venerdì 28 novembre 2008

Perù, il terzo paese sudamericano a firmare con la Cina


Durante la visita in Perù del Presidente cinese Hu Jintao si sono concluse le negoziazioni che porteranno, nel corso del 2009, alla firma di un accordo commerciale tra i due paesi. Hu proveniva da L'Havana dove ha incontrato Fidel Castro e dove i due leader hanno ribadito ancora una volta i sentimenti di amicizia che legano le due nazioni, i due governi e i due partiti comunisti.
Il Perù è il terzo paese sudamericano, dopo Brasile e Cile, a firmare un accordo commerciale con la Cina che negli ultimi dieci anni era diventato uno dei suoi maggiori partner economici.
Attualmente la Cina è al secondo posto come mercato di sbocco delle esportazioni peruviane, raggiungendo la percentuale del 13% ed un controvalore di 3000 milioni di dollari.
Il ministro del commercio estero, signora Mercedes Araoz si è detta molto soddisfatta dell'accordo raggiunto perché il Perù potrà beneficiare di tariffe agevolate per tutti i prodotti che esporta verso la Cina, inoltre l'intesa prevede anche una protezione per il settore tessile, delle calzature e della plastica che sono quelli più minacciati dalla massiccia presenza di prodotti cinesi.
Critica l'opposizione, secondo la quale il governo ha negoziato in posizione di debolezza rendendo ancora più fragile la piccola e media industria locale che verrà travolta dall'ingresso dei prodotti cinesi.
Ma il governo ha ribadito l'importanza strategica dell'Oriente, preannunciando prossimi accordi commerciali con Giappone e Corea.
Il Perù al momento ha sottoscritto accordi commerciali bilaterali anche con Stati Uniti, Canada, Cile, Singapore e Thailandia.

di Paolo Menchi

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1051



Rossi e Gialli, tutti a Bangkok


La sede del governo di Bangkok ha odore di rifugio di senzatetto, per quanto i suoi occupanti siano prodigiosi nel mantenere l'accampamento organizzato e il più pulito possibile. Ma dopo tre mesi, è più sorprendente il fatto che ci siano ancora migliaia di persone, stanche ma non dome, a chiedere ancora le dimissioni del premier Somchai Wongsawat. Sul palco artigianale messo su davanti all'entrata principale dell'edificio, all'interno di un vasto complesso nella parte più vecchia di Bangkok, leader dell'Alleanza del popolo per la democrazia (Pad) continuano ad alternarsi ripetendo le stesse arringhe, le stesse richieste. Il pubblico applaude ancora convinto, agitando quelle tipiche mani di plastica che producono una grandinata collettiva quando vengono agitate. Manca però l'entusiasmo dei primi giorni di occupazione, e si sente. "Vorremmo tornare alla nostra vita normale. Chi lavora ha finito i giorni di permesso e si è messo in malattia", dice con un sospiro Sumlee.
Sumlee ha 50 anni e ha partecipato a tutte le manifestazioni del Pad: da fine agosto vive in una tenda di fronte alla Government House. Sulla "porta" della sua nuova casa ha un cartello con scritto "Sono una patriota, non una ribelle". I suoi "vicini" vengono in maggioranza dalle sue stesse zone, perché nell'accampamento è venuto spontaneo dividersi sotto i tendoni impermeabili così, anche perché i vari dialetti regionali possono rendere difficile la comprensione reciproca. Ha conosciuto talmente tante persone qui, che le chiama "la mia nuova famiglia". Però domani dovrà tornare nella sua città, perché il lavoro chiama. "Insegno giapponese, e i miei studenti devono affrontare un esame importante. Non posso lasciarli così", dice mentre ha ancora in mano un paio di mani di plastica con la bandierina nazionale. "E' triste che piano piano la gente debba abbandonare l'accampamento, eh? Ma questo governo non si vuole dimettere, ci vuole prendere per stanchezza", spiega allargando le braccia. Poi indica gli spazi vuoti in varie zone del complesso, ricordando che a fine agosto l'intera zona era una marea gialla di attivisti del Pad, euforici per aver preso possesso della Government HouseNon è solo per stanchezza che i dimostranti all'accampamento sono meno di una volta. Negli ultimi due giorni, la marea gialla ha preso possesso anche dei due scali aerei di Bangkok, e qualcuno deve pur presidiarli. Migliaia di persone sono ancora all'aeroporto internazionale Suvarnabhumi, chiuso da martedì. Ma c'è meno folla rispetto alle almeno 10mila persone di ieri, spiega un giovane che ha dormito davanti al bancone dei check-in la scorsa notte. E ieri sera a mezzanotte è stato chiuso anche l'altro aeroporto, il Don Mueang, da due anni usato solo per i voli interni. Anche lì si entra senza problemi, dopo un controllo di sicurezza minimo: gli attivisti del Pad saranno almeno un migliaio, e anche lì ascoltano i discorsi dei loro leader da un camion piazzato nel parcheggio. Qualche centinaio di metri più in là c'è l'ala dismessa dell'aeroporto, dove da settembre ha la sua residenza provvisoria il premier: lì non si può entrare, l'esercito protegge la strada che vi conduce. Un servizio di navette auto-organizzato trasporta gli attivisti del Pad tra questi tre presidi.

Al campo base della Government House, intanto, tra la gente si diffonde la voce che 200mila sostenitori del governo - i "rossi", perché vestono tutti di quel colore - stanno convergendo su Bangkok da tutto il Paese, e che ci saranno scontri. Potrebbe rimanere una voce: i numeri qui sono un'opinione, e ognuno dà quelli che fanno più comodo alla causa. "Buuuu", grida la folla sotto il palco quando lo speaker riporta che, secondo la polizia, alla Government House ci sono solo 500 dimostranti.

E' effettivamente una cifra troppo piccola, sicuramente sono qualche migliaio. Ma anche al Pad piace sembrare più grande di quel che è. "Ieri all'aeroporto eravamo 70mila", dice entusiasta Sumlee. Un numero intorno ai 10-15mila è probabilmente più veritiero. Non è un caso che sia la polizia a voler sminuire il peso dell'opposizione. La polizia è fedele al governo, e il Pad la vede come un nemico. L'esercito, il cui quartier generale è proprio di fronte a quello delle forze dell'ordine, simpatizza invece con i "gialli". C'è chi dice che finanzi anche di nascosto l'opposizione; di sicuro, quando il governo ordinò alle forze armate di sgomberare la sede del governo occupata, il generale Anupong Paochinda decise di non intervenire. L'accampamento del Pad è tappezzato di foto, alcune davvero cruente, di attivisti con ferite orribili durante la manifestazione all'esterno del Parlamento lo scorso 7 ottobre. In quell'occasione la polizia usò la mano pesante, lanciando gas lacrimogeni con qualche esplosivo, perché alcuni dimostranti colpiti hanno perso una gamba. Qualche ordigno atterra ogni tanto anche nell'accampamento. Sumlee mostra due buchi nei tendoni di fronte alla Government House, segno di granate atterrate all'alba in due mattine diverse, che hanno ucciso una persona. Non sono ordigni lanciati a mano, è troppo lontano dalle entrate. Secondo tutti qui, le granate sono state lanciate con un mortaio dalla sede della polizia, a qualche centinaio di metri.

A vedere il pubblico che agita le colorate mani di plastica davanti al palco, e in tutto il complesso grazie agli altoparlanti che diffondono l'audio dei comizi, non c'è aria di violenza: sono tutte vecchine che starebbero bene come spettatrici di un quiz. Di sicuro sono disarmate, come la grande maggioranza degli occupanti. Ma nell'accampamento girano anche personaggi poco raccomandabili - "le guardie", come le chiama Sumleen. Sono giovani vestiti di nero che vengono in prevalenza dal sud del Paese, e hanno fama di essere duri. Quelli al posto di blocco dove si entra hanno anche il passamontagna. Qualcuno affila dei bastoni. Che la discesa dei "rossi" sia una voce o no, o che la polizia intenda davvero fare irruzione qui o all'aeroporto, i "gialli" non vogliono farsi trovare impreparati.

di Alessandro Ursic

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12946/Bangkok:+rossi+e+gialli

Al-Qaeda? Ma per chi ci prendono?



Fidel Castro: ”Al-Qaeda è un’invenzione dell’amministrazione Bush per mettere in atto il suo programma”. In un articolo pubblicato domenica 23 novembre l’ex presidente cubano sostiene che il gruppo terrorista “è nato dalle viscere dell’impero”, dove per “impero” intende gli Stati Uniti. Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, l’amministrazione Bush giurò che avrebbe catturato Osama Bin Laden, leader di Al-Qaeda, che si dice essersi assunto la responsabilità degli attacchi letali sul suolo americano. 

“[Al-Qaeda] è l’esempio tipico del nemico fatto penzolare dove più fa comodo agli egemoni per giustificare le loro azioni, inventandosi attacchi di nemici fantomatici, col fine di rafforzare i loro piani di dominio” asserisce l’ex presidente cubano. Secondo Castro, gli americani sono stati fuorviati dal loro governo circa la portata degli attacchi terroristici del 2001.

Anche Hugo Chavez, presidente del Venezuela, suggerisce che Washington avrebbe potuto in qualche modo essere coinvolta nel pianificare gli attacchi, a causa dei quali lanciò la cosiddetta “Guerra al Terrore” nel tentativo di debellare “Al-Qaeda”. Sebbene dal 2001 siano stati uccisi molti civili nell’invasione dell’Afghanistan, seguita dall’invasione dell’Iraq nel 2003, gli obiettivi degli USA in quelle regioni non sono stati raggiunti.

Si dice che la responsabilità della creazione del gruppo terrorista sia da attribuirsi alla CIA quando attuò un programma chiamato “Operazione Ciclone”, nato mentre la CIA finanziava milizie afgane nel conflitto armato con l’Unione Sovietica. Sembra pure che il leader di Al-Qaeda stia pianificando un nuovo attacco terroristico proprio mentre il presidente neo-eletto, Barack Obama, riceve il testimone dal presidente in carica George W. Bush.

Ad inizio novembre fonti vicine al gruppo hanno dichiarato che Bin Laden sta coordinando i preparativi per un nuovo attacco molto più grande di quello dell’11 settembre.

In ottobre il neo-vice presidente Joe Biden ha comunicato che Obama potrebbe dover affrontare una crisi internazionale agli albori della sua presidenza.

Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=11137

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org" www.comedonchisciotte.org da Gianni Ellena


Le religioni e gli attentati in India


Fonte: Limes

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