sabato 29 novembre 2008

"Il Sacco del Continente nero". Il nuovo colonialismo in Tanzania


Le attività minerarie delle grandi compagnie multinazionali stanno instaurando un nuovo colonialismo in Tanzania. Da tempo i cittadini esprimono al governo le loro preoccupazioni su come queste imprese sfruttino le risorse naturali a scapito degli abitanti del luogo.
Le principali compagnie minerarie che operano in Tanzania sono la sudafricana AngloGold Ashanti (AGA) e, soprattutto, la canadese Barrick Gold Corporation, numero uno mondiale nell'estrazione dell'oro puro, e già al centro di polemiche in Sud America e non solo.
Nel 2007, visto che la Tanzania non traeva profitti sufficienti dalle enormi riserve minerali del suo territorio, il presidente Kikwete nominò una commissione, presieduta dal giudice Mark Bomani, per indagare sul comportamento delle compagnie minerarie. Il rapporto finale, pubblicato qualche mese fa, evidenzia le violazioni dei diritti umani e il saccheggio di risorse da parte delle multinazionali, concentrandosi su alcuni punti chiave.
Riguardo gli abusi sulla popolazione locale, la commissione ha dichiarato che "il procedimento attualmente adottato dalle compagnie minerarie consiste nella collaborazione con i leader dei singoli distretti", senza coinvolgere i cittadini che poi saranno costretti ad abbandonare le loro case per far posto agli scavi. Di fatto, la gran parte della popolazione non conosce i propri diritti al riguardo, né la quantità di denaro che si dovrebbe ricevere come risarcimento per la concessione della propria terra.
In Tanzania questi aspetti sono regolati principalmente dal Land Act e dal Village Land Act, entrambi del 1999, ma anche da altre norme sull'acquisizione di terreni per vari usi, inclusa la costruzione di una miniera. Nel Mining Act del 1998 si afferma che "la concessione offerta deve essere utilizzata senza recare danno al proprietario terriero o legittimo residente"; inoltre, "la retribuzione per il residente deve corrispondere al valore di mercato, giusta e sufficiente." Ma queste leggi sono applicate raramente. Infatti le multinazionali, approfittando dell'ignoranza dei locali, usano provvedimenti amministrativi e altri metodi disonesti per evitare i pagamenti. Secondo il rapporto della commissione Bomani, "l'intero processo di retribuzione non è né chiaro né giusto, quindi insoddisfacente. [...] Molte persone sono state trasferite senza ricevere nessun compenso o senza l'assegnazione di un nuovo terreno."
Nel rapporto è evidente il coinvolgimento del governo tanzaniano, che stringe accordi con le compagnie minerarie senza consultare le comunità locali. Nel luglio 2008, il quotidiano Thisday riferì che l'Alto Commissario canadese per la Tanzania, Janet Siddall, e altri membri dell'ambasciata nordamericana stavano facendo pressioni sui politici tanzaniani a proposito delle loro posizioni sul rapporto Obami. Fonti parlamentari confermarono che la delegazione canadese aveva incontrato sia membri del governo che dell'opposizione. Di fatto, le compagnie multinazionali sono consapevoli del loro peso sull'economia tanzaniana e sugli investimenti nel paese africano, così diventa molto difficile ostacolarle. Forti di questa posizione, i colossi minerari si appropriano illegalmente di risorse che potrebbero essere usate per migliorare le condizioni di vita dei tanzaniani.
Inoltre, il rapporto "A Golden Opportunity?", pubblicato da diverse associazioni religiose del paese, ha evidenziato le anomalie fiscali del settore minerario, con le multinazionali che pagano tariffe molto basse per lo sfruttamento del territorio e usufruiscono di numerose concessioni governative. La AngloGold Ashanti "ha pagato in tasse al governo il corrispondente al 9% delle sue esportazioni. [...] Poche compagnie minerarie hanno pagato l'imposta sulla società perché continuano a dichiarare perdite. La nostra analisi, prendendo in esame l'AGA e la Barrick, mostra che entrambe le compagnie stanno facendo grossi profitti in Tanzania."
Le comunità locali si lamentano anche dell'inquinamento causato dalle attività delle multinazionali, soprattutto per quello che riguarda la contaminazione delle riserve di acqua, che mette a rischio i raccolti e le stesse vite degli abitanti delle regioni interessate. "Mining for Life", un altro rapporto dei leader religiosi tanzaniani, denuncia che "le tecnologie e le attrezzature usate dalle compagnie minerarie danneggiano pesantemente il territorio su cui operano. Abbiamo assistito a iniziative per la conservazione ambientale molto deboli, se comparate al livello di distruzione raggiunto in tutte le aree minerarie."
Delle analisi dell'ONU rivelano che le grandi multinazionali non hanno avuto un effetto particolarmente positivo nemmeno sul mercato del lavoro. Si calcola che le attività minerarie in Tanzania hanno creato circa 10.000 posti di lavoro negli ultimi dieci anni. Le sei maggiori miniere d'oro del paese impiegano un totale di 7.135 persone. Numeri insignificanti, soprattutto se si considera che le attività minerarie su larga scala hanno fatto perdere il lavoro a molte più persone. Infatti, prima dell'arrivo delle multinazionali, i piccoli minatori dominavano l'estrazione dell'oro; usavano tecniche e attrezzi molto semplici, garantendo un piccolo reddito a un gran numero di tanzaniani, generalmente analfabeti e poveri. Uno studio stima che alla fine degli anni 90 il settore impiegava tra le 500.000 e il milione e mezzo di persone. Nel 2006, un rapporto della Banca Mondiale ha calcolato la presenza di circa 170.000 minatori su piccola scala. Confrontando questi dati, la relazione "A Golden Opportunity?" sostiene che i colossi minerari hanno creato circa 400.000 disoccupati. Si sono inoltre registrati diversi episodi di violenza contro i piccoli minatori locali che contrastano gli interessi delle compagnie straniere.
Ma anche le poche migliaia di tanzaniani assunti dalle multinazionali non se la passano meglio. Ad esempio, nell'ottobre 2007 la Barrick Gold Corporation ha licenziato 1,370 impiegati che avevano rivendicato i loro diritti. Salum John, ex dipendente, ha recentemente spiegato i motivi per cui la Barrick si sbarazzò di lui e di molti suoi colleghi: "Chiedevamo alla compagnia di chiarire la questione dell'assicurazione sanitaria, visto che licenziavano sempre i lavoratori contaminati dai prodotti chimici usati nelle operazioni. Ma c'erano anche il salario, la formazione ed altri vantaggi di cui godevano impiegati provenienti da altri paesi e che invece non erano accordati alla manodopera locale, che svolge gran parte dei compiti più pericolosi nei tunnel."
Il commento finale del rapporto Bomani afferma che, "confrontando la grandezza delle compagnie con lo sviluppo economico raggiunto nelle zone di estrazione, la gran parte della commissione ritiene insoddisfacente il contributo dell'industria mineraria nelle zone sopraccitate. In molti casi si dà assistenza senza neanche prendere in considerazione la comunità a cui ci si rivolge...così è successo nelle aree di estrazione, dove, dopo l'arrivo delle grandi compagnie minerarie straniere, gli abitanti del luogo, invece di raggiungere una stabilità economica, sono rimasti poveri".

di Marco Menchi

Le conseguenze della violenza di Mumbai si estenderanno ben al di là dei confini dell’India. Esse colpiranno "l’intera regione"


Sono numerose le ipotesi su chi si nasconda dietro gli attacchi terroristici che hanno sconvolto Mumbai e l’India; si tratta di una rete terroristica indiana o internazionale? Una cosa è certa: le ripercussioni di questi attentati si estenderanno al di là dell’India, ed a trarre vantaggio da una eventuale escalation di tensione fra Nuova Delhi e Islamabad sarebbero certamente anche le reti del terrorismo pakistano

E’ triste che le grandi città dell’India si siano abituate al terrorismo negli ultimi anni. Se da un lato gli indiani hanno sistematicamente accusato il Pakistan ogni volta che si verificava un attacco in passato, dall’altro è divenuto evidente che in India vi sono ormai altrettante organizzazioni terroristiche locali.

Questi gruppi sono effettivamente motivati da questioni di politica interna. Tali questioni includono: la radicalizzazione dei musulmani indiani a causa della discriminazione e dei pogrom incoraggiati da politici indù radicali (a tale proposito si può consultare l’articolo “I terroristi hanno attaccato Mumbai a causa della sua ricchezza” (N.d.T.) ); una serie di gruppi separatisti, dal Kashmir al nordest del paese; infine, le ultime settimane hanno visto l’arresto di presunti terroristi indù – fra cui un ufficiale dell’esercito in servizio effettivo – che avevano attaccato obiettivi musulmani.

Alcuni segnali potrebbero far pensare ad al-Qaeda   Ma lo schema che sta dietro gli ultimi attacchi è differente. Un attacco simultaneo contro una serie di “facili bersagli” lascia pensare ad al-Qaeda. Lo sforzo di coordinare attacchi multipli a così tanti luoghi diversi potrebbe essere troppo elevato per gruppi che hanno un’agenda puramente locale o nazionale.

Anche la scelta di ostaggi americani, britannici ed israeliani fa pensare alla condotta di un gruppo terroristico internazionale.

In una prima reazione, il primo ministro indiano Manmohan Singh aveva suggerito che il gruppo che è dietro l’attacco potrebbe provenire da una “base straniera”. Anche se egli non ha fatto esplicitamente il nome del Pakistan, è abbastanza plausibile che l’ultima serie di attacchi condurrà a nuove tensioni fra Nuova Delhi ed Islamabad. Una possibilità di cui i terroristi erano probabilmente ben consapevoli.

Un’evenienza utile anche per i Talebani

Questo evento ha richiamato alla memoria il 2001, quando i terroristi colpirono il parlamento dell’India pochi mesi dopo l’11 settembre. L’India accusò il Pakistan e mobilitò le truppe al confine. Per mesi, le tensioni crebbero, al punto che in più di un’occasione sembrò che una guerra atomica fra i due vicini asiatici fosse inevitabile. Nel frattempo, al-Qaeda ed i Talebani trassero vantaggio dal fatto che l’esercito pakistano era impegnato sul suo confine meridionale. Essi sfruttarono questa opportunità per penetrare nell’area di confine afghano-pakistana.

All’epoca, al-Qaeda era sotto pressione nella regione perché i militari pakistani avevano dato inizio ad alcune operazioni sul confine afghano, e gli Stati Uniti avevano cominciato a bombardare l’Afghanistan. Per la rete del terrore, una escalation di tensione nelle relazioni indo-pakistane rientra abbondantemente nei suoi interessi.

Le conseguenze della violenza di Mumbai si estenderanno ben al di là dei confini dell’India. Esse colpiranno l’intera regione, e probabilmente rappresenteranno la prima sfida che il presidente americano eletto Barack Obama dovrà affrontare. Egli ha infatti promesso di lavorare per risolvere la situazione in Afghanistan ed in Pakistan. Ma, per portare a termine questo compito, Obama avrà bisogno di molto “tatto” (sulla situazione nella area afghano-pakistana, sulle implicazioni regionali, e sulle future politiche di Obama in quest’area si possono consultare i seguenti articoli: “Il Pakistan sull’orlo del baratro”, apparso su YaleGlobal Online,“La guerra in Afghanistan è ormai perduta?”, apparso sul Middle East Times, “Dal ‘Grande Gioco’ al grande accordo in Afghanistan”, apparso sul ‘Daily Star’, “Sicurezza: l’esperienza irachena non è riproducibile in Pakistan” , apparso su Dar al-Hayat, “Obama va subito in guerra” , apparso su Iranian Diplomacy (N.d.T.) ).

diThomas Baerthlein

Thomas Baerthlein è un esperto di Pakistan e India per la televisione tedesca Deutsche Welle

Titolo originale:

Mumbai Attack Will Result in Wider Unrest

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/29/gli-attacchi-di-mumbai-genereranno-nuove-tensioni-a-livello-regionale/


UNA SORTA DI GRANDE "1978"...dove non potremmo nemmeno dichiarare di essere "nè con lo stato nè con il terrorismo"


L'Fbi aspettava un attentato di Al Qaeda alla metropolitana di New York, invece l'attacco, di matrice nuova anche se islamista, è avvenuto nelle residenze internazionali dell'indiana Mumbai. È come se esistesse una sorta di underground terroristico che riemerge nelle ferite del mondo per confermare la sua presenza sanguinosa, perdipiù dentro il baratro della più grave crisi economica dell'Occidente da ottanta anni a questa parte e all'indomani della elezione di Barack Obama.
«Mujaheddin del Deccan», è la rivendicazione, che fa pensare a qualcosa di molto autoctono e alla spina nel fianco mai risolta del conteso Kashmir. Dopo che in India negli ultimi mesi si erano presentate sigle nuovissime, come i «mujaheddin dell'India». 
Insieme a una miriade di attentati riconducibili al conflitto storico che oppone, dall'indipendenza del 1947, gli hindu ai musulmani. Stavolta però si tratta di qualcosa di inedito, quanto a metodologia d'attacco e ad obiettivi. Destabilizzante, come l'assassinio di Benazir Bhutto. Non kamikaze o autobombe, ma un commando ben addestrato alla guerriglia che assalta gli hotel internazionali con il kalashnikov in mano. A volto scoperto, selezionando chi sequestrare e chi uccidere, non mancando nemmeno l'azione diversiva con l'assassinio indiscriminato di civili. Non è un ritorno ma un misto di antiche imprese per una nuova strategia.
Siamo di fronte alla prima azione terroristica internazionale dopo l'elezione di Barack Obama alla Casa bianca. Quella straordinaria novità è già alle prese con la scia dell'11 settembre 2001, sanguinosamente confermata dalle guerre con cui la presidenza Bush ha pensato, fallendo, di rispondere - è stata l'unica risposta - all'oscura sfida dell'abbattimento delle Twin Tower. Ora i fronti caldi aperti dicono che non basterà al neopresidente eletto Obama uscire in tre anni dal pantano dell'Iraq, né rilanciare la guerra bipartisan in Afghanistan, come annuncia, portandola anche «in Pakistan», lasciando poi al suo posto il ministro della difesa Robert Gates. Anche perché sempre più si evidenzia il ruolo centrale dell'«alleato» Pakistan, non a caso accreditato come retroterra dell'offensiva di Mumbai. È a Islambad che sono stati inventate e foraggiate, con il consenso americano e saudita, le schiere di mujaheddin e poi di talebani. È lì, nelle «aree tribali» che si consuma la scia della guerra afghana. Che resta del «Grande gioco» occidentale? 
Ma è anche il primo attentato terroristico di valenza internazionale mentre fallisce il sistema finanziario neoliberista. Mumbai è uno dei cuori economici dell'Asia, snodo d'interessi strategici di India e Cina, i due paesi che secondo il Nic (il centro di analisi dell'intelligence Usa) sono destinati a prendere la primazia nel mondo di fronte all'inesorabile declino americano. Chi imbracciava i kalashnikov nella notte di Mumbai, chi li ha mandati a morire e a uccidere, ha consapevolezza - criminale e politica - del valore dell'«insorto» (insurgent) che ha provocato la sconfitta di Bush in Iraq, dove non ha potuto «compiere la missione» per colpa dei combattenti contro l'occupazione militare, gli stessi ora alleati degli americani contro Al Qaeda.
Nella fase che si apre, se non ci sarà una risposta razionale e superiore - un movimento? un sussulto della sinistra mondiale? - al precipitare della realtà del capitalismo globale, rischia di consolidarsi la barbarie di un mondo-monstre, dilaniato tra terrore della guerra e guerra del terrore. Una sorta di grande «1978». Dove, vista la lontananza dall'integralismo di Al Qaeda, non potremmo nemmeno dichiarare di essere «né con lo stato né con il terrorismo».
di TOMMASO DI FRANCESCO

Lawrence Summers, l'uomo di Obama che guarda all'Africa come ad una discarica


La squadra del presidente eletto Barack Obama è quasi al completo. Per il gruppo che avrà il delicatissimo compito di traghettare gli Usa fuori dalla crisi finanziaria ed economica, sì è pescato a piene mani (come del resto negli altri settori) tra i cosiddetti "clintoniani", ovvero figure che hanno fatto parte a vario titolo delle Amministrazioni Clinton negli aurei anni '90. Tra loro spicca Lawrence Summers nella veste di direttore del Consiglio Nazionale dell'Economia, come dire il massimo consigliere della Casa Bianca sulle questioni economiche e finanziarie.
Il curriculum di Summers è notevole. Proviene da una importante famiglia ebraica di famosi economisti e premi nobel (i Samuelson, ma Lawrence ha preferito assumere il cognome più anglofono, Summers, della madre), è stato vice-presidente della Banca Mondiale tra il 1991 e il 1993 per poi andare a ricoprire varie cariche al ministero del Tesoro con Robert Rubin (già alto dirigente Goldman Sachs) fino a prenderne il posto nell'ultimo biennio della presidenza Clinton (1999-2001). Dalla politica è passato al mondo accademico: fino al 2006 è stato rettore della prestigiosa università di Harvard, da sempre fucina della classe dirigente americana.
Ma per comprendere come si potrà muovere la nuova amministrazione non ci si può riferire esclusivamente ad un curriculum vitae che solo superficialmente racconta della forma mentale di un uomo.
Un aspetto che non è stato, a nostro avviso, sufficientemente messo in luce nella elezione di Barack Obama, è il ruolo geopolitico della sua figura in relazione ad aree mondiali che in futuro avranno un grandissimo e crescente peso, e su cui gli Stati Uniti stanno in questo momento arrancando.
Ci riferiamo in particolare all'Africa. Se Washington riuscirà a svolgere definitivamente i propri piani per il riassetto del Medio Oriente e dell'Asia centrale (in fase di pieno e cruciale delineamento), il successivo piano di confronto con le potenze nascenti (la Cina) sarà sicuramente nel Continente Nero. Da sempre "colonia" occidentale, nonostante anche su questo terreno si sia combattuta una parte della guerra fredda con l'Urss, negli ultimi anni l'Africa ha visto la massiccia penetrazione di Pechino. Questa dinamica è rinvenibile, non a caso, in tutti gli scenari di crisi africani. Dal Darfur (Sudan) alla drammatica guerra civile del Congo, dallo Zimbabwe alla "guerriglia del petrolio" in Nigeria, o al Corno d'Africa con le continue minacce belliche tra Etiopia ed Eritrea, ognuno di questi scenari può essere visto come un confronto/scontro per le risorse tra Stati Uniti e Cina.
Questo confronto, la Cina, lo sta vincendo, forte di politiche più efficaci: meno interesse al piano politico e del dominio, molto più pragmatismo economico e finanziario. In questo contesto l'elezione di Obama può fare la differenza. Il neo-presidente, è stato giustamente detto, non è tanto un afroamericano, ma un americano mezzo africano. Questo elemento ha destato grandissima impressione nella società civile africana: Obama è stato avvertito e salutato come uno di loro, un uomo da cui ci si può attendere la speranza di riscatto di un intero continente. Con Obama, ne siamo sicuri, gli Stati Uniti recupereranno tante posizioni in Africa, soprattutto sul piano dell'immaginario. Gli slogan vincenti durante la campagna elettorale americana si attagliano perfettamente alle realtà della borghesia africana in bilico tra Washington e Pechino: il cambiamento, la speranza per il futuro, la possibilità del riscatto, sono miele alle orecchie della classe medio-alta di Lagos o di Nairobi piuttosto che di Johannesburg, ma, perché no?, anche delle larghe fasce popolari sempre assetate di una figura carismatica su cui riversare aspettative e sogni.
Ma, aldilà dell'immaginario, qual è la reale entità del cambiamento? Proprio su questo, ciò che pensa un uomo come Lawrence Summers assume enorme importanza. 
Nel dicembre del 1991, quando era alla Banca Mondiale, Summers stilò un memorandum confidenziale in cui si parlava di globalizzazione, inquinamento, ed Africa. Insomma, malgrado siano trascorsi 17 anni, sono temi di grandissima attualità. Ecco cosa pensava Summers:

"Vi sono almeno tre validi motivi per cui la Banca Mondiale dovrebbe incoraggiare un più intenso trasferimento delle industrie inquinanti verso i Paesi meno sviluppati:
L'entità dei costi sull'inquinamento, dannoso per la salute, è in relazione ai guadagni governativi in caso di aumento delle patologie e della mortalità. In questa ottica, una certa quantità di inquinamento dovrebbe venire prodotta nei Paesi con i costi minori, ovvero nei Paesi con i salari più bassi. Credo che la logica economica a sostegno dello smaltimento dei rifiuti tossici nei Paesi più poveri sia impeccabile e che noi dobbiamo accettarla. […] Ho sempre pensato che i Paesi poco densamente popolati dell'Africa siano decisamente sotto-inquinati, paragonati a metropoli come Los Angeles o Mexico City. Solo il deplorevole fatto che la maggior parte dell'inquinamento sia generato da industrie nazionali e quindi non trasferibili (trasporti, produzione di elettricità, ecc.) e che le spese per il trasporto dei rifiuti solidi siano così alte, impedisce alle società mondiali di intensificare il "trasferimento" dell'inquinamento dell'aria e dei rifiuti.
La richiesta di un ambiente pulito per motivi estetici e di salute è direttamente proporzionale al reddito di una nazione. La preoccupazione riguardo un agente inquinante che aumenti di una su un milione le probabilità di venire colpiti dal cancro, ad esempio alla prostata, sarà ovviamente molto maggiore in un Paese dove la popolazione raggiunge un'età in cui si possa sviluppare tale tipo di tumore, piuttosto che in un Paese dove la percentuale di mortalità infantile sia intorno al 200 per mille. Ricordiamo che la produzione industriale è mobile, mentre il consumo di aria pura non è commerciabile".

La logica economicista di Lawrence Summers è ferrea e stringente, e non fa una piega. Inquinare uccide e costa tanto. Territori ancora vergini come quelli africani possono permettersi di essere maggiormente inquinati, certamente più di Los Angeles, e la popolazione locale non ha di sicuro il tempo di preoccuparsi del tumore alla prostata visto che combatte giornalmente per non morire durante l'infanzia.  Estremamente funzionale e produttivo, quanto atroce ed inumano. È il capitalismo, baby, verrebbe da dire.
Ma Barack Obama è a conoscenza che il suo maggiore consigliere economico ha questa visione delle cose, in generale, ed in particolare per la "sua" Africa? Magari nel frattempo Summers avrà avuto tempo di cambiare idea. Sennò, poco importa. In fondo, una volta che quel continente sarà diventato una discarica satura, basterà trovare un altro posto sulla terra, visto che comunque "la produzione industriale è mobile, mentre il consumo di aria pura non è commerciabile".

di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=86

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