martedì 25 novembre 2008

Nasce “AFAFRICA”, la forza aerea USA per il continente africano


Sembrano proprio voler fare sul serio le forze armate USA in Africa. A dodici anni dalla sua disattivazione, torna in vita il 17th AF (Seventeenth Air Force), il 17° Stormo dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti d’America. E assume il nome altisonante di “AFAFRICA” e la direzione della neocostituita componente aerea statunitense per il continente africano.

Il 17° AF è divenuto operativo meno di un mese fa presso la grande base aerea di Ramstein, Germania, agli ordini del nuovo comando per le operazioni nel continente africano, Africom. “Si tratta di 400 militari dell’US Air Force che stanno già ricevendo un primo addestramento specifico per contribuire al robusto programma di cooperazione alla sicurezza, secondo la visione strategica del Comando USA per l’Africa”, ha commentato il colonnello Keith Cunningham del 17th Air Force. “Prevediamo di raggiungere una piena capacità operativa tra il 2009 e il 2010, ma già adesso siamo l’elemento guida per le operazioni aeree di Africom”.

Noto per aver coordinato negli anni ’80 l’installazione in tre basi europee dei GLCM (Ground Launched Cruise Missile), i missili Cruise a capacità nucleare – tra queste quella di Comiso, in Sicilia -, il 17th Air Force avrà adesso come principale funzione il trasporto aereo di uomini, mezzi e armamenti dall’Europa al continente africano. Il 17° Stormo dell’US Air Force si è dotato di una struttura organizzativa interna basata sul neocostituito 404th Air Expeditionary Group e sul 42nd Expeditionary Airlift Squadron, squadrone di trasporto aereo proveniente dalla base aerea di Maxwell-Gunter, Alabama. Quest’ultimo gruppo di volo vanta numerosi interventi nei più recenti scacchieri di guerra internazionali. Durante la prima guerra del Golfo, i suoi bombardieri B-52 eseguirono per 960 missioni contro l’Iraq, sganciando in soli 44 giorni oltre 12,588,766 libre di bombe. Il 42° Squadrone USA è inoltre operativo in Africa già da alcuni anni, avendo effettuato diverse missioni a favore della “Combined Joint Task Force – Horn of Africa”, la speciale forza operativa che Washington ha insediato a Gibuti. Lo squadrone ha pure partecipato ad esercitazioni multinazionali come la “Flintlock” in Mali e la “Enduring Freedom – Trans Sahara” in diversi paesi dell’africa settentrionale e occidentale.

AFAFRICA ha già ricevuto in dotazione due velivoli cargo C-130 “Hercules”, provenienti dalla base aerea di Little Rock, Arkansas, dove, l’1 ottobre 2008 (lo stesso giorno dell’attivazione del Comando Africom in Germania), è stato ricostituito il 19th Airlift Wing. Questo gruppo per il trasporto aereo ha già iniziato ad operare sulle rotte Usa-Europa-Africa, ma non è nuovo nello scacchiere africano. Dal 1955 al 1961 ha operato infatti stabilmente presso le basi aeree marocchine di Sidi Slimane e Ben Guerir. Trasferito successivamente in Arkansas, il gruppo ha assunto i compiti di trasporto aereo e rifornimento, ricoprendo un ruolo determinante nelle invasioni statunitensi dell’isola di Grenada (1983) e di Panama (1989). Dopo l’intervento diretto nella prima guerra contro l’Iraq, il 19th Airlift Wing fu dislocato in alcune basi europee per assicurare il rifornimento in volo dei caccia della Nato durante la campagna militare in Bosnia dell’autunno 1995. Il gruppo rimase operativo in Europa sino alla fine dei bombardamenti USA e Nato contro la ex Repubblica di Yugoslavia (1999).

Secondo il Comando della 17^ Forza Aerea USA di Ramstein, già a partire dal prossimo anno i C-130 Hercules saranno sostituiti da una nuova versione del velivolo, il C-130J, dotato di migliore flessibilità e maggiori capacità di trasporto. Ad AFAFRICA sarà pure assegnato uno squadrone operativo con i nuovi aerei da trasporto C-17. “Se si vola dalla Germania e si prende un C-130, sono necessarie diverse soste intermedie durante il trasferimento verso l’Africa”, ha dichiarato il generale Tom Hobbins, in forza al nuovo comando delle forze aeree USA. “Quando però saremo in grado di utilizzare in questo scenario i C-17, si potrà raggiungere lo Zambia senza aver bisogno di rifornirsi in volo. Per l’US Air Force la principale ragione di questo programma di acquisizione di velivoli con raggio d’azione maggiore, è quella di poter offrire un supporto a forze dell’esercito più leggere e più veloci, nelle loro missioni alle basi europee dell’est Europa, e attraverso l’intero continente africano”.

In vista del rafforzamento delle proprie responsabilità operative, Air Forces Africa ha pure pianificato di trasferire stabilmente presso la base di Camp Lemonier, Gibuti, gli uomini e i mezzi di un altro gruppo di trasporto aereo, il 449th Air Expeditionary Group. Dotato anch’esso di velivoli C-130 “Hercules”, il 449° Gruppo ha già sostenuto importanti attività logistiche per le forze terrestri USA che operano in Corno d’Africa.

Il trasporto non sarà comunque l’unico settore d’intervento di Air Forces Africa. Il Comando del 17th Air Force ha già pianificato per il 2009 la propria partecipazione ad una trentina di esercitazioni addestrative con le forze aeree dei paesi africani partner. Due attività finalizzate alla “promozione della sicurezza aerea nel continente” sono già state realizzate in Marocco e Nigeria nei mesi di ottobre e novembre 2008. “Grazie all’addestramento e all’interazione del personale sosteniamo gli africani nell’edificazione di una sicurezza aerea sostenibile”, ha commentato il generale Ronald R. “Ron” Ladnier, comandante del 17th Air Force USA. “E noi saremo sempre più impegnati ad aiutare i nostri partner in Africa a sviluppare le loro capacità militari”.

di Antonio Mazzeo

Dimitri Medvedev, Hugo Chávez e...


Viaggio del presidente russo in America Latina

Quattro giorni di viaggio in Sudamerica. Questo il programma di Dimitri Medvedev, presidente russo. Medvedev si recherà in Brasile, Venezuela e Cuba.Prima tappa il Venezuela, considerato paese amico, dove nel porto della Guaira domani mattina inizieranno le operazioni militari congiunte Russia-Venezuela. Le manovre, poi, continueranno in mare aperto dal prossimo 1° dicembre. Scopo della visita, oltre a quello militare, la firma di alcuni accordi di cooperazione fra i due stati. Sia in Venezuela che negli altri stati della regione che Medvedev visiterà. "Potenziare le esportazioni nella regione latinoamericana puntando su tecnologia e collaborazione nel settore dell'energia" sono gli obiettivi dichiarati pochi giorni fa dal cancelliere russo Sergei Lavrov. Non solo. Mosca punta a ottenere accordi economici anche nel settore petrolifero e del gas oltre al settore della meccanica, dell'industria metallurgica e dei trasporti. Non ultimi lo sviluppo di energia nucleare da usare per scopi civili e le esplorazioni spaziali. Un po' di tutto insomma a dimostrazione delle ambizioni diplomatiche globali di Mosca.

Attesa e curiosità per l'incontro che si terrà all'Havana con le autorità cubane: Medvedev lancerà così un messaggio alla nuova amministrazione statunitense che si spera possa rivedere in modo significativo la sua politica nei confronti dell'isola.
Fonte: peacereporter

La Francia è ancora la patria della Rivoluzione. Sarkozy è avvertito...


Ritirato il "Programme Edvige", la banca dati globale. E il Consiglio d'Europa richiama Parigi sulle politiche d'immigrazione.

Il ministro dell'Interno Michèle Alliot-Marie in due righe ha posto fine alla breve vita del contestatissimo decreto 27 giugno 2008, numero 632 che istituiva una banca dati telematica per la raccolta di informazioni di carattere personale denominata Edvige.

La Francia, si sa, è considerata la madre dei diritti dell'uomo. È stata il faro delle democrazie nel mondo già dal 1789, da quando la Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del Cittadino ha continuamente ispirato le carte fondamentali di numerosi Paesi sparsi per il mondo, per poi confluire, in gran parte, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo adottata dall'Onu nel 1948. I cittadini francesi non lo hanno dimenticato e raccogliendo, due mesi fa, 130mila firme hanno ricordato a Nicholas Sarkozy che libertà, sicurezza e resistenza all'oppressione sono ancora principi fondamentali nella patria della Rivoluzione.

Chi era Edvige. Il governo ha così fatto marcia indietro ritirando, per decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il "Programma Edvige", acronimo che sta per exploiation documentaire et valorisation de l'information générale, cioè sfruttamento documentario e valorizzazione dell'informazione generale. Il ministro dell'Interno Michèle Alliot-Marie in due righe ha depennato il decreto che istituiva una banca dati telematica per la raccolta di informazioni di carattere personale denominata Edvige. Il programma prevedeva la raccolta di dati che riguardavano anche notizie sulla salute, sull'orientamento sessuale e sulla personalità oltre che la possibilità di "archiviare" i dati di minori dai 13 anni in su che, potenzialmente, potessero costituire una minaccia per l'ordine pubblico. Lo schedario riguardava anche persone che hanno esercitato o esercitano un mandato politico, sindacale o economico, oppure che svolgano un ruolo sociale o religioso significativo. Edvige era stato autorizzato a operare a partire dal primo luglio scorso e non è dato sapere se nella sua breve vita abbia raccolto dei dati e che fine faranno questi dati. Il sistema di archiviazione sarà sostituito Edvirsp, un nome meno suadente certo, dove si specifica che le informazioni saranno usate ai soli fini della sicurezza pubblica. Viene esclusa la possibilità di registrare dati relativi alla sessualità, alla salute e alle inclinazioni personali, così come non entreranno nell'archivio le persone che ricoprono ruoli istituzionali, sociali e religiosi rilevanti. Rimane tuttavia la possibilità di schedare i minori ma si prevede la cancellazione dei dati al raggiungimento del diciottesimo anno di età se non si saranno verificati ulteriori atti di minaccia alla pubblica sicurezza. Edvirsp dovrà essere esaminato dalla Commissione nazionale dell'informatica e delle libertà, prima di essere sottoposta al vaglio del Consiglio di Stato.

Bruxelles bacchetta Parigi. Giovedì, invece, il Consiglio d'Europa ha richiamato la Francia sulla politica degli immigrati. Il rapporto presentato dal Commissario ai diritti dell'uomo, Thomas Hammarberg, non è stato tenero: da Bruxelles arriva l'invito ufficiale ad abbandonare una politica basata sulla raccolta di impronte digitali e a interrogatori i cui metodi sono spesso criticabili. Dal 2006 manca un testo che definisca i criteri oggettivi e i requisiti necessari per la regolarizzazione dei "sans-papiers" che inevitabilmente accresce la possibilità di procedure arbitrarie, soprattuto dopo la soppressione del provvedimento che concedeva la cittadinanza dopo dieci anni di residenza in Francia. Altra nota dolente riguarda lo stato, definito disumano, dei centri di accoglienza per immigrati. Senza contare l'elevato numero di minori presenti all'interno degli istituti. "Si tratta di problemi di carattere giuridico e soprattuto umanitario - dice il commissario Hammarberg - che le autorità francesi non possono trascurare in maniera così sfacciata".

La Francia, madre dei diritti umani è stata avvertita: libertà, fraternità, uguaglianza e resistenza all'oppressione sono nel Dna della nazione che non può essere modificato per decreto o trascuratezza.

di Nicola Sessa

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12896/Francia,+a+ripetizione+di+diritti

Cinque buoni motivi per cui "tre maestri è meglio di uno"


Ecco una provocazione raccolta dalla scrittrice Michela Murgia, dire cinque buoni motivi per cui "tre maestri è meglio di uno". Murgia, autrice di “Il mondo deve sapere”, il libro cui si è ispirato Paolo Virzì nel suo film “Tutta la vita davanti”, è una delle più acute osservatrici del mondo del lavoro in trasformazione. Sua è la battuta: «Mi daranno il Premio Nobel per il precariato. E me lo leveranno dopo due mesi.»
Sign.of.life, che segue e apprezza quel che scrivo da molto tempo, nell'ultimo post mi ha provocato a dire i cinque buoni motivi per cui "tre maestri è meglio di uno". All'inizio volevo rispondere sotto al suo commento, ma mentre scrivevo mi sono resa conto che veniva una cosa lunga, e forse meritevole di uno spazio proprio. 
Il primo motivo è che avere tre insegnanti genera la possibilità di programmare ore di compresenza, cioè attività di laboratorio, maggiore sostegno individuale (recupero, rispetto dei ritmi di ognuno, valorizzazione delle specialità), e tutta una serie di attività che sono molto complesse da svolgere per un singolo insegnante. Mi viene in mente la drammatizzazione, indispensabile per il superamento delle difficoltà di comunicazione verbale, ma anche l’applicazione di tecniche legate alla dinamica di gruppo; e ancora – importantissima - la manipolazione per il controllo della motricità fine e per la coordinazione oculo-manuale, che è indispensabile per l’apprendimento ottimale di lettura e scrittura. Se non viene fatta, è la base delle prime differenze di apprendimento, perché chi riesce subito va avanti, e chi resta indietro capitalizza un ritardo che un solo insegnante non è in grado di colmare. La questione è che la scuola primaria non è più solo leggere, scrivere e far di conto, ma molti genitori non se ne sono resi conto. 

Il secondo motivo è che tre insegnanti aiutano a gestire meglio le situazioni nuove che sorgono in classi multietniche. Non è solo questione di dire che sei occhi vedono meglio di due, ma di rendersi conto che la difficoltà incontrata dai bambini stranieri a scuola non è solo linguistica: è anche e soprattutto culturale. L’interculturalità, la conoscenze delle reciproche diversità e ricchezze, è un percorso ineludibile se davvero si mira all’integrazione, ma ovviamente richiede più tempo, più competenze, più attenzione e più cura. Chi ce le mette? Sicuramente non quel solo insegnante che ha già le sue difficoltà a far apprendere le materie curricolari.
Il terzo motivo è il cambio di logica di lavoro che richiede il passaggio dall’essere uno a l’essere un team docente di tre insegnanti + eventuali sostegni. Lavorare in gruppo educa anche l’insegnante – che non l’ha certo appreso in università – alla logica della pluralità, a considerare ricchezza un altro parere, a non essere indiscusso e indiscutibile papa e re del suo lavoro, ma a trovare compromessi, correttivi, sostegni e consigli nelle competenze dei colleghi con i quali è tenuto a collaborare. Solo un cretino penserebbe che una cosa difficile e complessa come l’insegnamento moderno sia meglio farla da soli che insieme.

Il quarto motivo è di ordine didattico; non sarebbe pensabile alle scuole medie immaginare un solo insegnante che facesse tutto, da italiano a matematica, educazione tecnica, artistica, scienze, storia e geografia. Tutti noi lo considereremo una follia. Perché mai la stessa multidisciplinarità alle scuole elementari dovrebbe essere espressa da un solo maestro meglio che da tre? Solo perché le materie hanno programmazioni più semplici? È falso, qualunque insegnante elementare potrebbe dire che al contrario la scuola elementare presenta maggiori difficoltà per un docente, perché oltre all’apprendimento è necessario fornire in maniera ottimale anche gli strumenti logici per l’apprendimento. Come faccio a gestire da solo con la stessa competenza tutte quelle materie, tenendo conto che ciascuna di esse presenta diversi ostacoli all’apprendimento, e che ciascun bambino ha misure proprie davanti alla materia? Chi obietta che prima ce la facevano, dice cazzate. Il mondo di vent’anni fa non era nemmeno paragonabile per complessità a quello di oggi. Vent’anni fa nessuno imparava inglese alle elementari, nessuno usava un computer abitualmente, nessuno caricava i bambini con ansie di performance estranee al loro mondo. Oggi verso il singolo si è infinitamente più esigenti, ed è assurdo che proprio a scuola l’offerta di opportunità anziché aumentare si riduca con la scusa di tornare ai bei tempi passati.

Il quinto motivo, e qui sarò magari impopolare per qualcuno, è che il modulo di insegnamento a tre dà lavoro a migliaia di persone in più, e non sono persone che rubano lo stipendio, ma che costituiscono con fatica e impegno – oltre a fare il loro mestiere nudo – anche tutto il valore aggiunto suddetto. Lasciare a casa questi insegnanti con la scusa che il risparmio sui loro stipendi libererebbe  risorse indirizzabili dove la scuola ha maggiore necessità, è palese malafede: non c’è niente di cui la scuola abbia più bisogno che di insegnanti qualificati e motivati. Oltretutto per quelle presunte risorse reindirizzabili non c’è alcuna destinazione palese: non torneranno alla scuola, sono solo tagli. Una scuola che lavora bene dà anche lavoro, dov’è lo scandalo?
di Michela Murgia

Campagna "pompeiana" contro i pirati somali


Il silenzio è quasi assoluto, ma dopo l’Afganistan e l’Iraq c’è un’altra guerra che è stata dichiarata nel nome della lotta al terrorismo. E’ quella contro la pirateria somala che imperversa sul Golfo di Aden, che spalanca i mari asiatici alle flotte europee del Mediterraneo. Un conflitto preparato dagli Stati Uniti per ragioni militari, chiesto da Gran Bretagna e Russia per ragioni commerciali, sicché facile è stato nelle scorse settimane ottenere il sì, nell’ordine, delle Nazioni Unite, della Nato e infine dell’Unione Europea, con una decisione dalla rapidità senza precedenti, assunta dai governi senza neppure consultare il Parlamento di Bruxelles.

La Somalia dopotutto è la Somalia, e nessuna potenza al mondo ha interesse a levare veti in suo nome.
Il problema sembra inconfutabile, così come la necessità di una soluzione militare. La pirateria quest’anno ha conosciuto in quei mari un’escalation impressionante. Decine di imbarcazioni assaltate, una trentina secondo alcune fonti, un’ottantina secondo altre, per un bottino complessivo stimato ad almeno trenta milioni di euro, col corollario di premi assicurativi annui a carico delle navi commerciali cresciuti in pochi mesi da una media di novecento dollari a novemila.
Il bottino un tempo erano tesori, casse lucchettate di pietre preziose e altri gioielli sovrani. Ora l’oro è l’oro nero, oppure sono gli stessi equipaggi, da prendere in ostaggio in vista di danarosi riscatti. Le azioni sono pressoché impossibili da arginare per la rapidità con cui vengono portate. I pirati, armati fino ai denti, acquistano o affittano una cosiddetta “mother ship”, un innocuo mercantile di discreto taglio, che consente loro di prendere il largo, fino a circa duecento miglia marine, e al contempo di avvicinarsi a osservare la nave-preda senza destare sospetti. Talvolta, per verificarne l’assenza di armi difensive, all’ultimo minuto sparano un colpo. In assenza di risposta si parte, con un gommone o un’altra imbarcazione leggera, con non più di sette uomini a bordo, che in pochi secondi raggiungono il bersaglio.
La stessa natura della minaccia desta perplessità circa la proporzionalità della risposta, perfino tra i militari. Dal 15 ottobre è stato posizionato sulle coste somale lo “Standing naval Maritime Group” (SNMG2) della Nato, una flotta di sette navi da guerra di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Grecia e Turchia. Cinque fregate, una nave appoggio e l’imbarcazione ammiraglia, il cacciatorpediniere Durand De la Penne, guidata dall’italiano Giovanni Gumiero, fornita di missili, siluri, cannoni ed elicotteri. Il comando è però a rotazione, e si muove permanentemente agli ordini dell’ammiraglio statunitense Mark P. Fitzgerald, che dirige le forze navali americane in Europa, lo stesso che pochi mesi fa aveva detto: “c’è poco che possiamo fare per fermare i pirati”. È come schierare un esercito regolare contro la guerriglia, come il Vietnam, l’Iraq, l’Afganistan, applicati alle dinamiche del mare. Gli assalti dei bucanieri sono talmente fulminei che risultano di fatto inarrestabili da un’imbarcazione terza, per quanto imbottita di sofisticati radar ed esplosivi.
C’è una sola cosa che una nave da guerra è in grado di fare in tali contesti: sparare all’impazzata contro natanti sospetti, col rischio di stragi di innocenti e di civili, esattamente quel che accade nelle citate zone di conflitto. E perché ciò succeda serve una condizione a monte, e cioè l’assenza di “regole di ingaggio”, e questo è effettivamente il caso, sia nella risoluzione 1838 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 7 ottobre scorso, sia nella delibera della Nato del successivo 11 ottobre, sia nella decisione dell’Unione Europea del 10 novembre scorso.
Quest’ultima ha una motivazione che suona ancor più stonata rispetto alle forze che saranno dispiegate a partire da dicembre, ovvero altre navi da guerra di nove paesi (Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Olanda, Svezia, Lituania e Cipro), guidate dal quartier generale britannico di Northwood. Mentre il Consiglio di Sicurezza affermava che si tratta di difendere i commerci, ossia in primis circa il 30% della produzione petrolifera mondiale che transita sul Golfo di Aden, l’Unione Europea, per bocca dell’Alto Rappresentante agli Esteri Solana (ovvero l’ex numero uno della Nato), con cotanta flotta si arroga solo l’obiettivo di proteggere i periodici attracchi nel Corno d’Africa di una nave di aiuti del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite.
La sproporzione appare grossolana ma l’intento irreprensibilmente nobile, tanto più che a invocare l’intervento militare è stato anche il governo di Mogadiscio. Anche qui peraltro non tutti i conti sembrano tornare. Tra i clan più attivi tra i pirati del Golfo svetta il Majarteen che, oltre a dominare la regione nordorientale del Puntland, autoproclamatasi indipendente dieci anni fa, è anche il gruppo di appartenenza del presidente somalo Abdullah Yusuf Ahmed.
Ora, che i bucanieri beneficino di finanziamenti o quantomeno di complicità governative non sarebbe una novità, data l’enorme tradizione di “corsari” al soldo delle più svariate corone. Che però ad armarli siano le stesse flotte che poi dichiaran loro guerra è un po’ più anomalo. La tappa più recente del contributo militare americano alla Somalia risale a prima del 2006, col fallito tentativo della Cia di rovesciare le Corti Islamiche. Con gli islamici al potere Mogadiscio ha conosciuto l’unico periodo di stabilità dell’ultimo trentennio ma, secondo la Casa Bianca, il paese rischiava e rischia di diventare il nuovo Afganistan, ossia il terreno di addestramento globale per i terroristi più o meno affiliati ad Al Quaeda. Di conseguenza, il bombardamento del gennaio 2007 che li ha espulsi e la successiva occupazione del paese da parte dei militari dell’Unione Africana, ovverto le truppe etiopiche, sono stati portati col coordinamento della base americana di Camp Lemonier, a Djibouti, con tanto di supporto logistico di mezzi della Nato. L’afflusso di armi del resto si era intensificato anche negli anni precedenti, nonostante il regime di embargo, con forniture belliche ai signori della guerra accertate dalle Nazioni Unite e provenienti da tutti i paesi limitrofi più l’Italia.
Il conflitto civile non dà del resto a tutt’oggi segni di cedimento, con controffensive e attentati di matrice islamica che si susseguono a ritmo quotidiano. Gli Stati Uniti hanno quindi valutato che il supporto esterno non basta più, istituendo a Stoccarda un apposito comando Nato per il continente nero, l’Africom. La guerra alla pirateria somala è stata la sua prima decisione, se non il primo pretesto operativo per una missione che appare orientata non tanto a contrastare qualche bucaniere quanto a condizionare quel che accade all’interno della Somalia, nonché, per esplicita ammissione del Pentagono, per fornire appoggio a eventuali operazioni in Golfo Persico: oggi l’Iraq, domani chissà.
A pensar male ci si azzecca, specie se si va a vedere il contesto in cui ebbero inizio i primi addestramenti anti-pirateria della marina militare statunitense. Era l’ottobre del 2004, un anno in cui gli attacchi dei pirati somali furono solo un paio, una cifra ridicola rispetto a quel che accade in tutti gli altri mari. L’antipirateria americana è dunque nata curiosamente prima della pirateria somala. E il recente boom di quest’ultima non è stato nutrito solo dall’afflusso di armi dal Nord. Pesa naturalmente la dilagante povertà cui è costretto un paese in costante conflitto, il cui prodotto interno lordo è costituito dal quaranta per cento dagli aiuti, sicché l’attività piratesca diventa l’unica fonte di sostentamento possibile per intere province. E pesa anche lo scandalo, parzialmente documentato da qualche inchiesta giornalistica, di una ricchissima fauna marina falcidiata dalla pesca illegale di navi estere, nonché da attività segrete di scarico di rifiuti da parte dei paesi mediterranei.
Dal poco che si apprende da qualche inchiesta indipendente sui famigerati pirati somali, risulta infatti che si tratta in realtà di pescatori incazzati. Sono amati e rispettati nei loro villaggi, che si adoperano perfino in tradizionali rituali all’alba delle loro gesta. Sono ritenuti un “buon partito” dalle donne, in quanto percepiti non come delinquenti ma benefattori. Loro stessi negano l’epiteto di “pirati”, ergendosi invece a difensori del loro mare devastato. La loro più colossale impresa di quest’anno è anche la più eloquente del gioco sporco sul quale si sono scagliati, il sequestro di una grossa nave ucraina che stava per approdare nel porto keniano di Mombasa. Non c’erano alimenti, e non c’era neppure petrolio. C’era un enorme carico di armi e una trentina di carri armati di fabbricazione russa.
di Alessandro Cisilin 

Il Sabato Islandese



Da sei settimane consecutive, ogni sabato, migliaia di islandesi si ritrovano di fronte alla sede del parlamento per protestare contro la politica del governo che ha portato ad una crisi economica spaventosa e contro il Fondo Monetario Internazionale accusato di contribuire a distruggere il sistema sociale islandese. Sembra la cronaca di fatti provenienti da altre latitudini, ma la crisi economica compie anche questi miracoli. I manifestanti chiedono le elezioni anticipate, visto che i responsabili non pensano minimamente di dimettersi, nonostante il fallimento delle loro politiche economiche.
Il FMI ha concesso all'Islanda un prestito di 2.100 milioni di dollari ma, prima di arrivare all'approvazione definitiva, il governo islandese ha dovuto garantire di far fronte ai depositi stranieri, al momento congelati presso le banche locali, per soddisfare la richiesta di Gran Bretagna ed Olanda.
Altri 3.000 milioni di dollari di prestito sono arrivati da Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia, Russia e Polonia, ma appare molto difficile riuscire ad uscire da una crisi che ha portato l'inflazione alle stelle, la moneta svalutata pesantemente, le banche nazionalizzate ed il sistema economico sull'orlo del fallimento.
Le manifestazioni di piazza hanno avuto questa settimana dei risvolti violenti con scontri tra polizia e manifestanti che chiedevano la liberazione di uno di loro, fermato dalle forze dell'ordine. La situazione si è risolta, dopo lanci di lacrimogeni e cariche della polizia, con la liberazione del manifestante che se l'è cavata con il pagamento di una multa.
di Paul Danese

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