardi di dollari di prestiti e l’opposizione di Paulson a divulgare quello che sta facendo il Tesoro (persino alla commissione di vigilanza al Congresso sul programma TARP) si stanno aggiungendo alla sfiducia degli investitori e dei contribuenti. Ovviamente, hanno bisogno di iniziare a rendere pubblico quello che stanno facendo.

E i grandi istituti finanziari non si fidano l’uno dell'altro perché sanno che tutte le altre società potrebbero aver tenuto nascosti i loro problemi o falsificato i loro libri contabili. Vedete quiqui e qui.

Il contesto più ampio

Ma questi fatti non possono cadere nel vuoto.

Ricordate, ogni volta che Paulson, Bernanke e Bush aprono bocca, il mercato cola a picco (vedete qui e qui).

Perché? 

Beh, cosa fareste se, mentre state andando in banca, vi capitasse di vedere il vostro banchiere abituale aggredire una vecchietta e rubarle la borsetta? Andreste diritti in banca come se nulla fosse successo e affidereste i vostri soldi a quel banchiere?

Forse no.

In modo analogo, la fiducia degli americani nei nostri leader e nel nostro sistema è crollata. Che gli americani ci abbiano riflettuto oppure no, sappiamo tutti che Bush ci ha mentito sulla guerra in Iraq con delle false dichiarazioni sulle armi di distruzione di massa. Sappiamo che l’amministrazione Buh ha messo in atto un’ampia politica di tortura, e ha mentito al riguardo. Sappiamo che il nostro governo ci sta spiando da anni, ma ha mentito al riguardo. Sappiamo che il nostro reparto militare e di intelligence avrebbe dovuto fermare gli attacchi dell’11 settembre, che la versione ufficiale dell’11 settembre è molto dubbia, e che qualcosa doveva essere andato storto per permettere loro di riuscire nel loro intento.

Quindi come ristabiliamo la fiducia?

Anche se è contro l’opinione prevalente, per ristabilire la fiducia nel nostro governo e nei suoi leader direi che abbiamo bisogno di istituire dei tribunali sui crimini di guerra contro coloro che hanno autorizzato il programma di tortura. Abbiamo bisogno di indagini vere e di rivelazioni complete sulla propaganda sulle armi di distruzione di massa, sullo spionaggio e sull’11 settembre.

Tutti sono comunque a conoscenza di queste cose, ma le menzogne e le coperture hanno intaccato profondamente la nostra fiducia.

Per quanto complesso possa sembrare, la sfiducia deteriorata che sta uccidendo la nostra economia non si attenuerà finché non sarà resa pubblica la verità su questi abusi perpetrati dal nostro governo.

Invece di trascinare al ribasso i mercati con il pessimismo, la divulgazione della verità ristabilirà la fiducia nel nostro governo, nei nostri leader e nel nostro sistema, e ci permetterà di iniziare a ricostruire l’economia e il sistema finanziario.

“Ci eravamo sbagliati” sono le tre parole magiche che possono porre fine al cancro della sfiducia e iniziare a far ripartire l’economia.

Se siete un economista, uno psicologo, un sociologo o uno storico con esperienza nella psicologia dei mercati, apprezzerei i vostri suggerimenti.

Titolo originale: "How To Restore Trust So As to Revive the Economy"

Fonte: http://georgewashington2.blogspot.com/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di JJULES

Russia-Usa, il Risiko continua


Mosca non abbassa la guardia e accusa: 'Washington pensa a basi in Asia Centrale'
Mosca mantiene alta l'attenzione e monitora continuamente i movimenti degli Stati Uniti che, secondo il generale Nikolay Makarov capo di stato maggiore delle forze armate, si stanno avvicinando sempre di più al "giardino di casa".
Durante un discorso all'Accademia di Scienza Militare, Makarov ha detto che gli Stati Uniti stanno organizzandosi per istallare basi militari in Kazakhstan e Uzbekistan. La Russia è molto preoccupata per il dispiegamento di uomini lungo i suoi confini e la continua avanzata della Nato fino alle porte di casa propria. Dopo la sponsorizzazione di Washington per l'ingresso di Georgia e Ucraina nel Patto Atlantico e dopo i negoziati con Praga e Varsavia per lo scudo spaziale e i missili intercettori, un ulteriore passo della Casa Bianca, stavolta in Asia Centrale, rischia di peggiorare ancora le relazioni tra Russia e Stati Uniti. Secondo gli esperti del Cremlino, l'invio di altri 20 mila soldati Usa in Afghanistan implica necessariamente l'apertura di nuove basi nei paesi confinanti. Attualmente l'unica base in Asia Centrale di cui dispongono la Nato e gli Stati Uniti è quella di Manas in Kyrgyzstan, vicino alla capitale Bishkek. Solo nel 2008, 120 mila uomini della Coalizione sono transitati nella base aerea. Tra l'altro, secondo informazioni trapelate dal ministero degli Esteri, nei palazzi di Bishkek si starebbero preparando i documenti per 'invitare' i circa 1.200 uomini della Coalizione a lasciare la base. A quanto pare il presidente Kurmanbek Bakiyev sarebbe dell'avviso che "per risolvere il problema della droga in Afghanistan ci sono mezzi migliori che l'uso dell'aviazione militare e dei bombardamenti", riferendosi al fatto che le missioni militari in Afghanistan in partenza dalla base di Manas, si siano esaurite da tempo.
Secondo il generale Makarov chi crede che l'elezione di Barack Obama possa modificare la politica estera degli Usa, commette un grosso errore: "La Nato e gli Stati Uniti stanno lavorando per un dispiegamento di forze capaci di reagire velocemente, per basicontrollare il potenziale nucleare della Russia. Il campo di battaglia non è lontano dalle nostre porte, ma a ridosso dei nostri confini". Le relazioni tra Washington e Astana si stringono ulteriormente. Già nel 2001 il Kazakhstan aveva concesso ai jet della Coalizione il transito nel suo spazio aereo nella guerra all'Afghanistan. In Uzbekistan, fino al 2005, gli uomini Usa erano presenti nella base Karshi-Khanabad (conosciuta anche come 2K). Successivamente a un raffreddamento tra il governo uzbeko e quello statunitense che aveva spinto per aprire un inchiesta internazionale sulla repressione violenta della grande dimostrazione di maggio ad Andijan, a fine luglio del 2005 l'Uzbekistan diede a Washington 180 giorni di tempo per lasciare la base. Adesso, invece, sembra esserci un cambiamento di direzione nella politica dell'ex repubblica sovietica, influenzato anche dalla pioggia di milioni di dollari che potrebbe investire un Paese dalle scarse risorse economiche.
Sull'altro fronte, Mosca non sta a guardare e prepara le contromosse: 400 milioni di dollari sono già stati stanziati per la costruzione di basi in Ossezia del Sud (a Tskhinval e Djava) e in Abkhazia, le due province separatiste georgiane. Se gli Stati Uniti e la Nato stanno conducendo una serrata campagna politica (e non solo) per "circondare" la Russia, anche se gli intenti dichiarati sono ben altri, il duo Medvedev-Putin sta portando le proprie navi da guerra sotto il naso degli Usa. Sebbene Putin abbia dichiarato che non è nei progetti la costruzione di basi in Venezuela o a Cuba, esistono, tuttavia degli accordi che permettono alle navi russe di fare scalo e rifornimento nei porti venezuelani. Un accordo simile è in fieri anche con l'Havana. In un'intervista concessa a un network russo, il premier Vladimir Putin ha rivelato: "Quando abbiamo annunciato che le nostre navi da guerra avrebbero condotto delle esercitazioni congiunte con la marina venezuelana, molte altre nazioni ci hanno chiesto di fare lo stesso con loro e ci hanno offerto basi e porti".

Se negli ultimi decenni abbiamo assistito a una corsa agli armamenti, adesso, possiamo dire, si è aperta una nuova era: una specie di Risiko in cui i due giocatori principali corrono per mettere piede nei territori più strategici.
di Nicola Sessa

Il caso Moskalenko nella Russia del Washington Post



Negli ultimi anni gli editoriali del Washington Post hanno promosso una linea sempre più ostile nei confronti della Russia, descrivendone i complessi sviluppi in termini manicheistici e attribuendo al Cremlino – solitamente Vladimir Putin – tutte le cose sbagliate, vere o immaginarie, che accadevano in quella parte del mondo.

Durante la recente guerra tra la Russia e la Georgia gli editoriali del Post hanno esplicitamente puntato il dito contro il neo-imperialismo russo e sono arrivati a negare che i georgiani avessero inflitto gravi danni alla capitale dell'Ossezia del Sud, nonostante i resoconti delle organizzazioni per i diritti umani, dell'OSCE e perfino degli stessi giornalisti del Post. Questa linea dura e profondamente sbagliata adottata da una delle pagine delle opinioni più influenti di tutto il paese ha svolto un ruolo fondamentale nello spingere l'America e la Russia sull'orlo di una nuova guerra fredda.

Un iperbolico editoriale del 22 ottobre, “More Poison: Another prominent adversary of Vladimir Putin is mysteriously exposed to toxins” (“Ancora veleno: altra importante avversaria di Vladimir Putin misteriosamente esposta a tossine”), mi ha spinto a chiedere al caporedattore della pagina delle opinioni del Post, già alla direzione della redazione di Mosca del giornale, Fred Hiatt, quali fossero le fonti di queste accuse. La diligente risposta di Hiatt mi ha concesso involontariamente uno spiraglio per comprendere come, quando si tratta di Russia e Putin, l'incessante demonizzazione messa in atto dagli editoriali del giornale dia più peso all'ideologia che alla professionalità giornalistica o alla semplice verifica delle fonti.

L'editoriale essenzialmente accusava il Primo Ministro Putin di avere avvelenato un'avvocatessa dei diritti umani a Strasburgo, in Francia, ordinando che nella sua auto fosse messo del mercurio. L'avvocatessa, Karina Moskalenko, aveva accusato in varie occasioni il Cremlino alla Corte Europea per i Diritti Umani. Così, quando si è sentita male e suo marito ha trovato tracce di mercurio nella loro auto, gli investigatori francesi sono stati chiamati a condurre un'indagine su un possibile crimine. Ma, senza attendere il rapporto degli investigatori, la pagina delle opinioni di Hiatt ha frettolosamente offerto il proprio verdetto, salmodiando solennemente: “È spaventoso pensare che possa esserci un altro avvelenamento di un altro nemico di Putin in un'altra città europea”.

Le Figaro, che pochi giorni prima aveva dato la notizia del sospetto avvelenamento, ha riferito che secondo gli inquirenti francesi l'avvocatessa probabilmente non era stata avvelenata; il mercurio veniva da un barometro rotto appartenuto al precedente proprietario dell'auto. Il Post non ha ritrattato né si è scusato. La pagina delle opinioni non ha fatto menzione della rivelazione, e le pagine di cronaca ha relegato l'aggiornamento a una notiziola sepolta a pagina A14.

Nella sua e-mail di risposta alle mie critiche all'editoriale, Hiatt ha ignorato la mia domanda sul perché il Post non abbia atteso gli esiti delle indagini prima di pubblicare il proprio verdetto. Ha fatto invece ulteriori accuse. “Sono consapevole di articoli del Figaro e del New York Times che citavano fonti anonime della polizia che avanzavano la teoria di un termometro rotto come fonte del mercurio nell'auto della Moskalenko”, ha detto. “Queste fonti si trovavano a Parigi, dove le autorità possono avere una ragione politico-diplomatica per non scatenare una disputa con la Russia, e non a Strasburgo, dove aveva luogo l'indagine”. Ha fatto anche capire che la Moskalenko, che dubitava della “teoria del termometro rotto”, per citare Hiatt, era più affidabile degli inquirenti. Erano accuse incredibili nei confronti di Le Figaro e dei sistemi politico e giudiziario francesi. Ma Hiatt aveva ragione?

Ho deciso di verificare la sua versione dei fatti chiamando Cyrille Louis, il giornalista del Figaro. Louis aveva dato per primo entrambe le notizie: il presunto avvelenamento della Moskalenko e le scoperte degli investigatori che avevano smontato quelle ipotesi. Diversamente dal Post, The Nation non ha una redazione a Parigi. Eppure ci sono volute solo due telefonate per raggiungere Louis e chiedergli come avesse raccontato la storia. “Sono francamente sorpreso che il redattore capo della pagina delle opinioni del Washington Post abbia potuto dire una cosa del genere senza neanche chiamarmi per verificare se quello che dice è vero”, mi ha detto ridendo un Louis molto sorpreso. “È assolutamente falso. Ho usato diverse fonti, ma le due principali erano un alto ufficiale di polizia qui a Parigi e un alto funzionario della procura di Strasburgo”. Louis ha perfino nominato la fonte di Strasburgo – il sostituto procuratore Claude Palpacuer. Le sue fonti di Parigi sono persone affidabili perché ci lavora da anni. Louis ha spiegato che gli investigatori pensarono di avere probabilmente risolto il caso quando rintracciarono l'ex proprietario dell'auto, un antiquario che aveva effettivamente rotto un vecchio barometro (non un termometro) nell'auto poco tempo prima di venderla.

Ho poi domandato a Louis cosa pensasse dell'ipotesi più ampia di Hiatt: il fatto che le fonti di Le Figaro a Paris non fossero affidabili perché i francesi potevano non voler infastidire la Russia. Louis è nuovamente scoppiato a ridere per l'incredulità: “Sembra una specie di teoria del complotto. Bisognerebbe credere che dei giudici e degli ufficiali di polizia di due città abbiano complottato per manipolare un giornalista di Le Figaro fabbricando una storia che innanzitutto qui non era neanche una grossa notizia. Perché le autorità dovrebbero scomodarsi tanto per una storia così piccola? Trovo l'idea del complotto totalmente inverosimile”. Louis era deluso dalle accuse di Hiatt: “Magari dovrei sentirmi onorato per il fatto che il Washington Post si prende il disturbo di parlare di me, ma sai, sono un po' sorpreso. Se mi avesse chiamato gli avrei spiegato come ho scritto questa notizia. Ma non ci ha nemmeno provato. Spesso qui siamo colpiti dal modo di lavorare dei giornalisti americani, dai criteri rigorosi che usano per verificare le fonti... Dunque è una delusione sapere che [Hiatt] è giunto a queste conclusioni sul mio metodo di lavoro senza nemmeno prendersi la briga di chiamarmi”.

Louis mi ha passato il numero del sostituto procuratore Palpacuer, che sovrintende all'indagine. Ho chiesto a un vecchio amico di Parigi che fa lo scrittore e il traduttore, Thierry Marignac, di farmi da interprete. Palpacuer ha confermato tutto quello che aveva detto Louis, anche se le indagini avevano fatto dei passi avanti: “La quantità di mercurio era così piccola da non risultare tossica. Abbiamo prelevato campioni di sangue dalla famiglia Moskalenko e i risultati dicono che le tracce di mercurio nel loro sangue erano insignificanti. In ogni caso, per essere letale il mercurio dovrebbe essere inalato o iniettato”, ha detto Palpacuer. “L'indagine non è ancora chiusa ed è stata passata alla divisione criminale del dipartimento di polizia di Strasburgo. Ma sappiamo che l'ex proprietario del veicolo vi ruppe un barometro prima di vendere l'auto, e le quantità corrispondono effettivamente a quelle trovate”.

Di fronte alla teoria di Hiatt secondo cui le indagini sarebbero state inaffidabili e probabilmente influenzate dalle autorità parigine che non volevano infastidire la Russia, Palpacuer è scoppiato a ridere: “Scusi, è più forte di me. Io lavoro con le prove che mi trovo davanti nelle indagini. Ma... i russi? Influenzare questo caso? Non so che dire, è ridicolo. Vorrei solo dire: ben vengano le prove, se qualcuno le ha. Se ci sono prove delle influenze russe sulle indagini, ben vengano”.

Prove. Fatti. La risposta di Hiatt non aveva niente a che fare con questo. Comunque Hiatt mi ha chiesto di mandargli qualsiasi aggiornamento sul caso Moskalenko. Be', eccolo qui: un aggiornamento ottenuto con la magia di un paio di telefonate.

E questo ci riporta al punto di partenza. Il Post ritratterà questo editoriale malamente documentato e scarsamente professionale? La pagina delle opinioni verrà giudicata responsabile dal suo ombudsman e da altri giornalisti del Post? In fin dei conti l'ombudsman è riuscito recentemente ad attaccare il presunto “pregiudizio in senso liberale” del giornale, una posizione molto discussa. Ma in questo caso abbiamo un chiaro esempio di notizia non accertata e di mancata ritrattazione degli errori.

Dati i trascorsi del Post negli ultimi dieci anni, dalla guerra in Iraq al conflitto in Ossezia del Sud, e la replica di Hiatt relativa a questo caso, viene da chiedersi se la pagina delle opinioni abbia gestito male altre notizie fondamentali, soprattutto quelle che riguardano la Russia, come ha fatto con il caso Moskalenko. Questa domanda esige una risposta.
di Mark Ames - da mirumir.altervista.org
OriginaleEditorial Malpractice

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