martedì 2 dicembre 2008

La vera storia di "Berlu-Sky"


L’Iva agevolata sulla pay-tv? Un favore fatto a Berlusconi nel 1991 dal ministro socialista Rino Formica e dal governo Andreotti. E dietro lo sconto, secondo la Procura di Milano, c’era anche un tentativo di corruzione


«Ma quale conflitto di interessi. La sinistra ha concesso a Sky per i rapporti che aveva con quella televisione il privilegio del 10 per cento dell'Iva. Abbiamo tolto quei privilegi e abbiamo fatto ritornare l'Iva a Sky uguale a quella di tutti gli altri».

E' proprio questa la vera storia del trattamento fiscale agevolato per la pay tv? "L'espresso" ha fatto una piccola inchiesta per ricostruire la vicenda dello sconto dell'Iva a Telepiù, il primo nome della tv a pagamento che fu fondata dal gruppo Fininvest per essere ceduta prima a una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di Canal Plus e infine nel
2002 a Murdoch che la denominerà con il nome del suo gruppo: Sky.

Si scopre così che l'Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c'era persino stato un tentativo di corruzione.

Nel 1997 Il pubblico ministero Margherita Taddei chiese il rinvio a giudizio per Berlusconi. Lo chiese anche sulla base di un fax che fu trovato durante una perquisizione. La missiva era opera di Salvatore Sciascia, allora manager Fininvest e oggi parlamentare del Pdl nonostante una condanna definitiva in un altro procedimento per le mazzette pagate dal gruppo alle Fiamme Gialle. Nel fax, diretto a Silvio Berlusconi, Sciascia chiedeva di spingere per far nominare alla Corte dei Conti il dirigente del ministero delle Finanze Ludovico Verzellesi, meritevole perché in precedenza si era speso per fare ottenere l'agevolazione dell'Iva al 4 per cento per Telepiù. In pratica, secondo la ricostruzione dei magistrati, la raccomandazione era il ringraziamento di Fininvest per il trattamento ricevuto.
Il fascicolo processuale però fu trasferito nella Capitale per competenza nel 1997. Nel 2000 il Gip Mulliri, su richiesta del procuratore di Roma Salvatore Vecchione e del pm Adelchi D'ippolito (oggi capo dell'ufficio legislativo del ministero dell'economia con Giulio Tremonti) archiviò tutto.Nessuna rilevanza penale, quindi. Ma restano i dati oggettivi sulla trattativa tra
la Fininvest e il ministero per l'abbassamento dell'Iva sulla pay tv: dal 1991 al 1995 quando era controllata o partecipata dal gruppo Berlusconi, Telepiù ha goduto di un'aliquota pari al 4 per cento. Un'agevolazione che allora Berlusconi non considerava scandalosa. Mentre oggi definisce "un privilegio" l'aliquota più che doppia del 10 per cento.

L'innalzamento dal 4 all'attuale 10 per cento fu introdotto alla fine del 1995 nella legge finanziaria del Governo Dini. All'epoca i manager di Telepiù, scelti dal Cavaliere, salutarono così il provvedimento: «È l'ultimo atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv».

Il 25 ottobre del 1995, Mario Zanone Poma, (amministratore di Telepiù sin dalla sua fondazione) dichiarava alle agenzie di stampa: «L'innalzamento dell'aliquota Iva:
1) contraddice la sesta direttiva della Comunità Europea;
2) contraddice l'atteggiamento degli altri paesi europei verso aziende innovative quali le pay tv;
3) crea una grave discriminazione tra la pay-tv e il servizio televisivo pubblico».
In pratica il manager scelto da Berlusconi diceva le cose che oggi dicono gli uomini di Murdoch.

Effettivamente un ruolo dei comunisti ci fu. Ma a favore del Cavaliere.

Il Governo Dini voleva aumentare l'Iva fino al 19 per cento (come oggi vorrebbe fare Berlusconi) ma poi fu votato un emendamento di mediazione che fissò l'imposta al 10 per cento attuale. L'emendamento passò con il voto decisivo di Rifondazione Comunista: il suo leader dell'epoca, Fausto Bertinotti, in un ribaltamento dei ruoli che oggi appare surreale, fu duramente criticato dall'allora responsabile informazione del Pds (e attuale senatore del PD) Vincenzo Vita: «È squallido che Bertinotti abbia permesso un simile regalo a questo nuovo trust della comunicazione, figlio della Fininvest».

di Peter Gomez e Marco Lillo

Link: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Berlu-Sky:-la-vera-storia/2051167&ref=hpsp


La guerra in Congo è una guerra per voi


La guerra più letale dai tempi in cui Adolf Hitler marciava lungo l’Europa sta ricominciando: e voi quasi certamente del massacro portate un qualche pezzo insanguinato in tasca. Se diamo uno sguardo all’olocausto in Congo, con 5,4 milioni di morti, i clichés sull’Africa saltano via: questo è un “conflitto tribale” nel “Cuore di tenebra”. Non lo è.

L’indagine ONU ha rilevato che si tratta di una guerra condotta da “eserciti degli affari” per impossessarsi dei metalli che fanno brillare e svolazzare la nostra società del XXI secolo. La guerra in Congo è una guerra per voi.
Ogni giorno penso alle persone che ho incontrato nelle zone di guerra del Congo orientale quando facevo l’inviato da quelle parti. Le corsie erano piene di donne stuprate in gruppo dalle milizie e poi sparate nella vagina. I battaglioni di soldati-bambini: tredicenni drogati e imbestialiti costretti a uccidere propri familiari in modo che non tentassero la fuga per tornarsene a casa. Eppure, stranamente, quando guardo la guerra che ricomincia alla CNN, mi scopro a pensare a una donna che ho conosciuto e  che non aveva sofferto all’estremo, almeno secondo gli standard congolesi.
Stavo tornando in auto a Goma da una miniera di diamanti quando forai una gomma. Mentre aspettavo che fosse riparata, me ne stavo sul ciglio della strada a osservare le lunghe file di donne che avanzano con fatica in ogni strada del Congo orientale caricandosi tutti i loro averi sulla schiena in fardelli impossibili. Fermai una 27enne, di nome Marie-Jean Bisimwa, che aveva quattro bimbettini che gironzolavano al suo fianco. Mi disse di essere fortunata. Certo, il suo villaggio era stato bruciato; sì, aveva perso il marito da qualche parte nel caos; certo, sua sorella era stata violentata e ne era uscita pazza. Ma lei e i suoi figli erano vivi.
Le diedi un passaggio, e fu solo dopo qualche ora di chiacchiere su strade punteggiate da voragini che mi accorsi di qualcosa di strano nei bambini di Marie: piegati in avanti, gli sguardi fissi di fronte a loro. Non si guardavano intorno, né parlavano, né sorridevano. «Non sono mai riuscita a dargli da mangiare», disse. «È colpa della guerra».
I loro cervelli non si erano sviluppati, né sarebbe più stato possibile, ormai. «Miglioreranno?» chiese. La lasciai in un villaggio alla periferia di Goma, e i suoi bimbi incespicavano dietro di lei, senza espressione.
Ci sono due storie su come è iniziata questa guerra: la storia ufficiale, e quella vera. Quella ufficiale è che dopo il genocidio ruandese i massacratori hutu erano corsi via oltre confine in Congo, inseguiti dal governo ruandese. Ma è una menzogna. Come facciamo a saperlo? Il governo ruandese non andò dov’erano i genocidi hutu, almeno non subito; andò dove c’erano le risorse naturali del Congo, e iniziarono a depredarle. Dissero perfino ai propri soldati di lavorare con qualunque hutu che incontrassero. Il Congo è il paese più ricco al mondo in oro, diamanti, coltan, cassiterite e altro ancora. Tutti ne volevano una fetta; per cui ben altri sei paesi l’invasero.
Queste risorse non venivano rubate per essere usate in Africa. Erano saccheggiate per essere rivendute a noi. Più ne compravamo, più gli invasori ne rubavano, massacrando. L’avvento dei telefonini ha fatto impennare il numero dei morti, perché il coltan che contengono si trova essenzialmente in Congo. L’Onu ha fatto i nomi delle multinazionali che riteneva coinvolte: Anglo-America, Standard Chartered Bank, De Beers e più di altre cento (tutte negano le accuse). Ma invece di fermare queste multinazionali, i nostri governi hanno preteso che l’Onu la smettesse di criticarle.
Ci furono periodi in cui i combattimenti si infiacchirono. Nel 2003 l’Onu mediò finalmente un accordo di pace e gli eserciti internazionali si ritirarono. Molti continuarono a operare per interposte milizie, ma la carneficina in qualche modo si è ridotta. Fino ad ora. Come fu anche per la prima guerra, c’è una storia di copertina, e la verità. Un capo congolese delle milizie, tale Laurent Nkunda, appoggiato dal Ruanda, afferma di dover proteggere la popolazione tutsi locale da quegli stessi genocidi hutu nascosti nelle giungle del Congo orientale fin dal 1994: ecco perché starebbe occupando basi militari congolesi e per marciare su Goma.
E’ una bugia. François Grignon, direttore per l’Africa dell’International Crisis Group, mi dice la verità: «Nkunda viene foraggiato da affaristi ruandesi ,così quelli possono mantenere il controllo delle miniere nel Nord-Kivu. Questo è il nocciolo sostanziale del conflitto. Ciò cui assistiamo è il combattimento dei beneficiari dell’economia illegale di guerra per mantenere i propri diritti di sfruttamento».
Al momento, gli interessi affaristici ruandesi fanno fortuna con le miniere carpite illegalmente durante la guerra. Il prezzo globale del coltan è crollato, per cui si stanno concentrando avidamente sulla cassiterite, usata per fabbricare lattine e altri articoli usa-e-getta. Quando la guerra iniziò ad affievolirsi, per costoro  si trattava di fare fronte alla perdita di controllo a favore del governo eletto congolese; pertanto le hanno dato un sanguinoso riavvio.
Tuttavia il dibattito sul Congo in Occidente, ammesso che esista, verte sulla nostra incapacità di fornire medicazioni decenti, ignorando che siamo noi a causare la ferita. E’ vero che i 17mila soldati Onu presenti in loco falliscono malamente nel compito di proteggere la popolazione civile e hanno urgente bisogno di ricevere una potente ricarica. Ma è ancor più importante smettere di alimentare la guerra in primo luogo comprando risorse naturali impregnate di sangue. Nkunda ha abbastanza mitragliatrici e bombe a mano per attaccare l’esercito congolese e l’Onu solo perché gli compriamo il bottino. Dobbiamo perseguire legalmente le multinazionali che comprano le materie prime in quanto complici di crimini contro l’umanità, e introdurre una tassa globale sul coltan per finanziare una forza di pace considerevole. Per arrivare a tanto, ci serve costruire un sistema internazionale che valuti le vite dei neri più del profitto.
Da qualche parte laggiù, sperduti nel grande assalto predatorio alle risorse del Congo, ci sono Marie-Jean e i suoi bambini, ancora lì ad arrancare per strada caricandosi sulla schiena tutto quel che hanno; probabilmente non useranno mai un telefono cellulare pieno di coltan, una scatola di fagioli forgiata dalla cassiterite o una collana d’oro, ma può darsi che debbano morire per qualcuna di queste cose.
di Johann Hari – The Independent
j.hari@independent.co.uk
Titolo originale: “Johann Hari: How we fuel Africa’s bloodiest war. What is rarely mentioned is the great global heist of Congo’s resources”
The Independent – 30 ottobre 2008
Link: 
http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/johann-hari/johann-hari-how-we-fuel-africas-bloodiest-war-978461.html

Traduzione di Pino Cabras

Il Cairo e Washington, un ritorno al passato?


L’elezione di Barack Obama fa sperare l’Egitto nella possibilità di cambiare i propri rapporti con gli Stati Uniti, chiudendo definitivamente la parentesi rappresentata dall’amministrazione di George W. Bush, la cui dottrina aveva rovesciato le tradizionali basi su cui era fondato il rapporto fra il Cairo e Washington

Forse l’Egitto – e necessariamente il mondo arabo – è quello che ha maggiormente bisogno di formulare una visione nuova e complessiva del proprio rapporto con l’America, ora che una nuova amministrazione ha preso il potere. Alla luce della competizione elettorale e dei suoi risultati, ma anche delle dichiarazioni del presidente eletto Barack Obama, dobbiamo ritenere che la nuova amministrazione abbia una concezione che, a quanto sembra, potrebbe portare ad una revisione dei rapporti, sulla basi di evidenti ragioni.

In primo luogo, le dichiarazioni di Obama e la tipologia dei suoi consiglieri e del gruppo dei sui collaboratori, che comprende personalità che hanno giocato un ruolo nel rapporto fra gli Stati Uniti e il mondo arabo, e che hanno un’esperienza diretta della nostra regione, quali Zbigniew Brzezinski, Anthony Lake, Madeleine Albright, Dennis Ross, Richard Holbrooke e Chuck Hagel. Inoltre, il fatto che alcune delegazioni della squadra di Obama sono giunte nella regione per definire le scelte con le quali il neo-presidente dovrà confrontarsi nell’affrontare le questioni legate alla regione.

In secondo luogo, il pensiero della nuova amministrazione, come è noto, rifiuta la politica estera dell’amministrazione Bush, la quale aveva sconvolto le regole sulle quali si fondava il rapporto con il mondo arabo, avendo effettuato un capovolgimento nella strategia della sicurezza nazionale americana, ed avendo seguito quella che dagli analisti politici americani è stata definita “una politica estera aggressiva”.

Esistono due elementi fondamentali nella storia del rapporto fra l’Egitto e l’America:

Innanzitutto, il tentativo che ebbe inizio nel 1998 per formulare una cornice accettabile per il rapporto fra l’Egitto e l’America, nell’ambito del cosiddetto “dialogo strategico” che fu inaugurato a Washington dai ministri degli affari esteri dei due paesi – Amr Moussa e Madeleine Albright –  come percorso istituzionale.

In secondo luogo, le aspettative americane che si erano consolidate nel 1995 attorno all’idea che l’Egitto potesse realizzare un progresso sul fronte economico, che a sua volta sarebbe stato in grado di promuovere il prestigio politico del paese a livello regionale ed internazionale. Avevo ascoltato una spiegazione in proposito, durante un colloquio con il vicesegretario di stato americano a Washington, nel quale egli aveva affermato che, se l’Egitto fosse riuscito a costruire una propria forza economica ed una propria capacità di competere, esso avrebbe ripreso il controllo del processo politico nella regione, in considerazione del fatto che chi detiene la supremazia economica domina gli equilibri regionali.

Questa idea venne avanzata nel 1995. In seguito, si succedettero importanti sviluppi, dopo l’avvento di Bush e del gruppo dei neoconservatori nel 2001, e dopo l’annuncio della nuova politica estera americana il 20 settembre 2002, la quale può essere riassunta per intero nel “Programma per un Nuovo Secolo Americano” pubblicato dai neocon nel 1997.

Questa dottrina ha rovesciato le tradizionali basi del rapporto fra l’Egitto e gli Stati Uniti, nel modo seguente:

1) istituendo il principio per cui “chi non è con noi è contro di noi”, questa dottrina andava ad abrogare il concetto che prevedeva l’esistenza di un’ “area di divergenza”, la quale stava a significare che gli interessi comuni riconoscono che la visione di una superpotenza come gli Stati Uniti deve necessariamente differire dalla visione di un attore regionale come l’Egitto, e che esistono delle divergenze che sono accettabili all’interno di quest’ “area”.

2) La dottrina neocon anteponeva la visione israeliana agli obiettivi ed alle pratiche della politica ufficiale americana. Prima dell’arrivo al potere di Bush, vi era una separazione tra ciò che riguardava i rapporti bilaterali e le divergenze politiche legate a tali rapporti, da una parte, ed il rapporto sul piano militare, dall’altra. Gli specialisti del Pentagono si occupavano di quest’ultimo, tenendolo lontano da qualsiasi interferenza da parte di questioni che potevano essere oggetto di controversie politiche – in particolare il rapporto tra l’Egitto e Israele.

Ai tempi di Clinton, vi furono campagne organizzate dalla lobby ebraica con l’obiettivo di stabilire un legame diretto tra il rapporto che legava l’Egitto all’America, nei suoi diversi aspetti, e le condizioni del rapporto esistente tra l’Egitto e Israele. Tuttavia questi tentativi non riuscirono a spingere l’amministrazione Clinton a sottomettersi a questi piani.

3) Il principio della stabilizzazione regionale venne definito all’epoca di Bush padre, dopo la fine della Guerra Fredda e della lotta con l’Unione Sovietica, come un interesse della sicurezza nazionale americana, da ottenere attraverso la realizzazione di una pace giusta e complessiva in tutti i processi negoziali. Poi venne Bush figlio, il quale iniziò a congelare il processo di pace con la Siria e con il Libano, e cominciò a giocare d’astuzia con il processo di pace palestinese, attraverso iniziative volte esclusivamente a perdere tempo, rinunciando alla sostanza del ruolo americano nel processo di pace: come ha ricordato la Albright, “noi non siamo più considerati un mediatore imparziale”. In seguito, il principio della stabilizzazione regionale venne escluso dalla lista delle priorità riguardanti gli interessi della sicurezza nazionale americana, dopo che la guerra aveva acquisito la precedenza sulla diplomazia. Ciò stava necessariamente a significare la destabilizzazione regionale, come è stato confermato dalle cosiddette teorie del “caos creativo”.

4) Vi era – e vi è tuttora – un concetto radicato che governa le azioni di coloro che delineano la politica estera americana nella nostra regione. Esso è definito come “il silenzio arabo”, ed il suo significato è che fino a quando gli arabi rimarranno inerti, in conseguenza del fatto che non possiedono alcuna strategia di sicurezza nazionale che li stimoli all’azione ed all’iniziativa, non vi sarà alcuna ragione di cambiare la politica adottata nei loro confronti o nei confronti di Israele.

5) E’ nostro diritto essere molto cauti e sospettosi di fronte agli orientamenti politici, ai documenti di ricerca, e alle discussioni che di tanto in tanto si focalizzano sull’invito a creare un nuovo ordine regionale che superi la Lega Araba, e che comprenda anche paesi non arabi, fra cui Israele. Ma ciò che è certo è che la strategia di Israele – sia per quanto riguarda i suoi rapporti regionali, ed i progetti e le idee di trasformare lo stato ebraico in una potenza con un ruolo strategico nel quadro dell’ordine regionale,  sia per quanto riguarda la sua aspirazione a espandere il proprio ruolo al livello internazionale – è in contrasto con l’ingresso dei paesi arabi, con le loro differenti preoccupazioni sul piano della sicurezza, all’interno di un ordine regionale politico e di sicurezza insieme con Israele.

Da quando è stato eletto Obama, si ripete l’interrogativo rivolto agli specialisti di questioni americane: dobbiamo aspettarci un cambiamento nei confronti delle questioni degli arabi e del Medio Oriente?

La risposta, a mio parere, è che Obama ha deciso per un cambiamento di tutta la politica estera americana. Tuttavia, che utilità avrà questa decisione, se gli arabi stessi non cambieranno il proprio comportamento, se non avranno essi stessi una strategia che colmi il vuoto di sicurezza nella loro regione, e se non tratteranno con l’America da una posizione caratterizzata dalla capacità di assumere l’iniziativa e dall’abilità di difendere i propri interessi? Il cambiamento non può avvenire da una parte sola. La politica in America è un gioco di equilibri di forza tra le parti. Gli arabi devono possedere i mezzi per partecipare a questo gioco, altrimenti non otterranno nessun risultato da questo cambiamento, e non vi sarà neppure la speranza di un cambiamento.

di Atif Al-Ghamri

Atif Al-Ghamri è un analista politico egiziano; scrive abitualmente sul quotidiano al-Ahram

Titolo originale

مصر وأمريكا‏..‏ وإصلاح العلاقة

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/02/egitto-e-america-una-riforma-dei-rapporti/


La firma degli attacchi a Mumbay...


La strana morte del capo dell\'antiterrorismo di Mumbay, Hemant Karkare, avvenuta mercoledì 26 novembre durante gli attacchi terroristici contro la capitale finanziaria dell\'India, pone non poche domande sui mandanti dell\'operazione, fin da subito indicati in Al-Qaeda. 
Aldilà della vuota etichetta, così si è voluta fin da subito sottolineare la probabile matrice islamica dietro l\' "11 settembre indiano", ed in particolare il dito è stato puntato sull\'organizzazione estremista pakistana Lashkar, già ritenuta responsabile in passato di attacchi soprattutto in Kashmir (la regione contesa tra India e Pakistan). Lashkar è nata negli anni \'80 da quella grigia nebulosa che con finanziamenti sauditi e sotto il controllo dei servizi segreti pakistani (ISI) in accordo con la CIA, creò decine di campi di addestramento per guerriglieri jihadisti. I membri di questa nebulosa (raccolti poi in una sorta di "data-base" del terrore, al-qaeda, appunto) furono utilizzati per tutte le guerre insurrezionali islamiste in giro per il mondo: dall\'Afghanistan alla Bosnia, dal Kosovo alla Cecenia. E in Kashmir contro l\'India, ovviamente.
I legami tra organizzazioni come Lashkar e i servizi segreti pakistani, o frange di esso, sembra non siano mai stati recisi. È dunque facile accusare il Pakistan, o meglio, con terminologia che gli italiani conoscono bene, "i servizi segreti deviati" degli ultimi sanguinosi attacchi.
Più difficile rimane capire la logica e gli scopi che questi maestri del terrore si sono prefissati. Forse, come è stato detto a caldo, costringere Islamabad a spostare uomini e truppe dal confine afgano verso quello indiano e così allentare la presa sulle zone tribali pashtun che sostengono i Talebani. Oppure una sorta di vendetta contro le ristrutturazioni operate dal neo presidente pakistano Zardari (marito della defunta Benazir Bhutto) nei servizi segreti del paese, in modo da creare tensione, metterlo in imbarazzo verso l\'India, e minare i negoziati di pace tra i due stati, eterni nemici.
A questi scenari, possibili, se ne aggiungono ed intrecciano altri, addirittura ancora più inquietanti. A fornire spunti di indagine estremamente interessanti, è, come si diceva, lo strano caso della morte di Hemant Karkare, capo dell\'antiterrorismo di Mumbay, ucciso durante gli attacchi.
Il quotidiano indiano "Indian Express" ha ricostruito i momenti dell\'omicidio dell\'alto ufficiale anche sulla base della testimonianza di un poliziotto sopravissuto all\'attacco (1). Karkare si trovava nella sede dell\'antiterrorismo (CST) quando giunse la notizia del ferimento di un altro ufficiale, Sadanand Date, ricoverato al Cama Hospital, a solo 10 minuti di macchina dalla sede del CST.
Così, Karkare, con altri due ufficiali e quattro poliziotti, decide di recarsi immediatamente sul posto. Ma lungo la strada la loro Toyota è intercettata da due terroristi armati di kalashnikov che sembrano spuntare dal nulla. Tutti gli occupanti dell\'auto vengono raggiunti dalle raffiche di mitra e muoiono sul colpo, tranne uno, il poliziotto Arun Jadhav. I terroristi hanno quindi tirato fuori dall\'auto crivellata di colpi i corpi degli ufficiali, quasi ad accertarsi della loro morte.
La dinamica suscita molti dubbi: perché Karkare decide di andare al Cama Hospital? È per una micidiale coincidenza che i terroristi intercettano la sua auto lungo la strada o lo stavano aspettando? E in questo caso avvertiti da chi?
Karkare era a capo dell\'antiterrorismo da meno di un anno, ed ultimamente era stato al centro delle cronache per i risultati di una imbarazzante inchiesta. Aveva infatti scoperto che dietro ad alcuni attentati sanguinari (come quello avvenuto a Malegaon, India occidentale) non c\'erano estremisti islamici legati al Pakistan o al Bangla Desh, come comunemente ritenuto, bensì un gruppo estremista indù con collegamenti con l\'esercito indiano. Ovvero un inside job, come dicono gli anglosassoni, o strategia della tensione, come si direbbe dalle nostre parti. 
Storicamente, poi, l\'estremismo terrorista indù è risultato legato alla criminalità organizzata, una autentica, nonché potentissima, mafia indiana che proprio a Mumbay ha una delle sue maggiori roccaforti. E quindi ha destato attenzione la notizia che uno degli ufficiali di polizia uccisi che accompagnava Karkare, il vice ispettore Vijay Salaskar, altri non fosse che una sorta di eroe nazionale, l\'agente speciale nemico numero 1 della criminalità organizzata, "con licenza di uccidere", che aveva già eliminato oltre 70 capimafia e criminali. L\'attentato in cui hanno perso la vita sembra più essere, dunque, un regolamento di conti che una fatale, tragica, coincidenza.
Se gli attacchi possono essere nati dall\'incrocio di interessi di opposti estremismi, non da meno sono da considerare fondamentali gli aspetti geopolitici. Fin dallo scorso agosto avevamo segnalato (2) come alcuni analisti ritenessero che dietro le dimissioni forzate dell\'ex generale Parvez Musharraff da presidente pakistano, si nascondessero le manovre di suoi sponsor internazionali su cui il suo regime si era poggiato, ovvero Gran Bretagna e Arabia Saudita, in particolare nella persona del potentissimo dominus dei servizi sauditi, il principe Bandar bin-Sultan, grande tessitore di trame segrete tra occidente ed Asia centrale negli ultimi trenta anni. 
L\'allontanamento di Musharraff, paradossalmente elemento di stabilità nella regione, preludeva ad un cambio di strategia, ovvero al ritorno di una escalation di tensione tra India e Pakistan, con convitato di pietra la Cina, nemica strategica dell\'India e dunque alleata del Pakistan.
Il Pakistan era stato anche al centro della campagna elettorale presidenziale americana. Se McCain puntava ancora il dito contro Iraq ed in prospettiva verso l\'Iran, per Obama i "nemici" dell\'America non si trovavano in Iraq, bensì in Afghanistan e proprio in Pakistan.
Troppo presto e troppo facile, dunque, accusare Al-Qaeda degli attacchi di Mumbay, ciò che del resto, in fondo, significa tutto e niente. Sarà molto più utile verificare nel prossimo futuro come si possa rispondere alla classica domanda "cui prodest?" per capire quali mani possano avere tirato davvero le fila di questa ulteriore, drammatica, pagina di sangue.
di Simone Santini

 

(1) http://www.indianexpress.com/news/witness-account-of-karkare-kamte-and-salaskars-death/392181/ 
(2) http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=987 

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