sabato 22 novembre 2008

Gli Stati Uniti alle prese con il cartello del gas russo-iraniano


La decisione di Russia, Iran e Qatar di coordinare in maniera più diretta le proprie attività nel settore della produzione e dell’esportazione di gas naturale ha suscitato preoccupazioni in alcuni ambienti occidentali riguardo alla possibile nascita di un cartello del gas, sul modello dell’OPEC. Sebbene altri esperti abbiano espresso le loro perplessità sull’eventualità che un cartello del gas sia in grado di influenzare i prezzi come fa l’OPEC con quelli del petrolio, in alcuni paesi importatori come gli Stati Uniti ciò non è bastato a tranquillizzare tutti, in una fase in cui la competizione energetica è inestricabilmente legata alle grandi questioni della politica internazionale
Furtivamente e con costanza, un cartello del gas è emerso nel corso degli ultimi sette anni. Il 21 ottobre scorso a Teheran, il Gas Exporting Countries’ Forum (GECF) ha stabilito di formare una troika che dirigerà il futuro cartello. La Russia, l’Iran ed il Qatar hanno annunciato che costituiranno un gruppo – che ancora non ha un nome – per “coordinare le politiche del gas”. La troika si incontrerà per coordinare e controllare quasi due terzi delle riserve mondiali di gas ed un quarto della produzione mondiale.
La Russia preferisce coordinare le politiche energetiche con Teheran, riconoscendo che insieme i due paesi controllano circa il 20% delle riserve mondiali di petrolio e circa metà delle riserve globali di gas, che garantiscono un enorme potere geo-economico.
Gli Stati Uniti dovrebbero creare una coalizione internazionale di consumatori di energia per opporsi ai cartelli energetici. Il Congresso americano dovrebbe anche approvare nuove esplorazioni ed espandere i legami di cooperazione con il Canada per quanto riguarda il gas naturale.
La Russia e la strategia globale del gas
Nel duro mercato globale dell’energia, la Russia chiaramente apprezza il potere di contrattazione che le sue risorse energetiche le garantiscono, e nel frattempo tenta di controllare le esportazioni di energia dei nuovi stati indipendenti, come l’Azerbaigian, il Kazakistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan. La Russia ha anche rafforzato i suoi legami con l’Iran, il Venezuela, la Libia, ed altri paesi esportatori di energia. Recentemente, Mosca ha anche lanciato una ‘campagna’ nei confronti dell’OPEC (di cui la Russia, pur essendo fra i principali produttori mondiali di petrolio, non fa parte (N.d.T.) ).
La Russia sta giocando una sofisticata partita per massimizzare il suo vantaggio di paese leader nella produzione di gas (con le più vaste riserve sul pianeta) e di secondo esportatore mondiale di petrolio.
Quello della Russia è stato un approccio gradualista. Mosca non ha mai mostrato apertamente entusiasmo per un cartello del gas, ma ha atteso l’opportunità per lanciarne uno. A quanto pare, il cartello è stato un’idea del primo ministro ed ex presidente russo Vladimir Putin.
L’approccio russo è stato anche furtivo. Invece di annunciare un cartello prematuramente, spaventando i paesi consumatori, Mosca ha silenziosamente messo insieme le varie componenti. Fino alla dichiarazione di Teheran, la Russia era in grado di apparire ragionevole.
All’incontro di Doha dell’aprile scorso, i paesi membri del GECF avevano accettato di discutere il modo di spartire fra loro i mercati dei consumatori, soprattutto in Europa. La Russia e l’Algeria sono già fra i principali protagonisti nella regione europea, e l’Iran potrebbe unirsi a loro nel prossimo decennio. Ciò chiaramente rappresenterà una sfida per le politiche di liberalizzazione dell’energia e di deregolamentazione del gas portate avanti dall’Unione Europea, che sono entrate in vigore il 1° luglio.
Peso geopolitico
I paesi membri della troika e del GECF stanno progettando di “raggiungere intese strategiche” sul volume delle esportazioni, i piani di distribuzione, e la costruzione di nuovi gasdotti. Essi prevedono di esplorare e sviluppare i giacimenti di gas, e di coordinare l’avvio ed i tempi di produzione. Malgrado le smentite in proposito, il GECF ha tutte le caratteristiche di un cartello nascente, e la troika include i suoi membri fondatori. Questi paesi fondatori espanderanno la cooperazione attraverso il GECF e trascineranno con loro altri paesi produttori di gas.
Il nuovo gruppo fornirà ai suoi tre leader un ulteriore vantaggio geopolitico. Se questo nuovo cartello si dovesse espandere, la Russia e l’Iran acquisiranno influenza sui fornitori di gas eurasiatici, come l’Azerbaigian, il Turkmenistan, il Kazakistan, e l’Uzbekistan.
Importanti produttori di gas come l’Iran, la Russia, il Qatar, il Turkmenistan, il Brunei ed il Venezuela hanno una caratteristica in comune: un deficit di democrazia. Tutti e tre i membri del nuovo cartello condividono questa dubbia qualità. Proprio come l’OPEC, il cartello del gas sarà una forza che potrà essere usata per sfidare ed eventualmente indebolire le democrazie fondate sul mercato, attraverso i prezzi dell’energia ed i trasferimenti di ricchezza. Un cartello di questo genere potrebbe fare accordi con consumatori su vasta scala non democratici, come la Cina, obbligando invece l’Occidente a pagare il prezzo pieno.
E’ necessaria un’azione globale coordinata
L’amministrazione Bush ha a mala pena reagito agli incontri di Teheran e Doha. I politici esprimono preoccupazioni, ma solo in privato. La Commissione Europea ha soltanto affermato che si oppone per principio ai cartelli che fissano il prezzo.
Come dimostra il caso dell’OPEC, chiudere i mercati alla competizione, promuovere compagnie petrolifere nazionali, e limitare la produzione si traduce in forniture limitate e in un innalzamento dei prezzi. Per il gas le cose non andranno diversamente.
Cosa possono fare gli Stati Uniti
Gli Stati Uniti dovrebbero aprire le loro vaste risorse terrestri e marittime di gas naturale ad ulteriori esplorazioni e ad una maggiore produzione, incoraggiando i paesi vicini come il Canada, il Messico e i paesi dei Caraibi a fare lo stesso.
La nuova amministrazione dovrebbe lavorare con l’Unione Europea, il Giappone, la Cina, l’India ed altri paesi al fine di impedire la cartellizzazione del settore del gas. Ciò può essere ottenuto attraverso la cooperazione con l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), a cui la Cina e l’India dovrebbero essere invitate ad aderire, ed applicando una legislazione anti-trust in tutto il mondo contro le compagnie di proprietà statale che sono attivamente coinvolte in attività di cartello sui mercati dell’energia.
Infine, gli USA dovrebbero cooperare strettamente con quei paesi all’interno del GECF che si oppongono al dominio russo-iraniano, compresi l’Azerbaigian, il Canada, l’Olanda, e la Norvegia. Se la solidarietà fra paesi compratori non si tradurrà in un’azione pratica, i consumatori di energia e la crescita economica ne soffriranno a livello mondiale.
di Ariel Cohen 
Ariel Cohen è un ricercatore specializzato in studi russi ed eurasiatici ed in questioni legate alla sicurezza energetica; è membro della Heritage Foundation, un think tank di orientamento conservatore con sede a Washington
Titolo originale:

Croazia contro Serbia: “l’attacco è la miglior difesa”


Quel che doveva fare la Serbia contro la Croazia, gli Stati Uniti, il Vaticano e la Germania per aver decimato la popolazione serba cambiando l’immagine demografica del Paese, lo farà oggi lo Stato croato. La Croazia ha accusato dinanzi al Corte di Giustizia Internazionale (CIJ) la Serbia, come erede politico della Jugoslavia, per aver commesso genocidio contro la popolazione non serba sul suo territorio durante la guerra tra il 1991 e il 1995. Come si suol dire, “l’attacco è la miglior difesa”, in quanto così la Croazia riesce a giocare d’anticipo ed evitare di essere lei l’imputato principale per i crimini commessi durante le guerre balcaniche, ed in particolare della famosa "Operazione Tempesta" che ha cacciato dalle loro case circa 250.000 serbi. La Corte di Giustizia Internazionale (CIJ) , da parte sua, ha accettato con 10 voti favorevoli su 17 la richiesta croata e ha dichiarato di essere competente nel giudizio intrapreso dalla Croazia. La decisione è stata annunciata dal Presidente della CorteRosalyn Higgins, affermando che, nel caso in cui non intervenga una transazione tra le due parti fuori giudizio, il Tribunale Internazionale di Giustizia analizzerà le argomentazioni mosse dalla parte croata, per verificare se la Serbia sia o meno responsabile. Vengono inoltre respinte le argomentazioni di Belgrado, secondo la quale il caso non rientrava nella competenza della Corte delle Nazioni Unite, visto che la Repubblica federale socialista della Jugoslavia non era un membro dell'ONU e, pertanto, non firmatario della convenzione sul genocidio.

La data del processo è ancora da definire, anche se è certo che non inizierà prima del 2011, ragion per cui la Serbia avrà del tempo per preparare la sua difesa. La Croazia è consapevole che le loro ragioni politiche sono infondate, anche se potrebbero comunque ottenere un risarcimento, e pare che al momento la richiesta ammonti a un miliardo di euro. La decisione del Tribunale, non a caso, è giunta proprio in occasione del giorno dell’anniversario della battaglia di Vukovar. Ecco dunque come sono finite le scuse nei confronti del popolo croato del Presidente Boris Tadic: in un’aula di Tribunale, strumentalizzate e usate in maniera distorta, quando invece erano solo un modo per avere una stessa ammissione da parte di Zagabria. In un'intervista per i media serbi, Tadic ha sottolineato come le scuse rivolte al popolo croato per i crimini commessi nel 1990 dalla Jugoslavia, non sono mai state adeguatamente ricambiate, e né sono stati mai riconosciuti dalla Croazia i crimini commessi contro i serbi nella cacciata della Krajina. 

Nonostante tutto, sembra che Belgrado abbia accettato la notizia in maniera positiva, annunciando che l’ammissione del giudizio sarà un’occasione per la Serbia per presentare una controaccusa. “Anche noi accuseremo la Croazia per l’operazione Tempesta nel 1995”, ha dichiarato il ministro degli EsteriVuk Jeremic compiaciuto. Non riusciamo però a capire il motivo di tanto entusiasmo, visto che la Serbia poteva agire così anche 10 anni prima. Non è tanto chiaro neanche cosa ha spinto il Ministro Jeremic a dirsi dispiaciuto del fatto che la Croazia non abbia accettato la proposta di amicizia per rafforzare i rapporti all’interno della regione, in vista della adesione all’UE. "Zagabria avrebbe dovuto accontentarsi delle scuse presentate dal presidente Boris Tadic, concentrandosi sul "futuro europeo" che unisce entrambi i Paesi piuttosto che sui dolori del passato - ha dichiarato Jeremic -la nostra proposta era: rinunciare ai ricorsi, accettare le scuse e magari ricambiarle". Si dice  deluso del gesto della Croazia, e afferma che, a questo punto, la Serbia non ha altra scelta che quella di presentare un contro-ricorso. Continua, nonostante tutto, a dispiacersi e afferma: “Per il nostro futuro in Europa dobbiamo cercare la pace. Davanti al Tribunale Internazionale, finalmente, sarà fatta luce sui fatti dell’operazione Tempesta", conclude Jeremic senza convincere molto i suoi cittadini. Infatti sembra che il ministro degli esteri serbo non sia un ottimo storico, e non consideri nei suoi interventi cosa sia accaduto in passato: la storia ha dimostrato che gli scontri tra le due ex province jugoslave sono costati la vita di 200.000 persone.

Lo stesso tono ottimista dei serbi ritorna nelle parole del capo della squadra legale di difesa della Serbia, Tibor Varadi, il quale ha affermato: “Il nostro team ha lavorato, per otto anni, alla preparazione della difesa per il processo Serbia contro Croazia”. Entusiasta sembra essere ancheSnezana Malovic, Ministro della Giustizia serba, che a suo parere il caso si volgerà a "vantaggio della Serbia". Anche secondo il Professore di Diritto Internazionale, Branisalv Ristojevic, ritiene che la Croazia non ha nessuna possibilità di vincere questo processo, ricordando come la Serbia ha agito presentando Appello presso il Tribunale dell’Aja per le accuse mosse dalla Bosnia Erzegovina. Un’osservazione alquanto sterile, che non giustifica certo il fatto che la Serbia non ha deciso di agire prima nonostante avesse tutte le proprie a proprio "vantaggio", aspettando di essere aggredita e messa sotto i riflettori dell’accusa. Sembra che la Serbia sia destinata a difendersi sempre, e non può mai chiedere giustizia per le vittime che la guerra ha fatto sul suo territorio. Il solo spiraglio di realismo viene da Milorad Pupovac, Presidente del Consiglio serbo in Croazia, il quale ritiene che con l' accusa della Croazia “possiamo solo far retrocedere il livello dei rapporti serbo-croati agli anni '90, che sicuramente non andranno a favore del popolo serbo e dunque del ritorno dei profughi alle loro case. Dopo questa decisione - prosegue - i cittadini serbi e croati si troveranno di nuovo ostaggio della politica di Tudjman e Milosevic. Se qualcuno avesse avuto motivo di muovere un'accusa del genere questi sono senza dubbio i serbi in Croazia, vittime dei crimini di guerra e della politica degli anni '90 ”, ha concluso.

Aspettando dunque che inizi il processo, non possiamo che esprimere i nostri più forti dubbi e sfiducia nei confronti di questa causa condotta dinanzi alla Corte di Giustizia, visti i precedenti. Nel 1999 infatti la Corte stessa non ha accettato le accuse della Serbia contro otto Paesi membri della Nato che hanno bombardato le terre della Jugoslavia con armi nocive, e lasciando addirittura la possibilità che gli Stati lanciassero una contro-accusa, per "l’interferenza della Corte ONU" nelle politiche della NATO , Allora fu chiesto ai giudici di avere "un po’ di flessibilità", la stessa che doveva esserci quando la Serbia veniva bombardata per sottrarle parte del suo territorio. La "giustizia" dei grandi giudici affermò che i serbi, le vere vittime, avevano compiuto un genocidio "contro se stessi e gli altri popoli". Questa è la realtà con cui convivono i serbi, obbligati al silenzio o alle scuse nei confronti dei loro assassini. Tutte le volte che questo popolo ha chiesto scusa, ha avuto in cambio solo cadaveri, campi di strage e campi di concentramento come Jasenovac, (700.000) Kravice, Racak, Viktor Bubanj a Sarajevo, Zegar, Nadmederu (5. 927 ), Arad (5.000) e tra il 1991 e il 1995 sono stati costruiti 778 campi di strage per i serbi. Si deve dunque processare la Serbia per confermare che è stato fatto un genocidio?

di Biljana Vukicevic

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=15353

Lavori di ristrutturazione economica in corso


Quella che ci avviamo a vivere e' la piu' grande ristrutturazione economica della storia. Sebbene io pensi che il risultato finale sara' positivo, e' inutile farsi delle illusioni: sara' dolorosa. Moltissimo. Vediamola in fasi. 

E' necessaria, prima, una premessa. L'economia industriale dell'occidente si e' basata su un fenomeno mai visto prima: il gigantesco disavanzo commerciale americano.

Di fatto, l'intero occidente ha lavorato per sostenere il ritmo assurdo dei consumi americani. Gli americani hanno prodotto sempre di meno, e comprato sempre di piu'. Poiche' producevano di meno si sono strutturati per abbandonare i vecchi lavori (o farli fare ad altri) e si sono inventati nuovi lavori, il cosiddetto "nuovo terziario".



L'industria militare e' stata l'unica industria ancora totalmente americana, ed e' stata l'unica a produrre vere innovazioni, che si sono poi riflettute sul resto dell'industria.

I paesi che vendevano prodotti sofisticati agli americani poi dovevano comprare manodopera e materie prime da altri paesi, quelli in via disviluppo. Si e' creato qualcosa di simile ad una catena alimentare, che potrei chiamare catena consumistica. In cima gli americani che consumano chomp chomp chomp stampando dollari a non finire, seguiti dal resto dell'occidente che produce quello che gli americani consumano e mangia anche lui chomp chomp chomp, anche se di meno. Poi il terzo mondo, che vende materie prime e manodopera ai paesi che producono, e mangia assai poco. 

Questa filosofia, nel tempo, ha letteralmente affondato l'economia americana, perche' stampare soldi non funziona. 

L'anno prossimo Obama dovra' mettere mano a tutto questo. Ha gia' annunciato che lo fara'. Le prime 200 leggi sono gia' in visione dei relatori del senato, e parlano di "protezionismo". Che non e' protezionismo, e' semplicemente un ritorno ad un regime normale. 

Cioe', una maggioranza di prodotti fatti in loco, e una minoranza di prodotti di importazione. Che effetti avra' questa riconversione sul resto del mondo? E specialmente, sull' Italia? 

Andiamo anno per anno.

2009:

Le PMI italiane moriranno come mosche. E' inutile illudersi: la PMI non e' un modello vincente ma un modello distorto. Essa rinuncia ai vantaggi economici della produzione su scala perche' il mercato e' cosi' distorto dalla domanda di 300 milioni di americani chomp chomp chomp, e produrre su scala risparmiando sui costi e' secondario rispetto all'agilita' con cui si inseguono i capricci di un mercato schizofrenico.

Ma questo mercato distorto da soldi falsi stampati dalla finanza e' finito. Presto i consumatori compreranno meno, e compreranno prodotti che considerano duraturi. Il che significa obsolescenza minima. Il che significa produzione di scala in qualita'.

Non ci illudiamo quindi: il triveneto con le sue PMI sta per passare una pessima annata. L'intero modello PMI sta per darci una bruttissima notizia: che non funziona se non droghiamo l'economia con una valanga di soldi falsi.

La seconda brutta notizia del 2009 verra' dalla grande distribuzione. Si tratta di un business legato alla globalizzazione, cioe' alla possibilita' di comprare beni a basso costo in quantita' qualsiasi. Non appena scatteranno le barriere protezioniste, e le relative ritorsioni a catena, questa cuccagna finira'.

Se fossi uno che ha un "conto coop", ritirerei i soldi. Tra parentesi lo farei comunque, perche' la coop non essendo una banca non ha garanzia di fondo interbancario. Certo, poi i soldi finiscono alla Unipol Banca, ma ce li mette coop. Insomma, se coop va in merda Unipol caccia i vostri soldi per pagare i creditori di coop. E voi, ciccia.

Comunque, per la grande distribuzione il 2009 sara' un bagno di sangue. Chiuderanno quasi tutti i punti vendita periferici. Il che significa che stanno per tornare i negozi. Ma non i negozi stile "sgommata etnica solidale", parlo dei negozi tipo "Da Ciccio", quello che vi da' la mortadella e due etti di parmigiano.

Questa contrazione si fara' sentire fortissima nel 2009 ma continuera' sino al 2012. Ma il bagno di sangue sara' il 2009. Vedrete fallire e chiudere come se piovesse. 

E i servizi, si. L'attuale distribuzione di manodopera e' assolutamente drogata. Drogata da fiumi di soldi falsi stampati dalle banche. Il 5% di addetti all'agricoltura, il 30% di addetti all'industria e il 65% di addetti ai servizi e' una cosa che puoi permetterti solo se stai stampando soldi falsi. Cosa che abbiamo fatto.

Una nazione normale, cioe' sensatamente materialista, ha qualcosa come un 20% di addetti all'agricoltura, un 40% di addetti all'industria e un altro 40% di addetti ai servizi. Se intendiamo anche produrre energia e carburanti per via agricola, allora contiamo tranquillamente un 30% di addetti all'agricoltura e prime trasformazioni varie, un 40% di addetti all'industria e un 30% di servizi.

Il che significa che la meta' delle aziende del settore "servizi", cioe' il terziario, e' spacciata. Sin da ora, e la strage avverra' sempre nel 2009.

Come potete vedere, il 2009 sara' doloroso. Dolorosissimo. Ci saranno tensioni sociali di ogni genere. Certo, tutti quelli che sono spacciati proveranno a salvarsi in tutti i modi.

Chiederanno soldi allo stato. Tenteranno di importare manodopera a costo ancora piu' basso. Ma non servira' a nulla, perche' manchera' loro la liquidita' , e specialmente la domanda.

Questa e' la prima fase. Se ne intravedono i prodromi, iniziera' veramente con la presa di potere di Obama, quando iniziera' a firmare i 200 provvedimenti dei primi cento giorni. Fara' un male boia.

2010:

dal marzo del 2010 la ristrutturazione iniziera' la fase risalente. Le PMI dei cantinari saranno quasi scomparse, quelle "medie" saranno state comprate da grandi gruppi, quelle "buone" si saranno aggregate a grandi gruppi o saranno state comprate a loro volta.

Questo permettera' all'industria di dedicarsi alla vasta scala, il che significa che si saturera' il mercato nazionale e ricominceranno alcune esportazioni. Ma essendo produzione su vasta scala non assorbira' cosi' tanti addetti, e la guerra sara' sui prezzi, cioe' sull'automatizzazione della produzione. Si', aumentera' di qualcosina, ma non troppo. 

Gli addetti all'industria inizieranno ad aumentare, ma non quanto vorremmo, e specialmente non saranno in grado di sostenere il crollo del terziario.

In compenso iniziera' a crescere il comparto agricolo, si vedranno i primi giovani aprire aziende agricole, e si vedranno calare le importazioni di prodotti agricoli stranieri. Attenzione: non sto parlando dell'agricoltura sgommotronic da 50 euro a pannocchia ecologica biologica fighetta, parlo di quella che vende mais a tonnellate.
v 2011-2012 

Entro questa data la ritrasformazione sara' almeno arrivata ad essere evidente, e i suoi termini saranno noti. Piu' piccoli negozi ovunque, piu' piccoli artigiani ovunque, (spesso stranieri) , meno PMI e piu' industrie, un ceto medio di piccoli commercianti ed artigiani, e per la prima volta un ceto medio di agricotori.

Non sara' ancora completa, ovviamente, perche' richiedera' 10-15 anni. Paradossalmente, il maggiore ostacolo sara' culturale. Mi riferisco a tutti quei giovani cresciuti nel mondo del grande sogno drogato da soldi falsi, che hanno creduto nel mondo sgommotronico che vedono su MTV.

Parlo dei loro genitori, di quelli che "mio figlio a zappare la terra? MAI!". Di quei milioni che si sentono naturalmente destinati alla ricerca. All'arte. Alla musica. Allo spettacolo.

Bene, guardate quella zappa. E' con ogni probabilita' il futuro. Nostro, e forse anche mio. Potete farci ricerca sopra, potete dipingerla o cantarla, ma una cosa e' quasi certa: finiremo con l'usarla. 

Oh, visto il mio lavoro e' probabile che con la zappa ci finiro' anche io: la differenza tra voi e me e' che io non mi ci oppongo culturalmente. Non trovo che fare il contadino sia umiliante rispetto a fare l'informatico. Non mi sento umiliato o diminuito in questo. E quindi, saro' tra i primi a convertirmi alla zappa, senza troppi mugugni.

E quando arriverete voi, i posti migliori saranno gia' occupati. Da quelli che non hanno creduto al sogno.

Ovviamente tutte queste previsioni sono soggette alle consuete variabili imprevedibili. Per esempio, il crollo della domanda mondiale (lo stesso che sta riducendo i costi del petrolio) dara' un durissimo colpo alle economie emergenti come quella cinese.

Questo nella storia e' stato causa di conflitti regionali, cioe' di guerre. Una guerra in Asia e' un'incognita, se pensiamo che potrebbe riguardare la Russia, che ci fornisce di energia. 

E questa e' solo una delle incognite. Ce ne sono altre, ovvero la nascita di qualche ideologia politica, piuttosto che qualche scoperta scientifica.

Cosi' come mi lascia perplesso il perdurare di scarsa liquidita' in Europa. Non c'e' alcun motivo strutturale o materiale perche' questo accada. Che cosa stanno aspettando? Tengono i soldi nel cassetto PERCHE'?

Temono davvero il crollo delle carte di credito? O quello degli Hedge Funds? Ecco, queste variabili sono sufficienti a stravolgere quanto detto prima.

Su questi fattori, ovviamente, non e' possibile fare previsioni.

di Uriel
Fonte: www.wolfstep.cc
Link: http://blog.wolfstep.cc/index.php?subaction=showfull&id=1227229842&archive=&start_from=&ucat=48&

Gli occhi aperti sul "cambiamento" USA

Il vero significato della parola "cambiamento" negli Usa
Sono stato per la prima volta in Texas nel 1968, in occasione del quinto anniversario dell'assassino del presidente John Fitzgerald Kennedy a Dallas. Mi diressi verso sud, seguendo le file dei pali del telegrafo verso il paesino di Midlothian, dove incontrai Penn Jones Jr, redattore del Midlothian Mirror. Non fosse stato per la sua pronuncia strascicata e i suoi begli stivali, tutto in Penn era l'antitesi dello stereotipo texano. Dopo che ebbe smascherato i razzisti della John Birch Society, qualcuno fece saltare in aria la sua macchina tipografica. Con il passare delle settimane, egli raccolse con scrupolo le prove che arrivano quasi a demolire la versione ufficiale dell'omicidio Kennedy. 

Questo è il giornalismo come lo abbiamo conosciuto prima dell'invenzione del giornalismo industriale, prima della istituzione della prima scuola di giornalismo e prima che la mitologia della neutralità liberale cominciasse a diffondersi tra coloro la cui "obiettività" e la cui "professionalità" portava con sé il tacito obbligo di far sì che le notizie e le opinioni fossero in sintonia con il pensiero comune della classe dirigente, a prescindere dalla verità. Giornalisti come Penn Jones, indipendenti dai poteri intoccabili, onesti e infaticabili, riflettono spesso l'atteggiamento dell'americano medio, che raramente si conforma allo stereotipo promosso dall'industria dei media da entrambe le parti dell'Atlantico. Leggetevi «American Dreams: Lost and Found» [Sogni americani: perduti e ritrovati] del magistrale Studs Terkel, morto l'altro giorno, o date una scorsa alle indagini che attribuiscono, senza sbagliare, vedute illuminate alla maggioranza che crede che «il governo debba prendersi cura di coloro che non possono prendersi cura di sé stessi», che è pronta a pagare più tasse per un sistema sanitario generalizzato, che è favorevole al disarmo nucleare e vuole far uscire le truppe statunitensi dalle nazioni di altri popoli. 

Ritornando al Texas, sono di nuovo impressionato da chi è così distante dallo stereotipo del redneck, malgrado il peso di una forma di lavaggio del cervello fatto a molti americani sin dalla più tenera età: credono che la loro sia la società più superiore nella storia del mondo, e che tutti i mezzi siano giustificati, anche lo spargimento di sangue, se servono a mantenere quella superiorità. 

Ecco il sottotesto dell'«oratoria» di Barack Obama. Egli dice di voler ricostituire il potere militare statunitense, e minaccia di scatenare un'altra guerra in Pakistan, uccidendo ancor più persone dalla pelle scura. E questo porterà altre lacrime. Lacime diverse da quelle della notte dell'elezione a presidente, lacrime che Chicago e Londra non vedranno. E questo non lo dico per mettere in dubbio la sincerità della gran parte delle reazioni all'elezione di Obama, che è stata possibile non per via dell'unzione che è stata spacciata per reportage dagli Stati Uniti fin dal 4 novembre (un esempio «I liberal statunitensi sorridono e il mondo sorride con loro»), ma per lo stesso motivo per cui milioni di email d'indignazione furono spedite alla Casa Bianca e al Congresso quando fu rivelato il piano di salvataggio delle banche, e anche perché la maggior parte dei cittadini Usa sono stufi della guerra. 

Due anni fa, questo voto contro la guerra fece guadagnare al Congresso la maggioranza ai Democratici, solo per assistere alla consegna da parte dei Democratici di altro denaro a George W. Bush per proseguire con il suo bagno di sangue. Da parte sua, l'Obama "contrario alla guerra" non ha mai detto che l'illegale invasione dell'Iraq era sbagliata, ma solo che fu «un errore». Da lì in avanti, votò per dare a Bush quel che voleva. Certo, l'elezione di Obama è storica, un simbolo di grande cambiamento per molti. Ma è altrettanto vero che l'élite statunitense è diventata esperta nell'usare i neri della classe media e dirigente. Il coraggioso Martin Luther King riconobbe ciò quando tracciò un parallelo fra i diritti umani degli Afroamericani e i diritti umani dei Vietnamiti, che allora venivano massacrati dall'ammistrazione democratica e liberal. E gli spararono. Stridente è il contrasto con un giovane maggiore che combatté in Vietnam, Colin Powell, che fu usato per "investigare" e coprire l'infame carneficina di My Lai. Come segretario di Stato di Bush, Powell fu spesso descritto come "liberal" e fu considerato l'uomo adatto per mentire alle Nazioni Unite riguardo alle inesistenti armi di distruzione di massa irachene. Condoleeza Rice, riguardata come donna nera di successo, ha lavorato alacremente per negare giustizia ai Palestinesi. 

Le prime due cruciali nomine di Obama rappresentano una negazione dei desideri dei suoi sostenitori riguardo ai principali temi per i quali essi votarono per lui. Il vicepresidente-eletto, Joe Biden, è un fiero guerrafondaio e sionista. Rahm Emanuel, che diverrà l'importantissimo capo di gabinetto della Casa bianca, è un fervente "neoliberista" fedele alla dottrina che ha portato all'attuale collasso economico e all'impoverimento di milioni di persone. Ed è anche un sionista - di quelli per cui Israele viene prima di tutto - che fece parte dell'esercito israeliano, e si oppone qualsiasi significativa giustizia per i Palestinesi, un'ingiustizia che sta alla base dell'odio delle genti musulmane verso gli Stati Uniti e della nascita del jihadismo. 

Ma di questo in mezzo ai tripudi dell'Obamamania non si può fare alcun esame minuzioso, proprio come in mezzo al «momento di Mandela» non era permesso fare alcun esame minuzioso del tradimento della maggioranza dei Sudafricani neri. Ciò è particolarmente evidente in Gran Bretagna, dove il diritto divino degli Stati Uniti di "comandare" è importante per gli interessi delle élite britanniche. L'Observer, una volta uno dei quotidiani più autorevoli, supportò la guerra in Iraq di Bush, riprendendone le prove inventate, mentre ora, senza alcuna prova, annuncia che «gli Stati Uniti hanno recuperato la fiducia del mondo nei suoi ideali». Questi «ideali», che Obama giurerà di sostenere, hanno presieduto, sin dal 1945, alla distruzione di 50 governi, democrazie comprese, e a 30 movimenti di liberazione popolare, causando la morte di innumerevoli uomini, donne e bambini.

Niente di tutto questo è stato menzionato durante la campagna elettorale. Se fosse stato permesso, avrebbe potuto esserci il riconoscimento che il liberalismo, come ideologia gretta, arrogante e guerrafondaia sta distruggendo il liberalismo come realtà. Prima della sua criminale guerra, Blair e la stampa adorante negavano l'ideologia. «Blair può essere un faro per il mondo», dichiarò il Guardian nel 1997. «Sta facendo del governo una forma d'arte».

Oggi, cambiate il nome di "Blair" con quello di "Obama". E a proposito di momenti storici, ce n'è un altro di cui non si è parlato, ma che è ancora in atto. Si tratta dello spostamento della liberaldemocrazia verso la dittatura industriale, gestita indipendentemente dall'appartenenza etnica, coi media che fanno da convenzionale facciata. «La vera democrazia», scrisse Penn Jones Jr, il texano che dice la verità, «è vigilanza costante, non pensare nel modo in cui tutti si aspettano, ma tenere sempre gli occhi aperti».
di John Pilger
John Pilger è un giornalista e documentarista australiano

Titolo originale: "Beware of the Obama hype. What 'change' in America really means"

Fonte: http://www.johnpilger.com/
Link: http://www.johnpilger.com/page.asp?partid=511

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da PAOLO YOGURT
 


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