giovedì 27 novembre 2008

Chi sono i terroristi che hanno attaccato Mumbai? Un attacco made in Pakistan o un affare tutto indiano?


La pista pachistana. I servizi segreti di Nuova Delhi puntano il dito contro ilLashkar-e-Toiba (Esercito dei Puri), il principale gruppo armato indipendentista kashmiro, sostenuti dai servizi segreti pachistani e legati ad Al Qaeda e al Movimento della Jihad Islamica (Huji). 

L'attacco, secondo loro, sarebbe diretto contro la ripresa dei negoziati tra India e Pakistan per una soluzione del conflitto in Kashmir: proprio oggi a Nuova Delhi i ministri degli Esteri dei due Paesi si incontravano per riannodare le fila del dialogo.
L'ipotesi dei servizi indiani si baserebbe sulle confessioni di un terrorista catturato nella notte a Mumbai, un pachistano, che avrebbe raccontato di essere un membro del 
Lashkar-e-Toiba e di essere arrivato in città assieme ai suoi compagni via mare, a bordo di motoscafi, dalla città pachistana di Karachi.
Gli 007 indiani scartano quindi la pista del jihadismo domestico. Secondo loro l'email di rivendicazione dei Mujaheddin del Deccan (o Mujaheddin Indiani) - a loro dire inviata da un indirizzo IP russo - sarebbe falsa: un depistaggio orchestrato dai servizi segreti di Islamabad per coprire la reale matrice pachistana degli attacchi.

I dubbi degli esperti. A parte il fatto che lo stesso Lashkar-e-Toiba haseccamente smentito ogni coinvolgimento nell'attacco, molti esperti di terrorismo islamico però non condividono affatto la pista kashmiro-pachistana-quedista dell'intellegence indiana. 
"Gli indiani hanno tutto l'interesse ad accusare il Pakistan e Al Qaeda, ha presentare questi attacchi come l'11 settembre indiano, ma questa in realtà è una faccenda tutta interna", ha dichiarato Chrtistine Fair, nota studiosa di terrorismo sud-asiatico alla Rand Corporation. "Gli attacchi a Mumbai non hanno nulla delle tipiche azioni del
Lashkar-e-Toiba o di Al Qaeda, basate sugli attacchi suicidi, non sulla presa di ostaggi e su attacchi con fucili e bombe a mano".
La pensa così anche Bruce Hoffman, esperto di terrorismo della Georgetown University e autore del libro 'Dentro il terrorismo': "In questi attacchi non c'è traccia del modus operandi di Al Qaeda".

La pista domestica. A sostegno della pista interna - quella dei Mujaheddin Indiani (o del Deccan) - ci sarebbe un messaggio dello scorso 13 settembre, in cui il gruppo rivendica i precedenti attentati di Nuva Delhi, Ahmedabad, Bangalore e Jaipur e avverte che il prossimo obiettivo di un "mortale atatcco" sarà Mumbai e minaccia direttamente l'antiterrorismo indiano - il cui direttore è stato ucciso negli attacchi della notte scorsa. Il messaggio afferma la volontà di vendicare le crescenti persecuzioni contro i musulmani indiani, i violenti raid della polizia condotti nei mesi scorsi nelle periferie di Mumbai. 
Secondo la già citata Chrtistine Fair, la radice degli attacchi di Mumbai è ancora più profonda: "I musulmani indiani si sono radicalizzati dopo i tragici eventi del 2002 in Gujarat. Il governo indiano rifiuta di riconoscere questa realtà, ma è così".
Duemila musulmani indiani furono massacrati sei anni fa in Gujarat durante i pogrom anti-islamici scatenati da un attacco di estremisti musulmani contro un treno di pellegrini indù. Altri seicento indiani musulmani erano stati uccisi nel corso delle violenze religiose che sconvolsero proprio la città di Mumbai all'inizio degli anni '90 in seguito alla demolizione dell'antica moschea di Babri: la vendetta dei musulmani islamici arrivò con gli attentati di Mumbai del 12 marzo '93, costati la vita a 257 persone. Dietro quelle bombe c'era il potente mafioso terrorista indiano Dawood Ibrahim, che oggi vive a Karachi sotto protezione dei servizi segreti pachistani.

di Enrico Piovesana

Il gioco delle tre carte del Governo italiano


 Sulla giustizia e sulla sicurezza il governo "continua nel gioco delle tre carte: dopo tanti annunci gli unici fatti concreti parlano di tagli e di messa in crisi di tutto il settore". Lo denuncia il senatore Felice Casson, capogruppo del Pd in commissione Giustizia a Palazzo Madama, ricordando che la legge di bilancio "prevede una riduzione del 4,1% degli stanziamenti del ministero della Giustizia".

"La riduzione che interessa la 'missione Giustizia' - aggiunge Casson - rispetto al precedente esercizio finanziario, ammonta a 341, 7 milioni di euro dei quali circa 240 milioni di euro sono relativi allo stanziamento per il mantenimento, l'assistenza e la rieducazione dei detenuti. Di assoluto rilievo sono poi le riduzioni previste alle dotazioni per l'edilizia giudiziaria, penitenziaria e minorile, pari rispettivamente a 19.2, 32.5 e 4.7 milioni di euro, una palese contraddizione con l'indirizzo di politica di persecuzione del crimine promosso dal Governo. Non si comprende, infatti, come l'aumento della popolazione penitenziaria possa essere affrontato con una simile politica di riduzione delle risorse per il sistema penitenziario. E meno risorse sono inoltre destinate ai giudici di pace, ai vice procuratori onorari, al funzionamento dell'amministrazione della giustizia, alla Scuola superiore della magistratura , destinata a formare i neo-auditori giudiziari, al fondo per la solidarietà alle vittime di mafia".

"E' evidente - prosegue il capogruppo del Pd in commissione Giustizia - che quanto previsto dalla Finanziaria in materia di giustizia e sicurezza rischia di aggravare ulteriormente la disfunzionalità che già oggi caratterizza i sistemi giudiziario e penitenziario e in generale l'amministrazione della giustizia nel nostro Paese. Il rischio - avverte - è di arrivare in breve a un vero e proprio collasso con un aggravamento ulteriore della condizione di sovraffollamento, disfunzionalità e disagio che si riscontra in molte delle carceri italiane, mentre per la sicurezza i tagli ostacoleranno in misura significativa la piena attuazione delle politiche di contrasto alla criminalità, impedendo il celere ed effettivo accertamento dei reati e l'identificazione dei colpevoli, nonché la prevenzione dei delitti, in palese contraddizione con quanto promesso dalla maggioranza in campagna elettorale, nonché con quanto asserito dagli esponenti del Governo e della stessa maggioranza".

Fonte: APCOM

Link: http://notizie.alice.it/notizie/politica/2008/11_novembre/26/sicurezza_casson_da_governo_solo_tagli_e_gioco_delle_tre_carte,17000854.html

Politkovskaja, colpi di scena in serie al processo per l'omicidio della giornalista


Gli avvocati: «Il mandante è un politico russo», mentre l'accusa parla di un killer rifugiato in occidente. La Procura ricusa il giudice perché ha ammesso la stampa in aula. Alla sbarra la credibilità del regime
Mandanti in Russia, killer all'estero. E giudice ricusato

I colpevoli? Per l'accusa stanno all'estero, «in un paese europeo». Per la difesa invece si tratta di «un uomo politico russo, tranquillamente residente in patria». Ma allora, gli imputati alla sbarra perché sono lì? 
E' davvero un processo ben strano quello in corso a Mosca per l'omicidio di Anna Politkovskaja: un processo in cui gli avvocati della vittima e quelli degli imputati agiscono all'unisono, la pubblica accusa chiede la ricusazione del giudice, le porte del tribunale si aprono e si chiudono alla stampa varie volte prima ancora dell'inizio del dibattimento. Un dibattimento che tutti sanno perfettamente inutile ai fini dell'accertamento della verità ma sul quale tutti puntano gli occhi facendone un test-chiave dello stato della giustizia e della democrazia in Russia.
Ci sono voluti due anni da quel 7 ottobre 2006, quando la giornalista critica del regime Anna Politkovskaja venne uccisa a rivoltellate nell'ascensore di casa sua, perché si arrivasse a un processo: e ora questo processo rischia di saltare - o di insabbiarsi in un groviglio di conflitti procedurali - prima ancora di iniziare sul serio. Del resto, gli unici imputati per ora sono due fratelli ceceni, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, e un ex poliziotto pure ceceno, Sergej Khadzhikurbanov, tutti e tre accusati di aver aiutato a organizzare l'omicidio, ma non di averlo materialmente eseguito né tantomeno commissionato. Con loro è imputato anche un funzionario del Fsb, Pavel Ryaguzov, accusato di reati «laterali» (estorsione, corruzione e simili), che avrebbe procurato agli altri l'indirizzo della vittima. La Procura «sospetta» come autore materiale dell'omicidio - ma non lo ha formalmente incriminato - un terzo fratello Makhmudov, Rustam, latitante: secondo il capo del Comitato investigativo della Procura, Aleksandr Bastrykin, in un paese occidentale (tempo fa si parlò del Belgio) cui peraltro nessuno ha avanzato richieste di arresto ed estradizione. 
Quanto ai mandanti dell'omicidio, nebbia fitta: per mesi il Procuratore generale Yurij Chaika ha sostenuto che si trattava di personaggi «importanti e orribili, residenti all'estero», facendo chiara allusione all'oligarca Boris Berezovskij, che vive a Londra e da molti anni è la «bestia nera» di Vladimir Putin. Ma anche contro di lui non è stato emesso alcun mandato internazionale d'arresto per questo delitto (ce ne sono altri, per truffa ed evasione fiscale, che certamente non porteranno alla sua estradizione dalla Gran Bretagna). 
Al contrario - come hanno rivelato ieri gli avvocati difensori dei quattro imputati e, in simultanea, quelli della famiglia di Anna Politkovskaja - nelle carte processuali si fa esplicito riferimento come mandante a «un uomo politico russo, non particolarmente importante o orribile, che vive in patria». Chi è? Mistero - anche se fin dal giorno del delitto molti occhi si puntarono (senza accuse esplicite, naturalmente) sul giovane presidente ceceno Ramzan Kadyrov e sul suo entourage di fedelissimi, che Anna Politkovskaja aveva accusato di molteplici delitti e contro il quale avrebbe dovuto testimoniare poco più tardi, in un delicato processo per omicidio. Del resto, di persone che avevano motivi di rancore verso la vittima per i suoi articoli di denuncia ce n'erano a volontà, compreso lo stesso Procuratore generale Chaika, molti alti ufficiali delle forze armate, diversi magistrati, alcuni «imprenditori» legati alla mafia. Per non parlare naturalmente dell'allora presidente Vladimir Putin, più volte preso di mira da Anna.
Se davvero al processo emergesse un'accusa contro Kadyrov, comunque, anche la posizione di Putin, da sempre suo protettore, sarebbe fortemente compromessa: per questo alcuni pensano che intorno a questo strano processo stiano giocandosi oscure battaglie di potere al vertice del paese.
La vicenda processuale, a partire dalle indagini della Procura, è davvero stravagante. Ha cominciato proprio il Procuratore Chaika, nel giugno di quest'anno, rendendo pubblici i nomi di una decina di sospetti prima che venissero arrestati - favorendo così la fuga di alcuni di loro, tra cui il citato Rustam Makhmudov, presunto killer. Più tardi alcuni degli arrestati sono stati liberati perché «estranei ai fatti» (tra questi, un paio di funzionari dei servizi segreti) e alla fine sono rimasti solo gli imputati attuali. La presenza tra questi, con imputazioni trascurabili, di un funzionario del Fsb, ha fatto sì che il processo abbia dovuto svolgersi davanti a un tribunale militare invece che civile; non solo, ma ha dato alla Procura l'argomento per chiedere la ricusazione del giudice Evgenij Zubov dopo che questi aveva deciso di riaprire il dibattimento alla presenza della stampa. 
Questo delle porte aperte o chiuse è diventato infatti il nodo vero intorno a cui si è giocato l'inizio del processo - e la sua valutazione politica. Dopo una partenza a porte chiuse, il giudice Zubov accoglieva nella prima seduta la richiesta di tutti gli avvocati (degli imputati e dei famigliari della vittima) di celebrarlo invece a porte aperte. Ma già il giorno dopo tornava sulla sua decisione, motivandola con la richiesta da parte dei giurati di non avere la stampa in aula. Uno dei giurati però rivelava poco dopo che da parte della giuria non era venuta nessuna richiesta in tal senso: al contrario, una sollecitazione a chiedere la segretezza, venuta dalla Procura, era caduta nel vuoto e nessuno l'aveva firmata. 
Ieri, nel corso di una seduta caotica, nuovo colpo di scena: il giudice Zubov «riapre» le porte del dibattimento alla stampa e ordina un'inchiesta su quel che realmente vogliono i giurati; salvo subire poi una richiesta di ricusazione da parte della pubblica accusa per il fatto di avere «un'aperta prevenzione» - non si dice a che proposito. Il processo è stato quindi sospeso, in attesa di una decisione della corte su questa richiesta. Oggi si dovrebbe sapere se e come questo strano caso, che nel bene e nel male sta fornendo un ritratto di come funzionano le istituzioni e i poteri in Russia, andrà avanti.
di ASTRIT DAKLI

L'Islanda va in crisi e si scopre "europeista"


Inflazione più 17 percento, prezzi degli alimenti più 30 per cento. E primi scontri di piazza

Da circa un mese l'Islanda sta affrontando la peggiore crisi economica della sua storia. Ieri l'inflazione è salita al 17 percento rispetto a un mese fa, mentre i prezzi sono aumentati del 30,6 percento. Lunedì il governo ha superato il voto di sfiducia dell'opposizione, e nel fine settimana alcuni manifestanti di un corteo iniziato di fronte al Parlamento hanno protestato di fronte alla stazione di polizia di Reijkiavik, scontrandosi con alcuni agenti che li hanno dispersi con gas al peperoncino. Si tratta di eventi piuttosto rari in uno dei Paesi fino a qualche mese fa con il più alto Pil per capite d'Europa e il costo della vita tra i più cari del mondo. 

Secondo gli economisti, il tasso di inflazione potrebbe salire oltre il 20 percento. Come contromisura, oltre al prestito di 10 miliardi di dollari accordato dal Fondo monetario internazionale (Fmi), la banca centrale europea ha deciso di mantenere i tassi di interesse al 18 percento, il più alto d'Europa. I tassi erano stati innalzati il mese scorso di sei punti, dietro raccomandazione del Fmi, per mantenere la corona stabile nonostante molti proprietari di immobili siano già indebitati fino al collo. PEr il 2009 è prevista una contrazione economica del 10 percento. La crisi ha investito sia il sistema creditizio che la moneta. Le banche sono in una delicata fase di ricostruzione - le tre principali sono state assorbite dallo Stato - ma il commercio con la corona ha subito una battuta di arresto, creando non pochi problemi per gli investitori. La banca centrale, secondo il capo del mercato monetario, Petter Sandgren, ha un sufficiente fondo di valuta straniera, grazie ai prestiti del Fmi e di alcuni Paesi europei, e questo dovrebbe essere sufficiente per stabilizzare la corona.

Da un punto di vista politico, la possibilità di nuove elezioni non è un evento da escludere, soprattutto in seguito alla micro-crisi di governo di lunedì scorso. L'Islanda è governata da una coalizione formata dal partito per l'indipendenza guidato dal Primo ministro Geir Haarde e dall'Alleanza socialdemocratica, alla cui testa è il ministro degli Esteri Ingibjorg Gisladottir. I due partiti controllano 43 dei 63 seggi parlamentari. Ogni ipotesi di elezioni anticipate prevede una spaccatura nella coalizione, eventualità esclusa al momento da Gisladottir. L'avvio di un possibile percorso di adesione all'Unione Europea, vista di buon grado dalla maggioranza della popolazione, è stato paventato anche dallo stesso Primo ministro conservatore, che ha cambiato posizione negli ultimi mesi, incaricando una commissione di esperti di valutarne la fattibilità.

Tornando all'economia, la domanda che si pongono gli esperti è sul lungo periodo: il dopo-crisi assomiglierà più a una 'L', dove all'improvviso collasso seguirà una lenta stabilizzazione, o più a una 'V', dove la ripresa sarà repentina più di quanto si creda? Il direttore del mercato monetario, Sandgren, sostiene che la crisi islandese sarà diversa da quella per esempio dell'Argentina, in quanto l'Islanda ha una forza lavoro altamente qualificata, solide strutture legali, dinamismo. La ripresa - a suo giudizio - durerà qualche anno, e non qualche decina, come molti sostengono.

di Luca Galassi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12933/Islanda,+%26egrave;+crisi+nera

La parte gialla della Thailandia


Sarebbe da scrivere "scalo okkupato", ma la folla che ha preso in ostaggio l'aeroporto Suvarnabhumi di Bangkok non è composta di studenti alternativi: i giovani ci sono, ma gli adulti sono di più e non mancano i sessantenni. In un'atmosfera da festa del primo maggio a Roma, con cibo distribuito gratis ai dimostranti e ai confusi passeggeri rimasti bloccati per la cancellazione del loro volo, questa festante tribù tutta vestita di giallo sta però portando la Thailandia verso il caos. Che non è ancora violento, ma che potrebbe diventarlo presto.

Lo scalo internazionale di Bangkok, dove passano ogni anno 41 milioni di persone, è chiuso da martedì sera. Posti di blocco messi su dai manifestanti chiudono le strade d'accesso ai terminal. All'ultimo piano dell'aeroporto inaugurato due anni fa, quello delle partenze, migliaia di persone sono raggruppate intorno all'artigianale palco da cui parlano i leader dell'Alleanza del popolo per la democrazia (Pad), la coalizione della classe media e dell'elite nazionalista-monarchica che lunedì ha lanciato lo "scontro finale" contro il governo di Somchai Wongsawat. I turisti reduci da una notte passata sul pavimento sono stati pian piano sistemati negli alberghi dalle varie compagnie aeree, che distribuiscono nel terminal i pasti per il volo. I dimostranti del Pad si scusano per i disagi, distribuiscono depliant con le loro richieste di dimissioni del premier. Ogni dieci secondi, quando i leader del Pad arringano la folla con una frase ad effetto, parte un roboante scroscio dal bivacco all'esterno: invece di applaudire, i dimostranti agitano un aggeggio con tre mani di plastica, provocando il caratteristico suono. Vestono quasi tutti qualcosa di giallo, il colore della casa reale.

Polizia ed esercito non si fanno vedere, e in sostanza martedì sera hanno lasciato entrare i sostenitori del Pad senza opporre troppa resistenza. Non li vorrebbero vedere neanche gli occupanti dell'aeroporto, che pure simpatizzano - reciprocamente - con le forze armate. Ma i disordini provocati dal Pad cominciano a essere troppi, e il generale Anupoch Prachainda ha intimato alla folla di lasciare lo scalo. Ha anche detto al premier Somchai di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni, come gesto per risolvere lo stallo in cui si è cacciato il Paese. Appena rientrato in patria dal vertice Apec in Perù, e atterrato in un aeroporto militare di Chiang Mai invece che in uno dei due scali di Bangkok, Somchai ha però respinto "l'invito" del generale. Nessuno in Thailandia sembra aver voglia di un colpo di stato, che sarebbe il diciottesimo in 74 anni: ma nessuno riesce neanche a capire come uscire da questa situazione. Neanche quelli del Pad.

"Andremo avanti fino alla vittoria", dice convinto un ragazzo arrivato da Phuket già lunedì, per partecipare all'assedio del Parlamento. La "vittoria" sarebbe l'uscita di scena di Somchai, il cognato dell'ex premier C, che i sostenitori del Pad vedono come un diavolo corruttore che controlla il potere dal suo autoesilio in seguito al colpo di stato del 2006. Il problema, e lo sa anche l'opposizione, è che in caso di nuove elezioni rivincerebbero gli stessi che governano ora, grazie al voto massiccio delle aree rurali e dei più poveri. "Molta gente non ha gli strumenti per conoscere la verità, sono manipolati dai media. Serve un nuovo sistema politico libero dalla corruzione", continua il giovane di Pukhet. Ma cosa voglia dire in realtà non si sa, e anche la folla che ha invaso l'aeroporto ha idee diverse in merito. Alcuni darebbero tutto in mano all'ottantenne re Bhumibol, venerato dalla marea gialla, fidandosi di qualsiasi soluzione possa trovare per traghettare il Paese verso qualcosa di diverso. Altri dicono più apertamente che la democrazia tout court non può funzionare in Thailandia perché i pro-Thaksin sono troppo manipolabili, e propongono un sistema elettorale che dia più peso alla classe media e all'elite. Un colpo di stato non risolverebbe niente, e lo sanno anche i generali.

Ma mentre all'esterno dello scalo la folla continua a far schioccare quelle rumorosissime mani di plastica e compaiono cartelli come "governo omicida" e "Somchai vattene", mentre gruppuscoli di cinquantenni intonano inni al re e portano in giro la sua foto come se fosse un'icona ortodossa, i dimostranti non sembrano ancora chiedersi fino a quando si potrà andare avanti così. Con un aeroporto bloccato, la sede ufficiale del governo occupata da tre mesi, il premier che lavora dalla sala vip di un'ala dismessa dell'aeroporto per voli interni Don Muang, e un Parlamento che viene assediato dal Pad appena si riunisce per discutere le modifiche alla Costituzione tanto sgradite all'opposizione, perché limiterebbero i poteri del re e concederebbero una sostanziale amnistia per i reati di cui è ancora accusato Thaksin. Il turismo promette di calare, il Paese è in pratica senza guida in un momento in cui l'economia sta già rallentando. Qualcosa dovrà cambiare: ma se dovesse cadere l'attuale governo, allora forse a quel punto sarebbero i sostenitori di Thaksin a scendere in piazza. E la possibilità di scontri tra le opposte fazioni sarebbe altissima. All'aeroporto okkupato, che si appresta a passare la sua seconda notte in ostaggio, i manifestanti continuano però a credere che la vera Thailandia sia dalla loro parte.

di Alessandro Ursic

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12931/Dall'aeroporto+di+Bangkok

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