sabato 6 dicembre 2008

L'Alba della moneta unica latino-americana


Si è concluso da pochi giorni a Caracas il summit straordinario dei paesi aderenti all'ALBA (Alternativa Bolivariana para las Américas) composta da Venezuela, Bolivia, Nicaragua e Cuba a cui si deve aggiungere l'Honduras, presente come osservatore ma prossimo all'incorporazione nell'alleanza.
Dopo aver ribadito che la crisi finanziaria verrà affrontata e risolta attraverso il socialismo, è stata annunciata la creazione di una moneta unica che dovrà servire per affrancarsi dal dollaro nelle transazioni commerciali.
Il nome della nuova valuta sarà SUCRE (sistema unitario de compensación regional) e dovrebbe diventare operativa già dal 2009, secondo quanto dichiarato dal presidente venezuelano Chavez, anche se poi nelle dichiarazioni di intenti finali non è stata specificata una data precisa.
Il nome richiama anche Antonio José de Sucre, eroe delle guerre di indipendenza sudamericane che dà il nome, tra gli altri, anche ad uno stato venezuelano e ad una città boliviana.
Naturalmente prima di diventare una moneta vera e propria dovranno passare alcuni anni nei quali sarà soltanto una valuta contabile che si dovrà appoggiare alle riserve internazionali dei soci, ma che potrà già sostituire il dollaro nelle transazioni.
A tal proposito il Venezuela ha garantito l'appoggio economico con un apporto iniziale di 500 milioni di dollari.
Anche in merito alle misure da prendere per contrastare la crisi internazionale, a parte la solita propaganda, la riunione non ha fatto altro che rimandare eventuali decisioni al prossimo incontro già fissato per il prossimo mese di dicembre.
Nel corso della discussione Chavez ha voluto sottolineare che i paesi del Sudamerica sapranno dare la loro risposta alla crisi senza attendere le decisioni "....del G20 o G21 o G quel che sia...".
Attualmente l'ALBA non ha organi esecutivi che possano attuare le decisioni prese dai soci, inoltre lo strapotere economico interno del Venezuela (Chavez è stato anche il suo ideatore in risposta ad altri trattati che vedevano gli Usa come protagonisti) secondo alcuni analisti potrebbe giocare un ruolo negativo nel processo di integrazione vista la difficoltà di prendere decisioni che possano essere vantaggiose anche per i piccoli paesi aderenti.
di Paolo Menchi

La storia dei Messina Denaro di Castelvetrano. Il “papa” della nuova mafia


Il «campiere» con il bisturi. Così era definito Francesco Messina Denaro, il «patriarca» della mafia del Belice, morto a 70 anni il 30 novembre del 1998. Un infarto, una morte di crepacuore alla notizia dell'arresto del maggiore dei figli maschi, Salvatore, che faceva il preposto alla Comit di Sciacca, un'agenzia che aveva il record delle transazioni internazionali. Quando morì era latitante da otto anni il vecchio Messina Denaro, ma questo non gli impediva di incassare ogni mese una pensione elargita dall'Inps da 1 milione e 200 mila lire.

Ad ogni anniversario della sua morte puntualmente in ogni edizione del Giornale di Sicilia del 30 novembre ha fatto la comparsa sino a quello appena trascorso del 30 novembre 2008, un necrologio a ricordare il capo mafia. Lo hanno fatto pubblicare i suoi familiari. Necrologi, tranne l'ultimo, sempre accompagnati da un commento, una frase presa dalle sacre scritture, una massima latina. Quest'anno invece assolutamente semplice, il nome del defunto e la frase di ricordo dei cari. Francesco Messina Denaro resta l'unico boss capo mafia defunto ad essere così con grande puntualità ricordato. Quasi ad evocarne la presenza.

Il campiere con il bisturi perchè? Intanto perché di mestiere Francesco Messina Denaro faceva questo, il «campiere» nei latifondi delle più importanti famiglie, una tra tutte la famiglia dei trapanesi D'Alì, lavorando tra complicità e soggiogazioni o presunte tali, «incideva» come un chirurgo quei terreni con il suo passaggio, usava il «bisturi» quando c'erano i problemi da risolvere: per affrontare i «guai» dentro le «famiglie» di mafia, prima le parole che «lasciavano il segno» poi se, era inevitabile, il passaggio all'uso delle armi che lasciavano un segno ancora più evidente. Impossibile a quel punto che i destinatari non capissero chi comandava. 

Latitanza col medico al seguito. Quando Francesco Messina Denaro venne trovato senza vita nelle campagne di Castelvetrano il suo nome figurava tra gli imputati del maxi-processo «Omega»; era stato già condannato a 10 anni e nell'aula bunker di Trapani veniva processato per una decina di delitti. Non potrà essere processato per il delitto di Mauro Rostagno: nell'indagine dove è coinvolto il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, oggi detenuto all'ergastolo, c'era coinvolto anche lui dopo che il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori raccontò di un incontro a Castelvetrano tra don Ciccio e don Francesco Messina di Mazara, soprannominato “u muraturi”, il tesoriere della cosca di Mariano Agate. I due capi mafia, raccontò Sinacori, decisero che Rostagno andava ucciso. Anche per quegli attacchi ripetuti a don Mariano Agate dagli schermi di Rtc. Il corpo di Francesco Messina Denaro una notte di novembre del 1998, venne trovato a circa 200 metri dal punto in cui un decennio addietro era stato ammazzato il sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari. Non stava bene Francesco Messina Denaro tanto che nella latitanza lo seguì un medico «personale», uomo d'onore, il partannese Vincenzo Pandolfo, che nel 2006 si è costituito nel carcere di Pagliarelli dove si trova a scontare nove anni per associazione mafiosa. 

La storia della mafia belicina indica don Ciccio Messina Denaro da sempre come uno dei fedelissimi dei «corleonesi», anzi erano lui ad essere ossequiato, tanto che erano i boss di Corleone a venire a Castelvetrano.

Bernardo Provenzano era all'epoca già latitante e a bordo di una Fiat 500 da lui guidata arrivava fino a casa di don Ciccio Messina Denaro. Un potere assoluto quello dei Messina Denaro nel Belice e in provincia di Trapani: don Ciccio guidò anche la cupola provinciale, «trono» che adesso appartiene al figlio, Matteo, classe '62 e latitante dal 1993. Droga, terreni, il controllo del mercato della sofisticazione vinicola e la gestione della «cassaforte » mafiosa. Non a caso il tesoro di Totò Riina venne trovato nel «caveau» di una gioielleria di Castelvetrano, appartenuta a Francesco Geraci, poi diventato pentito e che Matteo aveva affiliato facendolo partecipare ad un delitto, non usando «punciute » e santini che bruciano, ma mettendogli sul palmo della mano i resti di quel morto appena ammazzato. Don Ciccio Messina Denaro è colui il quale dà il segnale dell'inabissamento della mafia, quando Cosa Nostra si comincia ad occupare di denaro da investire. 

C'era anche lui, l'anziano patriarca, dietro le quinte di quel maxi investimento da mille miliardi di lire che Cosa Nostra siciliana voleva compiere a Malta, acquistando un isolotto, l'isola di Manuel, con la mediazione di alti vertici della politica, italiana e maltese, l'influenza di un notaio capo della massoneria in grado di coinvolgere la massoneria internazionale. Sull'isolotto di Manuel Cosa Nostra voleva costruire quello che oggi chiameremo un super lussuoso resort.. 
 

Don Ciccio e don Matteo. Padre e figlio, sempre vicini, legati l'uno all'altro. Nella casa di Castelvetrano dove abitano i familiari in ogni stanza ci sono le foto dei due, perché siano delle presenze costanti. Così come fu per dimostrare la presenza nel territorio che, la notte del 30 novembre 1998, a poche ore da un blitz antimafia della Polizia che sconvolse parte dell'organizzazione dei Messina Denaro, in manette finì l'altro rampollo di quella casata, Salvatore, qualcuno si adoperò per fare trovare al fratello di Lorenza Santangelo, la moglie del capo mafia, il corpo senza vita del marito: indossava Francesco Messina Denaro un abito scuro sotto al pigiama, ai piedi dei mocassini lucidi e nuovissimi. La vedova appena giunta gli mise addosso un cappotto di astrakan nero. Cosa voleva dire: che nonostante l'operazione condotta appena poche ore prima erano sempre loro a comandare, il territorio restava «cosa loro», grazie alla cosidetta «zona grigia» che non ha tardato a rigenerarsi, ricca di «complicità ed omertà» e di una rete indefinita di fiancheggiatori, insospettabili individui, anche estranei alle cosche, ma che non sono risultati per nulla inconsapevoli di sorreggere gli uomini più importanti della cupola trapanese. Aiuti i Messina Denaro ne hanno avuti e ne hanno in ogni dove. Anche tra le navate di qualche chiesa. Ci fu, raccontò il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori, un sacerdote di Calatafimi che, nella canonica, avrebbe concesso ospitalità ai due latitanti, a padre e figlio, mentre polizia e carabinieri li cercavano, c'è poi l'arciprete Pino Biondo che il giorno dei funerali «blindati» di Francesco Messina Denaro celebrati nel cimitero di Castelvetrano, nella sua omelia «intimò » a tutti di non osare giudicare le azioni del defunto, «compito spettante solo al Padre eterno». 
 
Nel momento così dell'estremo saluto Francesco Messina Denaro fu così assolto da quel prete e affidato al giudizio di Dio con questo assunto: «La vicenda umana del nostro fratello la conosce solo Dio, gli uomini non possono giudicarla». 

I Messina Denaro e la politica. La voce ricorrente tra chi indaga, tra magistrati e poliziotti, è quella che non è una traccia ma quasi una impronta precisa quella lasciata da un «politico» nei «pizzini» trovati a Montagna dei Cavalli di Corleone dove si nascondeva il boss Bernardo Provenzano. I «pizzini» con le "impronte" sono quelli firmati da Alessio, l'"alias" usato da Matteo Messina Denaro, detto anche «Diabolik». Il nome del «politico» invitato a mettersi a disposizione, o più probabilmente a «rinnovare» un «patto» a suo tempo sottoscritto con Cosa Nostra trapanese, è sicuramente passato dalle mani di Filippo Guttadauro, un altro pezzo da 90. E' cognato del super latitante di Castelvetrano, fratello di Carlo Guttadauro il medico che faceva il capo mafia a Bagheria. Filippo Guattadauro è marito Rosalia Messina Denaro, figlia, sorella e quindi moglie di boss. Filippo Guttadauro attraverso i«pizzini», aveva ricevuto l'incarico di raccogliere da Provenzano il nome di un politico da contattare, e «Alessio» in un «pizzino» conferma che «121» (nella cabala delle comunicazione del capo mafia questo era il numero attribuito da Provenzano a Guttadauro) il nome del politico lo ha ricevuto e lo ha passato a lui.

Matteo e le stragiLa trasformazione della mafia. Matteo Messina Denaro è ricercato per scontare una serie di ergastoli, appresso si porta anche certi "segreti". E' riconosciuto essere stato mandante e organizzatore delle stragi mafiose di Roma, Milano e Firenze del 1993, quelle che servirono a sollecitare col sangue di morti ammazzati, dilaniati dal tritolo che partito da Castelvetrano attraversò mezza Italia, una trattativa con lo Stato. Da quelle stragi in poi Cosa Nostra cambiò veste. Scelse la strategia della sommersione. E fuori si è presentata sotto le vesti di un potente impresa, una holding. Matteo è oramai un manager dell'economia, controlla imprese, società, si occupa con il suo conterraneo Giuseppe Grigoli dei supermarket più ricchi della Sicilia, quelli del marchio Despar. 

Appalti pubblici, controllo delle commesse finiscono con il costituire l'ultimo dei suoi affari. Le bombe hanno sortito l'effetto sperato. La mafia fu così ammessa nei salotti della politica, delle istituzioni, dell'impresa. Da pari a pari. 

La passione per l'arte. Dal padre Matteo Messina Denaro ha ereditato la passione per l'arte. Tutti e due alla loro maniera collezionisti. Francesco Messina Denaro sarebbe stato il mandante del furto dell'Efebo di Selinunte, una statuetta che negli anni '60 era tenuta quasi come un porta cappelli nello studio del sindaco di Castelvetrano. Nessuno, tranne Francesco Messina Denaro, aveva capito il valore di quello che veniva chiamato "u pupu", e una notte don Ciccio lo fece rubare. La statuetta sopravvisse al terremoto del 1968 quando si trovava nascosta dentro la casa di un mafioso di Gibellina crollata per il terremoto, qualche anno dopo venne infine trovata, in casa di un collezionista del settentrione. Matteo di recente aveva pensato a rifarsi, facendo rubare il Satiro Danzante, la famosa statua di bronzo ripescata nel canale di Sicilia. All'epoca era custodita, dopo essere stata appena ripescata, in una stanza di un edificio del Comune di Mazara, tenuta dentro una vasca piena d'acqua. Solo per un caso il furto non riuscì, ma c'era già un acquirente svizzero pronto a fare l'acquisto. Incaricato del furto era un vigile urbano di Marsala, ora pentito, Concetto Mariano. Prima ancora c'è la storia di un'anfora passata per le mani di Francesco Messina Denaro che finì anche per inguaiare il super poliziotto del Sisde Bruno Contrada. 

Le vie di fuga del giovane don Matteo. Mille nascondigli e mille sotterfugi per sfuggire ai «cacciatori». A sua disposizione Matteo Messina Denaro ha avuto anche una Alfa 164 che nella parte anteriore aveva dei mitra, quasi fosse l'auto di «Diabolik», azionabili dal sedile di guida. A proposito di nascondigli, nella oreficeria di Castelvetrano di Francesco Geraci c'era una cassaforte che aperta tradiva cosa fosse, un ascensore che portava nei sotterranei dove c'era un miniappartamento arredato di tutto punto e dove Matteo trascorse il primo periodo di latitanza; lì incontrava l'altro latitante, il capo dei capi Totò Riina. 
 
In quel rifugio c'era anche quello che fu denominato il «tesoro di Riina», gioielli e preziosi che Geraci gli custodiva. Geraci era intestatario di beni di «Totò u curtu» che ogni anno si premurava di fargli avere il rimborso delle tasse che lui doveva pagare. Dal super nascondiglio alla grotta. Mai trovata, ma l'esistenza è certa. Ne parlava Pietro Virga il figlio del capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga: in una occasione che si preoccupava di trovare un nuovo rifugio al padre parlò (così gli investigatori ascoltarono attraverso le intercettazioni) di un nascondiglio in montagna usato da Matteo Messina Denaro «dove nemmeno con l'elicottero la polizia può arrivarci».  

I necrologi. Anche questi letti attentamente sono espressioni del potere esercitato ancora oggi. Il nome del già latitante Matteo comparve in quello pubblicato per dare l'annuncio della morte del padre, ma comparirà anche anni dopo; addirittura in un necrologio venne usato come versetto commemorativo un passaggio guarda caso del «Vangelo di Matteo». Nel 2007 comparve invece questa scritta nel solito necrologio: «Spatium est ad nascendum et spatium est ad morendum sed solum volat qui id volt et perpetuo sublimis tuus volatus fuit» e cioè «C'è un tempo per nascere e un tempo per morire (citazione da Ecclesiaste capitolo terzo versetto 2 -3.2) ma vola solo colui che lo vuole e sempre il tuo volo è stato altissimo». 

Oggi Matteo Messina Denaro nei suoi pizzini è solito salutare i suoi complici mandando la benedizione di padre Pio e della Madonna di Lourdes. Quasi fosse un papa. Il papa della nuova mafia.
di Rino Giacalone

Gli interessi di General Motors SONO gli interessi della nazione... Per una volta è la nazione a dettare i termini


Amici, io guido un’auto americana, una Chrysler. Non ne sto facendo la pubblicità, sto solo lanciando un grido di compassione. C’è una lunga storia, vecchia di decenni, raccontata e riraccontata da decine di milioni di americani, di cui un terzo ha dovuto “rinnegare” il paese semplicemente per trovare un modo di recarsi al lavoro in qualcosa che non si guastasse.
La mia Chrysler ha quattro anni. L’ho comprata per lo stile di guida agile e comodo. Allora la fabbrica era di proprietà della Daimler-Benz, che ha avuto il buon senso di piazzare lo chassis Chrysler su semiasse Mercedes. Che guida ragazzi! Quando parte…!
Più di una dozzina di volte quest’anno la mia auto si è rifiutata di mettersi in moto. Ho cambiato le batterie, ma non era quello il problema. Anche mio padre guida lo stesso modello, e anche la sua macchina lo ha lasciato a piedi molte volte. Semplicemente non parte, senza alcun motivo!
Qualche settimana fa l’ho portata ad un’officina Chrysler qui in nord Michigan; per farla aggiustare ho speso 1.400 dollari. Il giorno dopo la consegna l’auto non partiva già più. Quando sono riuscito a farla partire, la luce dei freni iniziò a lampeggiare. E così via.

Da questo potreste desumere che a me di questi incapaci costruttori di automobili di merda nei paraggi di Detroit non me ne può fregar di meno. Invece no. Me ne preoccupo. Mi preoccupo per i milioni di persone le cui vite e sostentamento dipendono dalle fabbriche di automobili. Mi sta a cuore la sicurezza e la difesa di questo Paese perché il petrolio sta per finire – e che quando finirà, il disordine e il cataclisma che ne seguiranno faranno sembrare l’attuale recessione/depressione come un musical alla Tommy Tune.
Mi preoccupo di quel che succede ai Grandi 3 perché sono i più responsabili di quasi tutti per la distruzione della nostra fragile atmosfera e per il costante scioglimento delle calotte polari.
Il Congresso deve sanare le infrastrutture industriali controllate da queste fabbriche e il lavoro che procurano, come deve liberare il mondo dal motore a scoppio. Questo enorme sistema manufatturiero può redimersi iniziando a costruire su vasta scala automobili elettriche o ibride e il tipo di trasporti di cui il XXI secolo ha bisogno.

Il Congresso deve far questo NON dando a General Motors, Ford e Chrysler i 34 miliardi di dollari che stanno chiedendo in “prestito” (qualche giorno fa volevano soltanto 25 miliardi, ecco quanto sono stupidi, non sanno neanche di quanti soldi han bisogno per pagare i salari. Se voi o io provassimo ad ottenere un prestito bancario in questo modo, non solo ci sbatterebbero fuori, ma ci ascriverebbero a qualche lista nera come insolventi).
Due settimane fa i direttori generali delle Grandi 3 sono stati presi a pesci in faccia da una commissione Congressuale che li ha scherniti e negato loro il trattamento di favore che avevano accordato ai finanzieri solo un paio di mesi prima. In quell’occasione i politici fecero una gara di servilità nei confronti di Wall Street con i farabutti seguaci degli schemi bizantiniani di Ponzi dove scommettevano con i soldi degli altri su azzardati schemi finanziari conosciuti in gergo come fate e unicorni.
Ma i ragazzi di Detroit vengono dal Midwest, dalla “cintura arrugginita”, dove si costruiscono cose vere, necessarie, che i consumatori possono toccare e comprare, dove il denaro si ricicla continuamente nell’economia (incredibile!), dove si sono formati i sindacati che hanno creato il ceto medio, e che mi hanno aggiustato i denti gratis quando avevo dieci anni. Per tutto questo, i capitani dell’industria automobilistica a novembre hanno dovuto sentirsi ridicolizzati per il modo in cui sono arrivati a Washington DC. Sì, hanno volato sui jet privati delle loro ditte, proprio come fecero i banchieri e i ladri di Wall Street a ottobre. Ma, attenzione, QUELLO andava bene! Loro erano i veri Maestri dell’Universo! Solo i migliori mezzi di trasporto sono adeguati per la Grande Finanza mentre si prepara a depredare i tesori della nazione.
Naturalmente una volta erano i magnati dell’auto a governare il mondo. Erano il cuore pulsante che tutte le altre industrie – acciaierie, raffinerie, cementifici – servivano. Cinquantacinque anni fa il presidente della General Motors, seduto proprio a Capitol Hill, informò apertamente il Congresso che gli interessi di GM erano gli interessi del paese. Perché, a suo modo di vedere, General Motors ERA il paese.
Ma che lunga, deprimente caduta in disgrazia abbiamo avuto modo di testimoniare il 19 novembre, quando i tre topini ciechi sono stati bacchettati e rimandati a casa a scrivere un tema dal titolo “Perché Voi Dovreste Darmi Miliardi di Dollari Gratis”. Gli hanno perfino chiesto se avrebbero lavorato per un dollaro all’anno. Beccatevi questo! Che Congresso grande e coraggioso! Proporre a tre dei più potenti (ancora) uomini al mondo una specie di contratto di servilità… Questo da parte di un Congresso senza spina dorsale che non osa ribellarsi a un presidente in disgrazia né dire no a finanziamenti per una guerra che né loro stessi né gli americani che rappresentano appoggiano. Incredibile.
Lasciatemi dire una cosa ovvia: ogni singolo dollaro che il Congresso dà alle tre ditte automobilistiche verrà immediatamente gettato nel cesso. Non c’è niente che gli amministratori delle tre grandi case automobilistiche possano inventarsi che convincerà la gente ad uscire in una recessione e comprare uno dei loro grossi, scadenti prodotti assetati di benzina. Dimenticatevelo. E, come sono sicuro che i Detroit Lions della famiglia Ford non andranno al Super Bowl – mai – posso garantirvi che questi, dopo aver bruciato i 34 miliardi di dollari, ritorneranno la prossima estate per altri 34 miliardi. Allora, che fare?

Membri del Congresso, eccovi la mia proposta:
1. Il funzionamento dei trasporti in America è una delle questioni più importanti che il governo deve affrontare, e siccome stiamo attraversando un’enorme crisi economica, energetica e ambientale, il nuovo presidente del Congresso deve fare ciò che Franklin Roosevelt fece quando si trovò ad affrontare la famosa crisi (…solo che lui ordinò alle industrie automobilistiche di smettere di costruire automobili ma di costruire aerei e carri armati): i Grandi 3 devono, d’ora in poi, costruire soltanto automobili che non siano petrolio-dipendenti, e, cosa più importante, costruire treni, autobus, linee metropolitane e tramviarie (un corrispettivo progetto di lavori pubblici nazionale costruirà binari e linee ferroviarie). Questo oltre a salvaguardare posti di lavoro ne creerebbe altri milioni.
2. Potreste comprare TUTTE le azioni della General Motors per meno di 3 miliardi di dollari. Perché dovreste dare a GM 18 miliardi o 25 miliardi o cifre del genere? Prendete i soldi e comprate la fabbrica! (ad ogni modo se fate loro un “prestito” domandereste una garanzia da parte loro, e siccome noi sappiamo che loro non ripagheranno quel prestito, alla fine acquisireste la fabbrica comunque. Perciò perché aspettare? Compratela adesso.)
3. Nessuno di noi vuole ufficiali governativi a capo di un’industria automobilistica, ma ci sono molti geni dei trasporti che potrebbero essere impiegati per questo. Abbiamo bisogno di un Piano Marshall per staccarci dai veicoli a benzina e trasportarci nel XXI secolo.

Questa non è una proposta eversiva o fuori dal mondo. Ci vuole soltanto l’uomo più in gamba che mai sia diventato presidente per metterla in atto. Cosa propongo ha già funzionato. Il sistema ferroviario nazionale era un macello negli anni ’70. Il governo intervenne, lo risanò e una decina di anni dopo lo rivendette a privati con un profitto di un paio di miliardi di dollari che rimpinguarono le casse del Tesoro.
Questa proposta può salvare la nostra infrastruttura industriale – e milioni di posti di lavoro. Non solo, ma ne creerebbe altri milioni. Potrebbe letteralmente trascinarci fuori da questa recessione.
Al contrario, ieri General Motors ha presentato la sua proposta di ristrutturazione al Congresso, promettendo che, se il Congresso gli darà 18 miliardi di dollari adesso, loro elimineranno 20.000 posti di lavoro. Avete letto bene. Noi diamo loro miliardi sicché loro possano sbarazzarsi di altri lavoratori americani. Questa è stata la loro Grande Idea degli ultimi 30 anni – licenziare migliaia di persone per salvaguardare i profitti della societa. Nessuno però ha mai fatto loro questa domanda: “Se tu licenzi tutti quanti, chi avrà i soldi per comprare le tue automobili?”
Questi idioti non si meritano un centesimo. Licenziamoli tutti e prendiamoci le loro industrie per migliorare la vita delle persone, del paese e del pianeta.
Gli interessi di General Motors SONO gli interessi della nazione... Per una volta è la nazione a dettare i termini.

di Michael Moore
Fonte: www.commondreams.org
Link: http://www.commondreams.org/view/2008/12/03

Tradotto per www.comedonchisciotte da GIANNI ELLENA

Il dopo-Kyoto: lungo la strada per Copenhagen, rivoluzionando le nostre menti


Sarà sufficiente la cornice di tempo di qui a Copenhagen per costruire un accordo mondiale circa la necessità di una brusca inversione di tendenza nelle politiche globali sul cambiamento climatico?
A me pare che siamo in bruttissime acque. Ricordo il pronunciamento finale dell’incontro del World Political Forum a Torino, lo scorso 28 maggio: «Il mondo è entrato in un periodo in cui la drammatica scala, complessità e rapidità del cambiamento causato dalle attività umane, minaccia i fragili sistemi ambientali ed ecologici da cui dipendiamo».
Tuttavia i numerosi allarmi che sono stati lanciati dalla comunità scientifica internazionale nel corso di molti anni non hanno avuto successo sinora nel convincere i governi, né le élites politiche, né le società di capitali a prendere attivamente dei provvedimenti miranti a prevenire un impatto negativo sulla vita quotidiana di milioni di persone.
Questi impatti sono stati identificati con grandissima certezza, sebbene non ci sia ancora una data, e nonostante la loro scala non sia di fatto prevedibile.
Lasciate che ricordi un po’ la cattiva sorte delle prime previsioni del Club di Roma. Era molto tempo fa e i suoi allarmi non furono quasi notati, non ricevettero nessuna attenzione e, una volta notati, suscitarono diffuse derisioni, specie fra gli economisti.
Era proprio l’inizio della globalizzazione e tutti soggiacevano ancora all’illusione della crescita indefinita. Nessun limite era allora concepibile. Tra queste illusioni c’era la più grossa: l’epoca del petrolio a basso prezzo non sarebbe mai finita.
E che dire poi dei peggiori esiti allora prospettati dagli scienziati? Vennero definiti indimostrati: mere ipotesi, nulla di più.
Ma ora, quarant’anni dopo, disponiamo di una potenza di calcolo sei miliardi di volte maggiore di quella di allora, e possiamo usare delle serie statistiche molto precise e complete.
Questi dati, e non più ipotesi, dimostrano, al di là di ogni dubbio, che siamo già in ‘overshooting’. Il che significa che l’umanità ha oltrepassato già 25 anni fa i limiti della capacità di sostegno della Terra. La nostra impronta umana ha cambiato la dinamica dell’ecosistema. Il cambiamento climatico è una, solo una sebbene la più spaventosa, manifestazione di questa situazione. E ci troviamo ora in una assoluta mancanza di tempo.
Ciò per alcune ragioni basilari: la prima è che il mondo delle società di capitali sta ancora celebrando la precedente fase di crescita e rifiuta di riconoscere che siamo già entrati in un territorio di insostenibilità.
Questo è un comportamento collettivo dettato dall’ideologia. Psicologicamente comprensibile, ma potenzialmente catastrofico dal punto di vista politico e organizzativo. Perché in questa maniera il collasso arriverà proprio in modo subitaneo, per la gran sorpresa di ciascuno.
L’altro pericolo è l’idea sbagliata che tutto sarà rimesso in carreggiata tramite i miglioramenti della tecnologia e con un uso più efficiente delle leve del mercato.
Cosa che riassumerei con l’espressione “gli affari vanno avanti come al solito”
Ma il rovescio della medaglia di questa ideologia sta nel fatto che si tratta esattamente del mercato che ha generato questi esiti, e sarebbe proprio stranissimo e curiosissimo credere che il mercato, così come è stato ed è tuttora, ci possa salvare. Non lo farà. Così come non è una soluzione nemmeno la buona idea del business “verde”. Buona ma insufficiente.
E un errore correlato sta nel pensare che il passo delle tecnologie in corso di sviluppo sarà il medesimo dei progressi dei limiti della crescita. Nei fatti i due passi non vanno in pari, hanno solo poche relazioni fra loro, e le rispettive velocità non sono nemmeno comparabili.
La crisi del cambiamento climatico, per esempio, sta andando avanti più in fretta delle tecnologie che, in linea di principio, potrebbero fermarla. E per realizzare un incremento nelle capacità tecnologiche in questo campo dovremmo dar vita a un enorme investimento preliminare nella spesa per investimenti.
Ognuno capisce ora che sarà particolarmente difficile far questo nel bel mezzo della crisi finanziaria mondiale. Ma questo, per altro verso, risulta difficilissimo se la responsabilità sociale delle società di capitale rimane al livello del “tanto per dire”.
Che risulta troppo basso. Allo stesso tempo tra le élites politiche la consapevolezza del pericolo rimane abbondantemente inadeguata. L’Europa è il posto migliore, in questo preciso momento, perché l’Europa ha assunto decisamente la guida in questo campo, sebbene alcuni governi resistano. Guardate all’Italia e alla Polonia come ai peggiori esempi di questa resistenza.
A tutte queste difficoltà dovremmo aggiungere la mancanza di consapevolezza del pubblico generale in merito ai rischi seri e reali che i disastri naturali implicano come risultato del riscaldamento globale.
Molti continuano a credere che il riscaldamento globale sia un problema che possiamo lasciare alle future generazioni mentre non capiamo che sta già avvenendo oggi, è già qui che ha preso piede e ci sta già colpendo. Certamente colpirà la prossima generazione.
Questo genere di cose hanno appena cominciato a entrare nel pubblico dibattito. E in un modo talvolta molto disorientante. Milioni di persone stanno ricevendo, solo da pochissimi anni, dei segnali contradditori: da una parte informazioni crescenti sul cambiamento climatico; dall’altro la pressione a incrementare i consumi sta continuando e perfino aumentando. Il che significa un aumento delle emissioni di gas serra.
Da un terzo lato c’è, anch’essa in aumento, una fortissima pressione, proveniente da ogni sorta di gruppi lobbistici in rappresentanza di imprese e interessi settoriali. Il suo scopo è di smorzare i problemi, riducendone la chiarezza, confondere il pubblico, spostare l’attenzione, ridurre la determinazione a cambiare le politiche delle amministrazioni pubbliche locali e dei governi. E considerando che i manager delle imprese mediatiche sono primariamente sottoposti a questo tipo di pressione, anche la credibilità dei media è a rischio. 
Come risultato abbiamo che stanno avanzando molte pseudo-soluzioni fittizie, che – anziché aiutare a ridurre le emissioni – distribuiscono privilegi ed esenzioni. L’enfasi spesso usata per lanciare il Mercato delle Emissioni è uno di questi casi.
Una via d’uscita illusoria che, alla fine, rischia di produrre risultati trascurabili e insignificanti nell’ammontare complessivo della riduzione delle emissioni di gas serra.
Tutto questo accade mentre abbiamo bisogno di uno sforzo straordinario per produrre, nei prossimi quindici anni, una riduzione assoluta di CO2; in grado assoluto, in termini di meno milioni di tonnellate, non solo di qualche miglioramento percentuale.
In breve siamo ancora molto lontani da una soluzione onnicomprensiva, e molto lontani anche da una visione istituzionale e politica delle questioni che stiamo per affrontare entro un periodo di tempo relativamente breve.
Egoismi nazionali, interessi aziendali, settoriali e di categoria continuano a prevalere. La più impressionante di queste tendenze negative si è vista nello scontro tra la Commissione europea e le industrie automobilistiche europee, Queste ultime hanno evidentemente le loro ragioni, buone e meno buone, per resistere. Ma se ogni interesse particolare si difenderà ignorando l’intero paesaggio, non arriveremo sani e salvi alla fine del cammino.
Ritengo che non sia solo una questione di “moral suasion”, ancorché sia certamente una questione di un nuovo modo di pensare il bene comune.
Noi, a livello europeo, abbiamo il compito di sviluppare strumenti legislativi miranti a incoraggiare e aiutare tutti i settori industriali a divenire leader (e non ostacoli) nella lotta al cambiamento climatico, iniziando con il chiedere trasparenza nelle emissioni di carbonio.
In altri termini ogni ramo della società e della politica deve capire che i compiti che abbiamo di fronte sono ti tipo epocale, e senza precedenti.
Essi richiedono un intero sistema di cambiamenti, che implichino tutti gli aspetti delle relazioni umane, industriali, politiche e sociali all’interno di ogni società così come fra gli stati.
Anche le nostre idee sulla sicurezza devono cambiare radicalmente. I maggiori pericoli per la nostra sicurezza collettiva verranno da nuovi orizzonti. 
Per fronteggiarli, ad esempio, non ci servono cacciabombardieri e portaerei, missili e bombe. 
Al contrario, le bombe saranno l’ultimo e il più stupido mezzo quando avessimo fallito nel creare una giusta sicurezza collettiva in tutte le altre direzioni della presente crisi. Ma se sarà così, questo vorrà dire che avremo perso.
Quel che intendo è che la strada per Copenhagen richiede, per essere completata, una vera rivoluzione nelle nostre menti.
di Giulietto Chiesa

Testo dell’intervento al seminario organizzato da Green Cross International a Poznan (Polonia) il 2 Dicembre 2008 (“PROMUOVERE IL COINVOLGIMENTO DELLA COMUNITÀ DEGLI AFFARI NELL’AFFRONTARE 
IL CAMBIAMENTO CLIMATICO”)

Componenti della tavola rotonda:
Dr. Jan Kulczyk, chairman di Green Cross International;
William Becker, presidente dello US Climate Action Project;
Giulietto Chiesa, europarlamentare italiano;
Michail Liebreich, presidente e amministratore delegato di New Energy Finance;
Aleksander Likhotal, presidente di Green Cross International.
(traduzione di
 Pino Cabras)

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