giovedì 4 dicembre 2008

Il SUPERPOLIZIOTTO UCCISO A MUMBAI, ovvero lo strano caso di Hemant Karkare



Tra le tante persone uccise a Mumbai la scorsa settimana vi erano alcuni dei maggiori funzionari dell'antiterrorismo della città. Hemant Karkare, capo della Squadra Anti-terrorismo indiana (ATS) è stato il personaggio più importante ad essere ucciso in azione, e la sua storia è doppiamente significativa per coloro che visitano questo sito, perché egli era a metà dell'opera nello svelare un attacco terroristico false flag (che era avvenuto il 29 settembre 2008) e di cui furono inizialmente accusati musulmani come gli "Studenti del Movimento Islamico dell'India" (SIMI) o i "Mujahideen Indiani". 

Però, nel corso delle sue indagini sull'attentato del 29 settembre a Malegaon, Karkare scoprì un collegamento sorprendente: un ufficiale dell'esercito indiano, il tenente colonnello Shrikant Purohit era collegato alle esplosioni, e fu colto in flagrante mentre cercava di coprire le sue tracce.

MUMBAINASHIK: Il gatto è fuori dal cesto. Singh ha cantato. Siamo sul radar della ATS. Cambia la carta SIM. 

Questi messaggi SMS mandati dal tenente colonnello Shrikant Purohit al maggiore in pensione Ramesh Upadhyay hanno aiutato a incastrare Purohit e hanno portato al suo arresto alla mezzanotte di martedì [4 novembre N.d.t.] per l'esplosione della bomba del 29 settembre a Malegaon. Egli è stato accusato di omicidio e associazione a delinquere a fini di terrorismo ed è stato assegnato in custodia cautelare alla polizia sino al 15 novembre da un tribunale di Nashik... Fonte


 
[Hemant Karkare, capo dell'antiterrorismo indiano a Mumbai, ucciso mentre portava a termine indagini che incastravano estremisti nazionalisti hindu, tra cui ufficiali dell'esercito indiano, per finti attentati islamici.]

Due giorni prima degli attentati di Mumbai Karkare ricevette minacce di morte da fonti non identificate. 

A quanto pare l'identità del killer solitario di Mumbai catturato vivo è in dubbio; 

La ricerca delle radici del killer di Mumbai fa solo aumentare il mistero

Ancora molte domande devono essere poste su Mumbai. Potrebbe davvero essere l'"11 settembre dell'India"... ma non nel senso che intende la stampa dell'establishment.

Titolo originale: "Hemant Karkare - False Flag Investigator Killed in Mumbai Attack"
DI 911BLOGGER
Link: http://911blogger.com/

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Il vero conflitto di interessi del Paese è negare i fatti


Fatto salvo il diritto di critica a una misura adottata dal governo, diritto esercitato da Sky, diretta parte in causa, ma anche giustamente esercitato dai giornali italiani, la polemica attorno al conflitto di interessi è un modo tipicamente italiano di affrontare la realtà.

Qualcuno ha giustamente detto che in Italia gli scandali non sono fatti, ma semplici opinioni. Il che di per se è proprio uno scandalo. Le parole logorano gli avvenimenti, i commenti esagerano il racconto dei fatti, il dibattito va sopra le righe, i toni si accendono, la polemica infuria. Dopo di che tutto si spegne, alla maniera del detto popolare che recita “passata la festa, gabbato lo santo”. 

Il fatto è che il conflitto di interessi c’è. Il fatto è che la legge Frattini contro il conflitto di interessi non è mai stata efficace. Il fatto è che il precedente governo Prodi non ha modificato quella legge inefficace. Il fatto è che l’attuale governo nega l’esistenza del fatto che il conflitto di interessi ci sia. Dopo di che ognuno può legittimamente esprimere il suo punto di vista in merito. Ma le opinioni passano, i fatti restano. Questo modo di ragionare fa molto male alla comprensione della realtà, proprio in un momento cruciale della nostra economia, che perde colpi, sotto la pressione dei mercati globali, ma subisce i colpi di una visione per niente lucida della gravità della situazione.

Un lampante conflitto di interessi si sta sviluppando, ancora una volta tra i fatti e le opinioni. Telecom Italia annuncia altri 4mila esuberi, che si aggiungono ai 5mila già dichiarati. Fiat annuncia un massiccio ricorso alla cassa integrazione. Motorola ha chiuso a Torino. Panasonic ha chiuso a Pisticci, in Lucania. Anche la chimica del Nord Sardegna sta per lasciare a casa 14mila lavoratori. 

Non basta. La CGIL parla di 450mila precari che perderanno il posto di lavoro. I sindacati di base parlano dell’allontanamento di oltre 500mila precari dalla scuola e dal pubblico impiego. La CISL prevede una perdita del posto di lavoro pari a 980mila unità. La vicenda Alitalia ha messo nell’incertezza migliaia di dipendenti.  E’ un fatto assodato che i consumi stiano crollando. E’ un fatto assodato la crisi finanziaria stia avendo un impatto feroce sull’economia reale. Si possono avere opinioni diverse sull’efficacia delle misure anti-crisi adottate dall’attuale governo. Ma non si può negare la gravità di una situazione che giorno per giorno si sta allargando a tutti i comparti della nostra economia: dalla manifattura ai servizi, dal commercio ai trasporti, dalla grande alla piccola e media azienda, dal lavoro dipendente a quello autonomo, dai media alla pubblicità.

Il vero conflitto di interessi del Paese è negare i fatti, a favore di una professione di ottimismo che non ha solide basi, se non quelle di un atteggiamento fondamentalista circa le capacità automatiche del mercato di rigenerare se stesso.

La consapevolezza della gravità della situazione aiuta la ricerca di soluzioni credibili ed efficaci. Al contrario, diffondere vaghi appelli all’ottimismo e alla fiducia fa perdere tempo alle decisioni, confonde le idee, disperde energie altrimenti meglio utilizzabili. Non è più il tempo in cui l’emozione possa prendere il posto della ragione. Se guardiamo in faccia la crisi, siamo già nella condizione di superarla. Se ne neghiamo la portata, ne diventiamo gregari, ci trasformiamo in portatori sani di una delle peggiori malattie economiche mai viste.

E’ bene allora che l’informazione dica le cose come le cose stanno. E’bene che lo facciano i giornali, che lo faccia la tv. Sarebbe un sollievo se lo facesse la politica. E’ bene che lo capisca anche la pubblicità: basta emozioni, intenti aspirazionali, ragionamenti con “la pancia”. E’ il momento dell’intelligenza, dell’arguzia,  della sobrietà, dell’irriverenza verso il convenzionale e il conformismo. Sia nella creazione di nuove idee, sia nel metodo e negli strumenti. Solo così le marche non entrano in conflitto di interessi con il sentire comune dei consumatori. Beh, buona giornata.
di Marco Ferri - Megachip

L’inizio del declino dell’Islam radicale in Iran


Il governo intransigente del presidente iraniano Ahmadinejad potrebbe rappresentare uno spartiacque nella storia dell’Iran post-rivoluzionario. Gli scarsi risultati ottenuti da questa esperienza di governo potrebbero segnare l’inizio del declino dell’Islam radicale in Iran – sostiene il professore iraniano Sadegh Zibakalam

Durante gli ultimi tre decenni l’ascesa dell’islamismo militante ha dominato la scena politica della regione in svariati modi. Le conseguenze del radicalismo religioso iraniano possono essere osservate nella regione del Golfo Persico, nel conflitto arabo-israeliano, in Iraq e in Afghanistan. Sebbene la militanza islamica iraniana sembri aver mantenuto il proprio predominio, potrebbe non essere così nel prossimo decennio.

La principale ragione di questo momento critico è da ricercare nell’attuale governo iraniano guidato da Mahmoud Ahmadinejad, il quale giunse al potere nel luglio 2005. La salita al potere di Ahmadinejad rappresenta certamente uno spartiacque nella storia dell’Iran post-rivoluzionario. La sua presidenza ha segnato un nuovo assetto politico nella Repubblica islamica. Fino a questo momento, sebbene il regime iraniano fosse descritto come radicale e islamico, era lontano dal rappresentare un fronte politico unitario. Esso consisteva di diverse correnti, ciascuna delle quali si definiva come islamica. Tali correnti includevano i conservatori intransigenti a “destra”, la “sinistra”, i pragmatici guidati da Akbar Hashemi Rafsanjani, i moderati, e coloro i quali, pur con qualche riserva,  potremmo addirittura chiamare “liberali”. Quando era al potere l’Imam Khomeini, la “sinistra” ebbe la meglio. Dopo la sua morte, i pragmatici di Hashemi Rafsanjani occuparono il centro della scena, per poi lasciare il posto alle correnti moderate liberali capeggiate dal presidente riformista Mohammad Khatami. Non importa chi venisse eletto presidente dell’Iran, tutte le altre correnti, benché a diversi livelli, erano presenti nel governo.

Le elezioni del luglio 2005, e l’ascesa al potere di Ahmadinejad, hanno cambiato il panorama politico. Il nocciolo duro dei conservatori ha allontanato quasi tutte le altre correnti dai posti di potere. Per la prima volta dalla comparsa della Repubblica islamica nel 1979, vi era un solo gruppo politico a dominare le tre principali branche dell’establishment politico iraniano. 

Questo gruppo, che con qualche giustificazione è stato chiamato “dei fautori della linea dura”, ha cercato di cambiare gran parte della politica interna ed estera iraniana. A livello internazionale, la posizione iraniana sul proprio programma nucleare è diventata molto più intransigente. L’atteggiamento anti-occidentale ed anti-americano del regime si è inasprito, così come il suo approccio anti-israeliano. Invece, Teheran ha cercato di stringere legami con i regimi anti-americani del Sud America e del resto del mondo. Internamente, il gruppo conservatore ha accentuato il ruolo dello stato nell’economia, ha ridotto le libertà politiche ed ha cercato di rafforzare le capacità militari del paese.

Arriviamo ora al punto principale della nostra tesi: la fine anticipata dell’Islam militante nel prossimo decennio. Dato il saldo controllo del potere che i fautori della linea dura hanno mantenuto a partire dal 2005, perché il loro potere dovrebbe declinare in futuro? La risposta molto semplice sta nella performance di questo gruppo dal momento del suo arrivo al potere tre anni fa. Esso si è alienato gran parte dell’intellighenzia del paese. Studenti, laureati, professionisti, intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti, e molti altri gruppi sociali analoghi, sono diventati sempre più critici nei confronti delle politiche adottate da questo gruppo conservatore negli ultimi tre anni. Gli impiegati statali, la classe media urbana, ed i (politicamente potenti) mercanti dei bazar, si sono opposti sempre più alla linea dura del governo di Ahmadinejad.

Anche politicamente, il gruppo è in declino. I riformisti, la “sinistra”, i cosiddetti gruppi nazionalisti liberal-religiosi come “nehzat azadi”, Hashemi Rafsanjani ed i suoi influenti gruppi politici, tutti ora si oppongono al governo guidato dai sostenitori della linea dura. In effetti, le politiche di Ahmadinejad hanno portato molti conservatori, così come alcuni “intransigenti” più moderati e pragmatici, a schierarsi contro il suo governo. Vi è poi un altro potente ed influente gruppo che è diventato apertamente critico nei confronti del presidente conservatore e di alcune delle sue decisioni: negli ultimi due anni, diversi leader religiosi hanno espresso la propria opposizione ad alcune delle decisioni di Ahmadinejad.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, vi è il Parlamento iraniano, o Majlis. L’assemblea composta da 300 membri che ha inaugurato il proprio mandato nel luglio 2008, ha eletto Ali Larijani come proprio presidente con una larga maggioranza. Dato che i conservatori hanno una cospicua maggioranza nell’attuale majlis, l’elezione di Larijani è stato un implicito messaggio di sfida al presidente Ahmadinejad. Larjiani è stato, fino allo scorso aprile, a capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, ad ha inoltre condotto i negoziati con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Larijani ha criticato l’approccio radicale di Ahmadinejad al programma nucleare iraniano. Egli preferiva una posizione più moderata, cercando un compromesso con l’Occidente sulla questione nucleare. Ahmadinejad ha quindi allontanato Larijani dall’incarico, preparando così la strada per l’adozione di un approccio più aggressivo e provocatorio da parte dell’Iran riguardo al programma nucleare. 

A questo punto bisogna porsi due domande sulla linea dura adottata dal governo iraniano. Primo, data la formidabile opposizione politica nei suoi confronti, dove trova Ahmadinejad il sostegno per sopravvivere, e addirittura per contemplare l’idea di un altro mandato? Secondo, quali sono le ragioni di tanta opposizione?

La maggior parte del sostegno ad Ahmadinejad arriva dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, e dalle varie istituzioni di cui egli è a capo, compresa la potente Guardia Rivoluzionaria, i Basij (forza paramilitare fondata nel 1979 per ordine dell’Ayatollah Khomeini (N.d.T.) ), la radio e la televisione nazionale iraniana e i giornali gestiti dal governo, così come un cospicuo numero di leader religiosi e di politici a lui vicini. La diffusa opposizione nasce dalla deludente performance di Ahmadinejad. La nazione soffre di una dilagante inflazione, il tasso di disoccupazione non è sceso, come non è diminuita l’endemica corruzione e la continua fuga di cervelli – lo testimoniano le file di professionisti iraniani davanti alle ambasciate occidentali a Teheran, che cercano di emigrare sebbene gli introiti petroliferi del paese si siano quadruplicati negli ultimi tre anni. 

È contro questo dato ironico che Hashemi Rafsanjani, il leader dei pragmatici iraniani, lo scorso mese ha lanciato un monito a proposito del fatto che il fallimento di questo governo non rappresenterebbe semplicemente la sconfitta di un particolare gruppo politico, ma piuttosto sarebbe interpretata come il fallimento pratico dell’Islam radicale nel momento in cui aveva tutto il potere a sua disposizione.

di Sadegh Zibakalam

Sadegh Zibakalam is professor of Iranian studies at Tehran University

Titolo originale:

The decline of religious fundamentalism in Iran

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/04/il-declino-del-fondamentalismo-religioso-in-iran/

Dmitri Medvedev, il sudamericano


Analista militare russo minimizza lo 'sfoggio di potenza' russo in Venezuela

L'analista militare della Novaya Gazeta, Pavel Felgenhauer, disinnesca i timori di una nuova 'colonizzazione' sovietica dell'America Latina

Da molti osservatori la visita di Medvedev in America Latina è stata vista come un atto di sfida agli Stati Uniti, un'incursione nel cortile di casa di Washington. Conferma questa interpretazione?

Da un punto di vista propagandistico certamente. Nel mondo cosidetto 'reale', no, poichè la Russia non è l'Unione Sovietica, e la sua reale sfera di influenza e interesse termina in un certo modo a Gori, a Poti, in Georgia, e non si estende ai Caraibi o all'America Latina.
Gli esercizi navali congiunti iniziati ieri con la Marina del Venezuela potrebbero essere il preludio per un ulteriore sostegno militare, dopo la vendita di 'armi leggere' di questi anni? Ci può essere un interesse russo nel potenziamento del sistema di difesa venezuelano, forse in risposta allo scudo missilistico in Europa? Dopo la minaccia di dispiegamento dei missili a Kaliningrad, tale risposta potrebbe arrivare fino al Sudamerica?
E' una risposta propagandistica alla visita di alcune navi della Marina Usa nel Mar Nero durante il recente conflitto russo-georgiano. La Russia ha venduto armi al Venezuela e non solo armi leggere, ma caccia Sukhoi, bombardieri e altri armamenti. C'è in effetti un progetto di multi-cooperazione col Venezuela, ma con il collasso dei prezzi del petrolio tali piani si ridurranno drasticamente, così come altri accordi di cooperazione nel settore del gas e del petrolio con il Venezuela. Anche perchè le riserve di petrolio dell'Orinoco, con gli attuali prezzi, non possono risultare economicamente vantaggiose. La visita di Medvedev, le intese economiche e le esercitazioni navali non hanno nulla a che fare con lo scudo missilistico Usa in Europa. Le esercitazioni sono un atto di pura propaganda. L'utilizzo dell'incrociatore nucleare Piotr Vilki nei Caraibi non ha nessun senso, non è una nave costruita per i Caraibi, ma per l'impiego nell'Atlantico. La nave è lì solo per una crociera, diciamo.
Come interpreta la visita a Cuba? E' un'occasione per stringere accordi militari al fine di rafforzare il potenziale militare dell'isola?
Non penso che ci saranno cambiamenti rispetto alle precedenti visite a Cuba di presidenti russi, e mi riferisco a quella di Putin durante il suo primo mandato. Non conosco alcun piano per riaprire le vecchie installazioni militari sovietiche. Si è parlato della possibilità di farlo, ma Cuba è sempre stata usata dall'intelligence sovietica e russa per operazioni di spionaggio, per intercettare le comunicazioni americani. Una base militare non avrebbe alcun senso, perchè è troppo vicina agli Usa per i bombardieri strategici russi. Durante la Guerra Fredda veniva usata una base molto più lontana, dal punto di vista strategico, Capo Verde. Essere troppo vicini alla costa Usa pone tali apparecchi in pericolo. Gli interessi russi vanno ricercati molto più vicini a casa loro. Russia non è più una potenza globale. Anche il Medio-Oriente è strategicamente lontano dai suoi interessi. Ci sono, ovviamente, interessi commerciali, ma questa è un'altra cosa. In un senso propagandistico è possibile uno sfoggio di 'potenza', ma militarmente no. Il Pentagono non ha quasi considerato le esercitazioni in Venezuela, perchè sa che non costituiscono una minaccia.

L'ambizione di Putin di riportare la Russia sullo scenario internazionale è stata frustrata dalla caduta dei profitti derivanti dal petrolio?
Un anno fa, molti vedevano la restaurazione del loro Paese come già avvenuta. Oggi il futuro è molto più nero, la Russia si trova in una grave crisi economica che nessuno può prevedere come evolverà. Se continuerà ad aggravarsi, i sogni russi, i sogni di Putin di dare lustro alla Russia come potenza internazionale saranno pesantemente ridimensionati.
di Luca Galassi

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