martedì 16 dicembre 2008

Il racket dei talebani


Da un'inchiesta del Times

Non saranno contenti i sudditi della Regina Elisabetta per quanto scoperto dal quotidiano The Times: un pò delle tasse pagate dai contribuenti britannici finiscono nelle tasche dei talebani. Oltre Manica si parla già di "Taleban Tax". In realtà, se è vero quanto scritto da Tom Coghlan, non dovrebbero essere contenti neache i cittadini italiani, francesi e statunitensi. Finanziare i taleban. Leggendo i risultati di un'inchiesta del Times, l'Occidente starebbe finanziando indirettamente la resistenza afghana, per mezzo di un giro di soldi (moltissimi) utili a garantire il transito sicuro ai convogli che riforniscono le basi Nato in Afghanistan. Di mano, in mano questi soldi arrivano ai comandanti talebani. I contratti di rifornimento carburante, equipaggiamento e alimentare sono detenuti da multinazionali. Il più delle volte il trasporto viene subappaltato ad aziende afgane o pachistane. Il rischio quando si attraversa il passo di Khyber è troppo alto e il tratto di strada che porta da Kabul a Kandahar è tra i più pericolosi al mondo: gli attacchi e le imboscate lungo i quasi 500 chilometri di asfalto e sterrato sono all'ordine del giorno. Diversi titolari delle aziende di trasporto confermano che la pratica di pagare le bande armate per un trasporto tranquillo sia molto diffusa: circa il 25 percento delle somme elargite alle agenzie di sicurezza afgane finiscono nelle casse della resistenza. Considerato che chi si occupa di organizzare le scorte richiede 1.000 dollari per camion e che in media ogni convoglio è composto da 40-50 fino a 100 automezzi pesanti, è facile fare i conti.Il padrino Mangal. Ogni agenzia di sicurezza ha il suo "uomo-tramite", il contatto che negozia il transito. Qualcuna, a quanto pare, non ne necessita. Forse sarà solo una voce per screditare la concorrenza, ma sono insistenti le voci che circolano su un'azienda di trasporti della Valle del Panjshir, nel nord del Paese, secondo cui, questa, si servirebbe direttamente dei talebani come scorta, senza "intermediari". Sarebbero gli insorti a sedere a fianco dell'autista del capo-convoglio ad aprire la pista agli altri e a fare da passaporto nella provincia di Ghazni. Fino a 14 mesi fa le scorte erano sufficienti e non c'era bisogno di pagare nessuno. Le cose sono cambiate quando Mangal Bagh, un capo pashtun delle aree tribali pachistane che vanta il comando su 120mila uomini armati, ha cominciato a pretendere un "diritto di transito" per attraversare il passo Khyber. Non pagare vuol dire subire grandi perdite, come quando il 24 giugno scorso, 50 camion furono distrutti e sette autisti decapitati sul ciglio della strada. E la Nato? A quanto pare a Bruxelles non interessa. Il portavoce dell'Alleanza, James Gater, ha chiaramento detto che non ha importanza come arrivino le merci nelle basi: "Esistono accordi per i rifornimenti con due multinazionali europee; sono loro a dover gestire la pratica come meglio credono". Karachi - Kabul - Kandahar. Gli approvvigionamenti per le truppe in Afghanistan arrivano, per lo più, nel porto pachistano di Karachi da qui prendono due strade: quella del passo di Khojak, tra Quetta e Chaman, oppure quella del passo di Khyber. Da quest'ultimo valico di montagna transita il 70 percento dei rifornimenti Nato, 300 camion al giorno: facili prede degli uomini di Bagh. Le dimensioni del potere di controllo esercitato dai talebani è misurabile con il costante aumento di furti e distruzione di beni destinati alla Nato: 36 cisterne di benzina a marzo, 4 motori di elicotteri ad aprile, 50 camion in giugno. Tra il 7 e l'8 dicembre scorsi 260 tra container e camion sono stati dati alle fiamme da 200 miliziani che hanno fatto irruzione nel deposito di Peshawar L'ultimo attacco, sabato 13, sempre a Peshawar: 11 camion e 13 container incendiati. Il comando Usa, che ha accusato il colpo, ha commentato la notizia dicendo che "l'attacco ha avuto un'incidenza minima sulle operazioni in Afghanistan che continueranno a pieno regime". Ma intanto il Dipartimendo della Difesa Usa sta studiando percorsi alternativi attraverso Georgia, Azerbaijan, Turkmenistan e Uzbekistan. Senza quindi chiedere aiuto alla Russia, con cui la Nato aveva aveva avviato in primavera un negoziato per aprire una nuova strada di accesso, da nord, attraverso Kazakhstan e Uzbekistan. Ma la guerra d'estate tra Georgia e Russia ha cambiato le carte in tavola.

Autore: Nicola Sessa

La Cia ha lavorato per creare il pericolo atomico terrorista


Mentre si discute, sui principali media mondiali della risposta sovietica allo scudo antimissile Usa in Europa orientale e sulle nuove minacce della Nord Corea, mentre si attendono gli sviluppi del pericolo nucleare iraniano - è passata del tutto inosservata, soprattutto da parte dei media italiani, una singolare vicenda che meriterebbe veramente un serio approfondimento, in quanto rivela un ruolo davvero sorprendente della Cia nella costruzione del potenziale atomico di Paesi come Libia, Iran, Pakistan e Malesia.Il New York Times del 24 agosto dedica infatti un ampio servizio alla storia di un ingegnere svizzero, Friedrich Tinner, esperto nella tecnologia del vuoto, fondamentale per la costruzione delle centrifughe atomiche degli impianti nucleari, da alcuni anni sotto inchiesta, insieme ai figli Marc ed Urs, da parte della magistratura elvetica. Apprendiamo infatti che l'ingegnere svizzero, fin dalla metà degli anni Settanta, ha lavorato insieme al celeberrimo dott. Kahn, considerato dalla stampa mondiale, dopo l'11 settembre, l'esperto nucleare della rete di Al Qaeda. L'attività di Friedrich Tinner, nel corso degli anni, avrebbe per l'appunto spaziato dal Pakistan alla Malesia, dalla Libia all'Iran, senza dare luogo alla minima attenzione, così sembra, da parte dell'antiterrorismo occidentale.Leggendo l'interessante servizio, cominciamo a comprenderne la ragione: risulta infatti che, almeno a partire dal 2000 (ma su questa data ovviamente i dubbi sono più che legittimi), Urs Tinner, figlio dell'ingegnere, sarebbe stato reclutato, con stipula di un regolare contratto, dalla Cia. Successivamente anche il padre e il fratello Marc sarebbero entrati nell'affare, rivelatosi assai redditizio dato che la Cia avrebbe elargito complessivamente ai tre, nel corso degli anni, qualcosa come 10 milioni di dollari.Il lavoro per cui la brillante azienda familiare, operante attraverso una serie di società di comodo, alcune delle quali chiaramente controllate dalla Cia, sarebbe stata così lautamente retribuita dai servizi statunitensi, consisteva nel fornire progettazione e strumentazione, idonea sì alla fabbricazione di impianti atomici, ma in realtà non correttamente funzionante: al punto che gli ispettori dell'AIEA avrebbero effettivamente riscontrato più volte, nel 2003-2004, in Libia ed in Iran, la singolare stranezza di strumenti, quelli forniti proprio dai Tinner, così abilmente inabili alla bisogna da provocare un grave incidente nell'impianto iraniano di Natanz, nel 2006.Si vede bene che queste informazioni trasformano radicalmente il quadro fornito in questi anni dagli Usa e, di seguito, dai media internazionali, rispetto al pericolo nucleare proveniente dai cosiddetti rogue States: è infatti come minimo ovvio che la Cia era perfettamente consapevole del fatto che la minaccia nucleare di simili impianti era in verità pari a zero, dato che ne controllava la fornitura degli elementi più delicati. Ma quel che appare assai più inquietante è il fatto che le modalità di questa collaborazione si prestano ad una ben più grave interpretazione, cioè a dire che la famiglia Tinner sia servita proprio alla "creazione" della minaccia nucleare dei Paesi ritenuti terroristi, in realtà del tutto inconsistente. E dunque, ad esempio, la rete quaedista che avrebbe operato per la costruzione di bombe atomiche di uso terroristico, diretta secondo i media occidentali dal dott. Kahn, arrestato in Malesia ai primi del 2004, si rivelerebbe i realtà pilotata e controllata da parte della Cia attraverso i ben retribuiti servigi della famiglia Tinner.Questa ipotesi, che risponde ai canoni di quello che un tempo negli ambienti spionistici si definiva infiltrazione e provocazione, è suffragata dagli sviluppi successivi della vicenda: l'inchiesta malese avrebbe infatti per la prima volta portato alla luce il ruolo dei Tinner e questo avrebbe provocato l'apertura dell'inchiesta della magistratura svizzera, nel 2005. Da questo momento in avanti, l'imbarazzo delle autorità elvetiche si manifesta infatti apertamente, al punto che, sul finire del luglio 2007, il ministro della giustizia svizzero Christoph Blocher, vola a Washington per incontrare il direttore nazionale dell'intelligence Usa, Mike McConnell, il ministro della giustizia Usa, Alberto R. Gonzales, famoso per le polemiche su Guantanamo, e il direttore dell'FBI, Robert Mueller III. Il livello dell'incontro denota il livello di difficoltà in cui si dibatte il governo svizzero, la cui magistratura ha in mano la scottante documentazione del singolare caso spionistico.È al massimo livello che matura quindi la clamorosa decisione, resa pubblicamente nota solo nel maggio 2008, dal presidente della repubblica elvetica, Pascal Couchepin in persona, suscitando enormi polemiche, di distruggere la copiosa documentazione tecnica rivenuta presso i Tinner - comprendente fra l'altro piani di costruzione per bombe nucleari, centrifughe destinate all'arricchimento dell'uranio e altro materiale sensibile. La motivazione addotta dalle massime autorità della Confederazione è stata quella di dover proteggere la sicurezza della Svizzera e della comunità internazionale, e salvaguardare, si osservi, la politica estera della Confederazione elvetica!In questo modo si sono definitivamente cancellate le prove non solo dell'attività dei Tinner ma di quello che la Cia aveva fatto in collaborazione con loro, nel sollievo delle agenzie spionistiche Usa e nel malcelato disappunto dei servizi segreti europei. Il favore che il governo svizzero ha fatto agli Stati Uniti è quindi di non poco valore.I fratelli Urs e Marc Tinner sono attualmente ancora in detenzione preventiva in Svizzera, dopo che il Tribunale federale ha respinto una richiesta di scarcerazione avanzata dai loro legali. Il padre Friedrich è stato invece rimesso in libertà nel 2006. Tutti e tre sono accusati di violazione delle leggi sul materiale bellico e di riciclaggio, ma sarà davvero interessante vedere come farà la magistratura elvetica a concludere queste inchieste, ora che le prove documentali dell'attività svolta dai Tinner sono state cancellate per una superiore volontà politica, in spregio ai basilari principi sulla separazione dei poteri che dovrebbero caratterizzare lo Stato democratico.La vicenda, già per questi primi elementi, si profila di gravità pari alle rivelazioni che hanno portato a mettere seriamente in dubbio la dinamica dell'attentato dell'11 settembre 2001, a svelare i meccanismi con cui sono state costruite le informazioni ufficiali Usa sulle armi di distruzioni di massa dell'Iraq e a smentire le smentite sulle torture nel centro di detenzione di Abu Graib, solo per citare alcuni dei più gravi esempi di disinformazione venuti alle luce negli ultimi anni. Ma non basta: giacché il caso Tinner, cronologicamente antecedente agli altri fatti e ad essi strettamente collegati, è in grado di far pensare a questo punto ad una strategia coordinata di provocazione e disinformazione statunitense della quale si deve cominciare finalmente a parlare con chiarezza, per comprenderne finalità ed obiettivi. Non è infatti pensabile che la Cia abbia agito a questo livello né che un governo come quello elvetico abbia deciso un atto così pesantemente lesivo della propria sovranità nazionale, se la posta in gioco non fosse stata elevatissima.Di questa posta in gioco si deve cominciare a parlare, dato che la partita in corso proprio sulla sua presunta capacità nucleare militare dell'Iran rischia di tradursi in un pericolo immediato di guerra.

di John Howeis

Stati etnicamente puri

di Simone Santini – da www.clarissa.it
Cominciano i fuochi d’artificio per la campagna elettorale in Israele in vista delle elezioni legislative che si terranno il prossimo febbraio. La candidata del partito centrista Kadima, Tzipi Livni, già ministro degli esteri del governo presieduto da Ehud Olmert, costretto alle dimissioni per guai giudiziari, durante un pubblico incontro con degli studenti ha dichiarato che, quando sarà nato uno stato palestinese a fianco di quello israeliano, “potremo dire ai cittadini palestinesi di Israele, quelli che noi chiamiamo gli Arabi d’Israele: la soluzione per le vostre aspirazioni nazionali si trova altrove”. La Livni prospetta dunque la nascita di due stati etnicamente puri, o quanto meno questo sarà il destino di Israele, dove attualmente vivono, in quanto formalmente cittadini a tutti gli effetti, quasi un milione e mezzo di arabi su una popolazione di circa sette. Sono gli eredi dei palestinesi rimasti in Israele dopo la nascita dello stato ebraico nel 1948. Il trasferimento di questa popolazione israeliana in uno stato di Palestina arabo, è il modo, secondo la Livni, per “preservare il carattere giudaico e democratico di Israele” con la nascita, appunto, di “due entità nazionali distinte”.Il tema demografico è sempre stato vissuto con molta preoccupazione a Tel Aviv (la natalità è l’unica “bomba atomica” in mano ai palestinesi contro gli israeliani, disse Yasser Arafat) e per questo trattato come una questione di sicurezza nazionale. La popolazione araba (sommando gli arabi di Cisgiordania e Gaza, e gli “Arabi d’Israele”) sta sopravanzando la popolazione ebraica e la tendenza è solo destinata ad aumentare, poiché il tasso di crescita è nettamente superiore tra i palestinesi rispetto agli ebrei, ed in Israele non giungono più flussi di ritorno dal resto del mondo come nei primi anni dalla fondazione dello Stato.Due studiosi, il geografo Arnon Sofer e il demografo Sergio Della Pergola (israeliano di chiare origini italiane) dell'Università di Gerusalemme, già consulenti di Ariel Sharon, hanno da tempo stilato una analisi che può essere così sintetizzata. Israele dovrà risolvere un problema con tre variabili: democrazia, ebraicità, dimensione territoriale. Solo due di queste variabili potranno coesistere nell'Israele dei prossimi anni. Potrà essere uno stato democratico ed ebraico, ma allora dovrà essere di ridotte dimensioni. Potrà essere democratico e grande, ma allora non sarà più ebraico. Infine potrà essere ebraico ed esteso, ma allora non sarà più democratico.La Livni, dunque, sembra aver accettato l’ipotesi di un Israele democratico ed etnicamente puro consentendo ad una sua limitazione territoriale. Ma, anche in questo caso, la posizione suscita non poche perplessità. Ahmed Tibi, uno dei leader degli Arabi d’Israele, deputato alla Knesset, si domanda se la posizione della Livni sia una battuta da campagna elettorale o davvero una profonda convinzione. E in questo caso chiede se la candidata premier abbia intenzione di togliere la cittadinanza ad oltre un milione di arabi e ridurli “senza diritti politici e senza identità nazionale”, oppure pensa di “trasferirli” forzatamente nei Territori una “volta creato lo stato palestinese?”.La posizione della Livni ha avuto l’effetto di creare trambusto anche nello schieramento del maggiore candidato avversario, Benjamin Netanyahu, accreditato dai sondaggi per la vittoria elettorale. Netanyahu ha infatti non poche difficoltà a gestire all’interno del suo partito, il Likud, le spinte estremiste. Durante le recenti primarie nel partito per la scelta dei candidati, gli esponenti dell’ala più nazionalista e religiosa hanno spesso avuto la meglio nei confronti dei liberali o dei conservatori moderati. Molti di loro hanno posizioni simili a quelle della Livni sul tema della “ebraicità” dello stato e propugnano l’ideologia di un “Grande Israele”, tanto che Netanyahu potrebbe sentirsi scavalcato e pressato da destra. Tanto più che oltre il Likud ci sono partiti religiosi che prospettano soluzioni ancora più estreme per i palestinesi, come il loro esodo di massa da tutta la Palestina verso la Giordania.

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