lunedì 1 dicembre 2008

Un fuoco che cova sotto le ceneri degli scontri nigeriani



E' tornata la calma a Jos, la città nigeriana dove gli scontri etnico-religiosi degli ultimi giorni avrebbero provocato quasi 400 morti, secondo quanto riferito da fonti giornalistiche locali. Ma anche se l'esercito è riuscito a riguadagnare il controllo del centro abitato, al prezzo di un coprifuoco notturno imposto dalle autorità, la ritrovata calma non cancella il problema che da anni affligge il Middle Belt: gli scontri tra comunità che, periodicamente, riaffiorano come un fiume carsico. Provocando centinaia di morti e avvelenando i rapporti tra i diversi gruppi etnici.

Quello di Jos non è un caso isolato: dal 1999, anno del ritorno al potere dei civili, fino ad oggi, almeno in sei occasioni gli scontri tra le varie comunità, dove si mescolano motivazioni religiose ed economiche, hanno insanguinato la zona centro-settentrionale del Paese, l'area dove corre quella sorta di faglia che divide il nord a maggioranza musulmana dal sud cristiano-animista. Stavolta, gli incidenti sono stati provocati da una disputa riguardante le elezioni locali, dove si fronteggiavano il l'All Nigeria People's Party, vicino agli Hausa-Fulani di cultura musulmana, e il People's Democratic Party, la formazione di governo che dal 1999 controlla la vita politica nigeriana, avendo portato alla presidenza prima Olusegun Obasanjo e poi Amaru Yar'Adua, l'attuale capo di stato.

Ma quanto conta la religione negli scontri dello scorso fine settimana? Poco, a dire la verità. In realtà, quanto accaduto riguarda principalmente lo sfruttamento delle risorse agricole della zona, contese tra diverse comunità che, a causa dello sviluppo politico distorto della Federazione nigeriana, vedono nel controllo politico delle istituzioni locali il modo più semplice per raggiungere i propri obiettivi: dal Delta del Niger, dove è in atto da anni una guerra che vede coinvolti gruppi ribelli, gang di criminali, forze dell'ordine e compagnie petrolifere, fino alla città settentrionale di Kano, teatro periodico di scontri tra musulmani e cristiani, la logica che muove la politica nigeriana è sempre la stessa. Ottenere il controllo politico delle istituzioni, con qualsiasi mezzo, per poter poi fare man bassa (legalmente) delle risorse del Paese.E così, a ogni scadenza elettorale, la Nigeria si trasforma in una specie di grande rodeo, dove l'uccisione di candidati, le violenze tra le varie comunità che sostengono partiti diversi e i contrasti religiosi si mescolano in un calderone. Un calderone che le autorità non sono ancora riuscite a svuotare, e che anzi viene alimentato, al centro come in periferia, dalle stesse logiche clientelari. Quelli scoppiati venerdì scorso sono i primi scontri intra-comunitari avvenuti sotto l'amministrazione di Yar'Adua, presentatosi come un grande riformatore la cui azione si è però ben presto arenata nelle secche del malcostume politico del Paese. Anche stavolta, una calma apparente tornerà nel Middle Belt. Ma per risolvere in maniera definitiva il problema sarebbe necessaria una rivisitazione totale del sistema politico nigeriano, che tuteli le varie comunità senza metterle in competizione mortale tra loro per poter godere delle (poche) risorse che il governo centrale destina loro. Ma per fare questo, sarebbe necessario rimettere in discussione le basi di una Federazione nata male e sviluppatasi ancora peggio in quasi cinquant'anni di indipendenza. Un passo che nella capitale Abuja nessuno vuole fare.

di Matteo Fagotto

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12996/Nigeria,+il+fuoco+cova+sotto+la+cenere

Messico, un'isola che non c'è al centro di un dibattito politico. Che fine ha fatto?


L'isola di Bermeja non c'è più. Non si sa dove sia finita ma, se sulle mappe non difficile trovarla, in mare non si trova. Che fine ha fatto.

L'isola si trova a circa 100 chilometri a nord delle coste messicane dello stato di Yucatan, proprio nel bel mezzo del Golfo del Messico, zona strategicamente importante per via dei presunti giacimenti di greggio e gas presenti sotto le sue acque. Ma può scomparire un'isola? Sembra impossibile. Ma, se si guarda a fondo alla vicenda si capisce che la possibile presenza di greggio e gas ha la sua parte importante nella scomparsa dell'isola. Il lembo di terra, infatti compare in moltissime mappe geografiche sin dal diciottesimo secolo e la sua presenza sulle cartine è stata notata fino al 1946. Dopo più nulla. Una stranezza? La potenza della natura ha fatto il suo corso? Non proprio. Alla fine degli anni Novanta quando il Messico e gli Usa hanno iniziato una serie di colloqui per stabilire con precisione i confini marittimi fra i due stati, l'isola di Bermeja è scomparsa.

Addirittura una spedizione oceanografica inviata nel 1997 dal ministero della Marina salpata alla ricerca dell'isola tornò in porto senza aver trovato nulla. Parola dell'ammiraglio che guidava la spedizione. Anche perchè se fosse stata trovata al Messico sarebbero andati maggiori porzioni di spazio marittimo rispetto a quelle ottenute dall'accordo con Washington.Ma i dubbi sull'esistenza o meno dell'isola o dell'eventuale sua fine sono molti. Due le correnti di pensiero principali. La prima vede schierati i sostenitori delle cause naturali: l'isola, sarebbe stata sommersa dalle acque a causa della forza della natura. La seconda invece punta invece sul fatto che possa essere stata inondata volontariamente. La vicenda avrà sicuramente sviluppi in futuro.

di Alessandro Grandi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12970/Messico,+cercasi+isola+disperatamente

I retroscena sulla "nazionalizzazione" di CITIGROUP



Venerdì 21 novembre il mondo è giunto ad un passo dal più grande disastro finanziario della storia, secondo i banchieri che si trovano al centro degli avvenimenti e con i quali sono in contatto. La causa scatenante è stata la banca che solo due anni fa era la più grande d’America, Citigroup. La dimensione della nazionalizzazione de facto degli istituti bancari per 2.000 miliardi di dollari da parte del governo americano è un segnale delle scosse che devono ancora colpire altre importanti banche americane, e forse anche europee, che si pensava fossero “troppo grandi per fallire.”
Il modo maldestro con cui il Segretario al Tesoro Henry Paulson, lui stesso non un banchiere ma un “banchiere d’investimento” di Wall Street la cui esperienza è stata nel mondo alquanto diverso della compravendita di azioni e obbligazioni e nelle sottoscrizione delle stesse, ha gestito la crisi che si stava spalancando è stato peggio di un incompetente. Ha trasformato una grave situazione in una preoccupante crisi a livello globale.

Perdendo tempo inutilmente

Il caso in questione è il modo reticente con cui Paulson ha utilizzato i 700 miliardi di dollari di soldi dei contribuenti che gli sono stati riconosciuti, a settembre, da un Congresso volubile. Ben presto, Paulson ha disposto 125 miliardi di dollari nelle nove banche più grandi, tra cui 10 miliardi per la sua vecchia azienda, Goldman Sachs. Tuttavia, se confrontiamo il valore delle azioni equity che i 125 miliardi di dollari hanno acquistato al prezzo di mercato di quelle azioni bancarie, i contribuenti americani hanno pagato 125 miliardi di dollari per delle azioni bancarie che un investitore privato avrebbe potuto comprare per 62,5 miliardi, stando ad una dettagliata analisi di Ron W. Bloom, un economista che lavora presso il sindacato dei lavoratori delle acciaierie, i cui associati e fondi pensione subirebbero delle perdite devastanti se dovesse fallire General Motors.
Questo significa che metà del denaro pubblico è stato un regalo di Paulson agli amiconi di Wall Street. Ora, due settimane dopo, il Tesoro è costretto ad intervenire per nazionalizzare de facto Citigroup. E non sarà l’ultima.
Paulson ha richiesto e ottenuto da un Congresso volubile, sia parte Democratica che da parte Repubblicana, la massima discrezione su come e dove poteva investire i 700 miliardi di dollari, ad oggi senza alcuna sorveglianza reale. E’ come dire che, in realtà, il Segretario al Tesoro sta perdendo tempo inutilmente per quanto riguarda la risoluzione della crisi fondamentale.
Dovrebbe essere ormai chiaro a qualunque analista serio che la decisione presa a settembre da Paulson di indugiare su una rigida ideologia finanziaria e consentire il fallimento della quarta più grande banca americana, Lehman Brothers, è stato l’innesco immediato dell’attuale crisi globale. Il crollo a sorpresa di Lehman Brothers ha innescato l’attuale crisi globale della fiducia. Non è stato semplicemente chiaro al resto del mondo bancario quali istituti bancari finanziari americani potevano essere salvati e quali no, dopo che all’inizio il governo aveva salvato la piccola Bear Stearns, consentendo il fallimento di Lehman Brothers, di gran lunga più grande e più strategica.

Alcuni dettagli su Citigroup

L’aspetto più preoccupante della crisi è il fatto che ci troviamo in un periodo di inter-regno in cui il prossimo presidente è stato eletto ma non può ancora agire in base alla situazione finché non avrà prestato giuramento il 20 gennaio 2009. Considerate i dettagli dell’ultima nazionalizzazione de facto di Citigroup da parte del governo (per ragioni ideologiche Paulson e l’amministrazione Bush evitano rabbiosamente di ammettere che stanno nazionalizzando delle banche chiave). Citigroup ha beni per oltre 2.000 miliardi di dollari, società più piccole come American International Group hanno ottenuto qualcosa come 150 miliardi di dollari dei contribuenti americani negli ultimi due mesi. Ironicamente, solo otto settimane prima il governo aveva designato Citigroup per l’acquisizione della Wachovia Bank in fallimento. Normalmente le autorità permettono l’assorbimento di una banca in difficoltà da parte di una più forte. In questo caso sembra sia avvenuto il contrario.
Adesso è chiaro che Citigroup era in guai ben peggiori di Wachovia. In poche ore, prima che la nazionalizzazione del governo americano fosse annunciata, il valore azionario di Citibank era precipitato a 3,77 dollari a New York, conferendo alla società un valore di mercato di circa 21 miliardi di dollari. Il valore di mercato delle azioni di Citigroup nel dicembre 2006 era di 247 miliardi di dollari. Due giorni prima della nazionalizzazione, l’amministratore delegato Vikram Pandit aveva annunciato un piano per un enorme taglio di 52.000 posti di lavoro. Non è servito ad arrestare la caduta.
Citigroup e il governo hanno identificato una quantità di circa 306 miliardi di dollari di beni in difficoltà. Citigroup assorbirà i primi 29 miliardi di perdite, dopodiché le perdite rimanenti saranno divise tra Citigroup e il governo, con la banca che ne assorbirà il 10% e il governo il 90%. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti utilizzerà i 700 miliardi di dollari del programma TARP (Programma di Aiuto dei Beni in Difficoltà) assumendosi perdite fino a 5.000 miliardi di dollari. Se necessario, la FDIC sosterrà i successivi 10 miliardi di dollari di perdite. Oltre a questo, la Federal Reserve garantirà ulteriori perdite. Sono misure senza precedenti nella storia finanziaria americana. Ma non è affatto certo che salveranno il sistema del dollaro.
La situazione è così intricata, con sei delle principali banche americane che detengono una grossa fetta dell’esposizione finanziaria dei derivati in tutto il mondo, che il fallimento di un singolo istituto finanziario potrebbe causare perdite al mercato OTC dei derivati per 300-400 miliardi di dollari, ha rivelato un nuovo documento di lavoro del FMI. E quel che più conta, un simile fallimento potrebbe forse causare una serie di fallimenti a catena di altri istituti. Le perdite totali del sistema finanziario globale potrebbero superare i 1.500 miliardi di dollari secondo uno studio condotto da Singh e Segoviano del FMI.

La pazzia di un accordo di salvataggio di General Motors

La condizione di Citigroup non è l’unica crisi avvincente con cui abbiamo a che fare. Fino ad ora le liti politiche e ideologiche nel Congresso americano hanno impedito la semplice estensione di un prestito di emergenza di 25 miliardi di dollari a General Motors e a gli altri due colossi automobilistici americani – Ford e Chrysler. Lo spettacolo assurdo dei parlamentari americani che attaccano i presidenti delle tre grandi società per essersi diretti con i loro jet privati alle sedute di emergenza del Congresso per un piano di salvataggio se da un lato ignora ampiamente il problema delle conseguenze sull’economia di un fallimento di General Motors, dall’altro sottolinea la totale mancanza di senso della realtà che ha schiacciato Washington negli ultimi anni.
Il fallimento di General Motors rischierebbe di essere un disastro di immani proporzioni. Anche se Lehman Brothers, il più grande fallimento nella storia americana, sembra aver avuto una risoluzione ordinata dei propri credit default swap, il dissesto è avvenuto in anticipo, perché i protection writers dovevano annunciare degli ulteriori collaterali prima della risoluzione. Quello è stato un elemento importante nel drammatico crollo globale dei mercati ad ottobre. General Motors è di gran lunga più grande, vale a dire un danno collaterale maggiore, e tutto questo avrebbe luogo proprio nel momento in cui il sistema finanziario è addirittura più debole di quando Lehman è fallita.
Inoltre, un secondo aspetto, potenzialmente molto più pericoloso, è stato in gran parte ignorato. Coloro che spingono per far fallire General Motors sostengono che potrebbe inserirsi nel Capitolo 11 [1] come una qualunque altra società che si caccia nei guai. Tuttavia, questo potrebbe non accadere, e un Capitolo 7 oppure una liquidazione di General Motors sarebbero un evento tettonico.
Il problema è che sotto il Capitolo 11 della legge americana occorre del tempo alla società per ottenere la protezione di un tribunale fallimentare. Fino ad allora, che potrebbero essere settimane o mesi, la società avrebbe bisogno urgentemente di un “finanziamento ponte” per continuare le proprie operazioni. Questo è conosciuto come “finanziamento del debitore-in-possesso” o DIP. Il DIP è fondamentale per la maggior parte dei fallimenti del capitolo 11, perché occorre del tempo per ottenere l’approvazione del piano di riorganizzazione da parte dei creditori e dei tribunali. La maggior parte delle aziende, come General Motors oggi, vanno dal tribunale fallimentare quando sono alla fine della loro liquidità.
Il DIP è specifico per quelle aziende che sono in fallimento, o sono prossime al fallimento, e il debito ha la priorità in genere sugli altri crediti arretrati. Quindi, in realtà, è a bassissimo rischio, perché la somma spesa in genere non è relativamente elevata. Ma il prestito DIP ora è stato decisamente ridotto, solo quando è strettamente necessario, perché le banche che si trovano in condizioni migliori hanno tagliato drasticamente i prestiti in questa situazione di grave crisi del credito.
Senza accesso al finanziamento ponte del DIP, General Motors sarebbe costretta ad una liquidazione parziale, oppure addirittura ad una liquidazione completa. Le conseguenze sono tremende. A parte la perdita di 100.000 posti di lavoro nella stessa General Motors, il colosso di Detroit è fondamentale per mantenere in attività numerosi fornitori del settore. Se General Motors fallisse, presto la maggior parte, se non addirittura tutti i fornitori americani e stranieri del settore automobilistico fallirebbero anch’essi. Questi fornitori di parti di ricambi sono importanti per gli altri fabbricanti di auto. Molte fabbriche di auto straniere sarebbero costrette a chiudere a causa della scomparsa dei fornitori. Alcuni analisti stimano che le perdite di posti di lavoro nel 2009 provocate da un fallimento di General Motors arriverebbero a 2,5 milioni a causa degli effetti che ne potrebbero conseguire. Se l’impatto della perdita di 2,5 milioni di posti di lavoro è visto in termini di perdite totali nell’economia di attività non legate all’auto come i servizi, i pignoramenti delle abitazioni e così via, alcuni stimano che l’impatto complessivo sarebbe di oltre 15 milioni di posti di lavoro.
Fino ad ora, di fronte a queste prospettive sconcertanti, i membri del Congresso americano hanno scelto di concentrarsi sul fatto che il capo di General Motors, Rick Wagoner, è volato a Washington con il suo jet aziendale. La farsa del Congresso rievoca l’immage di Nerone che suona la lira mentre Roma va a fuoco. Non dovrebbe essere una sorpresa il fatto che nel recente summit euro-asiatico a Pechino, i funzionari cinesi hanno avanzato la proposta di negoziare tra l’Unione Europe e le nazioni asiatiche, come la Cina, in euro, renminbi, yen oppure altre valute nazionali diverse dal dollaro. Il salvataggio di Citigroup e la débâcle di General Motors hanno confermato la morte del sistema del dollaro post-Bretton Woods.

La verità dietro al salvataggio di Citigroup

Quello che né Paulson né chiunque altro a Washington è disposto a rivelare è la verità dietro al salvataggio di Citigroup. Con il suo iniziale rifiuto categorico (e dell’amministrazione Repubblicana di Bush) di intraprendere un’azione decisa per nazionalizzare immediatamente le nove più grandi banche in difficoltà, Paulson ha causato l’attuale débâcle. Rifiutando per ragioni ideologiche invece di riorganizzare i beni bancari sotto qualche forma di “banca in buone condizioni” e “banca in cattive condizioni”, in modo analogo a quello che fece il governo svedese durante la sua crisi bancaria all’inizio degli anni ’90 e che venne chiamato Securum, Paulson e soci hanno creato una struttura finanziaria globale che si trova sull’orlo del precipizio. 

Un Securum, o un’analoga nazionalizzazione temporanea, avrebbe consentito alle banche in buona salute di continuare ad erogare prestiti nell’economia reale in modo che l’economia potesse continuare ad operare, mentre lo Stato si sarebbe semplicemente seduto per alcuni mesi sui beni immobiliari delle banche svedesi finché il recupero dell’economia avrebbe reso nuovamente negoziabili i beni al settore privato. Al contrario, Paulson e suoi “amiconi capitalisti” a Washington hanno trasformato una brutta situazione in una catastrofe globale.
La sua ovvia presa di coscienza dell’errore di aver rifiutato la nazionalizzazione è arrivata troppo tardi. Quando Paulson invertiva la linea il 19 settembre e presentava alle nove banche più grandi un ultimatum per accettare una parziale proprietà dell’equity da parte del governo, abbandonando il suo stravagante progetto originario di acquistare le securities garantite dai beni tossici delle banche con i 700 miliardi di dollari dei soldi dei contribuenti del programma TARP, non ha mai spiegato il perché.
Nel piano Paulson originario, come sottolineano Dimitri B. Papadimitriou e L. Randall Wray del Jerome Levy Institute presso il Bard College di New York, Paulson ha cercato di creare una situazione nella quale il Tesoro americano sarebbe diventato un proprietario degli istituti finanziari in difficoltà in cambio di un’iniezione di capitale – ma senza esercitare alcun diritto di proprietà, come la sostituzione dei dirigenti che avevano causato lo scompiglio. Il salvataggio verrebbe utilizzato come un’opportunità per consolidare il controllo del sistema finanziario nazionale nelle mani di poche grandi banche (Wall Street) con i fondi del governo che sovvenzionano gli acquisti delle banche in difficoltà da parte di quelle “in condizioni migliori”.
Paulson si è reso ben presto conto che la dimensione della crisi, in gran parte innescata dalla sua gestione inetta del caso Lehman Brothers, aveva creato una situazione impossibile. Se Paulson dovesse utilizzare i 700 miliardi di dollari per comprare securities garantite dai beni tossici delle banche prescelte al prezzo di mercato odierno, i 700 miliardi sarebbero insufficienti per eliminare dai libri contabili delle banche i 2.000 miliardi di dollari stimati in securities garantite da beni.
Gli economisti del Levy Economics Institute affermano che “è probabile che molte, probabilmente la maggior parte degli istituti oggi siano insolventi – con un buco nero del reddito netto negativo che ingoierebbe tutti i 700 miliardi di Paulson in un sol boccone.”
Quella realtà è la vera ragione per cui Paulson è stato costretto ad abbandonare il suo piano originario di salvataggio a favore degli “amiconi” e scegliere di utilizzare parte del denaro per acquistare azioni equity nelle nove banche più grandi.
Anche quel progetto è “giunto cadavere”, lo sottolinea l’ultimo piano di nazionalizzazione di Citigroup. La situazione imbarazzante che ha creato Paulson con la sua gestione inetta della crisi è semplice: se il governo pagasse il vero valore di questi beni che non valgono quasi più nulla, le banche dovrebbero registrare enormi perdite e, come hanno detto gli economisti del Levy “annunciare al mondo che sono insolventi.” D’altro canto, se Paulson aumentasse il prezzo di acquisto dei rifiuti tossici quanto basta per proteggere le banche dalle perdite, 700 miliardi di dollari acquisterebbero “solo una piccola parte dei beni in difficoltà.” Questo è ciò di cui tratta l’ultima nazionalizzazione di Citigroup. E’ solo l’inizio. Il 2009 sarà un anno di enormi scosse e cambiamenti a livello globale che forse non si erano mai avvertiti negli ultimi cinquecento anni. Ecco perché si dovrebbe parlare della fine del Secolo Americano e del suo Sistema del Dollaro.
Quanto distruttivo sarà questo processo per i cittadini americani, che sono le principali vittime degli amiconi capitalisti di Paulson, e per il resto del mondo, dipende ora dall’urgenza e dalla risolutezza con cui reagiranno i capi dei governi nazionali in Germania, nell’Unione Europea, in Cina, in Russia e negli altri paesi. Non è il momento per sentimentalismi ideologici e nostalgia del vecchio ordine post-bellico. Tutto questo è crollato lo scorso settembre insieme a Lehman Brothers e alla presidenza Repubblicana. Attendere un “miracolo” da una presidenza Obama non è più una scelta per il resto del mondo.
di F. William Engdahl
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=11117

Traduzione di JJULES per www.comedonchisciotte.org

[1] Il Capitolo 11 è una sezione del Codice di procedura fallimentare degli Stati Uniti che permette la riorganizzazione della società sotto le leggi sul fallimento americane. Il Capitolo 7 invece regola il processo della liquidazione fallimentare [NdT]

Trattate Sky come avete trattato Rete4


Quando si è portatori insani del virus del conflitto d’interessi (e non solo per responsabilità dell’attuale maggioranza…) non si può invocare la clemenza della “corte”. Può persino rispondere alla verità che il governo presieduto dal proprietario di Mediaset non volesse colpire alle spalle uno dei pochissimi concorrenti sopravvissuti, ma la decisione assunta è sbagliata nel metodo e nella sostanza. Il governo ha un solo modo per manifestare pacatezza e moderazione ed è quello di riservare a Sky (e non solo a Sky…), la stessa amorevole attenzione che, proprio all’inizio di questa legislatura dedicò alla proprietà del medesimo presidente convenzionando un bel decreto per illuminare Rete4 e per spegnere Europa7. Quando si è portatori insani del virus del conflitto d’interessi si ha almeno il dovere etico e politico di non voler dare neppure la sola impressione di tentare di assestare un calcione sulle gambe della squadra avversaria. Questo principio vale per Sky, per la Rai, per la7 e per tante altre emittenti ed anche per quei giornali che rischiano di essere chiusi grazie ai tagli previsti dalla legge finanziaria.

di Giuseppe Giulietti



Features uniche

La favola-incubo del fanta-terrorismo

Difficile sfuggire ad un argomento quando l’attualità drammatica di ciò che sta accadendo in India occupa la prima pagina della tua paura. La sola cosa positiva che riesco a vedere in ciò che è accaduto, è la lezione, per tutti i distratti, che il mondo è sempre più piccolo. Altre le preoccupazioni e le urgenze di casa nostra ma, quei fatti lontani, in qualche modo ci piomberanno comunque addosso. Costretto a proporvi settimanalmente una “Cronaca Bizantina”, sto nei miei territori, ma non sfuggo all’attualità. L’estremismo terroristico che minaccia il mondo. Anche qui in Turchia il terrorismo è presente. C’è il terrorismo e qualche bomba, e c’è anche tanta polizia, ovunque, che al momento riesce a tenere sotto controllo la situazione. Un po’ di Pkk, il partito armato dei secessionisti curdi, un po’ di fondamentalismo islamico modello Al Qaeda che sembra non avere molto seguito , un po’ di terrorismo gestito in proprio da apparati deviati dello Stato che usano l’antica Strategia della Tensione ben conosciuta in Italia. Tutti a voler destabilizzare con bombe e massacri per “stabilizzare”, a modo loro, il mondo che verrà.Visto che siamo in Turchia, vorrei raccontarvi di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, morto 70 anni fa. Utile per ragionare di Islam e di democrazia nel significato a noi noto. Ataturk in Turchia rappresenta qualche cosa in più del padre della Patria. Per l’Europa del secolo scorso è stato uno dei protagonisti più importanti e forse meno conosciuti. Ataturk costruisce la Repubblica di Turchia dalle macerie dell’impero ottomano, alla fine della prima guerra mondiale. Il crollo degli imperi soprannazionali e l’affermazione degli Stati nazione. Nel 1923, al centro dell’ex impero bizantino-ottomano, nasce lo Stato dei Turchi. Una spallata violenta verso il ventesimo secolo quella rivoluzione. La laicità dello Stato dopo il Sultano-Califfo, autorità assoluta anche religiosa. L’adozione dell’alfabeto latino assieme ai codici europei. Obbligo scolastico. Suffragio universale quando in Italia neppure lo sognavamo. Modernizzazione autoritaria, per la Turchia di Ataturk, oltre agli aspetti violenti di una guerra civile che dal 1918 espulse altre storiche presenze nazionali, dagli armeni ai greci.Ne parlavamo qualche sera fa al Circolo Roma di Istanbul, Casa d’Italia, alla presentazione della prima biografia di Ataturk scritta da uno studioso italiano, Fabio L. Grassi, che è riuscito a rendere digeribile un mattone di 400 pagine. Onore al merito. Sempre per i segnali che ci giungono dai territori dell’ex impero ottomano e sempre per stare alla paura di cosa ancora potrebbe accadere di fronte alle trame che si muovono attorno al terrorismo, una notizia che arriva dal Kosovo. Sul sito Megachip di Giulietto Chiesa, Simone Santini ci racconta di un rapporto della Cia (i servizi segreti americani) secondo cui “gli estremisti del Kosovo (cellule dormienti di estremisti islamici, vengono definite) sono pronti ad innalzare il livello dello scontro e a sferrare attacchi terroristici non solo contro Belgrado e le autorità serbe, ma il loro sguardo si è esteso ad Ovest, su Washington e Bruxelles, contro i funzionari dell’amministrazione internazionale”, Unmik o Eulex che sia. Fosse vero l’allarme, domanda facile alla Cia: “A cosa pensavate, imbecilli criminali, quando quei gruppi li avete inventati, organizzati e utilizzati?”.In Kosovo, a giorni, dovrebbe avvenire il passaggio di responsabilità tra Unmik ed Eulex, formule astruse che vorrebbero indicare i titolari della tutela internazionale sullo staterello etnico imposto dagli americani (e costruito dalla Cia). Dalla tutela Onu a quella dell’Unione europea. Peccato che Eulex sia un’invenzione della diplomazia senza alcun riconoscimento ufficiale da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Euklex, che già c’è costata una barca di soldi, è al momento un baraccone senza legittimità. Eulex esiste nei territori kosovari sotto il controllo delle autorità albanesi, ma non è riconosciuta e, soprattutto, non è gradita nelle enclavi della minoranza serba e nell’isola etnica di Mitrovica Nord. Per i serbi del Kosovo e per quelli di Belgrado esiste soltanto la vecchia risoluzione 1244 secondo cui il Kosovo è parte della Serbia. Eulex per gli albanesi e Unmik (Onu) per i serbi: due garanti diversi per i due pezzi del Kosovo che si sono creati sul campo. Pasticcio inestricabile in cui la Serbia moderata del presidente Tadic ha ottenuto finalmente qualche riconoscimento delle sue ragioni. Neutralità assoluta da Eulex sullo “status” del Kosovo (che vuol dire il non riconoscimento formale della indipendenza unilaterale dichiarata un anno fa dalla parte albanese), e la tutela di ordinamento legislativo, giudiziario, di polizia, autonomi per la parte serba del territorio (che vuol dire il riconoscimento di fatto della partizione del Kosovo). Da buttare nel cestino la cosiddetta mediazione del finlandese Ahtisaari, che nulla aveva mediato, limitandosi ad accogliere le richieste della parte preponderante. Per Ahtisaari, dal Kosovo, soltanto l’immeritato premio Nobel per la pace.Ad essere arrabbiati, questa volta, sono gli albanesi e le strutture statali create a Pristina. Un No secco a tutte le mediazioni europee, dopo la garanzia avuta dal plenipotenziario Usa in visita: “Mai, per gli Stati Uniti, si potrà tornare indietro rispetto alla indipendenza dichiarata il 17 febbraio del 2008” . Per le strade di Pristina e nelle sue piazze, mi raccontano, si stanno raccogliendo intanto le proteste. Col dettaglio della discesa in campo, nuovamente, dei vecchi combattenti Uck che hanno esperienza e strumenti (leggi armi) per rendere il loro scontento estremamente pericoloso. Momenti di tensione destinati soltanto ad aumentare nel vuoto di idee e proposte che abbiano la forza di recuperare gli errori del passato. Troppe politiche esitanti e in contrasto tra loro. Un’Unione europea che si assume l’onere finanziario e politico del Kosovo muovendosi sparpagliata nel riconoscimento del nuovo stato indipendente. La Nato delle garanzie militari alle missioni civili che dovrebbe essere vincolata ad una risoluzione Onu che nega il Kosovo indipendente. I generali americani della Nato che sul Kosovo hanno indicazioni completamente diverse. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite che, dopo lo scontro Russia-Stati Uniti sull’Ossezia, difficilmente potrà decidere qualche cosa di nuovo. Detto in poesia, è tutto un gran bordello, senza neppure l’alibi delle trame fantapolitiche del terrorismo internazionale.
di Ennio Remondino - Megachip

L'editore televisivo-presidente del consiglio senza pudore: Iva al 20% per Sky



Berlusconi si difende sul provvedimento che intende portare l'Iva sulle pay-tv dal 10% al 20%: "Penalizzerà anche Mediaset!" dice il premier. Vero, ma con margini irrisori.

Basta infatti dare uno sguardo veloce ai dati dello scorso anno per capire il totale scompenso economico che Sky sarà costretta a scaricare quasi integralmente sulla sua clientela: nel 2007 il mercato delle televisioni a pagamento ha visto il 91,2% dell'utenza in mano a Murdoch, con un introito superiore ai 2 miliardi di euro; al concorrente Rti, ovvero Mediaset, è toccata una torta infinetisimale formata da un esiguo 5,4% che ha fruttato circa 125 milioni di euro.
"E' concorrenza sleale" dichiara l'amministratore delegato di Sky Italia, Tom Mockridge, che aggiunge: "prima delle elezioni il centrodestra promise di abbassare le tasse, per rilanciare i consumi...". E invece procede con imposte indirette che questa volta colpiranno 4,7 milioni di famiglie italiane.
Ma ora il premier, che in fatto di comunicazione non ci ha certo abituato a certe leggerezze, pagherà probabilmente cara la sua arroganza. Infatti, Sky Italia ha già annunciato una grande campagna mediatica "per informare le famiglie italiane sulla decisione del governo di aumentare le tasse sulla pay-tv, ai loro danni". Soprattutto se a scatenare l'ira del padrone, come suggerito da Micaela Bongi su "Il manifesto", c'è un semplice sondaggio di SkyTg24 che indicava il 53% degli italiani sfavorevoli alle misure anticrisi dell'attuale legislatura.
C'è quindi da aspettarsi di tutto.
di Alessio Marri


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