venerdì 21 novembre 2008

Il costo delle nostre opportunità perdute - di Joseph E. Stiglitz


Quando il presidente George W. Bush è entrato in carica, la maggior parte delle persone scontente per le elezioni rubate si sono limitate a pensare: dato il nostro sistema di controlli ed equilibri, data la paralisi politica a Washington, quanti danni si possono ancora fare? Adesso lo sappiamo: ben più di quanto fossero in grado di immaginare i più pessimisti. Dalla guerra in Irak al collasso del mercato del credito, le perdite finanziarie sono difficili da quantificare. E dietro quelle perdite ci sono opportunità perdute ancor più grandi.


Mettete tutto assieme – i soldi dilapidati nella guerra, i soldi sprecati in uno schema piramidale nel settore immobiliare che ha impoverito il paese ed arricchito poche persone, ed i soldi persi a causa della recessione – ed il divario tra ciò che avremmo potuto produrre e quello che abbiamo prodotto supererà probabilmente i 1.500 miliardi di dollari. Pensate cosa avrebbe potuto fare quel denaro per fornire assistenza sanitaria a chi non è assicurato, per migliorare il nostro sistema scolastico, per costruire tecnologie verdi... L'elenco è infinito.

E il vero costo delle nostre opportunità perdute è probabilmente perfino più grande. Prendete la guerra: innanzitutto ci sono i finanziamenti stanziati direttamente dal governo (stimati in 12 miliardi di dollari al mese anche secondo i dati fuorvianti forniti dall'amministrazione Bush). Più grandi, come Linda Bilmes della Kennedy School e io abbiamo documentato in The Three Trillion Dollar War, sono i costi indiretti: i salari non guadagnati da coloro che sono stati feriti o uccisi, lo spostamento dell'attività economica (dallo spendere in ospedali americani allo spendere in contractor militari nepalesi, per esempio). Questi fattori sociali e macroeconomici possono pesare con più di 2.000 miliardi sul costo complessivo della guerra.

Non tutto il male vien per nuocere. Se riusciamo a risollevarci da questo male, se riusciamo a pensare più attentamente e meno ideologicamente a come rendere la nostra economia più forte e la nostra società migliore, forse possiamo progredire nella soluzione di alcuni dei nostri annosi e gravi problemi. Tanto per cominciare, prendiamo i sette maggiori problemi che l'amministrazione Bush si lascia alle spalle.

Il deficit dei valori: Uno dei punti di forza dell'America è la sua varietà e diversità, e c'è sempre stata una varietà di vedute perfino sui nostri principi fondamentali – l'innocenza fino a prova contraria, l'habeas corpus, lo stato di diritto. Ma (così almeno pensavamo) coloro che non erano d'accordo erano una minoranza marginale ed ignorabile. Adesso sappiamo che quella minoranza non è poi così piccola e comprende anche il presidente ed i capi del suo partito. E questa divergenza sui valori non avrebbe potuto manifestarsi in un momento peggiore. Renderci conto che possiamo avere meno in comune di quanto pensassimo può complicare la soluzione dei problemi che dobbiamo affrontare insieme.

Il deficit del clima: Con l'aiuto di corporazioni complici come ExxonMobil, Bush ha tentato di convincere gli americani che il surriscaldamento globale era una fandonia. Non lo è, e perfino l'amministrazione l'ha finalmente ammesso. Ma per otto anni non abbiamo fatto niente e l'America inquina più che mai: un ritardo che ci costerà caro.

Il deficit dell'uguaglianza: In passato, anche se gli ultimi vedevano poco o nulla dei benefici dell'espansione economica, la vita veniva considerata una lotteria fondamentalmente giusta. Il farcela da soli faceva parte del senso di identità americano. Ma oggi la promessa contenuta nella leggenda di Horatio Alger suona falsa. L'ascesa sociale sta diventando sempre più difficile. Le crescenti disparità nel reddito e nella ricchezza vengono rafforzate da una normativa fiscale che premia chi nel mondo della globalizzazione ha scommesso e perso. Questa consapevolezza si sta facendo strada e ciò renderà ancora più difficile trovare una causa comune.

Il deficit della responsabilità: I pezzi grossi della finanza americana giustificavano i loro compensi astronomici con la loro ingegnosità de i grandi benefici che essa avrebbe dispensato al paese. Ora si è visto che gli imperatori sono nudi. Non hanno saputo gestire il rischio; anzi, con le loro azioni lo hanno esasperato. I capitali sono stati impiegati male; centinaia di miliardi sono state spese malamente, con un livello di inefficienza di molto maggiore a quello che la gente solitamente attribuisce al governo. Tuttavia i pezzi grossi se ne sono andati con centinaia di milioni di dollari lasciando il conto da pagare ai contribuenti, ai lavoratori ed all'economia nel suo complesso.

Il deficit del commercio: Negli ultimi dieci anni la nazione ha preso in prestito da Paesi stranieri una quantità enorme di denaro – qualcosa come 739 miliardi solo nel 2007. Ed è facile comprendere perché: con il governo che contraeva debiti enormi e con i risparmi degli americani prossimi allo zero non c'era nessun altro a cui rivolgersi. L'America ha vissuto con soldi in prestito e tempo in prestito, e il giorno della resa dei conti doveva prima o poi arrivare. Eravamo soliti dare lezioni agli altri sul significato di una buona politica economica. Adesso ci ridono alle spalle, e capita perfino che siano gli altri a darci lezioni. Abbiamo dovuto chiedere l'elemosina ai fondi sovrani, la ricchezza in eccesso che gli altri governi hanno accumulato e possono investire all'estero. Ci ripugna l'idea che il nostro governo gestisca una banca. Eppure sembriamo propensi ad accettare l'idea di Paesi stranieri che possiedono una quota importante delle nostre banche più rappresentative, istituzioni che sono fondamentali per la nostra economia. (Così fondamentali, in effetti, che abbiamo dato al Tesoro un assegno in bianco perché le tirasse fuori dai guai).

Il deficit del bilancio: Parzialmente grazie alle galoppanti spese militari, in soli otto anni il nostro debito nazionale è aumentato di due terzi, da 5.700 miliardi a più di 9.500 miliardi di dollari. Ma per quanto drammatici questi numeri non rendono l'entità del problema. Molti costi della Guerra in Irak, compreso il versamento dei sussidi per i reduci feriti, non sono ancora stati pagati e potrebbero ammontare a più di 600 miliardi di dollari. Il deficit federale quest'anno probabilmente aggiungerà altri 500 miliardi al debito nazionale. E tutto questo prima delle spese per la Previdenza Sociale ed il Medicare per i baby boomer.

Il deficit degli investimenti: La contabilità del Governo è diversa da quella del settore privato. Una compagnia che contragga un prestito per fare un buon investimento vedrà migliorare il suo bilancio patrimoniale, e i suoi dirigenti verranno elogiati. Ma nel settore pubblico non c'è un bilancio patrimoniale e dunque troppi si concentrano eccessivamente sul deficit. In realtà quando un governo investe saggiamente le entrate sono ben più alte del tasso di interesse che il governo paga sul debito che ha contratto; a lungo termine gli investimenti contribuiscono a ridurre i deficit. Tagliarli significa essere tirchio con i centesimi e prodigo con i dollari, come attestano gli argini di New Orleans e il ponte di Minneapolis.

Due sono le ipotesi (oltre alla banale incompetenza) sul perché i repubblicani abbiano prestato poca attenzione al crescente deficit di bilancio. La prima è che semplicemente credevano nell'economia dell'offerta, ed erano fiduciosi che in un modo o nell'altro l'economia sarebbe cresciuta così bene con i tassi più bassi che i deficit sarebbero stati passeggeri. È stato dimostrato che questa idea era pura fantasia.

La seconda teoria è che lasciando che il deficit di bilancio si gonfiasse a dismisura Bush e i suoi alleati sperassero di imporre una riduzione delle dimensioni del governo. In effetti la situazione fiscale è così tragica che molti democratici responsabili stanno ora facendo il gioco di questi repubblicani fedeli alla dottrina “Starve the beast” (“Affamare la bestia”), e chiedono un taglio drastico delle spese. Ma con i democratici che si preoccupano di sembrare troppo deboli sulla sicurezza – e che dunque trattano le spese militari come sacrosante – è dura tagliare i costi senza abbattere gli investimenti, così importanti per risolvere la crisi.

Il compito più urgente del nuovo presidente sarà quello di ridare forza all'economia. Visto il nostro debito nazionale, è particolarmente importante farlo in modo da massimizzarne i vantaggi e contribuire a risolvere almeno uno dei principali problemi. I tagli alle tasse funzionano – se funzionano – aumentando i consumi, ma il problema dell'America è che ci siamo ubriacati di consumi; prolungare quella sbornia consumistica non fa che rimandare la soluzione di problemi più profondi. Con il precipitare delle entrate fiscali gli Stati e le autorità locali dovranno fare i conti con concreti vincoli di bilancio, e a meno che non si faccia qualcosa saranno costretti a tagliare le spese aggravando la flessione. A livello federale abbiamo bisogno di spendere di più, non di meno. L'economia dev'essere riconfigurata per far sì che rifletta le nuove realtà, compreso il surriscaldamento globale. Avremo bisogno di treni veloci e di centrali elettriche più efficienti. Queste spese stimolano l'economia ed al contempo forniscono le basi per una crescita sostenibile a lungo termine.

Ci sono solo due modi per finanziare questi investimenti: aumentare le tasse o tagliare altre spese. Gli americani che percepiscono redditi più alti possono permettersi tranquillamente di pagare più tasse, e molti Paesi europei hanno avuto successo grazie a – e non per colpa di – aliquote contributive alte, che hanno permesso loro di investire e di competere in un mondo globalizzato.

Inutile dire che ci saranno resistenze all'aumento delle tasse, e così l'attenzione si sposterà sui tagli. Ma la nostra spesa sociale è così ridotta all'osso che c'è ben poco da risparmiare. Anzi, spicchiamo tra i Paesi industriali avanzati per l'inadeguatezza della protezione sociale. I problemi del sistema sanitario americano, per esempio, sono ben riconosciuti; risolverli significa non solo una maggiore giustizia sociale, ma una maggiore efficienza economica. (Lavoratori più sani sono anche lavoratori più produttivi). Dunque resta soltanto un'area in cui tagliare: la difesa. Siamo responsabili della metà di tutta la spesa militare mondiale, con il 42% delle entrate fiscali che finisce direttamente o indirettamente nella difesa. Sono aumentate perfino le spese militari non belliche. Con così tanto denaro speso in armi che non funzionano contro nemici che non esistono c'è ampio spazio per aumentare la sicurezza mentre tagliamo le spese per la difesa.

La buona notizia tra le brutte notizie economiche è che siamo costretti a moderare i nostri consumi materiali. Se lo facciamo nel modo giusto contribuiremo a contenere il surriscaldamento globale e giungeremo perfino a comprendere che un livello di vita veramente alto può comportare maggiore riposo e svago, non solo più beni materiali.

Le leggi della natura e le leggi dell'economia sono spiegate. Possiamo abusare del nostro ambiente, ma non a lungo. Possiamo spendere al di là dei nostri mezzi, ma non a lungo. Possiamo vivere degli investimenti fatti in passato, ma non a lungo. Perfino il Paese più ricco del mondo può ignorare le leggi della natura e le leggi dell'economia unicamente a suo rischio e pericolo.

di Joseph E. Stiglitz

*Premio Nobel per l'economia

Link:  eurasia-rivista.org
Articolo originale pubblicato su Mother Jones, novembre/dicembre 2008.

Traduzione di Manuela Vittorelli

L’assalto di ferro e carbone alle rotte fluviali d’America Latina

Futuro a ferro e carbone per la Repubblica Orientale d’Uruguay. È ai nastri di partenza uno dei più devastanti progetti previsti per il Cono Sud dell’America Latina: il trasporto di decine di milioni di tonnellate di minerali di ferro, carbone e acciaio su una rotta fluviale di oltre 2.800 chilometri che dal Brasile, attraverso Paraguay e Argentina, raggiunge l’Uruguay. In quest’ultimo paese, a La Agraciada, dipartimento di Soriano, stanno per partire i lavori di un megaterminal logistico di supporto alle operazioni di trasporto della produzione mineraria e industriale della transnazionale anglo-canadese Río Tinto. L’impianto, per la cui costruzione saranno spesi 320 milioni di dollari, sorgerà sulle spiagge del Rio Uruguay, a 260 km circa dalla capitale Montevideo. A La Agraciada sarà depositato in via transitoria il ferro proveniente dalla miniera che la stessa Río Tinto possiede nella città brasiliana di Corumbá, Mato Grosso del Sud. Il materiale ferroso arriverà in Uruguay su speciali chiatte che partiranno da un altro terminal portuale che la Río Tinto sta realizzando ad Albuquerque, cittadina del Mato Grosso a circa 30 km dalle miniere di ferro. Le chiatte attraverseranno i fiumi Paraná, Paraguay ed Uruguay; successivamente il ferro sarà caricato su imbarcazioni di dimensioni più grandi che raggiungeranno le acque internazionali del Río de La Plata. Qui avverrà un ultimo trasferimento dei materiali a bordo di navi transoceaniche dirette in Europa, Cina e India. Nella nuovo complesso portuale di La Agraciada sorgeranno pure le aree per lo stoccaggio dell’acciaio prodotto dal polo siderurgico che la Río Tinto possiede nei pressi della località mineraria di Corumbá e che sarò poi inviato ai mercati argentino, europeo e mediorientale. Il nuovo terminal uruguaiano funzionerà infine per le operazioni di carico e scarico del carbone prodotto nelle miniere australiane e sudafricane e destinato alle acciaierie brasiliane della transnazionale. In quest’ultimo caso si invertiranno le rotte e i mezzi di trasporto: grandi navi carboniere dall’Oceano Pacifico al Río de La Plata e al Río Uruguay; le imbarcazioni-chiatte sui fiumi Uruguay, Paraguay e Paraná, secondo un modello di produzione “globale” dagli insostenibili costi economici, sociali e ambientali. Le quantità di minerali che si conta di movimentare tra il Brasile e l’Uruguay sono gigantesche. Attualmente si estraggono dalle miniere a cielo aperto di Corumbá, 2 milioni di tonnellate di minerale di ferro all’anno, ma grazie ad un’operazione finanziaria di circa 2,15 miliardi di dollari, la Río Tinto prevede di estrarre e trasportare, via fiumi, 10 milioni di tonnellate entro il 2010. Nei cinque anni successivi, si punterà al trasporto di 23,2 milioni di tonnellate di prodotto, valore undici volte superiore a quello odierno. Più incerta invece la quantità di carbone che dall’Uruguay risalirà sino a Corumbá. Si sa solo che la società anglo-canadese sta investendo un miliardo di dollari per il potenziamento del polo siderurgico in Mato Grosso e che l’intera produzione verterà sulla combustione di carbon fossile.
In attesa dell’avvio dei lavori, la Río Tinto ha acquistato da privati 267 ettari di terreno ricadenti in buona parte nella frangia fluviale del dipartimento di Soriano, spendendo una cifra pari a 1,3 milioni di dollari. Nel luglio 2008, la società ha pure acquistato altri 80 ettari di proprietà dell’Istituto Nazionale della Colonizzazione, ente pubblico uruguaiano, previa autorizzazione del governo del Frente Amplio (centrosinistra), guidato dal medico Tabaré Vasquez. Dubbi di incostituzionalità sono stati sollevati dall’opposizione sull’atto di alienazione di una proprietà statale, in un’area di frontiera, a favore di un’impresa privata straniera. Altrettanto giustificati i rilievi di alcune organizzazioni ambientaliste argentine (quelle uruguaiane, purtroppo, sono debolissime e demonizzate da partiti e mass media), su un megaprogetto, fortemente impattante, implementato senza aver previamente investito la Commissione Amministratrice del Río Uruguay, l’entità che regola le attività di maggiore incidenza sul fiume-frontiera tra Argentina e Uruguay. Si è ripetuto, nel caso del progetto di La Agraciada, quanto accaduto qualche anno fa per la realizzazione del complesso di produzione di polpa di cellulosa “Botnia” a Frey Bentos, altra opera eco-impattante caldeggiata dall’esecutivo del Frente Amplio. Ad essa si affiancherà presto una seconda cartiera prospiciente le acque del Río Uruguay, in località Conchillas, a meno di 40 chilometri dal nuovo terminal ferro-carbonifero. Senza contare che la produzione della carta ha avuto l’effetto di generare una catena socioeconomica perversa, segnata dalla trasformazione di milioni di ettari di campagne in monocolture di eucalipti e pini, alberi non autoctoni. Secondo quanto rilevato dal ricercatore italiano Antonio Graziano, “ciò ha comportato nel paese, la sostituzione di un modello con produzione di basso valore aggregato, l’allevamento di bovini per la carne, con un altro ugualmente a basso valore aggregato”. “La produzione di carta – aggiunge Graziano - porta con sé i rischi di depauperamento delle risorse idriche, riduzione della biodiversità, perdita di colture tradizionali, trasformazione del paesaggio rurale, spopolamento della campagna a favore della creazione di “cittadine” forestali, alterazione dei ritmi del lavoro e sfruttamento di manodopera. Un modello di produzione che ha accelerato i processi di concentrazione della proprietà della terra nelle mani del capitale straniero”. Per la transnazionale l’impatto è quasi pari a zero A metà novembre è arrivato il parere favorevole della Direzione Nazionale di Idrografia sulla concessione alla Río Tinto dello sfruttamento dell’alveo fluviale di La Agraciada. Perché i lavori di costruzione possano iniziare, manca solo il parere della Direzione Nazionale del Ministero dell’Ambiente (Dinama), atteso entro la fine del 2008. Nonostante il fortissimo impatto sull’intero ecosistema del dipartimento di Soriano (territorio con notevoli potenzialità ecoturistiche), che si genererà con la costruzione e il funzionamento del porto-terminal, nessuno studio d’impatto ambientale è stato predisposto autonomamente da Dinama o dalle autorità locali. Gli unici documenti prodotti sino ad oggi sono gli “studi previi” sull’area di stoccaggio ferro-carbone a La Agraciada, su un altro impianto d’immagazzinamento presso la Zona Franca di Nueva Palmira (Colonia) e sulle operazioni di “transhipment” dei minerali in alto mare, eseguiti dalla società Gea Consultores Ambientales SA di Montevideo per conto della Río Tinto. Secondo il progetto esecutivo, sul fiume Uruguay sorgeranno un ponte, un enorme molo a forma di T per l’attracco delle chiatte e delle piccole imbarcazioni, più i tralicci per reggere un nastro trasportatore di circa 900 metri di lunghezza (altri 1.100 metri di nastro passeranno sulla terra ferma). Sarà inoltre necessario dragare il vicino canale Martín García, modificare l’alveo e le spiagge limitrofe, sbancare le aree collinari, movimentare tonnellate di materiali di risulta e di costruzione, installare accampamenti, officine e magazzini. Buona parte delle infrastrutture sorgeranno nei pressi del delta del torrente Agraciada, un’area in cui vivono numerose specie di uccelli e di fauna terrestre protette. Ciononostante la società di consulenza giudica comunque “sostenibili” questi interventi, grazie ad alcuni “correttivi” proposti alla società committente. Nel corso di un’audizione pubblica, il biologo di Gea Consultores, Aramís Latchinian (ex direttore Dinama durante una parte dell’ex governo di Jorge Batlle e odierno membro del consiglio d’amministrazione di ANCAP, la società petrolifera statale uruguaiana), ha riconosciuto che le modificazioni del territorio “post opera” saranno “significative” anche se le “emissioni di materiali e polveri nell’aria dei minerali ferrosi sarà minimo”. “Quando sarà utilizzato il carbone ci sarà la dispersione nell’atmosfera delle sue polveri”, ha aggiunto Latchinian. “Ci saranno poi gli effluenti liquidi, in buona parte derivati dal lavaggio dei materiali e la produzione di residui solidi industriali. Ma questi problemi ambientali potranno essere risolti con corrette misure di gestione”. Eppure il polo minerario e siderurgico di Corumbá inquina… Una visione “minimista” quella della consulting “ambientale” che focalizza la propria valutazione solo su alcuni elementi d’impatto e che si scontra con quanto invece accade nell’impianto “madre” in Brasile. I dati forniti dal “Rapporto sullo Sviluppo Sostenibile 2007” pubblicato dalla transnazionale Río Tinto, registrano che negli ultimi tre anni a Corumbá è aumentato esponenzialmente la quantità di gas con effetto serra emesso nell’atmosfera. Per ogni milione di tonnellata di acciaio prodotto, si è passati da 6,29 tonnellate di CO2 nel 2005 a 7,11 nel 2007. A ciò si aggiunge l’emissione di 31,04 tonnellate di CO2 durante le operazioni di trasporto dei materiali per via fluviale. Ancora più rilevante la crescita delle emissioni di anidride solforosa nelle attività di trasporto terrestre e marittimo, dove complessivamente sono stati emessi 31,42 kg di SO2 per ogni milione di tonnellata di acciaio. Da rilevare a proposito che dal 2006 gli impianti di Curumbá hanno subito una riduzione della produzione, principalmente per le difficoltà di transito delle unità trasportatrici sul Río Paraguay, a seguito della lunga siccità che ha colpito la regione. Il polo siderurgico è poi un superdivoratore di energia: nel 2007 sono stati consumati 11,26 tonnellate di carburanti per ogni 1.000 tonnellate di acciaio prodotto (il dato comprende il costo energetico per il trasporto fluviale). C’è poi il capitolo relativo alla generazione di rifiuti “pericolosi” (principalmente oli, grassi, batterie, ecc.) e “non pericolosi” (materiali riciclabili o di origine organica). Stando sempre ai dati forniti dalla Río Tinto, nel complesso di Curumbá sono stati prodotti, solo lo scorso anno, 144,7 tonnellate di rifiuti “pericolosi” e 148,6 tonnellate di rifiuti “non pericolosi”, a cui si aggiungono le 223,56 tonnellate di rifiuti “pericolosi” e le 16,6 tonnellate di “materiale organico” prodotto durante la navigazione sui fiumi Paraná, Paraguay e Uruguay. La stessa transnazionale riconosce poi che la stramaggioranza dei lavoratori sono esposti durante la loro giornata di lavoro a rumori superiori agli 85 decibel. Ancora più scoraggiante il quadro sugli effettivi risultati delle azioni intraprese dalla società anglo-canadese per mitigare l’impatto ambientale delle attività produttive del polo siderurgico-minerario brasiliano. Del tutto fallimentari le misure relative alla riduzione dei “rifiuti pericolosi”, cresciuti invece del 400% solo negli ultimi due anni. Si era previsto pure di ridurre la quantità di acqua destinata agli altiforni e al lavaggio dei minerali di ferro e dell’acciaio, calcolata in 1.600 milioni di metri cubi l’anno. Il target per il 2007 era di 0,86 metri cubi d’acqua per tonnellata di acciaio, ma alla fine dell’anno la Río Tinto ha registrato il consumo di 0.96 metri cubi. Attualmente solo il 59,4% dell’acqua è riutilizzata a Curumbá. Il resto proviene da numerosi pozzi scavati in profondità del “Piraputangas Creek”, che hanno fortemente ridotto l’approvvigionamento idrico degli abitanti della regione. Per garantire entro i prossimi sette-otto anni una crescita di 11 volte della produzione di minerali ed acciaio, la transnazionale ha deciso di pompare direttamente l’acqua dal Río Paraguay e di dirigerla agli impianti attraverso un nuovo acquedotto. Una misura che inciderà profondamente sulla portata dell’importante sistema fluviale e, di conseguenza, sul fragilissimo complesso delle risorse idriche del Sud del Brasile e dei paesi confinanti del Cono Sud. Voglia di nucleare e violazione dei diritti umani La presenza di Río Tinto in Mato Grosso è realizzata tramite la controllata Mineração Corumbaense Reunida (MCR), società che ha svolto una potente azione di lobbing tra i politici più influenti della zona. Il piano d’investimenti per l’espansione degli impianti di Corumbá è stato pure uno dei temi del vertice anglo-brasiliano del gennaio 2006, quando l’allora primo ministro Tony Blair incontrò a Londra il presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Sempre in Brasile, nello Stato di Minas Gerais, la Río Tinto controlla il 51% della “Rio Paracatu Mineracao SA”, società proprietaria di un altro complesso minerario. Altra importante miniera di sali di potassio è posseduta nella vicina Argentina (Potasio Río Colorado), nella zona limitrofa alle province di Mendoza e Neuquén. Sempre in Argentina, la Río Tinto controlla il centro di stoccaggio e imbarco di materiali ferrosi di San Nicolás, città portuale sul Paraná. È qui attualmente fanno scalo le imbarcazioni che trasportano i minerali e l’acciaio di Corumbá. La realizzazione del terminal uruguaiano di La Agraciada non comporterà comunque la chiusura di San Nicolás, in quanto presso la zona portuale opera un'altra industria siderurgica che continuerà a funzionare con il ferro di origine brasiliano. La Río Tinto non produce solo carbone, ferro ed acciaio. Grazie alla recente acquisizione della canadese Alcan, la transnazionale si è trasformata nella principale produttrice di alluminio al mondo. Un ruolo chiave è ricoperto pure nel settore dell’estrazione di oro, diamanti, rame, boro, titanio e, soprattutto, uranio, destinato interamente all’alimentazione di centrali e alla produzione di armi nucleari. Le riserve uranifere di Río Tinto sono valutate in 6 miliardi di dollari e provengono quasi per intero dai due centri minerari di “Ranger”, nei pressi del Parco Nazionale di Kakadu in Australia, e “Rossing”, Namibia. A seguito del rilancio internazionale dei programmi atomici, la transnazionale ha deciso d’investire 36 miliardi di dollari per l’espansione dell’attività estrattiva in Australia, affidando il trasporto dell’uranio alla statunitense “Halliburton”, contractor di fiducia delle forze armate USA in Iraq ed Afghanistan. Alla caduta d’immagine di Río Tinto non concorre solo la produzione a favore di micidiali strumenti di morte. La società è stata più volte denunciata per aver depredato le risorse naturali, devastato l’ambiente e violato i diritti umani. Il Fondo pensione Statale della Norvegia ha deciso di escludere Río Tinto dal proprio portafoglio d’investimenti a seguito degli effetti devastanti delle attività della miniera d’oro “Grandsberg” sulle comunità indigene Amungme e Kamoro di Papua, Indonesia. “Grandsberg” è la più grande miniera d’oro del mondo e annualmente scarica circa 230 mila tonnellate di rifiuti direttamente nel fiume Akywa, contaminandone irrimediabilmente le acque. I rifiuti soffocano anche la vegetazione causando la morte di alberi e palme da sago, alimento fondamentale per la tribù locali. Militari dell’esercito indonesiano, pagati dalla transnazionale per “proteggere” gli impianti, sarebbero stati pure responsabili di omicidi e torture di appartenenti alle comunità indigene.
di Antonio Mazzeo

Messico, esercito per le strade di Tijuana

Alla fine il presidente messicano Felipe Calderon non ha avuto scelta: Tijuana, città del nord del paese da tempo gestita e controllata dalle bande legate alle organizzazioni criminali dedite al traffico internazionale di stupefacenti, deve tornare alla normalità. Per farlo ha chiesto l'intervento massiccio dell'esercito.Dopo 650 morti ammazzati in città dall'inizio dell'anno questa sembra essere l'unica soluzione adottabile. Una città che quotidianamente è sotto scacco dei narcotrafficanti che da queste parti fanno il bello e il cattivo tempo, senza che nessuno si preoccupi di porre freno alla situazione. Una città dove non passa giorno in cui le cronache dei giornali non raccontino di omicidi, sequestri, violenze. Dunque, una soluzione doveva essere cercata. E soprattutto trovata. Di certo non si sono preoccupati di combattere il narcotraffico Ricardo Gutierrez Vergas, direttore messicano dell'Interpol e almeno altri diciannove agenti e graduati di polizia fatti arrestare dalla procura generale nell'ambito dell'"Operacion Limpieza", che mirava a fare pulizia negli ambienti di polizia rei di aver dato aiuto alle organizzazioni criminali della zona. Adesso la procura generale avrà 40 giorni di tempo per verificare i sospetti, trovare nuove prove e formulare accuse precise, soprattutto per quanto riguarda il capo dell'Interpol.Sono pesanti i sospetti su Vergas. Gli inquirenti sono convinti che abbia fornito informazioni riservate ai rappresentanti del cartello della droga che fa capo ai fratelli Beltran Leyva. E insieme a lui sono finiti sotto inchiesta anche due alti dirigenti del Siedo (Subproxuraduria de Investigacion Especializada en Delinquencia Organizada) l'ex capo della Polizia Federale Preventiva, Gerardo Garay e Rodolfo la Guardia, direttore del Despligue Regional dell'Agenzia Federale d'Investigazione.Nel frattempo si discute su come iniziare davvero la lotta ai cartelli della droga. Il saggista e storico Enrique Krauze ha una sua teoria: legalizzare le droghe nei paesi consumatori. Solo così il Messico potrà ritrovare un po' di pace. Lo stesso Krauze però è convinto che la sua teoria se applicata potrebbe avere effetti devastanti nei primi tempi. "Sono convinto- ha detto Krauze ai margini di una conferenza tenutasi in Spagna- che la guerra contro i narcos non sarà mai vinta a meno che non cambino le condizioni che l'hanno provocata. E per questo mi riferisco alla legalizzazione delle droghe, processo lungo ma da non sottovalutare". Sull'argomento è intervenuto anche l'ambasciatore Usa in Messico, Antonio Garza. L'ambasciatore ha fatto sapere che gli Usa dovrebbero prendersi la loro parte di responsabilità nella lotta al narcotraffico essendo il primo cliente delle bande criminali. Ma ha anche approfittatto per fare i complimenti a Calderon per lo sforzo compiuto in questi anni per combattere il triste fenomeno. "Calderon è a conoscenza che questa sarà una lunga e dura battaglia che purtroppo produrrà ancora violenza" ha detto Garza che ha aggiunto: "ma bisogna combatterla uniti. Altrimenti perderemo tutti insieme".
Link:http://it.peacereporter.net/articolo/12839/L%27esercito+a+Tijuana
Autore: Alessandro Grandi

Il nodo politico che lega Mosca e Bruxelles


Dispiegare la missione Eulex in Kosovo ed iniziare le negoziazioni di pace per il Caucaso. Queste le nuove direttrici degli equilibri tra il blocco euro-occidentale e quello russo, estremi della nuova politica estera "asimmetrica" che guideranno la cooperazione tra Bruxelles e Mosca. Infatti, se da una parte l’Europa è riuscita ad ottenere un consenso sulla missione giuridica in Kosovo, approvata dalla Russia e dalla Serbia, dall’altra Mosca ha ottenuto il parziale riconoscimento dell’aggressione della Georgia nei confronti dell’Ossezia del Sud, nonché l’inizio, con la riunione di Ginevra, delle discussioni sul conflitto georgiano. Se da una parte è stato confermato che la Comunità Internazionale difende la sovranità della Georgia, dall’altra si apre uno spiraglio sulla sicurezza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhasia con la presenza delle forze russe e UE per garantire l’implementazione della pace. Forse pochi si aspettavano questa sorta di accordo bilaterale di non belligeranza tra le due potenze, venutosi a creare proprio nel momento di completa assenza degli Stati Uniti, che sono riusciti ad ottenere solo rinvii ad oltranza. 

Tra tutti, sono senza dubbi gli albanesi del Kosovo ad aver subito maggiormente il contraccolpo di questo strano assestamento degli equilibri internazionali, e cercano ora di rivendicare quel diritto di auto-determinazione, a cui hanno rinunciato quando sono scesi a patti con la Nato e i terroristi dell’UCK. Hanno chiesto l’indipendenza e l’hanno avuta, hanno preteso una Costituzione e un Governo e sono stati creati proprio per loro, insieme ad una bandiera e a dei passaporti. Ovviamente sono stati manipolati dai grandi demiurghi che avevano già previsto come strappare il Kosovo alla Serbia per poi militalizzarlo e trasformarlo in una rocca forte militare a presidio dei grandi corridoi che attraversano i Balcani. Oggi, tuttavia, gli albanesi si svegliano da una sorta di torpore e decidono di scendere in piazza per protestare contro il proprio Governo - lo stesso che hanno difeso nonostante le terribili accuse che gravano su ognuno dei membri - e contro l’Unione Europea che intende insediarsi in Kosovo senza rispettare, a loro dire, "il volere del popolo". La situazione è talmente paradossale, che gli stessi albanesi non possono credere di essere stati completamente raggirati. Credevano di aver creato uno Stato, invece hanno fatto una base militare perpetua, una prigione d’oro in cui ci si sono rinchiusi con le loro stesse mani: i loro documenti sono inutili, le loro istituzioni non sono accreditate né riconosciute, mentre la loro economia è fortemente arretrata e monopolizzata dal contrabbando e dalla criminalità. Solo oggi, all’indomani del dislocamento dell’Eulex si rendono conto che lo Stato che hanno proclamato indipendente è una provincia satellite di un "Governo ombra" che non si conosce, con una instabilità interna ben peggiore della Bosnia Erzegovina.

Questi anche se sembrano dettagli, rappresentano invece degli importanti segnali per capire verso quale direzione stanno evolvendo gli eventi. I Balcani, così come il Caucaso, rappresentano le valvole di sfogo dell’instabilità dell’Europa e la loro pacificazione, in nome di un accordo innaturale, equivale alla firma dell’armistizio e della partnership tra UE e Russia, mettendo da parte gli Stati Uniti. Qualcosa che si era già avvertito nell’aria in occasione del vertice di Nizza, per poi essere confermata al G20 di Washington. Dopo il gelo della guerra nel Caucaso, gli accordi di partnership tra le due potenze sono nati con diverse premesse e presupporti. Dinanzi allo spettro della crisi economico-finanziaria, la cui responsabilità è stata senza dubbio addossata all’Amministrazione Bush, Russia e Unione Europea sembrano avvicinare le loro posizioni, benché Mosca desideri una svolta ben più netta, sulla riforma del sistema finanziario mondiale e delle istituzioni finanziarie come la Banca mondiale ed il FMI. Una conciliazione che sembra sia iniziata a parire dalle trattative per la cooperazione energetica, e delle "strade del petrolio" che la Russia costruirà proprio per l’Europea. All’indomani della pubblicazione del piano strategico per la sicurezza energetica dell'UE sino al 2030, è sempre più evidente che, quei punti di contrasto con Mosca, si apprestano a divenire sempre più dei punti di contatto.

Il piano, che si snoda su sei punti principali, prevede innanzitutto la creazione di una rete energetica sovranazionale che fa da interconnessione delle diverse reti elettriche dei Paesi membri, stanziando 2.000 miliardi di euro ben sapendo, tuttavia, che allo stato attuale è avvero difficile da attuare. Tale progetto, confluisce poi a sua volta nel pianoCommunity Gas Ring, elaborato dalla Commissione Europea al fine di riunire tutte le reti energetiche e gassifere dell'Europa prima "in una tela energetica" e dopo “in un anello energetico". La Commissione cerca infatti di risolvere il problema della dipendenza energetica verso la Russia, con lo sviluppo di un corridoio che tagli l’Europa Sud Orientale per instradare le riserve del Mar Caspio e del Vicino-Oriente verso l'UE, di strette relazioni con i Paesi del Mediterraneo da cui importare gas ed elettricità, di trattative supplementari per il trasporto di gas verso l'Europa centrale ed orientale
In tal senso si sta già muovendo per costruire il suo "corridoio del sud" che potrà attingere dalle riserve di gas del Turkmenistan e del Kazakistan, ma anche dall'Azerbaigian, mediante la costruzione di un nuovo gasdotto che attraversa il Mar Caspio, la Turchia ed i Balcani e sale verso l'Austria. A tal fine, il 2 dicembre la Commissione europea lancerà la procedura d'approvazione dell'accordo commerciale transitorio con il Turkmenistan, che permetterà di acquistare gas senza intermediari. Allo stesso modo, l’anno prossimo verrà creato un consorzio tra le più grandi società europee, "Caspian Development Corporation (CDC)", che dovrà occuparsi delle operazioni di acquisto, del trasporto e della vendita del gas del bacino del Caspio, nonché della creazione di infrastrutture. Per ciò che riguarda la partnership del Mediterraneo verrà estesa la cooperazione gassifera e petrolifera con la Libia, e probabilmente anche con l'Iraq, mentre le direttrici "nord-meridionali" dovranno realizzare un collegamento con i Paesi baltici e del Mediterraneo.

Ovviamente, il piano energetico europeo è stato fortemente criticato dalla Russia, ritenendo che si basa su ragioni puramente politiche e non su necessità economiche: trasportare verso l'Europa gas della Libia sarà molto più costoso che importarne dalla Russia, e allo stesso modo trattare con il Turkmenistan, ancora legato da accordi presi con Mosca, senza passare attraverso Gazprom è alquanto impossibile. Per cui, se l'UE ha cercato con ogni modo di dare ad intendere che non ha bisogno della Russia dal punto di vista energetico, Mosca diplomaticamente si offre come un partner da cui trarre benefici e di cui non può fare a meno. Si ritorna così alla questione di sempre, ossia al fallimento ormai decennale dei progetti dei gasdotti europei, come il Nabucco, che non possono contare su delle fonti di approvvigionamento, e alla rapida e tenace opera dei consorzi di partnership russe. 
Diventa di nuovo protagonista il Nord Stream, che deve collegare il porto russo di Vyborg al porto tedesco di Greifswald attraverso il Mar Baltico, e deviano le tratte dei Paesi del Nord Europea come la Polonia. Non a caso, il Primo Ministro russo Vladimir Putin, pochi giorni prima del vertice di Nizza, aveva infatti affermato che “l'Europa deve decidere se ha bisogno o no del gasdotto del Nord Stream che passa sotto il Mar Baltico, e se ne non ha bisogno, costruiremo impianti di rigassificazione per il mercato mondiale, oltre che europeo, ma questo costerà di più", precisa con una forte vena polemica, ricordando che l’opera costa alla Gazprom ben 7,4 miliardi di euro e forse sarà ancora più costosa in vista della crisi finanziaria. Il promemoria di Putin non poteva essere più stringato ed opportuno, visto che non si è fatta attendere la replica del rappresentante della Commissione europea a Mosca, Marc Franco, che precisa come l’UE non abbia mai "messo in dubbio la necessità degli investimenti nel progetto Nord Stream". La sottile polemica di Putin fa certamente trasparire come i vecchi contrasti sono divenuti fonte di investimento reciproco, a partire dall’aspetto energetico sino a quello meramente politico. I Balcani e il Caucaso diventeranno probabilmente terreno di confronto bilaterale, mentre i corridoi che questi vedranno attraversare saranno destinati alle esportazioni della Russia e alle importazioni dell’UE.

di Fulvia Novellino

Il rapporto storico tra omosessualità ed estrema destra



“Era l’uomo della mia vita”. Aveva la stoffa del leader Stefan Petzner, ventisette anni, amante del defunto Jörg Haider, leader carismatico e fondatore di tutti i partiti di estrema destra austriaci degli ultimi vent’anni. Il giovane, laureato da poco in giornalismo, si è rivelato così intrepido da esternare il proprio amore, parlando di “una vicinanza che andava ben al di là dell’amicizia”, consumata per giunta “senza obiezioni dalla moglie” del governatore carinziano. Lo ha fatto sapendo che avrebbe sollevato un putiferio nelle destre di tutta l’Europa e nel partito, e così è stato, con l’Alleanza per il futuro dell’Austria (Bzö) a deporlo immediatamente dal proprio vertice, cui era stato collocato per volontà dello stesso Haider. 


E il nodo del rapporto storico tra omosessualità ed estrema destra rimane profondamente irrisolto.
Lo sa bene chi ha vissuto il nazismo, con i suoi paralleli europei soprattutto nella Spagna franchista. Le retate, le torture, forse gli esperimenti clinici e i genocidi di omosessuali in Germania fino alla caduta di Hitler. L’ideologia è quella della purezza, della razza, dei costumi e del comportamento sociale, e quelli che si collocano al di fuori del quadretto eterofamiliare rappresentano un’insopportabile devianza da eliminare, socialmente quando non fisicamente. Alla loro memoria quest’anno Berlino ha dedicato un monumento, benché antiestetico, un grosso cubo chiuso con una fessura nella quale si rubano furtive le immagini di un bacio omosex.
Del resto, la stessa Berlino dei primi anni ’30 contava oltre cento bar omosessuali e una trentina di periodici gay. E lo stesso nazismo, i cui rituali sono stati assiduamente frequentati da Haider, annoverava parecchi omosessuali tra i propri leader, quali Ernst Rohm, Rudolph Hess, e perfino, secondo alcuni, Hitler. C’è chi spiega il paradosso con la psicologia dell’“odio verso se stessi”, o con analoghe forme nevrotiche, ma sembrano motivazioni parziali, per quanto verosimili. I protagonisti, dal nazismo al crescente fenomeno contemporaneo degli outing da parte di uomini e addirittura associazioni di destra, motivano la loro omosessualità sostanzialmente nei termini di una “virilità spinta”, che rivendica una sorta di primato di genere. Si tratterebbe dunque di una forma estrema di misoginia, e ciò appare plausibile dato che l’omosessualità di destra sembra non aver mai coinvolto le donne. Rimane in ogni caso la nevrosi, non foss’altro per lo scarto tra un’esistenza pubblica spintamente etero-borghese (con tanto di moglie e figlie al seguito, come faceva Haider) e un’inclinazione privata, quasi sempre nascosta, di segno opposto.
Fu il fascismo ad affrontare il paradosso, normando la doppia morale. L’omosessualità veniva tollerata se tenuta nascosta, al punto dall’esser esclusa dalle offese penalmente rilevanti dal Codice Rocco. Non si trattava di benevolenza, bensì all’opposto del timore che il divieto e i conseguenti procedimenti giudiziari andassero a svelare, agli occhi degli stranieri, la sussistenza del fenomeno in Italia. A fornire un quadro filosofico alla doppiezza è stato poi Joseph Ratzinger, che ha trascinato la Chiesa a un’ossessione che non aveva mai esplicitamente coltivato, neppure ai tempi dell’Inquisizione. Negli anni’80, l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede giodicò l’omosessualità come “non un peccato in sé, ma una tendenza verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. No dunque alle aggressioni ai gay, no però anche, spiegava Ratzinger, a qualsiasi forma di tutela giuridica delle loro unioni, che renderebbe manifesta la loro cattiveria.
Il caso Petzner ha però indotto il Vaticano a valutare la doppiezza non più sufficiente a contenere il fenomeno. A pochi giorni da quell’outing, Benedetto XVI, nel ribadire il no al sacerdozio per i gay, ha invitato i seminaristi “a ricorrere a psicologi e a specialisti di fede cattolica” per scovare e correggere la loro eventuale “identità incerta”.
Lo sa anche Petzner, che l’ipocrisia non basta più, e ha perciò impartito una lezione di virile coraggio al suo partito. Che lo ha sostituito con l’irreprensibile Joseph Buchner. Divorziato ma etero.
di Alessandro Cisilin

I tentacoli della Cina Popolare sull'America Latina

Il presidente cinese Hu Jintao dopo il G-20 si reca in Costa Rica, Cuba e infine in Perù. Si apre un nuovo fronte commerciale nonostante la crisi finanziaria mondiale.

Il presidente cinese Hu Jintao è da alcuni giorni nel continente americano per allargare le maglie degli accordi commerciali con diversi paesi dell'area. Dopo aver partecipato alla riunione del G-20 il leader cinese, giunto nel continente con una delegazione di formata da cinquecento persone, è volato nella Costa Rica dove ha incontrato il presidente Oscar Arias.Costa Rica. La presenza di Hu Jintao a San Josè, capitale della Costa Rica, non è affatto casuale. La rottura delle relazioni fra il piccolo stato centroamericano e Taiwan, considerata da Pechino una provincia ribelle, hanno contribuito al riavvicinamento fra i due Paesi. E i risultati sono subito arrivati. Da giugno scorso, infatti, sono stati molti i viaggi dei funzionari di entrambi i paesi che hanno così messo le basi per una serie importante di accordi, soprattutto commerciali.Via dunque alla firma di accordi bilaterali nel campo della cultura della scienza, oltre a quelli economici. Così facendo la Costa Rica mira a raggiungere un notevole incremento nel mercato cinese. Gli analisti del ministero del Commercio di San Josè hanno reso noti anche alcuni dati: 848 milioni di dollari di esportazioni verso la Cina nel 2007 e importazioni per 763 milioni.

Ma la vera novità è rappresentata dalle basi gettate per la creazione di un nuovo trattato di libero commercio fra i due Paesi. Accordo che ha fatto storcere il naso alla Camara de Industria de Costa Rica, favorevole ai trattati di libero commercio con gli Usa, che avverte sulle complicazioni di un accordo con i cinesi.

Prima di volare verso il Perù, ultima tappa del suo viaggio nel continente americano, Hu Jintao si è recato a Cuba dove ha incontrato anche il convalescente Fidel Castro. Tema principale degli incontri con le autorità dell'Havana gli accordi commerciali sullo sfruttamento del Niche cubano, una delle maggiori riserve del pianeta. Non solo. La Cina ha da diverso tempo rivolto lo sguardo verso le riserve potenziali riserve petrolifere presenti al largo delle coste cubane offrendo all'Havana contributi essenziali alla loro esplorazione. Nonostante i rapporti fra Cuba e la Cina siano stati per anni border line oggi le cose sono completamente cambiate. Sono finiti i tempi in cui Fidel Castro criticava l'assolutismo cinese e lo paragonava a una sorta di monarchia assoluta. Oggi Pechino è il secondo partner commerciale dell'Havana e l'intercambio fra i due stati supera abbondantemente i due miliardi di dollari l'anno. E l'ossigeno economico dato dagli accordi con la Cina ha fatto in modo che negli ultimi anni si iniziasse a risolvere uno dei problemi più urgenti dell'isola: quello dei trasporti. Via dunque i vecchi camellos, autobus jurassici, per far posto a nuovi e più confortevoli bus cinesi.

di Alessandro Grandi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12821/La+corsa+cinese+in+America+Latina


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